In Cina a diciassette anni con Intercultura
Saya, diciassette anni, sta passando un anno in Cina grazie ad Intercultura/AFS.
Dove eravate voi a diciassette anni? Io a Borgo San Dalmazzo, provincia di Cuneo….
Ci descrivi cosa stai facendo in Cina?
Sono partita a fine agosto grazie all’associazione Intercultura/AFS con altri 26 Italiani alla scoperta di un paese completamente sconosciuto e stereotipato non solo in Italia, ma un po’ in tutto il mondo. Per capire e imparare sulla mia pelle la loro cultura, i loro modi di fare, la loro quotidianità e, naturalmente, la loro lingua. Anche se si sta rivelando un’impresa piuttosto complicata.
È un’esperienza completa e molto difficile, perché ti trovi completamente sbalzato fuori dal tuo mondo e catapultato in uno dove non esiste nessun punto in comune che ti aiuti a non sentirti troppo fuori da casa. Il tutto a diciassette anni, tanto per complicare di più la vita.
Noi (io e gli altri Italiani, ma anche i ragazzi da tutto il mondo venuti a vivere la medesima esperienza – per esempio nella mia città siamo quattro: una Thai, un Costaricano, me e una Tedesca) viviamo in una famiglia cinese, frequentiamo una scuola superiore cinese, usciamo con coetanei cinesi. Siamo completamente immersi nella Cina.
All’inizio era difficilissimo, diciamo pure impossibile: stavamo chiusi fra noi quattro, protetti dalle mura di un inglese che spesso i cinesi non capivano. Eravamo spaventati, e tanto! Ma poi piano piano ci siamo aperti e… beh, diciamo che abbiamo compreso appieno il motto della nostra associazione: it’s not wrong, it’s not right, it’s just different. Abbiamo imparato ad accettare ciò che ci veniva offerto cogliendo le diversità non come un ostacolo, ma come un pretesto per migliorare.
Quale e’ stato il percorso che ti ha portata a Tianjin?
Non c’è stato nessun percorso! AFS, dopo averti assegnato il paese e la borsa di studio, parte alla ricerca di famiglie native disposte ad ospitare per un dato periodo di tempo un ragazzo straniero: spesso non è facile, è un impegno non da poco. Una volta che la famiglia è trovata e la scuola del posto ha accetto lo studente, è fatta: quella è la città che ti verrà assegnata, dove vivrai la tua vita cinese per dieci mesi.
Io sono capitata a Tianjin, altri sono andati nella fredda Harbin, a Nanjing, a Shanghai, Guangzhou (il nome cinese per Canton), Hangzhou, Chongqing, Zhengzhou, Chengdu… siamo sparsi per tutta la Cina. In ogni grande città che trovate, ci sarà probabilmente un AFSer pronto ad accogliervi
Conoscevi gia’ il Mandarino prima di partire?
Assolutamente NO! Certo, qualche frase che ero riuscita a inculcarmi in testa prima di partire. Espressioni essenziali, le prime parole per far conoscenza, ma nulla di più. Anche per il poco tempo datoci a disposizione: conoscemmo la nostra destinazione solo verso fine marzo e, tra la scuola che finiva e gli amici e la famiglia che volevano passare più tempo possibile con noi, non rimaneva molto tempo.
Appena arrivata in Cina è stato un disastro, inglese a go–go: parlare in mandarino era impensabile! Sono andata a gesti con i miei genitori ospitanti per almeno i primi due mesi, il tempo necessario perché il cinese che ci insegnavano a scuola cominciasse a prendere mano.
Come e’ stato lo shock culturale?
Dire shock culturale per me è dire poco. E’ stato disastroso! Arrivammo e non trovammo assolutamente nulla da accomunare alla nostra cultura. Tutto era diverso, non solo i modi di fare ma anche il modo di parlare, di comportarsi, di mangiare, vestirsi, divertirsi…penso la cosa più difficile sia stata convivere con i loro comportamenti più semplici e quotidiani.
Per esempio: molti sanno che difficilmente un cinese passa alla violenza. Pochi sanno che comunque la loro pazienza è limitata e le loro ugole d’oro. Quando urlano penso che nemmeno un Napoletano (con tutto il rispetto, eh) possa reggere il confronto. Forse però la cosa più difficile è stata immedesimarmi e comportarmi come un diciassettenne di qui: per un’europea è impossibile. In occidente c’è l’idea che il ragazzo cresca lentamente, e che a 17 anni è sulla via per diventare un adulto. In Cina questo concetto non esiste!
Finché non sei all’università sei e sempre rimarrai un bambino di dieci anni, sia come libertà, come doveri, che come mentalità: non si può certo dire che sia solo colpa di come vengono trattati, anche a livello celebrale un diciassette cinese sarà sempre otto anni addietro di un occidentale. Non come intelligenza, ovvio, ma come senso di responsabilità e maturazione. Sono molto infantili.
Non sempre, però, sono stati shock negativi: un fatto che mi ha colpita parecchio è la scuola. Qui, l’istruzione pubblica funziona davvero: gli insegnanti sono tutti piuttosto giovani, spesso freschi di università, più vicini mentalmente agli studenti. Hanno voglia di insegnare; agli studenti viene richiesto tanto, ma vengono dati i mezzi per averlo: professori che insegnano, attrezzature multimediali semi–professionali in ogni classe, lezioni interattive a cui gli studenti partecipano volentieri. La mia scuola fa perfino scambi culturali con le scuole gemellate: i ragazzi che lo desiderano vanno in Korea, Thailandia, Svezia, Canada, Giappone per una settimana di studi! Entro pochi mesi la scuola cinese sarà gemellata con il mio liceo, e verranno a trovarci per esplorare l’Italia.
C’è anche da dire che questo “richiedere tanto e dare tanto” è anche alla base dei problemi della Cina: gli studenti che lasciano la scuola o la completano con un punteggio troppo basso sono tagliati fuori dal sistema, quasi cancellati, diventano desaparecidos. Per loro non c’è nessuna possibilità di fare carriera a meno che non entrino nella mafia organizzata cinese.
Quali sono gli stereotipi che gli Italiani si devono dimenticare prima di partire per la Cina?
È vero che molti cinesi, soprattutto sotto i venti anni, non pensano ma seguono gli ordini dei superiori. Non è vero il rapporto così distaccato e autoritario dei professori, anzi: l’ho trovato perfino meno freddo che in Italia.
Non è vero che la Cina è pericolosa per via della mafia. La mafia cinese ha un codice d’onore severissimo, con leggi e punizioni. Quindi non esiste quella “micro–criminalità” o “criminalità giovanile” che è la causa principale dei problemi occidentali, perché i ragazzi o sono troppo impegnati a studiare, o sono controllati da questo sistema superiore.
Non è vero che mangiano CANE! Non so quante volte l’avrò ripetuto, ormai: il cane è un piatto tipico Koreano! In Cina il cane lo mangiano solo durante carestie e guerre. Anche mio nonno italiano lo fece durante la guerra: la fame è fame.
Non è vera la loro crudeltà nell’impedire a una coppia di avere quanti figli desiderino: spesso e volentieri sono le stesse famiglie a non desiderarne di più. Questa legge è comunque molto articolata, ci sono tante eccezioni alla regola: se si è di un certa minoranza, si possono avere tanti figli quanti ne si vuole. Se il primo figlio è femmina, puoi tentare fino ad avere un maschio. Evviva la parità dei sessi, ma è una scelta molto comune: un mio compagno di scuola ha cinque sorelle maggiori. Non è difficile, insomma, trovare un cinese con un fratello vero e proprio.
Ah, vorrei precisare: spesso queste idee sui cinesi violenti e autoritari vengono da una poca o pessima informazione: come quella foto di un bambino legato ad un palo con catene a Beijing. Tutto il mondo si ribellò contro la crudeltà di quell’immagine, ma nessuno si soffermò a pensare al perché. Se il padre non lo avesse legato, il figlio avrebbe fatto la fine di tanti altri bambini (tra cui la sorella, NdA) che scompaiono, in mano a sfruttatori o nel commercio illegale di organi. Quindi il padre non è crudele, anzi: cercava di proteggere suo figlio nell’unico modo che si poteva permettere.
E’ vero, poi, che la loro repubblica sa ancora di totalitarismo comunista: sono sotto l’influenza del fantasma di Mao, incarnato un po’ nel mausoleo posto al centro della capitale. Mao è ovunque e, anche se non vogliono ammetterlo, è impresso nei loro gesti e nei loro pensieri! Il che può essere positivo o negativo: positivo perché hanno un concetto di popolo che noi ci sogniamo, un’unità indissolubile solo per il fatto che sono nati tutti nella stessa terra. Dall’altra, questa unione genera un nazionalismo molto forte, che salta spesso fuori quando incontrano degli stranieri… magari non se ne rendono conto, ma c’è. E’ radicato nel loro modo di essere, pregiudizio o meno.
Lati positivi e negativi dell’esperienza?
Negativi, il fatto che sto perdendo la quarta in Italia e, non riuscendo a studiare quasi nulla qui per il problema comunicazione, dovrò fare un anno in pochi mesi. Lati positivi: sto imparando il cinese (lo sto facendo sul serio, non lo avrei mai creduto possibile!) e il mio inglese ha fatto strepitosi balzi in avanti, dovendo usarlo tutti i giorni con gli altri ragazzi in città con me. È diventata la mia prima lingua… spesso mi viene prima la parola inglese che quella italiana. Un esempio? Cheap. Ci metto sempre un’eternità a ricordarmi che il corrispondente italiano è economico. Troppo lungo. Oppure gli inglesismi! Rompere la legge è il più comune!
Poi, la crescita che si conquista. Già alle orentation pre–partenza mi avevano detto che sarei maturata tantissimo, rafforzata al massimo da questa esperienza: non avrei mai creduto di arrivare così in là. Siamo maturati di quattro o cinque anni nello spazio di uno, perché ci siamo posti davanti ad un ostacolo che un normale adolescente non trova mai. Vivere da soli (soprattutto in Cina, dove il concetto di host–family è molto labile), badare a se stessi, capire i propri limiti ed essere se stessi al di fuori del nido è tutt’altra cosa. È meraviglioso!
Che consigli daresti a chi vuole seguire le tue orme?
Solamente: PARTITE! Fregatevene di quello che gli amici vi dicono, fregatevene della scuola, fregatevene della nonna che ti ostia in turco perché non potrai andare al suo funerale (a me è successo!).
Fondamentalmente chi parte per un anno all’estero è un egoista bello e buono, ma fa bene. La cosa più difficile da capire in Italia è la sensazione di essere emigrati o emigranti. Si può dire di essere aperti, di accettare e simili, ma si riesce ad aprire il cuore a tutti solo dopo aver provato a lasciare tutto e a vivere in una terra che non è la tua patria. Dove i pregiudizi li subisci e non li distribuisci. Questo è difficile, ma è l’occasione migliore che possa capitare, anche per un domani! Se prima percepivo un mondo fuori dall’Italia, ora so che questo mondo esiste, è vero, palpabile, popolato da persone reali: l’inglese e la sua semi–universalità sono divenuti il tesoro più incredibile, perché ho amici da tutto il globo che l’Italiano manco sanno cos’è!
È un concetto difficile da spiegare, soprattutto perché molti credono di possederlo già. Invece pochi lo hanno, quelli che si sono allontanati dal nido: è un prezzo alto, ma ne vale la pena. Quindi… PARTITE!
Hai dei links/siti web da segnalare che possano aiutare i lettori?
Certo. Primo il mio blog, I wish you were here, per chiunque fosse interessato a vivere un’esperienza simile in Cina.
Poi, Exchange Student, pieno di testimonianze di ragazzi che come me stanno o hanno svolto il loro anno all’estero.
E infine, due siti importanti: quello della mia associazione (Grazie Intercultura!) e quello di un community dove tantissimi ragazzi si incontrano per risolvere dubbi e scambiarsi pareri e consigli. Molto utile!
Grazie Saya ed in bocca al lupo!
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