Archive for 'Uruguay'

Classifica qualità della vita

International Living ha pubblicato la propria classifica della qualità della vita in 194 nazioni del mondo.

Qualità della vita non intesa come dove vivere bene con pochi soldi ma semplicemente vivere bene.

Per redarre la classifica, International Living considera punteggi nelle seguenti categorie:

  • costo della vita, rispetto al costo della vita negli Stati Uniti
  • cultura e tempo libero, livello di istruzione della popolazione, numero di musei eccetera
  • economia, valutata usando le misure statistiche più comuni
  • ambiente, valutato usando la densità della popolazione, il tasso di crescita della stessa, le emissioni causanti effetto serra
  • libertà, usando la classifica di Freedom House
  • salute, valutata in base alla qualità dell’assistenza sanitaria
  • infrastruttura, chiometri di strade, ferrovia per capita, numero di aereoporti
  • sicurezza, in base alle stime del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti
  • clima, temperatura e precipitazioni medie

I punteggi vengono assegnati basandosi su informazioni pubblicate da fonti quali siti internet governativi, la World Health Organisation, The Economist e molti altri.

Inoltre vengono considerate le opinioni degli editori di International Living sparsi nel mondo. Al riguardo tenete conto che essi sono per lo più di origine anglosassone e scrivono per lettori in gran parte statunitensi quindi la loro visione della qualità della vita è diversa da quella degli Italiani e da quella di altri popoli.

E’ forse per questo che la presenza di nazioni scandinave nella Top 10, consueta in altre classifiche, quì è nulla.

Qual’è la classifica?

  1. Francia (82)
  2. Australia (81)
  3. Svizzera (81)
  4. Germania (81)
  5. Nuova Zelanda (79)
  6. Lussemburgo (78)
  7. Stati Uniti (78)
  8. Belgio (78)
  9. Canada (77)
  10. Italia (77)
  11. Paesi Bassi (77)
  12. Norvegia (77)
  13. Austria (77)
  14. Liechtenstein (76)
  15. Malta (76)
  16. Danimarca (76)
  17. Spagna (76)
  18. Finlandia (75)
  19. Uruguay (75)
  20. Ungheria (74)
  21. Portogallo (73)
  22. Lituania (73)
  23. Andorra (73)
  24. Repubblica Ceca (73)
  25. Regno Unito (73)
  26. Argentina (72)
  27. Slovenia (72)
  28. Grecia (72)
  29. Monaco (72)
  30. Svezia (71)
  31. Cile (71)
  32. Estonia (71)
  33. Costa Rica (71)
  34. Panama (71)
  35. Polonia (71)
  36. Giappone (70)
  37. Croazia (70)
  38. Brasile (70)
  39. Ecuador (70)
  40. Lettonia (70)
  41. Irlanda (70)
  42. Corea del Sud (69)
  43. Slovacchia (69)
  44. Bulgaria (69)
  45. Cipro (68)
  46. Messico (68)
  47. Israele (67)
  48. Islanda (67)
  49. Bermuda (66)
  50. Saint Kitts & Nevis (66)
  51. Sud Africa (66)
  52. Dominica (65)
  53. Romania (65)
  54. Isole Cayman (65)
  55. Moldavia (65)
  56. Colombia (64)
  57. Taiwan (64)
  58. Bolivia (64)
  59. Repubblica di Macedonia (63)
  60. Barbados (63)
  61. Mauritius (63)
  62. Namibia (63)
  63. Belize (63)
  64. Paraguay (63)
  65. Albania (63)
  66. Bosnia-Erzegovina (63)
  67. Bahamas (63)
  68. Ucraina (62)
  69. Grenada (62)
  70. Singapore (61)
  71. Antigua & Barbuda (61)
  72. Turchia (61)
  73. Repubblica Dominicana (61)
  74. Seychelles (61)
  75. Bhutan (61)
  76. Peru (60)
  77. Giamaica (60)
  78. Nicaragua (60)
  79. Botswana (60)
  80. Honduras (60)
  81. Suriname (60)
  82. Portorico (59)
  83. Tunisia (59)
  84. Brunei (59)
  85. Malesia (58)
  86. El Salvador (58)
  87. Guatemala (58)
  88. India (58)
  89. Venezuela (58)
  90. Cuba (57)
  91. Trinidad & Tobago (57)
  92. Polinesia Francese (57)
  93. Guyana (57)
  94. Tonga (57)
  95. Mongolia (57)
  96. Nauru (56)
  97. Cina (56)
  98. Georgia (56)
  99. Ghana (56)
  100. Maldive (56)
  101. Armenia (56)
  102. Lesotho (55)
  103. Martinica (55)
  104. Giordania (55)
  105. Filippine (55)
  106. Kuwait (55)
  107. Kiribati (55)
  108. Polinesia Francese (55)
  109. Bielorussia (54)
  110. Tailandia (54)
  111. Russia (54)
  112. Zambia (54)
  113. Libano (54)
  114. Palau (54)
  115. Malawi (54)
  116. Marocco (54)
  117. Samoa (Western Samoa) (54)
  118. Swaziland (54)
  119. Bahrain (54)
  120. Fiji (53)
  121. Sri Lanka (53)
  122. Madagascar (53)
  123. Tuvalu (53)
  124. Siria (53)
  125. Vietnam (53)
  126. Comore (53)
  127. Nepal (52)
  128. Qatar (52)
  129. Indonesia (52)
  130. Macao (52)
  131. Vanuatu (52)
  132. Senegal (52)
  133. Isole Salomone (52)
  134. Tagikistan (51)
  135. Egitto (51)
  136. Benin (51)
  137. Kenya (51)
  138. Kirghizistan (51)
  139. Azerbaijan (51)
  140. Corea del Nord (51)
  141. Emirati Arabi Uniti (50)
  142. Capo Verde (50)
  143. Isole Marshall (50)
  144. Tanzania (50)
  145. Bangladesh (50)
  146. Algeria (50)
  147. Uganda (50)
  148. Uzbekistan (49)
  149. Cambogia (49)
  150. Iran (49)
  151. Mozambico (49)
  152. Gambia (48)
  153. Papua Nuova Guinea (48)
  154. Mayotte (48)
  155. Kazakistan (48)
  156. Mali (48)
  157. Libia (48)
  158. Guinea-Bissau (47)
  159. Micronesia (47)
  160. Togo (47)
  161. Myanmar (Birmania) (46)
  162. Turkmenistan (46)
  163. Etiopia (46)
  164. Repubblica del Congo - (46)
  165. Ruanda (46)
  166. Nigeria (46)
  167. Gabon (46)
  168. Oman (45)
  169. Arabia Saudita (45)
  170. Iraq (45)
  171. Laos (45)
  172. Camerun (45)
  173. Mauritania (45)
  174. Niger (44)
  175. Burkina Faso (44)
  176. Guinea Equatoriale (44)
  177. Burundi (44)
  178. Pakistan (43)
  179. Haiti (43)
  180. Zimbabwe (43)
  181. Repubblica Centrafricana (43)
  182. Costa d’Avorio (43)
  183. Liberia (42)
  184. Congo, Repubblica Democratica del (42)
  185. Angola (42)
  186. Guinea (41)
  187. Eritrea (40)
  188. Gibuti (40)
  189. Sierra Leone (38)
  190. Afghanistan (37)
  191. Ciad (34)
  192. Sudan (33)
  193. Yemen (33)
  194. Somalia (30)

Cosa ne pensate? Siete d’accordo?

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L’Uruguay visto da chi ci vive

Nora mi scrive dopo aver letto l’articolo Sei motivi per non vivere in Uruguay e, non essendo d’accordo, ci racconta la sua versione dell’Uruguay.

L’Uruguay, è stato costruito in gran parte dal lavoro di tanti emigrati che nei secoli XIXmo e XXmo, sono arrivati in massa e principalmente dalla Spagna, dall’Italia, dai paesi in cui gli Ebrei venivano perseguitati, cosí come è successo in gran parte dell’America Latina.

E qui hanno trovato un posto per vivere e per far crescere i loro figli. Adesso, tanti uruguaiani hanno pure la doppia cittadinanza: uruguaiana ed europea e tanti emigrano a loro volta verso il Primo Mondo, cercando nuovi orizzonti, ma trovando spesso quella xenofobia implacabile di chi, vivendo bene e scordando il proprio passato storico, crede che tutti gli arrivati siano dei delinquenti o degli sfruttatori.

Io stessa, ho adesso una figlia che ha studiato e vissuto a Barcellona per tre anni e recentemente si è trasferita a Milano.

Lei ha sempre in mente tornare in Uruguay; chissà quale sarà il suo percorso. Ma posso assicurarti che in questi piú di tre anni, anche se lontana da casa e certe volte infelice, ha saputo trovare gli aspetti positivi dei luoghi in cui ha vissuto e dove ha viaggiato.

Forse per questo, l´articolo di Valeria mi è sembrato un po’ ingiusto verso un paese che sicuramente l´avrà accolta bene, anche con i suoi contrasti, perchè gli uruguaiani conoscono il dolore, la solitudine e l´insecurità di chi è lontano da casa. Lo sapevano i nostri nonni e chi ha vissuto vicino a coloro che arrivavano qui con tante illusioni ma anche con tante incertezze, e lo sappiamo anche noi, che vediamo partire i nostri figli o conosciamo tante storie simili da famiglie di ogni strato sociale.

E’ vero, l´Uruguay è un paese piccolo, con una scarsa popolazione, con caratteristiche demografiche che lo accostano ai paesi europei (poche nascite, popolazione che invecchia), ma dai suoi anni di splendore, mantiene ancora molte caratteristiche che lo accostano ancora ai paesi europei della prima metà del sec. XX : nell´architettura, nel modo di vivere, nel modo di mangiare (escludendo le enormi quantità di “carne” che si mangiano a testa).

Ma è un paese dove non ci sono quelle enormi differenze tra poveri e ricchi che in altri sono ancora piú scandalose. Abbiamo scuole ed Università gratuite (anche se prive di riscaldamento) e tanti arrivano ad ottenere una Laurea, dopo il percorso di scuola e liceo gratuiti, grazie al contributo del resto. Non è un´utopia, anche se per molti risulta troppo faticoso, e più faticoso ancora trovare dopo un lavoro.

Siamo tre milioni di abitanti, di cui quasi la metà vive a Montevideo. Ma allora dove vive l´altra metà? Da quello che scrive Valeria sembrerebbe che non vivono in nessuna parte, dato che “non ci sono altre città”. Forse bisogna chiarire se per “città” si capisce che deve avere oltre un milione di abitanti.

Invece ci sono altre città, piccole magari, ma con delle caratteristiche particolari che bisogna pure scoprire : ad esempio, Colonia, quella che si trova di fronte a Buenos Aires, separate dal Rio de la Plata, ha un piccolo centro storico dell’ epoca della conquista portoghese, che fa parte del Patrimonio Culturale dell´Umanità, secondo l´UNESCO ; Punta del Este è una località balneare riconosciuta internazionalmente, con dei posti meravigliosi per i fotografi della National Geographic, se vogliamo escludere l´aspetto mondano e troppo turistico che la coinvolge.

Per chi ama la natura, e non soltanto per chi scappa da qualcuno, ci sono dei posti stupendi lungo tutta la costa del Rio (fiume) Uruguay, Río de la Plata ed Oceano Atlantico, o all´interno dove il paesaggio del campo, con timide colline, risulta affascinante.

La gente, anche se vive immersa nei suoi problemi quotidiani, se non può pensare a far vacanze in luoghi esotici o nemmeno pagarsi un biglietto in aereo per andare a visitare i suoi cari lontani, continua ad essere amichevole e cortese verso gli stranieri. Non sarà un popolo allegro e divertente come quello brasiliano, ma semplicemente accetta colui che arriva da un altro posto.

Grazie Nora!

Cosa ne pensate? Volete emigrare in Uruguay? Lasciate un commento!

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Come ottenere un dottorato all’università di Leeds, Inghilterra

Oggi intervistiamo Francesco Giorgio-Serchi, studente con tre anni di studio che stanno per culminare in  un dottorato all’University of Leeds in Inghilterra.

Mi sono laureato a Pisa in Scienze e Tecnologie Marine, con una tesi su modelli di previsioni atmosferiche presso il CNR di Firenze.

Circa sei mesi prima della laurea cominciai a dare un’occhiata alle possibilità di impiego all’estero. Non miravo necessariamente a una posizione in ambito accademico, piuttosto cercavo qualcosa che mi desse da vivere in maniera dignitosa e che fosse connesso al mio settore di studi. La gamma di opzioni quindi spaziava da un PhD (l’equivalente di un dottorato italiano) a una qualsiasi posizione all’interno di qualche compagnia, purchè orientata su tematiche ambientali.

Mi resi conto in breve tempo che, valicato il confine italico, le possibilità di scelta si moltiplicavano.

Inoltrai domande alle Università di Bath, di Leeds, di Loughborough, di Dublino, di Uppsala, di Tolouse, di Plymouth, di Southampton e ad un paio di centri di ricerca e compagnie di ingegneria offshore in Olanda.

Premetto che la mia esperienza nello scrivere una applicazione o anche semplicemente una email di presentazione erano zero assoluto, quindi all’inizio passai da un fallimento all’altro. Incoraggiato dal fatto che, se non altro, tutti mi rispondevano gentilmente, andai avanti fino a ricevere la prime offerte concrete di colloquio. Un colloquio di lavoro per una università straniera è, in genere, una esperienza piuttosto divertente per un neo-laureato italiano. Vieni invitato ad andare sul posto totalmente a spese loro (di solito), ti chiedono di presentare il tuo lavoro e ti fanno domande di varia natura. Ti portano a giro per il campus e a quel punto, se avevi qualche perplessità sull’espatriare o meno puoi star sicuro che qualsiasi dubbio viene dissipato.

Alla fine, nonostante il mio non-brillante curriculum, ricevetti proposte di PhD da Dublino, Loughborough, Uppsala e Leeds. La scelta cadde su Leeds, certo non per il fascino del posto, ma piuttosto perchè il progetto di ricerca era interessante (sviluppo di modelli numerici per lo studio di una tipologia particolare di correnti marine ) e la borsa di studio (Marie Curie) molto cospicua e prestigiosa.

Da lì è iniziata una vera avventura piena di soddisfazioni e delusioni cocenti. Certo quello che posso dire è che dallo staff dell’università sono stato letteralmente “coccolato”: ogni piccolo lavoretto fatto per i prof. veniva retribuito (correggere i compiti degli studenti, fare da vigilante agli esami, portare gli studenti nei vari “fieldtrips”), ero seguito sistematicamente e soprattutto c’era una segreteria che si occupava di svolgere tutte (ma proprio tutte) le pratiche burocratiche, il che per me è stato un sollievo indicibile dopo 5 anni di file agli sportelli dell’università di Pisa.

Il ruolo di uno studente PhD è visto con estrema serietà e l’università fa il possibile per ridurre al minimo gli stress non derivanti dalla ricerca. Con alti e bassi i tre anni di dottorato prestabiliti dal contratto sono passati bene e rifarei tutto il percorso senza esitazione. Al momento sono tornato in Italia principalmente per motivi familiari mentre finisco di scrivere la tesi di dottorato; il futuro rimane più o meno incerto. Certo è che dopo tre anni all’estero, la voglia di ripartire di nuovo è forte e prevedo già una possibile fuga downunder.

Come mai hai pensato di andare all’estero?

Diciamo che il sistema universitario italiano non fa molto per stimolare i giovani virgulti. Da parte mia, poi, c’è sempre stata una passione smodata per il viaggio. Inoltre la città dove vivevo, Livorno, per quanto piacevole cominciava a starmi un pò stretta. Ma la ragione principale è che, finita l’università, volevo assolutamente emanciparmi economicamente dalla mia famiglia, cosa che escludeva automaticamente la possibilità di rimanere in Italia.

Com’era la tua conoscenza della lingua Inglese prima di partire?

Parlavo inglese abbastanza bene, a un livello sufficiente per sostenere un colloquio di lavoro. Ero già stato in Inghilterra in tenera età e avevo preso lezioni alla British School per qualche anno. C’è da sottolineare che l’application per un posto di PhD in Inghilterra, cosi come in tutti i paesi anglofoni, pretende la presentazione di un certificato TOEFL o IELTS a garanzia che il candidato detenga una padronanza della lingua tale da svolgere in maniera disinvolta il proprio lavoro di ricerca e networking. Al tempo della mia application avevo solo dei certificati di base, quindi ho dovuto prendere il TOEFL. L’esame è tosto, certo non adatto a un neofita! D’altronde ho incontrato tanti dottorandi con livelli di inglese molto bassi che in qualche modo erano riusciti a farsi strada.

Che titolo di studio sei andato a prendere?

Il titolo di studio a completamento dei tre anni (in alcuni casi quattro) è il PhD. Questo titolo è formalmente equivalente al dottorato di ricerca italiano, ma all’atto pratico ha una valenza infinitamente superiore, al di là della frontiera italiana. Un PhD, cosi come un Master, ti introduce a una fascia di salario più alta, consente, molto spesso, di poter accedere a mansioni più prestigiose e promette una scalata di carriera più veloce. In poche parole un PhD rappresenta una significativa nota di merito sul CV. Personalmente, oltre al valore intrinseco del titolo di studio, il grande beneficio consiste nel fatto che si viene introdotti a un mondo del lavoro e a delle fonti di conoscenza un pò esclusivi che, se sfruttati bene possono aprire una infinità di possibilità.

Da non escludere è anche il fatto che il PhD da la possibilità a noi universitari italiani di fare la vita dello studente inglese che, se da una parte è faticosa, dall’altra è costellata di attività ”ludiche” che a molti possono risultare gradite.

Come sei finito a Leeds?

La scelta di Leeds è stata dettata dal fatto che il dipartimento di Ingegneria aveva a diaposizione dei fondi europei (le borse Marie Curie) per finanziare una serie di progetti di ricerca nell’ambito della meccanica dei fluidi. Io sono finito a Leeds per seguire il progetto di ricerca.

Ci fai un confronto tra l’università italiana e quella inglese?

Questa è una domanda complessa se si vogliono evitare luoghi comuni.

Senza dubbio l’impressione dominante che si ha è che il mondo della ricerca, in particolare, e tutto il sistema universitario, in generale, è visto e vissuto come un business. I PhD, per quanto giovani, sono una risorsa preziosa e vengono valutati di conseguenza.

Un’altra cosa che salta all’occhio è l’età del corpo docenti e di amministrazione. Non è un caso raro trovare a capo di un dipartimento un giovincello (in rapporto ai canoni italiani) di 40 anni scarsi. I professori inglesi sono abbastanza stacanovisti e questo pù essere un pregio o un difetto.

Un tipico professore inglese deve fare lezione agli undergraduates (e viene valutato anche in base a questo, quindi le lezioni e i temi trattati devono essere aggiornate coi tempi), promuovere la propria ricerca scrivendo proposte per i finanziamenti, fare attivamente ricerca (il che si traduce in scrivere articoli, libri, andare a giro per il mondo per tenersi sempre aggiornato sulle evoluzioni del settore e sviluppare nuove idee) e fare da supervisore a un numero non precisato di PhD che portano avanti il lavoro pratico della sua attività.

Infine, sembra scontato ma non lo è, un professore deve trovare il tempo di rispondere a tutte le email che riceve da studenti e non (a me è capitato spesso di discutere di lavoro via email col mio supervisore alle 2 di notte). L’impegno dei professori in un sistema universitario di questo tipo è estenuante. Un aspetto a mio avviso di estrema importanza è il criterio di valutazione degli aspiranti ricercatori: nel sistema anglosassone sembrano spesso più interessati alle capacità intrinseche del soggetto che alla sua preparazione tecnica. Per esempio, in Inghilterra puoi ambire a fare il lavoro di un ingegnere anche se non hai una laurea in ingegneria, se dimostri di essere in grado di farlo e di avere la voglia di provarci (questo ovviamente nei limiti: certo non ti metteranno a progettare centrali nucleari con una laurea in filosofia). La preparazione di base non è un elemento discriminante come mi sembra di ricordare che fosse in Italia.

Per quello che ho avuto modo di vedere della vita universitaria degli undergraduate (l’equivalente delle laurea di primo livello italiana), posso dire che il sistema è strutturato in maniera simile a quella delle nostre scuole superiori. Gli studenti devono necessariamente seguire un certo numero di corsi ogni semestre. La valutazione viene fatta sulla base di compiti per casa, esperienze pratiche e un esame scritto finale. La bocciatura determina la ripetizione dell’anno. Non esistono esami orali. In generale la modalità di organizzazione dei corsi è molto orientata all’applicazione pratica dei temi trattati.

Ogni anno il career day è una occasione in cui le compagnie si propongono agli studenti e, per quei giovani che vogliono iniziare a lavorare, il processo di assunzione inizia da qui. A 22 anni un laureato in ingegneria, matematica, fisica o chimica difficilmente può rimanere senza lavoro.

Che consigli daresti a chi vuole seguire le tue orme?

Voglio ribadire con chiarezza che il mio non è mai stato un curriculum particolarmente brillante. Non sono mai stato uno studente modello, ma piuttosto uno dei tanti che si è barcamenato attraverso i tormenti dell’università con immani sofferenze e con risultati talvolta deprimenti. Ciononostante il sistema universitario non-italiano mi ha veramente dato la possibilità di cambiare le carte in tavola.

A chi è intenzionato a seguire lo stesso percorso consiglio:

  • di non preoccuparsi di trovare esattamente qualcosa che corrisponda a ciò che ha studiato (a meno che questa non sia la vostra ambizione). All’estero sono piuttosto elastici su questo e sono spesso più interessati a vedere se hai spirito di iniziativa piuttosto che se hai esattamente le conoscenze di base necessarie.
  • non temere di essere troppo vecchi per provarci. In Inghilterra la gente cambia completamente lavoro a 40 anni, si prende una laurea e cerca lavoro a 45 oppure molla tutto e si da a fare l’idraulico. L’età non necessariamente rappresenta un ostacolo.
  • essere perseveranti.
  • essere convinti delle propria scelta: partire per un paese straniero titubanti non è l’approccio migliore, soprattutto quando ci si imbarca in un percorso di studi di qualche anno.
  • una volta lasciata l’italia, mescolarsi con gli stranieri. Se non vi piacciono i nativi, cercate oltre…il bello dei paesi come l’Inghilterra è che ci sono centinaia di etnie e culture diverse. Fare amicizia in un paese pieno di “fuggitivi” è estremamente facile. Preso nel verso giusto questo è un aspetto entusiasmante della fuga all’estero che merita di essere vissuto appieno.
  • molte persone sono convinte che per fare il passo all’estero servano un sacco di soldi. Questo può essere vero se uno decide di partire senza alcuna base di appoggio, d’altronde è possibile ormai trovare lavoro all’estero dal proprio laptop in italia e dopo partire. Ovviamente la conoscenza dell’inglese in questo caso non è opzionale. In tal caso gli unici soldi che servono sono quelli del viaggio e del primo mese di affitto (che a sua volta può essere comodamente preso dall’italia).

Infine invito chi cerca un PhD a consultare Find a PhD; per coloro interessati a lavori nell’industria in materie scientifiche provate Earthworks Jobs.

Aggiungo anche un link per ingegneri e fisici nell’ambito della meccanica dei fluidi e simulazione numerica CFD Online.

Un ultimo consiglio strettamente rivolto a chi vuole fare un PhD in Gran Bretagna. Spesso le proposte di dottorato vengono postate direttamente sui siti dei vari dipartimenti. Supponiamo io sia un laureato in biologia, la cosa migliore è visitare il sito dei dipartimenti di biologia di tutta l’inghilterra e vedere se vengono proposte borse di studio. Se poi si è particolarmente intraprendenti si può anche cercare quali professori lavorano nel settore specifico di nostro interesse e scrivergli direttamente presentandoci e chiedendo se sono interessati a assumerci. Può sembrare strano ma funziona veramente.

Con questo concludo e saluto gli aspiranti PhD e tutti i lettori di italiansinfuga.

Grazie Francesco ed in bocca al lupo!

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Quale assicurazione per viaggiare all’estero?

Mi viene spesso chiesto un consiglio per quello che riguarda la copertura medica all’estero e che tipo di assicurazione usare quando si viaggia all’estero.

Innanzitutto, per la copertura medica dovete cercare di capire se vi è un accordo tra Italia ed il Paese vostra destinazione che preveda la copertura reciproca dei cittadini.

Se non c’è o non volete rischiare di rimanere senza copertura sanitaria quando vi trovate in un continente lontano dall’Italia, allora potete pensare a coprirvi con una polizza assicurativa.

Ma quale? Io sinceramente adesso non me ne intendo più di tanto essendo il mio stile di vita piuttosto stazionario a Melbourne.

Faccio riferimento quindi al parere di Lea Woodward di Location Independent, autrice della Guida per vivere e lavorare ovunque vogliate, una nomade digitale che, insieme alla famiglia, si trasferisce di nazione in nazione gestendo il proprio business su internet.

Lea consiglia l’assicurazione di viaggio fornita da World Nomads.

World Nomads fa uso dei servizi forniti da aziende leader nel campo assicurativo quali Allianz, Mondial Assistance, Bupa International e Millstream Underwriting.

Potete scegliere polizze che vi coprano in 150 nazioni e usate la comodità di internet per comprare, rinnovare o cambiare polizza.

World Nomads offre polizze che coprono sport tipo lo sci, snowboarding, bungee jumping o il white water rafting.

Importantissimo per i viaggiatori all’estero, la polizza World Nomads copre l’assistenza ospedaliera e l’evacuazione.

Mi raccomando controllate sempre le ultime su cosa la polizza copre. Non mi assumo ALCUNA responsabilità per l’accuratezza delle informazioni con il passare del tempo. Questo articolo è statico mentre il mondo dell’assicurazione è in continuo movimento.

Tengo inoltre a precisare che quando voi acquistate una polizza assicurativa con World Nomads io ci guadagno alcuni centesimi o euro. Se pensate che il sito italiansinfuga li meriti allora cliccate sopra e mi fate un piacere enorme. Se non siete d’accordo, nessun problema, copiate ed incollate questo indirizzo http://www.worldnomads.com/ e ci arriverete lo stesso senza che io guadagni.

Spero comunque che questo articolo vi sia stato utile.

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Classifica mondiale dei migliori Paesi in cui vivere

L’ONU ha pubblicato la classifica mondiale dei migliori Paesi in cui vivere.

L’Human Development Index (HDI) misura la sviluppo di una nazione da un punto di vista umano.

Riporta fattori quali:

  • longevità e salute espressa in termini di aspettativa alla nascita
  • accesso a conoscenza e cultura, misurato in base al tasso di alfabetizzazione e l’iscrizione all’istruzione
  • tenore di vita, misurato come GDP per capita relativo al potere d’acquisto

Queste misure vengono poi usate per arrivare ad un punteggio tra 0 ed 1 e la classifica viene redatta a seconda del punteggio relativo tra le nazioni.

La classifica del 2009 include 182 nazioni, usa data risalenti al 2007 e quindi non include l’impatto della crisi economica globale.

Tra il 2006 ed il 2007, il punteggio è salito in 174 nazioni ed è sceso in sole 4 nazioni.

La Cina è la nazione con il maggiore balzo in classifica, migliorandosi di 7 posizioni, seguita da Colombia e Perù, grazie all’incremento dei salari.

La Norvegia è in cima alla classifica, seguita dall’Australia e dall’Islanda. Il podio rimane immutato mentre ci sono pochi cambiamenti nelle prime dieci con la sola Francia che spodesta il Lussemburgo.

L’Italia si piazza al diciottesimo posto, tra il Belgio ed il Liechtenstein, una posizione che la pone nel gruppo delle nazioni con un ‘Sviluppo umano molto alto’, la categoria migliore.

E le altre nazioni che seguiamo regolarmente su italiansinfuga.com?

Il Canada si piazza al quarto posto; l’Irlanda al quinto; l’Olanda al sesto; la Svezia al settimo; il Giappone al decimo; gli USA al tredicesimo; la Spagna al quindicesimo; la Danimarca al sedicesimo; la Nuova Zelanda la ventesimo; il Regno Unito al ventunesimo; la Germania al ventiduesimo.

Se state decidendo di emigrare, fatevi aiutare nella scelta della destinazione da questa classifica.

Ecco la classifica completa.

Norway 0.971

Australia 0.970

Iceland 0.969

Canada 0.966

Ireland 0.965

Netherlands 0.964

Sweden 0.963

France 0.961

Switzerland 0.960

Japan 0.960

Luxembourg 0.960

Finland 0.959

United States 0.956

Austria 0.955

Spain 0.955

Denmark 0.955

Belgium 0.953

Italy 0.951

Liechtenstein 0.951

New Zealand 0.950

United Kingdom 0.947

Germany 0.947

Singapore 0.944

Hong Kong, China (SAR) 0.944

Greece 0.942

Korea (Republic of) 0.937

Israel 0.935

Andorra 0.934

Slovenia 0.929

Brunei Darussalam 0.920

Kuwait 0.916

Cyprus 0.914

Qatar 0.910

Portugal 0.909

United Arab Emirates 0.903

Czech Republic 0.903

Barbados 0.903

Malta 0.902

Bahrain 0.895

Estonia 0.883

Poland 0.880

Slovakia 0.880

Hungary 0.879

Chile 0.878

Croatia 0.871

Lithuania 0.870

Antigua and Barbuda 0.868

Latvia 0.866

Argentina 0.866

Uruguay 0.865

Cuba 0.863 51

Bahamas 0.856

Mexico 0.854

Costa Rica 0.854

Libyan Arab Jamahiriya 0.847

Oman 0.846

Seychelles 0.845

Venezuela 0.844

Saudi Arabia 0.843

Panama 0.840

Bulgaria 0.840

Saint Kitts and Nevis 0.838

Romania 0.837

Trinidad and Tobago 0.837

Montenegro 0.834

Malaysia 0.829

Serbia 0.826

Belarus 0.826

Saint Lucia 0.821

Albania 0.818

Russian Federation 0.817

Macedonia 0.817

Dominica 0.814

Grenada 0.813

Brazil 0.813

Bosnia and Herzegovina 0.812

Colombia 0.807

Peru 0.806

Turkey 0.806

Ecuador 0.806

Mauritius 0.804

Kazakhstan 0.804

Lebanon 0.803

Armenia 0.798

Ukraine 0.796

Azerbaijan 0.787

Thailand 0.783

Iran 0.782

Georgia 0.778

Dominican Republic 0.777

Saint Vincent and the Grenadines 0.772

China 0.772

Belize 0.772

Samoa 0.771

Maldives 0.771

Jordan 0.770

Suriname 0.769

Tunisia 0.769

Tonga 0.768

Jamaica 0.766

Paraguay 0.761

Sri Lanka 0.759

Gabon 0.755

Algeria 0.754

Philippines 0.751

El Salvador 0.747

Syrian Arab Republic 0.742

Fiji 0.741

Turkmenistan 0.739

Occupied Palestinian Territories 0.737

Indonesia 0.734

Honduras 0.732

Bolivia 0.729

Guyana 0.729

Mongolia 0.727

Viet Nam 0.725

Moldova 0.720

Equatorial Guinea 0.719

Uzbekistan 0.710

Kyrgyzstan 0.710

Cape Verde 0.708

Guatemala 0.704

Egypt 0.703

Nicaragua 0.699

Botswana 0.694

Vanuatu 0.693

Tajikistan 0.688

Namibia 0.686

South Africa 0.683

Morocco 0.654

Sao Tome and Principe 0.651

Bhutan 0.619

Lao People’s Democratic Republic 0.619

India 0.612

Solomon Islands 0.610

Congo 0.601

Cambodia 0.593

Myanmar 0.586

Comoros 0.576

Yemen 0.575

Pakistan 0.572

Swaziland 0.572

Angola 0.564

Nepal 0.553

Madagascar 0.543

Bangladesh 0.543

Kenya 0.541

Papua New Guinea 0.541

Haiti 0.532

Sudan 0.531

Tanzania 0.530

Ghana 0.526

Cameroon 0.523

Mauritania 0.520

Djibouti 0.520

Lesotho 0.514

Uganda 0.514

Nigeria 0.511

Togo 0.499 159

Malawi 0.493

Benin 0.492

Timor-Leste 0.489

Côte d’Ivoire 0.484

Zambia 0.481

Eritrea 0.472

Senegal 0.464

Rwanda 0.460

Gambia 0.456

Liberia 0.442

Guinea 0.435

Ethiopia 0.414

Mozambique 0.402

Guinea-Bissau 0.396

Burundi 0.394

Chad 0.392

Congo 0.389

Burkina Faso 0.389

Mali 0.371

Central African Republic 0.369

Sierra Leone 0.365

Afghanistan 0.352

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Sei motivi per NON vivere in Uruguay

Mi scrive Valeria con la sua esperienza dell’Uruguay.

L’Uruguay è un piccolo stato dell’America del Sud. Occupa una superficie di circa 170 mila Km quadrati e ha una popolazione di circa 3.400.000 abitanti.

Io ho vissuto a Montevideo, la capitale, per poco più di due anni e vi propongo sei motivi per cui non vivere in Uruguay.

Tenete presente che la mia è stata una situazione “singolare”. Non mi sono, infatti, trasferita in Uruguay con l’idea di aprire una qualche attività mia o per conto di qualche società o corpo diplomatico.
Sono andata in Uruguay di mia iniziativa e ho vissuto come tutti gli uruguaiani medi. Mi spostavo in autobus, facevo la spesa al mercato o nei piccoli “almacenes” (tipo negozi di alimentari) e per il mio lavoro (insegnavo lettere nella locale scuola italiana e, alla sera, insegnavo italiano in una scuola di lingue) venivo pagata in pesos uruguayos.

Montevideo - Uruguay
Foto: rtietz su Flickr

Perché non vivere in Uruguay

La sicurezza. E’ vero che rispetto ai vicini Brasile e Argentina l’Uruguay è considerato un paese sicuro, ma il concetto di sicurezza che si ha in Sud America è decisamente diverso dal nostro. Non vi capiterà, infatti, di essere rapinati con una pistola puntata alla testa, ma sì potrà capitarvi di essere scippati e di subire dei furti in casa.
In due anni io ho avuto due furti nell’appartamento nel quale vivevo e tre scippi e altrettanti tentativi di scippo. E vi assicuro che non sono stata un caso isolato. Con il tempo ci si fa l’abitudine e si imparano piccole strategie per difendersi (ad esempio, mai fermarsi di notte a un semaforo rosso e quando di giorno si è “costretti” a farlo, bisogna tenere la borsa sotto il sedile dell’auto), ma si vive in un costante stato di tensione.

La povertà. Durante le prime ore del mattino e in tarda serata il rumore più diffuso nelle strade della città è quello degli zoccoli dei cavalli dei “carritos”. Molte persone che vivono in periferia in condizioni di estremo disagio girano per la città con i loro carretti, spesso accompagnati dai propri figli e rovistano nella spazzatura alla ricerca di cibo, cartoni, bottiglie e qualsiasi altro oggetto da poter rivendere (nei mercatini domenicali non è raro che ci sia chi vende – e chi acquista! – l’oblo della lavatrice, stringhe consunte per le scarpe, water incrostati e privi di smalto, medicine.

Sono molti i bimbi che, pur avendo una famiglia e un “rifugio”nel quale vivere, trascorrono l’intera giornata in strada chiedendo l’elemosina agli incroci o sull’autobus o commettendo vari furti. Nominalmente ci sono diverse politiche a difesa dell’infanzia e sul territorio operano diverse ONG e organismi internazionali. Di fatto, però, molti bambini vengono usati dai genitori o dai fratelli più grandi per commettere furti: sono piccoli e agili quindi possono entrare dalle finestre, arrampicarsi sui balconi e, nel caso in cui vengano presi, non sono punibili.
Tutto questo preclude la possibilità di trovarsi in alcune zone della città o della periferia in determinati momenti e in alcuni quartieri diventa davvero pericoloso, soprattutto per uno straniero, passeggiare anche nelle ore centrali e più trafficate.

La corruzione. Purtroppo è presente sia tra le forze di polizia che tra gli impiegati statali. Può capitare di essere fermati quando si è alla guida e di ricevere la proposta di un “accordo”: il poliziotto non scrive il verbale e chiede per sé un piccolo contributo, in genere di qualche decina di euro inferiore all’ammontare della multa. Per richiedere un sollecito di qualche permesso (sia esso per l’ottenimento della residenza temporanea, sia per l’avvio di un cantiere o altro – e vi assicuro che i tempi “normali” sono davvero estenuanti -) anche l’impiegato pubblico può richiedere un “accordo”.

Il clima. Sono in molti a pensare che l’Uruguay goda di un clima tropicale. In realtà basta osservare un planisfero per vedere che la sua posizione è notevolmente al di sotto dell’ Equatore e quindi, come l’Italia, ha l’alternarsi delle quattro stagioni, con qualche distinguo. L’Uruguay si affaccia su un Oceano ed è molto esposto a diverse correnti. In inverno certo non nevica, ma la temperatura scende di molto, arrivando anche, per lunghi periodi, a zero gradi. Il vento e il mare rendono l’aria molto umida ed è molto difficile scaldarsi. Soltanto le scuole private sono dotate di riscaldamento e molti appartamenti ne sono sprovvisti.
Anche in estate può capitare di avere intere settimane di pioggia con una temperatura più primaverile che non estiva.

Distanza dall’Italia e grandi contrasti con i paesi vicini. L’Uruguay è un paese piccolo e quindi dopo un po’ che ci si vive, si sente la necessità di “evadere”. Tornare in Italia comporta almeno una ventina di ore di viaggio (tra il raggiungere l’aeroporto, il viaggio aereo e poi il raggiungere la meta stabilita) e un costo non indifferente (difficilmente un biglietto di andata e ritorno costa meno di mille, 1200 euro; a meno che non si vada in buquebus a Buenos Aires, da dove si trovano offerte anche a 700 euro…ma a quel punto, meglio trasferirsi a vivere lì!) Se si dispone di uno stipendio in euro e quindi si è riusciti a mettere da parte qualcosa, questo andrà quasi totalmente in fumo con un viaggio in Italia.
Sempre se si dispone di un buon stipendio in euro o in dollari, si può pensare che il costo della vita sia notevolmente inferiore all’Italia. Questo è vero solo in parte: andare a cena fuori non è caro (una grigliata di carne accompagnata da un contorno e vino non costa mai più di 10/15 euro a persona; ben più cara una cena a base di pesce che arriva anche a 40/50 euro a persona), quando necessario ci si può anche muovere in taxi o affittare un’auto con autista. L’affitto di un monolocale in un quartiere “sicuro” si aggira intorno ai 400 euro, un appartamento con due stanze da letto e riscaldamento (che va pagato a parte con le varie spese condominiali) può andare dai 900 ai 1300 euro per arrivare ai 1800 di una casetta con giardino. Comprare vestiti di fattura media costa quanto in Italia e anche i “buoni” prodotti alimentari hanno un costo maggiore.

Basta però spostarsi a Buenos Aires (si trova a 30 minuti di aereo da Montevideo, ma si può raggiungere anche in auto o bus) e tutto cambia. Molti montevideanos si spostano in Argentina nei fine settimana e fanno spesa di cibo e vestiario: un paio di pantaloni, comprati nella stessa catena di negozi, può costare a Montevideo 50 euro e a Buenos Aires 30. A Buenos Aires (che conta 3 milioni di abitanti – 13 nell’area metropolitana) sono meno cari anche gli affitti e i trasporti …e allora perché vivere in Uruguay?

Le città. A parte Montevideo, la capitale, non esistono altre città. La maggior parte della popolazione vive nella capitale e sono poche le mete interessanti da raggiungere. A parte, forse, Salto, nel nord, famosa per le terme (ma anche lì, si tratta di piscine con acqua calda, niente di più), sono pochi i centri interessanti.

Per contro, tuttavia, l’Uruguay dispone di ampi spazi. Si possono percorrere km e km trovando, ai lati della strada, soltanto vacche e qualche pecora.

Se, quindi, si ama vivere a stretto contatto con la natura o se si vuole fuggire da qualcosa o qualcuno, l’Uruguay può fare al caso vostro

Grazie Valeria!

Voi conoscete motivi per i quali vivere in Uruguay? Lasciate un commento!

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