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Studiare a Silicon Valley con le borse di studio Fulbright BEST

A chi vuole andare a studiare all’estero può interessare l’apertura per il 2010 del bando per il programma Fulbright BEST, promosso dall’ambasciata degli Stati Uniti in Italia.

La quarta edizione di questo programma offre la possibilità di andare per sei mesi (Gennaio - Luglio 2011) alla Santa Clara University oltre a fare un internship presso aziende di Silicon Valley.

Il titolo di studio che gli studenti conseguiranno sarà un “Certificate in Technology Entrepreneurship”  (Imprenditorialità e Management applicati al settore scientifico e tecnologico). Questo non è un titolo accademico vero e proprio bensì un titolo di ‘professional development’ (sviluppo professionale), tipologia di studio molto utilizzata nel mondo anglosassone.

Le borse di studio copriranno tutte le spese di iscrizione, viaggio e soggiorno negli Stati Uniti.

Attenzione perché l’offerta non prevede l’estensione della permanenza negli Stati Uniti finito il periodo di studio.

Chi può partecipare al bando?

  • Cittadini italiani
  • Laureati, studenti del dottorato o Dottori di ricerca. Titolo di studio conseguito non più di cinque anni fa. Preferenza per le materie tecnico-scientifiche tipiche della Silicon Valley.
  • Ottima (davvero) conoscenza della lingua Inglese
  • Età massima 35 anni
  • Poca o nessuna epserienza di studio recente negli Stati Uniti

Per maggiori informazioni, il programma Fulbright BEST verrà presentato presso le seguenti sedi:

GENOVA
2 Marzo 2010 ore 14:30, Facoltà di Ingegneria, Università di Genova
MILANO
4 Marzo 2010 ore 15:00, Università di Milano
BOLOGNA
5 Marzo 2010 ore 11:30, Facoltà di Ingegneria, Università di Bologna
TORINO
15 Marzo 2010, Politecnico di Torino

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Studiare all’università all’estero come Free Mover

Giovanni Toschi mi ha contattato raccontandomi della sua esperienza di studio all’estero come Free Mover.

Mi chiamo Giovanni, sono uno studente di economia e marketing internazionale dell’università di Modena e Reggio Emilia, ma dal Gennaio 2009 vivo e studio in Spagna sfruttando le opportunità date dall’Unione Europea riguardo alla mobilità internazionale.

Grazie al programma Erasmus ho fatto il primo passo verso l’estero, le dinamiche di questo tipo di scambio internazionale sono entrate nella vita quotidiana di migliaia di studenti universitari, dando la spinta necessaria a partire anche ai più restii.

Una volta terminata l’esperienza Erasmus la quasi totalità degli studenti ritorna nel proprio paese di origine senza sapere che esiste la possibilità di rimanere per un ulteriore periodo come studente Free Mover.

I free mover sono studenti che, in base ai regolamenti europei per lo spazio comune di studio universitario, decidono di sostenere una serie di esami del proprio corso di studi presso un’università straniera, senza pagare ulteriori tasse e con la certezza di vedersi riconoscere gli esami una volta tornati a casa.

Hanno la totale autonomia nell’organizzazione dello scambio, le condizioni dello scambio sono le stesse dell’Erasmus e una volta ricevuto il via libera dalla propria università e da quella di destinazione il più è fatto.

Io sarò free mover preso l’università di Granada fino a giugno e tornare in Italia per concludere i tre anni e volevo condividere la mia esperienza con altri studenti che stanno cercando una possibilità di studio all’estero.

Come hai scoperto della possibilità di diventare Free Mover?

Tutto è cominciato quando ancora stavo in Italia, nel periodo anteriore alla partenza, sapevo già che sarei partito per Granada e che questa sarebbe stata la mia nuova casa per i successivi 9 mesi. Il problema era che prima o poi i 9 mesi sarebbero finiti, e quindi decisi di muovermi fin dall’inizio per scoprire se vi erano possibilità di prolungare l’Erasmus o la possibilità di partire per un altro programma internazionale una volta tornato a casa. Il primo passo da fare è sempre quello verso l’ufficio rapporti internazionali della propria facoltà o dell’ateneo. Qui mi hanno detto che l’università stava organizzando una serie di conferenze per promuovere gli accordi internazionali che aveva stretto con varie università straniere. Andai ad alcune conferenze poco interessanti finchè non capitai in una che spiegava nei particolari che cosa fosse lo “spazio comune di apprendimento europeo”, ed è qui che mi parlarono del free mover.

E’ obbligatorio fare l’Erasmus prima di considerare il programma Free Mover?

No, non è assolutamente necessario, però il free mover è molto più utile e facile da realizzare nell’università dove si sta facendo l’Erasmus per il semplice motivo di conoscere già i meccanismi locali.

Quali sono i passi concreti da completare per diventare Free Mover?

Il primo passo va fatto verso l’ufficio rapporti internazionali, ogni università gestisce i free mover in modo differente quindi è opportuno sapere quali sono le regole della propria facoltà. Successivamente scegliere una serie di esami del proprio programma di studio che per qualsiasi motivo si vogliano dare all’estero e cercare un università che ci interessi in un paese che faccia parte dello spazio comune europeo di apprendimento. (tutti i paesi dove si puo fare l’Erasmus sono eleggibili per il Free Mover). Scelta la destinazione bisogna contattare l’ufficio rapporti internazionali dell’università dove vogliamo andare e chiedere quali sono le loro procedure di ammissione per i Free Mover. Una volta che ci siamo assicurati l’approvazione dell’università italiana e l’ammissione in quella straniera non resta altro da fare che cercare i corsi che vogliamo frequentare all’estero e scrivere un programma di studi, “learning agreement”, dove specifichiamo esattamente quali corsi stranieri corrispondono agli italiani. Il programma DEVE essere firmato dai responsabili dell due università prima della partenza perchè e la garanzia di vedersi riconoscere gli esami una volta tornati.

Ci descrivi la burocrazia incontrata nel fare domanda?

Il free mover si muove in un limbo normativo enorme che da un lato gli concede libertà assoluta nel percorso di studi dall’altro ma dall’altro lo costringe a gestirsi da solo tutta la burocrazia. Ogni università ha delle procedure diverse, alcune nemmeno sanno cosa sia il free mover. Io ho seguito l’iter burocratiche che ho spiegato prima.

Il programma Free Mover e’ sostenuto da borse di studio?

Il free mover non gode di nessun aiuto economico. E’ il prezzo che si paga per la libertà assoluta. L’Erasmus prevede un aiuto economico ma comporta delle restrizioni (numero minimo di esami da sostenere, conoscenza della lingua etc…), il free mover può andare in qualsiasi università lo accetti, senza limiti di esami crediti etc…ma deve farlo in completa autonomia, anche economica.

Esiste un limite massimo di esami od un periodo massimo di tempo oltre il quale bisogna ‘tornare a casa’?

Non saprei, nel mio caso ho proposto un anno accademico intero con tutti gli esami che comporta e mi hanno lasciato andare, ma come ho gia detto dipende dall’università di origine.

Puoi darci dei link utili a chi voglia capirne di più?

Il sito dell’unione europea dove si trovano tutte le info generali
Il portale specifico per le info sulle opportunità di studio all’estero nella UE
Info sui sistemi universitari dei vari paesi membri

Informazioni specifiche sui singoli paesi si trovano nei rispettivi portali che si trovano scrivendo su google study + il nome del paese in inglese, ad esempio STUDYINDENMARK.COM

Grazie Giovanni!

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Studiare all’università a Siviglia grazie ad Erasmus

Andrea Durante fa parte di quella generazione di studenti che ha fatto il grande salto ed ha studiato all’estero approfittando del programma Erasmus.

Andrea condivide con voi la sua esperienza a Siviglia ed i suoi consigli su come affrontare una avventura che cambierà il corso della vostra vita.

Ci descrivi i tuoi studi universitari?

Ho iniziato la carriera universitaria nel 2002, iscrivendomi a Economia all’Università di Tor Vergata. Ho conseguito la laurea triennale nel 2006 e decisi di fare la Specialistica a Roma 3.

Il primo anno fu un disastro per cui lasciai gli studi ed iniziai a lavorare fino a Ottobre 2008.

Poi mi riprese la voglia di studiare e mi iscrissi alla nuova Specialistica di Tor Vergata e ora sono al secondo anno.

Perche’ hai deciso di intraprendere la strada Erasmus?

Diciamo che l’opportunità di fare l’Erasmus è stata decisiva nel decidere di tornare a studiare. Tanti amici me ne avevano parlato ed ero rimasto affascinato da quello che mi raccontavano e quindi decisi di tuffarmi in questa avventura.

Come hai fatto, in pratica, ad iscriverti al programma?

Nel mese di Gennaio esce il bando Erasmus, con tutte le informazioni utili, come ad esempio sedi, il contributo mensile e le scadenze per presentare le domande. Dopo aver consegnato il modulo si aspetta la pubblicazione delle graduatorie divise per lingua. Successivamente vengono presentate quasi tutte le sedi, in modo da farsi un’idea, e poi arriva il giorno della convocazione per la scelta della destinazione e la firma del contratto.

Hai avuto la possibilità di scegliere Siviglia come destinazione?

Sì, ero indeciso tra Siviglia e Valencia ma grazie al fatto che a Siviglia potevo più esami, la scelta è stata facile.

Com’è l’università in Spagna?

Nel mio piccolo posso dire che è organizzata molto bene. Quasi tutte le materie hanno diversi gruppi con orari differenti, in modo da poter incastrare tutti i corsi senza problemi. Le lezioni partono dalle 8 per arrivare anche alle 21.30. Ci sono aule studio aperte 24 ore al giorno, servizi di assistenza agli studenti (Erasmus e non), centro sportivo, ampia offerta culturale. Insomma, una università come si deve.

Conoscevi già lo Spagnolo prima di partire?

No però la mia università organizza sempre due settimane di corsi di lingue. Ovviamente è un corso molto base, per cui una volta arrivato quì era come se cominciassi da zero.

Lati positivi e negativi della tua esperienza?

Tra i positivi sicuramente il fatto che per la prima volta vivo per conto mio quindi inizio a capire come gestire tante cose. Poi la moltitudine di persone che si conoscono è impressionante: c’è uno scambio culturale incredibile a tutto vantaggio del bagaglio personale di esperienze.

Di negativi sinceramente non ne vedo, a parte il fatto che il nostro assegno mensile è di 230 Euro e non copre nemmeno l’affitto mentre per gli Spagnoli che vanno in Erasmus l’assegno parte da un minimo di 650 Euro.

Cosa consiglieresti a chi vuole seguire le tue orme?

Di farlo senza indugio, di non farsi spaventare dalla lontananza da casa o amici perché questa è un’opportunità che purtroppo capita una volta sola!

Emigrerai una volta finiti gli studi universitari in Italia?

In linea teorica sì, vorrei emigrare. Ho girato un po’ il mondo ed ho visto cosa può offrire di diverso rispetto all’Italia per cui l’idea è quella.

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Studiare all’università a Melbourne, Australia

Elisa Paravidino ha fatto un’esperienza di studio universitario a Melbourne dove vive tuttora e ha gentilmente risposto ad alcune mie domande per aiutare tutti coloro che sognano di studiare in Australia.

Ti faccio una premessa prima di rispondere alle tue domande. Io sono stata exchange student nel 2006/2007, in pratica una specie di Erasmus intercontinentale quindi pagavo le tasse in Italia, ma non qui. Spero comunque che le mie risposte possano essere utili.

Ci descrivi il tuo background accademico in Italia?

In Italia ho studiato all’Università di Bologna. Prima una triennale in Scienze della Comunicazione seguita da una laurea specialistica in Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica. E’ proprio durante la mia specialistica che ho usufruito di un programma di scambio con la University of Melbourne.

Conoscevi già l’Inglese?

Per poter partecipare al programma era necessario passare un test di inglese, IELTS o TOEFL. Io ho deciso di fare il secondo solo perché era più comodo per me. Quindi in teoria dovevo sapere l’inglese già discretamente, ma devo dire che l’impatto con l’accento australiano è stato abbastanza duro. Me la cavavo con lo scritto e con l’ascolto di American English (il TOEFL è infatti un test americano), ma davvero pochino nel parlato.

Cosa sei venuta a studiare a Melbourne?

A Melbourne potevo scegliere corsi in tutto il dipartimento di Arts (che equivale alle materie umanistiche, non solo Lettere, ma anche Psicologia, Sociologia…) e facendone richiesta specifica anche un paio di corsi di altri dipartimenti.

Questo per me è stato un bel vantaggio perché ho potuto sperimentare diversi metodi di insegnamento e soddisfare diversi interessi.

Devo dire che il dipartimento più deludente è stato proprio quello di Media and Communication (l’equivalente di Scienze della Comunicazione), mentre più interessanti i corsi nei dipartimenti di Sociologia e Psicologia.

Che trafila hai fatto per iscriverti?

In questo sono stata aiutata moltissimo dalla mia università italiana. In pratica tutto quello che ho dovuto fare è stato scrivere il codice dell’Università di Melbourne nel test di inglese, in questo modo tutto è stato automatico. Un paio di mesi prima della partenza ho ricevuto una lettera ufficiale di accettazione e con questa ho potuto fare il visto online.

Hai usato agenzie o simili in Italia o in Australia che ti hanno aiutato?

No, essendo studente di scambio sono stata aiutata solo dalla mia università in Italia.

Ci dai un’idea dei costi collegati ad una permanenza da studente a Melbourne?

Per rispondere a questa domanda è necessaria una premessa: io ho studiato a Melbourne nel 2006/2007 e ho deciso di ritornarci nel 2009/2010. In questi 2/3 anni ho visto notevoli cambiamenti di prezzi, soprattutto per quanto riguarda gli affitti. Credo che sia più utile dare un’idea dei prezzi di oggi.

L’affitto è la spesa piu’ consistente. I prezzi sono molto variabili anche perché non esiste una vera e propria regolamentazione quindi può capitare di pagare prezzi molto diversi pure abitando nello stesso quartiere. Molto indicativamente una stanza in una casa condivisa può costare dai 500 AU$ in su (difficile mettere un limite, si trova davvero di tutti i prezzi). Le bollette in generale sono meno care che in Italia, io spendo all’incirca 50$ al mese comprensive anche di internet, ma anche qui dipende da quanti si è a dividere la casa.

I mezzi pubblici sono abbastanza convenienti per uno studente, l’abbonamento mensile costa circa 50$, ma purtroppo gli studenti internazionali non hanno diritto a questo sconto e arrivano a pagare il doppio. Io avevo la fortuna di essere considerata in tutto e per tutto come una studentessa locale, ma purtroppo per chi si iscrive autonomamente le cose sono diverse.

Per quanto riguarda la spesa, ho la percezione che qui si spenda un pò meno, ma forse anche perché, volendo risparmiare, badavo poco alla qualità. A Melbourne c’e’ poi l’ottimo Queen Victoria Market che aiuta moltissimo nelle economie.

Le bevande alcoliche sono molto più care in Australia (mi verrebbe da dire il doppio, ma è sempre difficile fare paragoni con prodotti diversi), mentre uscire a mangiare fuori è molto conveniente. Si può mangiare bene spendendo 12$ a testa.

Ci descrivi la vita universitaria in Australia?

Innanzitutto c’è da dire che l’anno accademico è strutturato in modo diverso: il primo semestre inizia a marzo, mentre il secondo inizia ad agosto. In realtà quelli che in Australia si chiamano semestri durano 12/15 settimane di corso più un periodo successivo per gli esami. Per molti corsi di studio, come ad esempio il mio, non c’erano nemmeno esami finali, ma solo tesine da consegnare una settimana circa dopo la fine del corso. Queste tesine costituiscono la maggior parte del voto, che è anche integrato da lavori durante le settimane del corso e dalle presenze in aula. Un’altra importante differenza con l’Italia è appunto che vengono segnate le presenze e non si possono perdere più di 2/3 lezioni per semestre.

In generale gli Australiani studiano molto meno degli Italiani (ovviamente si tratta di una mia opinione personale, riferita soprattutto al mio ambito di studio) e spesso si trovano a fare le tesine pochi giorni prima della scadenza.

L’idea che mi sono fatta dell’università australiana è che sia più simile alla nostra scuola superiore: sei molto seguito dai professori, si segnano le assenze, i professori tendono ad essere molto buoni con i voti e molto disponibili a confrontarsi con gli studenti anche per questioni pratiche.

Tra i servizi che l’università forniva c’era anche un aiuto nella correzione delle tesine per studenti internazionali, servizio che ho sperimentato ma che non mi ha convinto molto. L’unversità organizzava anche vere e proprie gite a prezzi convenienti per gli studenti internazionali, e questa è stata un’ottima opportunità per scoprire l’Australia.

Consigli a chi vuole seguire le tue orme?

Consiglierei sicuramente di informarsi con l’ufficio relazioni internazionali della propria università in Italia su eventuali scambi con università partner downunder. Questo risparmia molti grattacapi e sicuramente molti, moltissimi soldi. Dalla mia esperienza molto parziale dell’università australiana non mi sentirei di consigliare ad uno studente italiano di iscriversi ad un Bachelor o Master in Australia come studente internazionale: le tasse che si devono pagare sono decisamente eccessive per l’offerta che si ha. Ma questa è un’opinione personalissima, perché ad esempio la University of Melbourne nel 2006 figurava al quarto posto in una classifica internazionale.

L’altro consiglio è ovviamente quello di studiare bene l’inglese prima di partire, ma anche durante il soggiorno. E poi di godere al massimo delle varie pause dagli studi per viaggiare!

Grazie Elisa e buona permanenza in Australia!

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Fiera per Master, Dottorati e Mba all’estero - Roma, 13 Marzo

Sono stato contattato dalla QS, azienda che pubblica annualmente la classifica delle migliori università del mondo dove le università italiane compaiono a malapena nelle prime 200 del mondo.

Ai giovani Italiani interessati a studiare all’estero potrà interessare che a Roma il 13 marzo si terranno in contemporanea due fiere per la formazione internazionale, a cui sono invitati tutti colori che vogliano ricercare opportunità di studio all’estero a livello di master, dottorato e Mba.

Se volete seguire le orme di FrancescoLauraEmilioStefanoMarco continuate a leggere!

Le fiere QS World Grad School Tour e QS World MBA Tour sono gli appuntamenti più importanti per la formazione internazionale post laurea, ai quali è possibile incontrare i responsabili delle ammissioni di prestigiose università e business school da USA, Gran Bretagna, Australia ed Europa, e ricevere utili informazioni su come si fa a selezionare un corso superiore all’estero, qual’è l’iter di ammissione, se ci sono borse di studio indicate o possibilità di finanziamento, e quali sono le opportunità di carriera a seguito di un titolo di formazione post laurea.

In un’unica giornata sarà possibile approfondire e confrontare l’offerta formativa di oltre 50 prestigiosi istituti universitari e di business da tre diversi continenti.

I visitatori delle fiere saranno automaticamente eleggibili a delle borse di studio offerte dalle università e business school in partnership con QS, la società di Londra organizzatrice degli eventi.

Il programma del QS World Grad School Tour:

Ore 13:00 Seminario: “Come preparare la domanda di ammissione”
Ore 14:00 Apertura fiera
Ore 15:30 Workshop a cura del British Council per il superamento degli esami di lingua inglese necessari all’ingresso ai corsi internazionali
Ore 17:00 Chiusura fiera

Alcune delle università partecipanti: Imperial College, EMLyon, Nottingham University, IE Instituto de Empresa, Duisenberg school of finance e molte altre

Il programma del QS World MBA Tour:

Ore 14:00 Seminario: “Business school: selezione e ammissione – i consigli degli esperti”
Ore 15:00 Apertura fiera
Ore 16:30 MasterClass in Management – condotta da un professore della LUISS Business School
Ore 18:00 Chiusura fiera

Alcune delle business school partecipanti: IESE, IMD, Melbourne Business School, Hult, RSM Erasmus, WHU – Otto Beisheim, e molte altre

Il QS World Grad School Tour e QS World MBA Tour sono fiere itineranti che viaggeranno in oltre 100 città nel corso del 2010.

Per maggiori informazioni su altre tappe dei Tour e per registrarsi gratuitamente ed online:

topgradschool (per master e dottorati)

topmba (Mba)

In bocca al lupo!

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Com’è l’università a Zagabria, Croazia?

Martina Masieri ha studiato per quattro mesi all’Università di Zagabria in Croazia utilizzando una borsa di studio. La sua esperienza dimostra che qualsiasi periodo passato all’estero, non importa quanto breve, apre le porte al mondo oltreconfine.

Ci descrivi cosa stai studiando all’università?

Sono iscritta a Studi Interculturali, un corso di laurea sotto Lettere e Filosofia. Studio inglese e serbo-croato.

Perché hai deciso di studiare all’estero per un periodo di tempo?

Da molto tempo speravo di partire ed andarmene per un po’. Cambiare aria e muovermi in un contesto nuovo, straniero. Troppe volte mi è capitato di sentirmi l’Italia troppo stretta, e di aver la sensazione di fare la muffa..! Credo che tutti dovrebbero fare un salto al di là del confine, per migliorare le proprie capacità di adattamento, per misurarsi con nuove persone, modi di fare, tradizioni diverse e cosi facendo trovarsi incredibilmente arricchiti.

Perché Zagabria?

Ho scelto Zagreb innanzitutto per imparare il croato in loco.

Come hai trovato la borsa di studio?

Sono venuta a conoscenza della borsa di studio tramite la mia lettrice di croato. A differenza di una borsa di studio erasmus, quella per la Croazia riusciva a pagare: il corso di lingua, l’alloggio alla casa dello studente (bellissima), l’abbonamento ai servizi di trasporto, la mensa, viaggi e sfizi vari.

Cosa hai imparato studiando e vivendo all’estero?

Molte cose. Prima di tutto ho imparato a gestirmi da sola e farmi bastare i soldi dati. L’adattamento è stato più facile del previsto, proprio perchè non c’è quel casino, quella confusione e malfunzionamento tipico dell’Italia. Proprio per questo ci vuole una buona dose di serietà quando si è all’estero, là non scherzano! L’unica nota negativa del Paese in cui sono stata è, secondo la mia esperienza, l’arroganza e maleducazione di certe forze dell’ordine. In questo caso si rivela necessaria la capacità di parlare un buon inglese e far valere i propri diritti senza farsi prendere dal panico :)

Com’è l’università in Croazia?

La facoltà di Lettere in cui sono stata era un po’ fatiscente.. un blocco di cemento senz’anima. Tuttavia l’organizzazione è ottima a differenza di quella italiana. Se hai una domanda o qualche dubbio sicuramente troverai qualcuno che saprà darti una risposta! I professori che ho conosciuto sono abbastanza giovani, molto disponibili, e pazienti.

Ci descrivi Zagabria?

Zagreb è una bellissima città il cui stile ricorda quello viennese. E’ molto pulita, organizzata, e con tanti spazi verdi. I trasporti sono il fiore all’occhiello, in perfetto orario, puliti, veloci, disponibili anche durante la notte. Ci sono moltissimi concerti per tutti i generi musicali.

Come hai fatto per la lingua?

All’inizio la lingua si è rivelata un problema molto difficile da risolvere, in quanto io e la mia compagna di corso avevamo fatto solo un semestre di croato in Italia ed arrivate alla prima lezione del corso di lingua a Zagreb, ci sentivamo delle perfette imbecilli. Non capivamo una sola parola ed eravamo molto scoraggiate. Tuttavia in due settimane di studio INTENSO siamo riuscite a recuperare le grosse lacune. Poi frequentando i locali della città, viaggiando, conoscendo altre persone alla casa dello studente siamo migliorate moltissimo.

Consigli per chi vuole seguire le tue orme?

Consiglio a tutti di visitare e vivere paesi slavi come Croazia, Serbia, Montenegro e molti altri. Hanno un fascino incredibile. Belgrado, capitale delle Serbia, ad esempio è FAVOLOSA, bellissima, è una città viva e allegra, nonostante sia uscita dalla guerra pochi anni fa. Informatevi sulle opportunità di studiare in questi paesi, siate curiosi!

Grazie Martina ed in bocca al lupo!

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Differenze tra università, mondo del lavoro in Svezia ed in Italia

Gatto Solitario è un ricercatore italiano emigrato in Svezia e ci rivela le differenze tra l’università in Italia ed in Svezia oltre a darci un panorama della vita in Svezia.

Come hai trovato il posto di ricercatore in Svezia?

Stavo per finire il mio dottorato in Italia, e quindi mi stavo guardando in giro per cercare un’occasione di lavoro all’estero.

Questo anche perché in Italia non c’era nessuna possibilitá di crescere e di fare carriera, quei pochi posti disponibili erano altamente sottopagati e non vedevo l’ora di vedere il resto del mondo. Secondo me ogni persona che fa ricerca deve cambiare almeno un paio di nazioni (ed io l’ho fatto solo una volta).

Era un tardo pomeriggio di agosto quando mi é caduto l’occhio su un annuncio per un post-doc in Svezia. Ho quindi guardato il sito del gruppo di ricerca, letto le loro ultime pubblicazioni ed ho deciso di inviare una email per mostrare il mio interessamento per la posizione.

Il giorno dopo colei che sará il mio futuro capo mi invita per a fare un seminario presso il dipartimento per mostrare il mio lavoro di dottorato, quindi mi intervistano una serie di persone e poi torno in Italia. Tutto pagato ovviamente da loro, aereo compreso. Dopo qualche settimana mi dicono che mi vogliono e quindi ad inizio Novembre 2005 arrivo qui.

Inoltre sulla scelta dell’estero non é da sottovalutare il “razzismo” interno in Italia. Io napoletano feci un colloquio al nord Italia e mentre parlavo con il direttore dell’istituto questo mi chiede : ” Ma poi tu sei di Napoli, riesci a vivere così lontano da casa?”. E mi offrivano la bellezza di 1100 euro al mese per un anno. Beh, la storia parla da sola su cosa ho scelto e visti i risultati ho fatto bene : )

Quali sono le differenze tra il fare il ricercatore in Italia e farlo in Svezia?

Diciamo che piú che paragonare l’Italia e la Svezia io paragonerei l’Italia ed il resto del mondo occidentale (in istituti di un certo livello internazionale). Ho diversi amici che lavorano in giro per il mondo, anzi se ho fatto bene i conti 27 su 30 dei miei compagni di corso ormai vivono all’estero in maniera definitiva o quasi.

Diciamo che quello che ho avuto modo di vedere, e che a grandi linee succede anche altrove, é che sei libero di fare la tua ricerca e di esprimere le tue idee, l’importante é argomentarle in maniera professionale e scientifica. Tutti, a partire dal capo di Dipartimento, sono lí per ascoltarti. Poi ovviamente facilitá di accesso ad apparecchi molto sofisticati, molti fondi per acquistare materiale, molti seminari a disposizione ed un ambiente molto internazionale.

Lavorare fianco a fianco con persone che vengono da quasi ogni parte del mondo é un’esperienza importante sia da un punto professionale che da un punto di vista umano. In Italia, per mia esperienza, lavorano pochissimi ricercatori stranieri, ed é molto male. Ma giustamente, se noi andiamo via, perché loro dovrebbero venire, combattere per avere un permesso di soggiorno e poi lavorare sottopagati?

Altra differenza sostanziale é che si é tutti allo stesso livello (generalmente), quindi uso lo stesso stile di comunicazione con uno studente o con il professorone in aurea di Nobel.

Vieni giudicato solo per quello che produci da un punto di vista scientifico, non conta (generalmente) essere figli di qualcuno o avere raccomandazioni in alte sfere. Questo non vuol dire che non esistano i “circoli privilegiati”, ma il 90% di chi ci é dentro lo é per i propri meriti sul campo, e attrarrà altre persone meritevoli intorno a se.

Aspetti positivi e negativi del mondo del lavoro in Svezia?

Parleró qui solo di aspetti lavorativi allora, non di “societá” in generale. Gli aspetti positivi sono le ore di lavoro giornaliere, che sono teoricamente otto, ma tanto poi si sa che in un laboratorio si lavora a ciclo continuo :D

Altrove alle 16:00-17:00 in genere si va a casa, anche se nelle company c’é chi lavora fino alle 17:30-18:00. Esistono alcune persone che lavorano anche di notte poi da casa. Ci sono poi il gran numero di giorni di vacanza (25-30 giorni), il rispetto per il lavoratore, le leggi ed i regolamenti, la paritá di trattamento tra uomini e donne, la possibilitá di avere 10 mesi di paternitá e 10 di maternitá pagati, lo stipendio arriva sempre nello stesso giorno puntualissimo.

É possibile farsi rispettare per la qualitá del proprio lavoro, indipendentemente dalla tua etá. Quando sono arrivato qui avevo 26 anni, e giá dopo due anni avevo studenti da seguire e potevo inventare nuovi progetti e seguirli in quasi totale autonomia, chiedere fondi. Ho poi avuto la fortuna di lavorare con una persona (il mio supervisore) che aveva voglia di provare cose nuove, che era molto appassionata di quello che faceva, ed ovviamente non accade sempre. Alla fine il lavoro ed un pizzico di fortuna ci hanno fatto pubblicare tre articoli in tre anni, di cui con primo nome su Nature Cell Biology.

Forse un aspetto negativo é che in alcuni luoghi di lavoro (non dove sono io) si é quasi costretti a fare due pause caffé al giorno di 30 minuti sempre alla stessa ora per “socializzare” con i colleghi. Comunque ho notato che é un’abitudine non molto diffusa nelle grandi company o tra le persone piú giovani. Altro problema, per chi deve “entrare” nel mondo del lavoro, é che spesso si trova lavoro tramite “networking”, quindi tramite conoscenze interne. Che peró non vuol dire che assumono chi é incompetente, quasi mai. Ma che tramite il giro di conoscenze nell’ambiente é piú facile essere conosciuti ed apprezzati per il proprio lavoro, e quindi é anche normale che é piú facile farsi assumere.

Molti cambiano lavoro ogni 3-4 anni, il che vuol dire che c’é una rotazione continua tra le varie aziende concorrenti nello stesso campo, e sono in genere i migliori quelli a girare di piú in quanto richiesti. É comunque un fenomeno diffuso ovunque, anche in altri paesi occidentali.

Come fai per la lingua?

Io ho sempre lavorato in inglese, visto che nel mio campo é la lingua di uso comune. Poi vivendo qui ho piano piano imparato lo svedese, facendo qualche corso e poi “lanciandomi” con gli autoctoni. Adesso lo parlo fluentemente e tengo anche seminari in svedese in pubblico. É una lingua alla fine non molto difficile secondo me, e poi mi piace parlarla.

Quali sono le differenze tra la mentalita’ italiana e quella svedese?

Questa é una domanda da cento milioni di dollari. Non mi piace generalizzare, e secondo me le persone alla fine sono abbastanza simili un pochino ovunque. Secondo me é la societá nel suo complesso che crea delle situazioni per cui le persone poi sono portate a comportarsi in un modo o in un altro. E poi evolve nel tempo, ma anche nello spazio. A me sembra di vedere alcune cose cambiare qui in Svezia da quando sono arrivato quattro anni fa, ed allo stesso modo una persona di Stoccolma ha una mentalitá spesso molto diversa da una che viene da un piccolo paese.

Fatta questa premessa secondo me in generale gli svedesi hanno la tendenza a dare una grande importanza al fatto di essere in perfetto orario, a pianificare tutto con largo anticipo. Ci si puó affidare abbastanza bene al sistema una volta che ci si é dentro, e piú o meno si sa come andranno le cose.

Un italiano, abituato a vivere e soprattutto a sopravvivere in Italia, ha secondo me sviluppato diverse abilitá di improvvisazione e di adattamento superiore alla norma.

Altra cosa che apprezzo molto in Svezia é il rispetto da parte dei superiori. Insomma sono sempre stato trattato come un essere umano ed una risorsa per il laboratorio o per l’azienda, e mai come un limone da spremere. L’idea che é che non si vive per lavorare, ma che é fondamentale avere una vita bilanciata tra la parte lavorativa e quella privata.

Questo, in veritá, l’ho notato anche con altri superiori non svedesi ma di altri paesi europei. Infine c’é pochissima voglia di “fregare il prossimo” da queste parti, ci si puó fidare abbastanza. Questo non vuol dire che si puó vivere con gli occhi chiusi e senza guardarsi le spalle, ma diciamo che non é un esercizio quotidiano come era in Italia.

Che consigli daresti a chi vuole seguire le tue orme?

Secondo me la cosa principale se si vuole diventare ricercatori é di andarsene il prima possibile, e fare un dottorato all’estero.

Non é facile ma nemmeno impossibile. Probabilmente é molto piú semplice essere assunti per un dottorato fuori che per un post-doc quando il dottorato in Italia non é stato molto fruttuoso. Non bisogna lasciarsi incantare dalle sirene che ti promettono un posto dopo 10 anni come “sottoposto” (tipo film di Fantozzi per capirci).

Anche perché, se proprio ci si arriva anche a 40 anni, ci si scontrerá con la mancanza di risorse croniche in Italia, e si avrá uno stipendio pari a quello di chi si occupa di pulizie in altri paesi esteri. Ci sono ovviamente eccellenti ricercatori in Italia, che fanno scoperte molto importanti quasi senza risorse, ed alcuni centri di ricerca eccellenti, spesso finanziati da enti esteri. Ma mi chiedo, ed é una valutazione personale, se valga la pena dover lottare tutti i giorni della propria vita, quando un bravo ricercatore é ben richiesto in molti paesi, ben pagato e soprattutto gli viene dato/a una prospettiva di vita dignitosa.

Poi ovviamente altri consigli sono imparare la lingua del posto, essere curiosi in generale verso le cose nuove e diverse. Alla fine chi ha delle buone competenze e soprattutto ha dei buoni “social skills” riesce a trovare la propria strada in qualunque situazione.

Grazie Gatto Solitario!

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Impressioni sul mondo dello studio e del lavoro in Silicon Valley, California

Francesco Riboli ha passato sei mesi di studio / lavoro in Silicon Valley. Ecco le sue impressioni.

Sono stato in Silicon Valley dal settembre 2008 ad aprile 2009. Ho vinto una borsa Fulbright BEST.

Durante il soggiorno ho seguito lezioni di business al Center for Innovation and Entrepreneurship CIE presso la Santa Clara University, nel cuore della Silicon Valley.

In parallelo ho svolto periodi di stage presso Il Technology to Business Center delle SIEMENS situata a Berkeley (10 minuti da San Francisco) e presso alcune Start up con sede presso la Stanford University.

Nonostante il mio soggiorno sia stato breve (6 mesi), vi assicuro che la Silicon Valley è un posto unico al mondo che offre infinite opportunità, lavorative, di studio e di crescita interiore. Credo che il valore aggiunto sia che oltreoceano la gente è disposta ad ascoltarti e a promuoverti se hai idee brillanti, hai voglia di lavorare e sei motivato. In poche parole loro investono sulle persone. Se andate li convinti con idee interessanti, troverete sicuramente qualcuno che è disposto ad ascoltarvi e seguirvi.

Fondamentale è il network di persone che vi dovete creare. Per questo mi è stato molto utile la rete di italiani che risiedono e lavorano a San Francisco e che hanno creato il Baia-network. Promovuono molti eventi di mixer sia a San Francisco che in Italia.

Ho seguito il programma Fulbright-BEST insieme ad altri 13 italiani. Tutti provenienti dal campo scientifico ma con competente differenti (fisici, chimici, ingegneri dei materiali, aereospaziali, telecom, biologhi, computer science).

Abbiamo da poco fondato un’associazione (bestalumni) il cui scopo è proprio quello di informare/consigliare e creare eventi network. A breve saremo operativi.

Grazie Francesco!

Chi di voi ha esperienze simili? Lasciate un commento!

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Cosa insegna l’esperienza Erasmus in Spagna

Sabrina Trulli ha fatto l’Erasmus in Spagna per migliorare la propria conoscenza dello Spagnolo e ci racconta la sua esperienza.

Ci descrivi la tua esperienza studentesca prima dell’Erasmus?

Le lingue straniere mi sono sempre piaciute, fin da piccola, fin dalle elementari.

Arrivato il momento di scegliere l’istituto superiore ho seguito la mia passione per le lingue e mi iscrissi al Liceo Linguistico Niccolò Machiavelli di Roma (l’ex istituto Oriani).

La mia passione per l’inglese era infinita, adoravo quella lingua e “sognavo l’America”.

Ebbi la fortuna di avere un’ottima insegnante di inglese, la Professoressa Marina Tornaghi che, all’età di 15 anni, ci diede l’opportunità di fare uno scambio culturale in Olanda per praticare e acquisire bene la lingua inglese. Perché l’Olanda e non l’Inghilterra?

Noi ragazzi saremmo voluti andare in Inghilterra: ci “ispirava” di più, era il luogo dove si parlava il “vero” inglese, quell’inglese che tanto ci piaceva e che probabilmente aveva inciso sulla scelta del liceo.

Purtroppo però, la professoressa ci informò che con l’Inghilterra uno scambio culturale a tutti gli effetti non sarebbe stato possibile, in quanto gli inglesi erano disposti ad accoglierci in famiglia, ma non erano altrettanto disposti a venire accolti da noi, nelle nostre case…

Quindi si optò per i Paesi Bassi: in Olanda tantissime persone parlano inglese, e lo parlano benissimo; gli studenti hanno un livello di inglese molto superiore al nostro, un po’ perché l’olandese è una delle lingue del ceppo germanico, come l’inglese, quindi la vicinanza linguistica spesso aiuta, e un po’ perché lì in Olanda non traducono tutto: molti cartoni animati e film hanno solo i sottotitoli in olandese, quindi un bambino se fin dai primi mesi di vita viene “costretto” quantomeno ad orecchiare i suoni dell’inglese, in età scolare farà meno fatica nell’acquisizione di questa lingua anche perché avrà ormai appreso, inoltre, un discreto numero di parole grazie ai cartoni.

15 giorni in Olanda ospitati in famiglie e altri 15 giorni ospitammo noi gli studenti olandesi.

Esperienza incredibile e un mese di full immersion nell’inglese… non male, eh?!

Passa qualche anno e, come succede spesso, a quell’età le cose cambiano, cambiano i gusti e gli interessi.

Il mio spasmodico interesse per l’inglese lasciava il posto a quello per lo spagnolo, lingua che se non fosse stato per uno strano gioco del destino, non avrei neanche iniziato a studiare.

Arrivò la maturità, e il momento di scegliere il corso di laurea.

Ovviamente, rimasi fedele alla mia passione per le lingue e mi iscrissi a Lingue e Comunicazione Internazionale, curriculum Lingue e Linguistica all’Università RomaTre.

Prima però, avrei dovuto superare una prova di ingresso in lingua straniera e cultura generale.

Potevo scegliere la lingua del test, e nel caso l’avessi superato, quella sarebbe diventata la mia prima lingua di studio, ovvero la lingua in cui poi avrei raggiunto un livello C1 e la lingua in cui mi sarei dovuta laureare. Scelsi l’inglese, perché nonostante volessi scegliere lo spagnolo, in quest’ultima non mi sentivo proprio all’altezza per superare il test… in fondo la mia passione per lo spagnolo era nata da poco e nei 5 anni di liceo avevo studiato questa lingua in maniera superficiale e approssimativa.

Mi informai se potevo accedere tramite il test in inglese e cambiare poi la prima lingua: si poteva fare, ma avrei dovuto superare un ulteriore test di spagnolo a metà anno.

E così feci.

Mi impegnai tantissimo e finalmente superai il test di spagnolo. Ora sì, la mia prima lingua era lo spagnolo!

Secondo anno di università: la voglia di andare in Erasmus era tantissima. Avevo voglia di migliorare e praticare la lingua. Appena uscì il bando, lo compilai e consegnai.

Vinsi la borsa… e partì!

Quali sono i passi pratici che hai fatto per concretizzare la possibilita’ di questa esperienza?

Le Università, ogni anno, pubblicano un bando per poter usufruire della borsa Erasmus.

Basta compilare il modulo e in base al profitto, si stila una graduatoria. I vincitori hanno quindi la possibilità di andare a studiare per un periodo prestabilito, all’estero.

Inizia quindi tutto un iter, previsto dalla propria Università e da quella straniera, in cui bisogna compilare moduli, farli firmare, consegnarli, inviarli all’Università straniera che ti accoglierà, etc.

Almeno fino a qualche anno fa, la procedura era abbastanza scocciante, ma si è abbastanza euforici per non sentirne il peso!

In linea di massima, quali sono i costi associati con lo studio all’estero?

Dipende.
Dipende da dove si va.
Diciamo che la Spagna non è così cara come può esserlo l’Inghilterra.
Italia e Spagna, più o meno, hanno un costo di vita simile.
Poi, c’è da dire anche che conta molto anche la città in cui si andrà a vivere.
Il mio consiglio è quello di scegliere città medio/piccole per svolgere l’Erasmus.
Evitare le capitali, in cui gli affitti sono molto alti e il costo della vita anche.

Comunque, in qualsiasi posto si deciderà di andare, bisognerà mettere in conto:

· Affitto (e le varie spese di luce, gas, internet, etc)
· Cibo
· Libri e dispense da comprare
· Vita mondana (locali, divertimenti, cinema, musei, etc)
· Biglietto aereo di andata e ritorno (più eventuali ritorni a casa)

Per quanto mi è riguardato, io ho speso sui 500 € al mese, nel 2007.

Però ecco, io vivevo in una cittadina non molto cara e non mi privavo di nulla: se l’associazione Erasmus organizzava qualche viaggio, io me lo facevo… se c’era qualche mostra che mi interessava ci andavo; concerti e cinema, stessa cosa.

Dove sei andata in Spagna?

Sono stata a León, Spagna.

León si trova nel nord-ovest della Penisola Iberica. È una bellissima cittadina situata a 820 metri sul livello del mare. Conta con una popolazioni di 134.305 abitanti.

D’inverno fa freddo, ma è un freddo secco, non umido. D’estate fa caldo, ma non è afoso.

Intorno León ci sono montagne favolose e una natura affascinante.

La città è a misura d’uomo: c’è tutto.

I mezzi pubblici funzionano davvero, e non come in Italia. Anche se personalmente li ho usati poco, perché León è una città che permette di arrivare da un capo all’altro anche solo camminando…

Questo fa sì che il traffico sia anche meno intenso rispetto alle grandi città.

Negozi e supermercati ce ne sono in abbondanza e c’è anche il famoso “El Corte Inglés”, tipo il britannico “Harrods”, dove si trova di tutto.

È una città sicura e tranquilla.

L’unica nota negativa: raggiungere la città.

León ha un aeroporto, sì, ma non è raggiunto da compagnie low-cost e comunque non sono previste tratte internazionali da e per questo aeroporto. Quindi, dall’Italia, per arrivare a León si va fino a Madrid, Santander, o Santiago de Compostela e da lì si prende il pullman o il treno.

La mia destinazione l’ho scelta io, dopo aver ponderato bene una serie di cose.

L’ho scelta, tra quelle disponibili, perché appunto non era una grande capitale, quindi non era cara, poi perché parlano uno spagnolo ottimo, i corsi all’Università sono tutti in spagnolo (e non come a Barcellona, in cui alcuni corsi sono in catalano, compresi gli esami) e infine perché altre mie due compagne di studio c’erano già andate l’anno prima e si erano trovate benissimo.

Lati positivi e negativi dell’esperienza?

Lati positivi, tanti.

Innanzitutto per me, il consolidamento della lingua.

E qui c’è da aprire una parentesi e spiegare che non sempre l’Erasmus equivale all’apprendimento della lingua straniera.

Il perché è molto semplice, ma non chiaro a tutti: molti studenti italiani vanno all’estero con un livello di lingua -basso, per lo più- e tornano a casa con uno ancora peggiore perché rimangono “attaccati” ad altri italiani, affittando appartamenti (che io chiamo “only Italians allowed”) con italiani, uscendo con italiani, e ultimo, ma non ultimo, prendendo appunti in italiano durante le lezioni.

Lo so è difficile, soprattutto all’inizio: ci si sente soli, in un Paese straniero, senza sapersi esprimere bene, senza neanche capire bene. Ma attaccarsi ad altri italiani che magari sono arrivati prima, non è la soluzione: questo non significa che non bisogna avere contatti con gli italiani… ma se dobbiamo stare solo con gli italiani, a questo punto uno se ne stava a casa propria.

Io non dico neanche che bisogna fare gli eroi della situazione, però su, un po’ di coraggio e pensiamo che l’Erasmus, innanzitutto, ha l’obbligo di farci crescere e farci acquisire, prima che la lingua, le capacità di sbrigarcela da soli.

Se aspettiamo che ci venga data sempre la pappa pronta, persino all’estero, allora forse è meglio restare a casa e lasciare ad altri la possibilità di crescere veramente.

Altri lati positivi:

· Conoscenza di nuove persone straniere.
· Conoscenza di una nuova cultura, quella del Paese in cui si va, e conoscenza della cultura delle persone che si andranno a conoscere e con cui ci si relazionerà.
· Apprendimento di usi e costumi locali.
· Conoscenza di un sistema di professorato e insegnamento diverso da quello italiano.
· Maggiore possibilità di conoscere città relativamente vicine al luogo dell’Erasmus.
· L’Erasmus insegnerà a chi non lo ha mai fatto, a gestirsi la propria “vita domestica” (cucinare, lavare i piatti, i panni, stirare, pulire casa, etc).
· È un’ottima occasione anche per sapersi gestire i propri soldi.
· Si impara che per sbrigarsela bisogna fare affidamento in primis, su noi stessi.
· Ci si accorge che l’Italia non è il centro del mondo.

Lati negativi dell’Erasmus, personalmente non credo ce ne siano tanti, soprattutto perché riesco a trasformarli in positivi.
Ma comunque potrebbero essere:

· Il denaro.
Il compenso che dà l’Università è esiguo. Tre anni fa, a RomaTre, davano 300 euro al mese (ma una parte li davano dopo qualche mese che si era iniziato l’Erasmus, l’altra parte a rientro avvenuto, quindi in parole povere bisogna anticipare tutti i soldi). Ovviamente vivere all’estero con soli 300 euro al mese non è possibile.
· Si sta lontani da parenti e amici.
· Se non si è fortunati ci si ritrova a vivere con coinquilini con cui non si va d’accordo.
· Per le ragazze, riuscire a far entrare tutti i vestiti nella valigia è una tragedia! J

Che consigli daresti a chi vuole andare a studiare all’estero?

· Innanzitutto bisogna volerlo veramente. Altrimenti se non si è totalmente convinti, l’esperienza si potrebbe trasformare in un incubo.

· Poi, già l’ho scritto, ponderare bene la scelta della meta Erasmus sulla base di varie cose, ovvero:
- se possiamo permettercela economicamente
- se la lingua del Paese che scegliamo è veramente utile ai fini del nostro corso di studi e se è importante per il nostro futuro
- se la meta ci offre quello che ci aspettiamo che ci dia.

· Seguire le lezioni aiuta tantissimo: un po’ perché ci fanno immergere negli argomenti dell’esame e poi perché aiuta nel consolidamento dell’ascolto in lingua straniera. Inoltre scrivere appunti durante le lezioni ci aiuta ad imparare il lessico specifico per quell’esame e ci aiuta ad automatizzarci nella lingua.

· Portarsi un computer portatile: all’estero, i metodi di insegnamento sono molto diversi da quelli italiani. Spessissimo i professori chiedono di scrivere relazioni, saggi e resoconti vari al computer e, anche se tutte le Università possiedono computer per gli studenti, averne uno proprio aiuta moltissimo.

· Scegliere un appartamento che abbia un collegamento ad internet:
Si sa, un computer senza collegamento ad internet è quasi inutile. All’estero, internet è meno caro che in Italia.

· Compare un sim locale.

· Evitare di portarsi troppi contanti. Meglio farsi caricare i soldi su una carta prepagata.

· Quando si esce, meglio lasciare a casa i documenti originali e girare con le fotocopie, perché se perdiamo il portafoglio con dentro carta d’identità, passaporto e patente, è davvero un problema enorme.

· Portarsi un dizionarietto (e se possibile, una piccola grammatica).

Lo rifaresti?

Assolutamente sì.

Grazie Sabrina!

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Indipendenti a 23 anni con un dottorato in Olanda

Laura Agazzi si è resa indipendente dalla famiglia a 23 anni grazie alla decisione di andare a conseguire un dottorato in Olanda.

Perchè il salto da Pavia all’Olanda?

Per varie ragioni… Partiamo da lontano: a 16 anni ebbi l’opportunità di andare negli Stati Uniti per un anno come exchange student grazie ad una borsa di studio Intercultura. Un anno all’estero da sola e a quell’età è un’esperienza che fa maturare in fretta e che fa nascere la voglia di viaggiare per conoscere popoli e culture diverse; senza di essa non credo sarei qui oggi.

Durante gli anni universitari sentivo in me la voglia di rifare l’esperienza e tentare nuove avventure anche se questa volta però volevo fare la conoscenza del Nord Europa. Inoltre volevo rinfrescare il mio inglese, che si stava un po’ arrugginendo. Decisi di non andare in Erasmus perché tutte le persone che conoscevo che ci erano andate finivano per perdere tempo, mentre io volevo laurearmi in fretta.

Decisi quindi di rinviare la partenza al dopo-laurea.

Qualche mese prima della discussione della tesi iniziai a dare un’occhiata in giro. Desideravo fare ricerca a livello accademico, per cui il PhD (dottorato) era la scelta d’obbligo. Pavia non offriva nulla che mi interessasse particolarmente, il che mi rese ancora più determinata ad andare all’estero. Dopo qualche blanda ricerca, trovai una proposta interessante praticamente per puro caso… Una mia compagna di studi andò ad una conferenza dove incontrò un professore del gruppo dove lavoro attualmente, il quale era alla ricerca di potenziali dottorandi con determinati requisiti. Il profilo si adattava perfettamente a me, per cui provai ad inviare domanda e poco tempo dopo mi contattarono per invitarmi ad un colloquio (a loro spese)! Ottenuto il posto, partii una settimana dopo la laurea per l’Università di Twente.

Ci descrivi i passi pratici per seguire un percorso simile al tuo?

Basta dar un’occhiata a siti internet quali Find a PhD o le borse di studio Marie Curie. Oppure, se avete già adocchiato un gruppo o un’Università che vi interessa, potete andare sul loro sito internet e vedere se vi sono offerte di lavoro. Se state per completare la tesi, potete anche chiedere al vostro relatore se è a conoscenza di colleghi/collaboratori all’estero che sono alla ricerca di dottorandi. In tal caso, avete una “garanzia” sul luogo dove andrete a finire e rimane aperta la possibilità di eventualmente tornare in Italia dopo il dottorato.

Come fai per la lingua?

Il gruppo di ricerca dove lavoro molto internazionale, per cui si parla in inglese. Su dodici dottorandi solo tre sono olandesi, il resto viene da Cina, Vietnam, Sud Africa, India, Turchia, Finlandia e Italia. I corsi (specialmente quelli di laurea specialistica) sono tenuti in inglese. Inoltre la grande maggioranza degli olandesi parla inglese. Di conseguenza, imparare l’olandese non è indispensabile, e la maggior parte dei dottorandi infatti non lo fa. Io ho deciso comunque di impararlo per poter comunicare con le persone con cui interagisco al di fuori dell’Università. I corsi sono tenuti presso l’Università e sono gratuiti per i dottorandi, quindi perché non approfittarne…

Com’e’ l’ambiente universitario in Olanda?
Il sistema universitario è un business vero e proprio, per cui i professori scrivono proposte di ricerca, ottengono i finanziamenti e i dottorandi portano avanti il lavoro di ricerca, che viene presentato poi in conferenze o articoli. L’originalità e l’interesse delle proposte di ricerca presentate, unite al successo (o meno) dei progetti passati determina l’attribuzione di finanziamenti al gruppo e quindi la possibilità di comprare strumenti, assumere dottorandi o post-dottorandi, eccetera. L’andamento del proprio lavoro incide quindi sulla sopravvivenza del gruppo, per cui si lavora molto (notti e fine-settimana compresi) per far sì che le cose vadano per il meglio.
In genere un gruppo è composto da un capo (il mio ha circa 45 anni), tre o quattro altri professori a capo di “sotto-gruppi”, alcuni tecnici, un numero variabile di dottorandi e post-dottorandi e una segretaria. Ogni “sotto-gruppo” ha una riunione una volta a settimana per discutere l’andamento dei lavori, ma per quanto riguarda la propria attività il dottorando è lasciato a se stesso sin dall’inizio, il che comporta l’assunzione di molta responsabilità individuale e indipendenza, ma anche un discreto numero di errori e perdite di tempo. Comunque possiamo sempre contare sull’aiuto dei tecnici e le porte del capo sono sempre aperte per una discussione…

Altri compiti sono: tenere le esercitazioni per gli studenti di laurea triennale e specialistica, aiutare a preparare e correggere gli esami, seguire stagisti e laureandi e scrivere rapporti per il proprio progetto di ricerca. Due volte l’anno poi bisogna presentare il proprio lavoro di fronte a tutto il gruppo e una volta l’anno la presentazione è seguita da una discussione con il capo e i propri supervisori per discutere l’andamento del progetto. Se la discussione ha esito positivo, otteniamo un aumento di stipendio! Questo lavoro comporta molto impegno e pressione, ma è ben remunerato e l’Università ci “coccola” non poco.

Tanto per fare qualche esempio possiamo usare la palestra, piscina ed usufruire di altre attività sportive gratuitamente, possiamo seguire corsi formativi e di lingua gratis, varie volte l’anno vengono proposte le “settimane della salute” in cui è possibile farsi fare un check-up medico, provare nuove attività sportive, farsi massaggiare e riparare la bici… e la lista non finisce qui.

Per quanto riguarda la vita degli studenti, immaginate un campus americano… L’Università di Twente è l’unica Università-campus dell’Olanda, simile ad una cittadella con alloggi, supermercato, banca, palestra e campi sportivi vari, teatro…Gli studenti risiedono qui durante la settimana, ma tornano a casa dai genitori nei weekend. Gli studenti devono seguire un certo numero di corsi ogni trimestre ed ottenere un certo numero di crediti. Il voto di ogni esame viene determinato in base ai compiti a casa, esperienze di laboratorio e l’esame scritto finale. E’ obbligatorio fare anche uno stage all’estero per qualche mese (di solito sei mesi). Come in Italia, c’è un lavoro di tesi prima della laurea. Data la presenza di un elevato numero di compagnie nella zona, un laureato trova facilmente lavoro entro breve tempo e gli stipendi sono piuttosto elevati. Altro che i mesi/anni di stage non pagato offerti ai neo-laureati in Italia!

Puoi darci un’idea (di massima) dell’impegno finanziario che una permanenza all’estero come la tua puo’ comportare?

In pratica solo il viaggio (che comunque viene rimborsato più avanti) e il primo mese d’affitto! Il dottorato in Olanda è considerato a tutti gli effetti come un lavoro, e lo stipendio è uno dei più alti in Europa, per non parlare poi dei numerosi bonus… Ad esempio abbiamo un numero spropositato di giorni di ferie, che per ragioni pratiche nessuno riesce ad utilizzare. L’Università ci offre allora la possibilità di re-investire le ferie non utilizzate ed ottenere un aumento di salario, o comprare una bicicletta (indispensabile in Olanda), o investire soldi nella pensione, eccetera…

Esistono borse di studio?

Come detto, il dottorato è un lavoro vero e proprio. Se siete studenti universitari e volete dare un’occhiata in giro prima di decidere, c’è la possibilità delle borse di studio Erasmus.

Ci descrivi la città in cui vivi?

Qui arriva il punto dolente… Il campus sta a metà strada (5 Km circa) tra le città di Enschede ed Hengelo. Entrambe le città non sono particolarmente interessanti, soprattutto a chi, come me, piace visitare musei e passeggiare per città d’arte. Qui siamo nel mezzo di campi e boschi… e le città più interessanti dell’Olanda (Amsterdam, Rotterdam, Den Haag, Utrecht) si trovano a circa 2 ore di treno da qui. Per i quattro anni del dottorato va bene così, ma dopo mi piacerebbe andare in qualche posto più interessante.

Come ti ha cambiata l’esperienza all’estero?

Sicuramente vivere all’estero apre la mente, rende indipendenti e self-confident ma specialmente insegna ad essere flessibili e ad adattarsi. Ho imparato a mettere da parte paure e timidezze e a stringere relazioni velocemente. In più ho potuto rinfrescare il mio inglese e imparare una nuova lingua e tra un paio d’anni avrò un titolo di studio (il PhD) che mi aprirà le porte della carriera universitaria o mi permetterà di accedere a ruoli altamente professionali e ben remunerati in aziende in tutto il mondo.

Rimpianti o difficoltà?

Ovviamente i primi tempi non sono facili. Si viene catapultati di punto in bianco in un paese straniero, senza famiglia ed amici, alle prese con un nuovo lavoro, una nuova città e la burocrazia olandese (che a volte compete con quella italiana!) Ci vuole tempo per adattarsi costruire una rete di amicizie. Altre piccole cose: a volte mi capita di svegliarmi con una gran voglia di pizza! Il cibo olandese non è particolarmente rinomato…Da gennaio ad aprile non si vede mai il sole e le temperature massime d’estate superano raramente i 25 C. Mi mancano molto le montagne, il punto più alto in Olanda è una collina di 320 m condivisa con Belgio e Germania. Più seriamente, ho tre nipoti piccoli e rimpiango di non poter essere stata presente quando sono nati o di non poterli vedere crescere giorno per giorno. La tecnologia (e-mail, Skype) aiuta, ma non è la stessa cosa.

Soddisfazioni?

A parte le quelle legate al lavoro, direi che la soddisfazione personale più grande è di essere riuscita a rendermi indipendente dalla mia famiglia a 23 anni… e ciò sarebbe stato molto difficile o addirittura impossibile se fossi rimasta in Italia. Dopo una laurea in Fisica con 110 e lode, in Italia ho ricevuto solo un paio di offerte di stage non pagato in aziende che nulla avevo a che fare con la mia specializzazione.

Avrei potuto fare il dottorato in Italia, ma stendiamo un velo pietoso…

In più, vivo in un paese di mentalità aperta, molto civile, con un ottimo welfare e in cui la ricchezza viene efficacemente ridistribuita tra la popolazione. Qui non ci sono i “troppo ricchi” e i “troppo poveri” e si respira un’aria di soddisfazione (anche se agli olandesi piace lamentarsi!)

Grazie Laura ed in bocca al lupo!

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