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In Cina a diciassette anni con Intercultura

Saya, diciassette anni, sta passando un anno in Cina grazie ad Intercultura/AFS.

Dove eravate voi a diciassette anni? Io a Borgo San Dalmazzo, provincia di Cuneo….

Ci descrivi cosa stai facendo in Cina?

Sono partita a fine agosto grazie all’associazione Intercultura/AFS con altri 26 Italiani alla scoperta di un paese completamente sconosciuto e stereotipato non solo in Italia, ma un po’ in tutto il mondo. Per capire e imparare sulla mia pelle la loro cultura, i loro modi di fare, la loro quotidianità e, naturalmente, la loro lingua. Anche se si sta rivelando un’impresa piuttosto complicata.

È un’esperienza completa e molto difficile, perché ti trovi completamente sbalzato fuori dal tuo mondo e catapultato in uno dove non esiste nessun punto in comune che ti aiuti a non sentirti troppo fuori da casa. Il tutto a diciassette anni, tanto per complicare di più la vita.

Noi (io e gli altri Italiani, ma anche i ragazzi da tutto il mondo venuti a vivere la medesima esperienza – per esempio nella mia città siamo quattro: una Thai, un Costaricano, me e una Tedesca) viviamo in una famiglia cinese, frequentiamo una scuola superiore cinese, usciamo con coetanei cinesi. Siamo completamente immersi nella Cina.

All’inizio era difficilissimo, diciamo pure impossibile: stavamo chiusi fra noi quattro, protetti dalle mura di un inglese che spesso i cinesi non capivano. Eravamo spaventati, e tanto! Ma poi piano piano ci siamo aperti e… beh, diciamo che abbiamo compreso appieno il motto della nostra associazione: it’s not wrong, it’s not right, it’s just different. Abbiamo imparato ad accettare ciò che ci veniva offerto cogliendo le diversità non come un ostacolo, ma come un pretesto per migliorare.

Quale e’ stato il percorso che ti ha portata a Tianjin?

Non c’è stato nessun percorso! AFS, dopo averti assegnato il paese e la borsa di studio, parte alla ricerca di famiglie native disposte ad ospitare per un dato periodo di tempo un ragazzo straniero: spesso non è facile, è un impegno non da poco. Una volta che la famiglia è trovata e la scuola del posto ha accetto lo studente, è fatta: quella è la città che ti verrà assegnata, dove vivrai la tua vita cinese per dieci mesi.

Io sono capitata a Tianjin, altri sono andati nella fredda Harbin, a Nanjing, a Shanghai, Guangzhou (il nome cinese per Canton), Hangzhou, Chongqing, Zhengzhou, Chengdu… siamo sparsi per tutta la Cina. In ogni grande città che trovate, ci sarà probabilmente un AFSer pronto ad accogliervi :)

Conoscevi gia’ il Mandarino prima di partire?

Assolutamente NO! Certo, qualche frase che ero riuscita a inculcarmi in testa prima di partire. Espressioni essenziali, le prime parole per far conoscenza, ma nulla di più. Anche per il poco tempo datoci a disposizione: conoscemmo la nostra destinazione solo verso fine marzo e, tra la scuola che finiva e gli amici e la famiglia che volevano passare più tempo possibile con noi, non rimaneva molto tempo.

Appena arrivata in Cina è stato un disastro, inglese a go–go: parlare in mandarino era impensabile! Sono andata a gesti con i miei genitori ospitanti per almeno i primi due mesi, il tempo necessario perché il cinese che ci insegnavano a scuola cominciasse a prendere mano.

Come e’ stato lo shock culturale?

Dire shock culturale per me è dire poco. E’ stato disastroso! Arrivammo e non trovammo assolutamente nulla da accomunare alla nostra cultura. Tutto era diverso, non solo i modi di fare ma anche il modo di parlare, di comportarsi, di mangiare, vestirsi, divertirsi…penso la cosa più difficile sia stata convivere con i loro comportamenti più semplici e quotidiani.

Per esempio: molti sanno che difficilmente un cinese passa alla violenza. Pochi sanno che comunque la loro pazienza è limitata e le loro ugole d’oro. Quando urlano penso che nemmeno un Napoletano (con tutto il rispetto, eh) possa reggere il confronto. Forse però la cosa più difficile è stata immedesimarmi e comportarmi come un diciassettenne di qui: per un’europea è impossibile. In occidente c’è l’idea che il ragazzo cresca lentamente, e che a 17 anni è sulla via per diventare un adulto. In Cina questo concetto non esiste!

Finché non sei all’università sei e sempre rimarrai un bambino di dieci anni, sia come libertà, come doveri, che come mentalità: non si può certo dire che sia solo colpa di come vengono trattati, anche a livello celebrale un diciassette cinese sarà sempre otto anni addietro di un occidentale. Non come intelligenza, ovvio, ma come senso di responsabilità e maturazione. Sono molto infantili.

Non sempre, però, sono stati shock negativi: un fatto che mi ha colpita parecchio è la scuola. Qui, l’istruzione pubblica funziona davvero: gli insegnanti sono tutti piuttosto giovani, spesso freschi di università, più vicini mentalmente agli studenti. Hanno voglia di insegnare; agli studenti viene richiesto tanto, ma vengono dati i mezzi per averlo: professori che insegnano, attrezzature multimediali semi–professionali in ogni classe, lezioni interattive a cui gli studenti partecipano volentieri. La mia scuola fa perfino scambi culturali con le scuole gemellate: i ragazzi che lo desiderano vanno in Korea, Thailandia, Svezia, Canada, Giappone per una settimana di studi! Entro pochi mesi la scuola cinese sarà gemellata con il mio liceo, e verranno a trovarci per esplorare l’Italia.

C’è anche da dire che questo “richiedere tanto e dare tanto” è anche alla base dei problemi della Cina: gli studenti che lasciano la scuola o la completano con un punteggio troppo basso sono tagliati fuori dal sistema, quasi cancellati, diventano desaparecidos. Per loro non c’è nessuna possibilità di fare carriera a meno che non entrino nella mafia organizzata cinese.

Quali sono gli stereotipi che gli Italiani si devono dimenticare prima di partire per la Cina?

È vero che molti cinesi, soprattutto sotto i venti anni, non pensano ma seguono gli ordini dei superiori. Non è vero il rapporto così distaccato e autoritario dei professori, anzi: l’ho trovato perfino meno freddo che in Italia.

Non è vero che la Cina è pericolosa per via della mafia. La mafia cinese ha un codice d’onore severissimo, con leggi e punizioni. Quindi non esiste quella “micro–criminalità” o “criminalità giovanile” che è la causa principale dei problemi occidentali, perché i ragazzi o sono troppo impegnati a studiare, o sono controllati da questo sistema superiore.

Non è vero che mangiano CANE! Non so quante volte l’avrò ripetuto, ormai: il cane è un piatto tipico Koreano! In Cina il cane lo mangiano solo durante carestie e guerre. Anche mio nonno italiano lo fece durante la guerra: la fame è fame.

Non è vera la loro crudeltà nell’impedire a una coppia di avere quanti figli desiderino: spesso e volentieri sono le stesse famiglie a non desiderarne di più. Questa legge è comunque molto articolata, ci sono tante eccezioni alla regola: se si è di un certa minoranza, si possono avere tanti figli quanti ne si vuole. Se il primo figlio è femmina, puoi tentare fino ad avere un maschio. Evviva la parità dei sessi, ma è una scelta molto comune: un mio compagno di scuola ha cinque sorelle maggiori. Non è difficile, insomma, trovare un cinese con un fratello vero e proprio.

Ah, vorrei precisare: spesso queste idee sui cinesi violenti e autoritari vengono da una poca o pessima informazione: come quella foto di un bambino legato ad un palo con catene a Beijing. Tutto il mondo si ribellò contro la crudeltà di quell’immagine, ma nessuno si soffermò a pensare al perché. Se il padre non lo avesse legato, il figlio avrebbe fatto la fine di tanti altri bambini (tra cui la sorella, NdA) che scompaiono, in mano a sfruttatori o nel commercio illegale di organi. Quindi il padre non è crudele, anzi: cercava di proteggere suo figlio nell’unico modo che si poteva permettere.

E’ vero, poi, che la loro repubblica sa ancora di totalitarismo comunista: sono sotto l’influenza del fantasma di Mao, incarnato un po’ nel mausoleo posto al centro della capitale. Mao è ovunque e, anche se non vogliono ammetterlo, è impresso nei loro gesti e nei loro pensieri! Il che può essere positivo o negativo: positivo perché hanno un concetto di popolo che noi ci sogniamo, un’unità indissolubile solo per il fatto che sono nati tutti nella stessa terra. Dall’altra, questa unione genera un nazionalismo molto forte, che salta spesso fuori quando incontrano degli stranieri… magari non se ne rendono conto, ma c’è. E’ radicato nel loro modo di essere, pregiudizio o meno.

Lati positivi e negativi dell’esperienza?

Negativi, il fatto che sto perdendo la quarta in Italia e, non riuscendo a studiare quasi nulla qui per il problema comunicazione, dovrò fare un anno in pochi mesi. Lati positivi: sto imparando il cinese (lo sto facendo sul serio, non lo avrei mai creduto possibile!) e il mio inglese ha fatto strepitosi balzi in avanti, dovendo usarlo tutti i giorni con gli altri ragazzi in città con me. È diventata la mia prima lingua… spesso mi viene prima la parola inglese che quella italiana. Un esempio? Cheap. Ci metto sempre un’eternità a ricordarmi che il corrispondente italiano è economico. Troppo lungo. Oppure gli inglesismi! Rompere la legge è il più comune!

Poi, la crescita che si conquista. Già alle orentation pre–partenza mi avevano detto che sarei maturata tantissimo, rafforzata al massimo da questa esperienza: non avrei mai creduto di arrivare così in là. Siamo maturati di quattro o cinque anni nello spazio di uno, perché ci siamo posti davanti ad un ostacolo che un normale adolescente non trova mai. Vivere da soli (soprattutto in Cina, dove il concetto di host–family è molto labile), badare a se stessi, capire i propri limiti ed essere se stessi al di fuori del nido è tutt’altra cosa. È meraviglioso!

Che consigli daresti a chi vuole seguire le tue orme?

Solamente: PARTITE! Fregatevene di quello che gli amici vi dicono, fregatevene della scuola, fregatevene della nonna che ti ostia in turco perché non potrai andare al suo funerale (a me è successo!).

Fondamentalmente chi parte per un anno all’estero è un egoista bello e buono, ma fa bene. La cosa più difficile da capire in Italia è la sensazione di essere emigrati o emigranti. Si può dire di essere aperti, di accettare e simili, ma si riesce ad aprire il cuore a tutti solo dopo aver provato a lasciare tutto e a vivere in una terra che non è la tua patria. Dove i pregiudizi li subisci e non li distribuisci. Questo è difficile, ma è l’occasione migliore che possa capitare, anche per un domani! Se prima percepivo un mondo fuori dall’Italia, ora so che questo mondo esiste, è vero, palpabile, popolato da persone reali: l’inglese e la sua semi–universalità sono divenuti il tesoro più incredibile, perché ho amici da tutto il globo che l’Italiano manco sanno cos’è!

È un concetto difficile da spiegare, soprattutto perché molti credono di possederlo già. Invece pochi lo hanno, quelli che si sono allontanati dal nido: è un prezzo alto, ma ne vale la pena. Quindi… PARTITE!

Hai dei links/siti web da segnalare che possano aiutare i lettori?

Certo. Primo il mio blog, I wish you were here, per chiunque fosse interessato a vivere un’esperienza simile in Cina.

Poi, Exchange Student, pieno di testimonianze di ragazzi che come me stanno o hanno svolto il loro anno all’estero.

E infine, due siti importanti: quello della mia associazione (Grazie Intercultura!) e quello di un community dove tantissimi ragazzi si incontrano per risolvere dubbi e scambiarsi pareri e consigli. Molto utile!

Grazie Saya ed in bocca al lupo!

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Cosa ho imparato dopo sette anni in Canada

Franco Bignone ci descrive la sue esperienza di sette anni in Canada per tutti coloro che sognano il ‘maple syrup’ per colazione.

Ci descrivi cosa ti portò in Canada?

Personalmente sono stato un “emigrante” privilegiato, ho vissuto in Canada per un totale di quasi sette anni in diverse occasioni come “Visiting Professor” all’Università di Toronto, ho lavorato in tre Dipartimenti differenti.

Le ragioni sono le solite, collaborazioni e lavoro con colleghi in diversi ambiti collegati alla ricerca scientifica. In particolare uno dei Dipartimenti dove ho lavorato, il Dipartimento di Chimica, ha svariati gruppi che sono al top a livello mondiale. Da notare per inciso che questi argomenti non erano nemmeno considerati allora come argomenti significativi o importanti da parte delle Università italiane, e tuttora non ci sono da noi gruppi di eccellenza in merito.

Quanto tempo rimasi e dove abitasti?

Ho vissuto in due posti in Nord America, due anni ulteriori negli Stati Uniti, a Baltimora, città che ha vissuto periodi di forte tensione razziale, ed a Toronto, in Ontario. Una definizione dell’attore Peter Ustinov che è diventata famosa è quella di “una New York amministrata dagli Svizzeri”. Conosco bene le differenze tra gli USA ed il Canada.

Ci fai un confronto della qualità della vita in Italia con quella del Canada?

La definizione di Ustinov dovrebbe già dare un po’ l’idea generale di Toronto e del Canada. Come in tutte le cose dipende molto da che cosa voi volete o cercate, da quelle che sono le vostre preferenze. Non esiste niente di perfetto al mondo, ma nella mia opinione è il paese meglio amministrato che io conosca.

Il sistema sanitario funziona, fornisce inclusi, ad esempio, un paio di lenti e di occhiali all’anno, lo psicanalista e per le cure dentali ci sono le assicurazioni. I farmaci si pagano, onde evitare gli abusi, ed anche qui ci sono le assicurazioni. Molte categorie hanno assicurazioni specifiche. Le regole in genere sono molto più giuste che da noi e, malgrado ci sia un welfare state organizzato, le tasse sui redditi sono molto più basse. Potete detrarre moltissime spese, incluso tutto quello che ha a che fare con il lavoro.

Molto più alte invece, come secondo me è giusto che sia, le tasse sulla casa, quasi un affitto mensile se la casa ha un certo valore. Il risultato è che se uno possiede più di una casa è costretto ad affittarla. Negli anni ho notato che le regole di tassazione portano i rendimenti degli investimenti soliti, per una persona media, tutti più o meno allo stesso livello sul lungo periodo.

Il totale delle tasse è un po’ più basso che da noi ma distribuito diversamente tra redditi da lavoro e redditi fondiari, siano case o siano titoli, caricando meno sui primi e più sui secondi rispetto all’Italia che carica terribilmente sul lavoro dipendente. Potete fare soldi alla grande ma allora dovete correre rischi finanziari o diventare imprenditori, la legislazione spinge a questo, non esistono o perlomeno sono minoritarie, le rendite di posizione che abbondano da noi.

Esistono poi i fondi pensione, lo stato garantisce una minima a tutti, in più potete fare quello che volete, sta a voi, sarete considerati persone mature e con senno. Esistono dei fondi di categoria ma i genere amministrate voi la vostra pensione tramite le Banche. In base alla dichiarazione dei redditi potete mettere da parte una percentuale del reddito, a scendere, tutto o in parte. Questi sono soldi tassati pochissimo, se avete dei guadagni, e che sono bloccati sino ai 65 anni.

Potete fare quello che volete, operazioni rischiosissime in Borsa o investimenti tranquilli in titoli, tutto rimane lì e si somma sino alla pensione. Una quota sono assicurati, in caso di fallimento bancario, ma se rischiate e perdete, fatti vostri. Arrivati alla pensione potete decidere se avere i soldi o la rendita.

Le scuole funzionano, le Università funzionano benissimo, Biblioteche organizzate benissimo, persino Biblioteche di CD di musica e di spartiti, se vi piace suonare. I libri li possono avere gli studenti ed i professori, per default, ma anche qualsiasi privato previo il pagamento di una quota. Le Università non sono come media aggressive nelle loro politiche come quelle USA ma costano poco o niente a confronto e sono buone.

Il sistema di trasporto funziona egregiamente, non ho mai posseduto un’auto, ho sempre girato in bicicletta ed
affittato l’auto se mi serviva. Personalmente ho sempre trovato un poco noiosa la vita culturale. Ci sono cose interessanti ma il Canada secondo me è molto provinciale. La mentalità di fondo è quella Wasp in Ontario e non ci sono molti punti di eccellenza, una vita tranquilla e bene organizzata.

C’è molta varietà culturale, con moltissimi gruppi etnici, ma anche molto diluiti in fondo, più sottocultura etnica che cultura vera e propria.

Come vengono accolti gli stranieri in Canada?

Gli stranieri sono bene accettati, non ho mai avuto problemi di sorta, ma se volete fare gli avvocati è meglio se siete Irlandesi o Britannici, se volete mettere su una ditta edile è meglio essere Italiani, se volete
guidare un taxì è meglio se venite dall’India, … Scherzi a parte esistono piccoli ghetti ma la tensione è minima o inesistente.

Consigli per chi vuole emigrare in Canada?

Culturalmente rispetto all’Italia ed all’Europa non c’è paragone, e questo vale spesso anche per gli Stati Uniti. La cultura media di un liceale italiano è quella che in USA ed in Canada è insegnata già a livello universitario. Il Latino è la lingua degli avvocati, anche nei paesi anglosassoni, sapere l’Italiano vi fornisce un’arma in più.

La nostra cultura media classica è molto migliore, la nostra cultura tecnica Universitaria no. Culturalmente escluse le aree attorno a New York e Boston e l’area Californiana il Nord America è un po’ un mortorio secondo me. D’altra parte può essere un trampolino di lancio se avete delle idee che non troverete certamente in Europa, meno il Canada, molto di più gli USA. Una città come Toronto è un po’ una specie di ghetto in cui vivete chiusi, non è come essere a Milano dove in tre ore di auto, code a parte, potete andare dai monti al mare ed attraversare tre o quattro confini.

In Canada per sciare prendete l’aereo, per il mare prendete l’aereo, si finisce per essere sempre lì.

Quindi sta a voi, se vi piace il baseball e l’hockey, pattinare, pagaiare nei laghi, pescare, scalare ed altre attività all’aria aperta è il posto ideale. Se cercate un lavoro e volete tirare su una famiglia, se vi piace la vita tranquilla e con una certa sicurezza è il posto ideale.

Dovrete sopportare l’inverno con un viaggio in Florida o a Cancun.

Se invece volete più rischio, ambienti fortemente competitivi, la possibilità di diventare miliardari, insomma vi piace una situazione con più adrenalina in circolo, gli USA sono molto migliori. Se volete un ambiente culturale vivo dove parlare di arte, letteratura, poesia e visitare monumenti storici il Nord America non è il posto per voi, a parte pochissimi circoli.

Come è stato lo ‘choc culturale’ da rientro in Italia?

Mi è in parte successo quello che succede a tutti quelli che emigrano. Come ho detto non c’è niente di perfetto al mondo. Emigrando si finiscono per apprezzare cose del paese di origine che si davano per scontate e cose del paese dove si emigra che mancheranno. E’ uno degli scherzi che fa la vita, si finisce per essere sempre un po’ fuori posto. Vedendo l’Italia come è ridotta, rendendosi conto di quello che abbiamo in mano, è molto frustrante, viste le cose che ho appena raccontato. D’altra parte si è molto più consci rispetto a chi viaggia soltanto di come è fatto il mondo e si hanno dei vantaggi che altri non possono avere.

Grazie Franco!

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Studiare all’università all’estero come Free Mover

Giovanni Toschi mi ha contattato raccontandomi della sua esperienza di studio all’estero come Free Mover.

Mi chiamo Giovanni, sono uno studente di economia e marketing internazionale dell’università di Modena e Reggio Emilia, ma dal Gennaio 2009 vivo e studio in Spagna sfruttando le opportunità date dall’Unione Europea riguardo alla mobilità internazionale.

Grazie al programma Erasmus ho fatto il primo passo verso l’estero, le dinamiche di questo tipo di scambio internazionale sono entrate nella vita quotidiana di migliaia di studenti universitari, dando la spinta necessaria a partire anche ai più restii.

Una volta terminata l’esperienza Erasmus la quasi totalità degli studenti ritorna nel proprio paese di origine senza sapere che esiste la possibilità di rimanere per un ulteriore periodo come studente Free Mover.

I free mover sono studenti che, in base ai regolamenti europei per lo spazio comune di studio universitario, decidono di sostenere una serie di esami del proprio corso di studi presso un’università straniera, senza pagare ulteriori tasse e con la certezza di vedersi riconoscere gli esami una volta tornati a casa.

Hanno la totale autonomia nell’organizzazione dello scambio, le condizioni dello scambio sono le stesse dell’Erasmus e una volta ricevuto il via libera dalla propria università e da quella di destinazione il più è fatto.

Io sarò free mover preso l’università di Granada fino a giugno e tornare in Italia per concludere i tre anni e volevo condividere la mia esperienza con altri studenti che stanno cercando una possibilità di studio all’estero.

Come hai scoperto della possibilità di diventare Free Mover?

Tutto è cominciato quando ancora stavo in Italia, nel periodo anteriore alla partenza, sapevo già che sarei partito per Granada e che questa sarebbe stata la mia nuova casa per i successivi 9 mesi. Il problema era che prima o poi i 9 mesi sarebbero finiti, e quindi decisi di muovermi fin dall’inizio per scoprire se vi erano possibilità di prolungare l’Erasmus o la possibilità di partire per un altro programma internazionale una volta tornato a casa. Il primo passo da fare è sempre quello verso l’ufficio rapporti internazionali della propria facoltà o dell’ateneo. Qui mi hanno detto che l’università stava organizzando una serie di conferenze per promuovere gli accordi internazionali che aveva stretto con varie università straniere. Andai ad alcune conferenze poco interessanti finchè non capitai in una che spiegava nei particolari che cosa fosse lo “spazio comune di apprendimento europeo”, ed è qui che mi parlarono del free mover.

E’ obbligatorio fare l’Erasmus prima di considerare il programma Free Mover?

No, non è assolutamente necessario, però il free mover è molto più utile e facile da realizzare nell’università dove si sta facendo l’Erasmus per il semplice motivo di conoscere già i meccanismi locali.

Quali sono i passi concreti da completare per diventare Free Mover?

Il primo passo va fatto verso l’ufficio rapporti internazionali, ogni università gestisce i free mover in modo differente quindi è opportuno sapere quali sono le regole della propria facoltà. Successivamente scegliere una serie di esami del proprio programma di studio che per qualsiasi motivo si vogliano dare all’estero e cercare un università che ci interessi in un paese che faccia parte dello spazio comune europeo di apprendimento. (tutti i paesi dove si puo fare l’Erasmus sono eleggibili per il Free Mover). Scelta la destinazione bisogna contattare l’ufficio rapporti internazionali dell’università dove vogliamo andare e chiedere quali sono le loro procedure di ammissione per i Free Mover. Una volta che ci siamo assicurati l’approvazione dell’università italiana e l’ammissione in quella straniera non resta altro da fare che cercare i corsi che vogliamo frequentare all’estero e scrivere un programma di studi, “learning agreement”, dove specifichiamo esattamente quali corsi stranieri corrispondono agli italiani. Il programma DEVE essere firmato dai responsabili dell due università prima della partenza perchè e la garanzia di vedersi riconoscere gli esami una volta tornati.

Ci descrivi la burocrazia incontrata nel fare domanda?

Il free mover si muove in un limbo normativo enorme che da un lato gli concede libertà assoluta nel percorso di studi dall’altro ma dall’altro lo costringe a gestirsi da solo tutta la burocrazia. Ogni università ha delle procedure diverse, alcune nemmeno sanno cosa sia il free mover. Io ho seguito l’iter burocratiche che ho spiegato prima.

Il programma Free Mover e’ sostenuto da borse di studio?

Il free mover non gode di nessun aiuto economico. E’ il prezzo che si paga per la libertà assoluta. L’Erasmus prevede un aiuto economico ma comporta delle restrizioni (numero minimo di esami da sostenere, conoscenza della lingua etc…), il free mover può andare in qualsiasi università lo accetti, senza limiti di esami crediti etc…ma deve farlo in completa autonomia, anche economica.

Esiste un limite massimo di esami od un periodo massimo di tempo oltre il quale bisogna ‘tornare a casa’?

Non saprei, nel mio caso ho proposto un anno accademico intero con tutti gli esami che comporta e mi hanno lasciato andare, ma come ho gia detto dipende dall’università di origine.

Puoi darci dei link utili a chi voglia capirne di più?

Il sito dell’unione europea dove si trovano tutte le info generali
Il portale specifico per le info sulle opportunità di studio all’estero nella UE
Info sui sistemi universitari dei vari paesi membri

Informazioni specifiche sui singoli paesi si trovano nei rispettivi portali che si trovano scrivendo su google study + il nome del paese in inglese, ad esempio STUDYINDENMARK.COM

Grazie Giovanni!

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Come trasferirsi a Londra

Elvis Ciotti si è trasferito a Londra un anno fa e dopo pochi mesi ha trovato lavoro nel suo campo, l’IT.

Imparate dalla sua esperienza e dai passi pratici da fare durante i primi tempi per porre le basi per un’emigrazione di successo.

Dove vivere durante i primi giorni, come imparare l’Inglese in fretta, come trovare lavoro, è tutto qui….

Perché sono partito

Beh, per vari motivi. Il principale é che in Italia non si ha (salvo pochi settori ed eccezioni varie) un sistema meritocratico, il che é doppiamente un problema: molta gente in gamba non ottiene quello che merita e si trovano spesso incompetenti in posti importanti, compresi molti di quelli che governano e contribuiscono a peggiorare ulteriormente la situazione.

Secondo, ho una laurea e qualche anno di esperienza in IT, settore molto ben generalmente pagato nei paesi anglosassoni e per cui basta in genere un livello di lingua non altissimo, specialmente per i ruoli da programmatore o simili.

Terzo, moltissimi mi hanno raccontato di aver avuto interessanti esperienze all’estero, quindi perché non provare ? non avevo nulla da perdere.

Devo precisare che in Italia ho lavorato come libero professionista durante l’universitá e avrei potuto continuare a farlo. Non sono quindi partito a causa di assenza di alternative, ma poiché sapevo che qua avrei avuto possibilitá di ambire a molto di piú. In Italia ho dato un’occhiata agli annunci e come mi aspettavo non c’era neanche l’ombra di qualcosa decente (neanche adesso, anzi mi sembra peggiori sempre piú).

Perché Londra

Ho deciso di partire all’inizio del 2009. La crisi si stava facendo sentire ovunque ma ormai avevo deciso e comunque per l’IT la crisi sembrava che si facesse sentire di meno. La mia scelta era un paese anglofono europeo, l’inglese é importantissimo nel settore tecnico. L’Irlanda e altri paesi europei li ho scartati a priori poiché in essi la crisi si era fatta sentire di piú. Alla fine ho scelto Londra, avvantaggiato anche dal conveniente cambio euro sterlina.
Prima di partire mi sono informato su tutto (costi, trasporti, lavoro, ecc…). Ci sono forum e siti con tantissimi consigli e link, ovviamente bisogna imparare a valutare e dare il giusto peso a cosa si legge.

Una volta arrivato?

Un mio amico mi ha ospitato per qualche giorno in attesa che trovassi una stanza in affitto. Ho frequentato per tre mesi un corso di inglese per arrivare a un livello che mi consentisse di parlare al telefono con i recruiter (agenzie di reclutamento) e sostenere una intervista.

Poi ho iniziato ad applicarmi per alcuni lavori online. Ci vuole un po’ per capire a cosa si puó aspirare e come bisogna comportarsi con i recruiters al telefono. Per farla breve, dopo circa due settimane avevo fatto qualche intervista e alla terza, dopo molte domande tecniche, sono stato assunto. Le aziende sono in genere molto piú interessate alle competenze che ai titoli di studio, ma dopo 8 mesi che lavoro direi che servono entrambe per avanzare di carriera e ambire a posti meglio pagati.

La cosa bella a cui in Italia non siamo abituati é che le offerte di lavoro (sui vari siti tipo monster.co.uk) riportano chiaramente quanto sará lo stipendio offerto, e non esiste un’etá massima per poter fare un lavoro. L’impressione che ho avuto é che nell’IT ci sono buone offerte (cosí come in altri settori), e in queste situazioni sono ovviamente i lavoratori ad avere il coltello dalla parte del manico; i manager faranno probabilmente il possibile per trattenerti, trattandoti bene e dandoti uno stipendio adeguato alle competenze per evitare che tu cerchi qualcosa di meglio.

La vita a Londra

Londra é una grande metropoli e ha di tutto, dal quartiere sporco e pericoloso a quello tranquillo e vivibile. Gli affitti e i trasporti costano, ma non molto di piú di quelli di Milano o Roma se si sta un po’ attenti. Le opportunitá sono tante, se si é intraprendenti e in gamba sicuramente é la cittá ideale. Londra é una cittá piena di gente giovane da tutto il mondo, piena di eventi e molto varia. Di negativo direi che il clima é alquanto deprimente, quasi sempre nuvoloso tutto l’anno. Forse é questa una delle cause per cui gli inglesi tendono a essere un po’ asociali :). Inutile che dia altre opinioni in quanto sarebbero troppo soggettive e inutili. A parte i primi mesi per lo shock culturale, dopo periodi prolungati c’é chi continua ad amarla ma anche chi la odia.

A chi consigli di trasferirsi qua ?

In generale lo consiglierei a chiunque fosse interessato a un’esperienza di qualche mese con lo scopo principale di migliorare la lingua.

Per periodi maggiori, direi oggettivamente che ne vale veramente la pena per chi ha competenze tecniche o in alcuni specifici settori, altrimenti si rischia di perdere anni a lavorare sottopagati senza ottenere nulla. Naturalmente c’é una forte componente soggettiva, e il tutto dipende altamente anche dai propri gusti, prioritá e dalla situazione precedente in Italia.

Ovviamente valgono tutte le altre cose giá scritte da altri in italiansinfuga, ovvero che all’estero non sono tutte rose e fiori. All’inizio si parte svantaggiati per via della lingua ed é abbastanza difficile socializzare con la gente del posto. Inoltre la crisi globale pare che abbia lasciato il segno e non é facile trovare un buon lavoro se non si hanno le competenze specifiche richieste o non si é particolarmente intraprendenti.

Grazie Elvis ed in bocca al lupo!

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Impressioni dopo tre anni in Cina, quella vera

Carlotta vive a Shenyang, città nel nord-est della Cina, e condivide la sua esperienza sul blog Diario Cinese (quando la censura del governo cinese lo permette) oltre che a rispondere ad alcune domande per i lettori di Italiansinfuga.

Ci racconti quando e come sei finita a Shenyang?

Shenyang è gemellata con Torino, e quado ho dovuto decidere dove stare per circa 2 mesi per scrivere la tesi, ho scelto Shenyang per questo motivo. Tramite il comune di Torino sono riuscita a mettermi in contatto con l’ufficio governativo che mi avrebbe aiutata nella stesura della tesi.

Perché Shenyang e non le più famose città della Cina?

Inoltre…volevo imparare il cinese e vivere alla cinese per un po’, e Pechino e Shanghai sono città diverse, che non rappresentano la Cina. Inoltre non mi avrebbe aiutato col cinese la presenza di troppi stranieri…

Cosa fai come lavoro?

Assistente del General Manager di una filiale di una ditta italiana.

Che conoscenza avevi del Mandarino prima di partire?

Poco niente…avevo seguito un corso serale a Torino per un anno prima di partire, ma parlarlo è un altra cosa hehe

Come sta cambiando la Cina?

Molto. Sono qui da 3 anni e ho visto cambiamenti che in Italia non ho mai visto in 24!

Ci fai un confronto tra Cina e Italia?

E’ impossibile, vi giuro impossibile. In assoluto.

Che possibilità di lavoro esistono per Italiani che desiderano emigrare in Cina?

Molte aziende italiane si stanno trasferendo, o comunque presentando in Cina, quindi possibilità ce ne sono molte!

Che consigli daresti a chi vuole seguire le tue orme?

Studiare il cinese e venire qui prima di decidere che questa è la propria strada. La Cina o si odia, o si ama.

Grazie Carlotta!

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Vivere in Polonia per sette anni, la mia esperienza

Monica ha vissuto sette anni in Polonia e ci racconta la sua storia.

Mi colpì il cielo. Ed è credibile la cosa, quando si passa dall’inverno romano azzurro-verde (piogge torrenziali escluse e neve che fa capolino ogni quarto di secolo) a una pista fatta di bianco e grigio.

Già l’avvicinamento mi diceva che il passo più grande era stato fatto.

Ero in Polonia, in quella megalopoli che per i suoi orgogliosi cittadini, guai a riderne, è Varsavia. Difatti mi sono presa, per quanto potessi, subito sul serio. Perché per me l’importante era partire, o meglio fuggire a dirla tutta.

Una laurea in tasca fresca di stretta di mano e lode, una sorta di cornucopia di progetti per il domani che si dipanavano quando il carrello dell’aereo toccava terra. Mi chiedevo se il cappotto che portavo addosso sarebbe bastato a coprirmi e la suola delle scarpe mi avrebbe permesso di non scivolare. Perché è una delle prime cose che si fa, s’impara a camminare. Ed è molto più che una metafora scritta.

Rotto il ghiaccio, è il caso di dirlo. Da quel momento in poi il sottozero sarebbe stato la norma, ma anche primavere impazzite, come in un attacco di gioia in maggio, con la birra fresca da sorseggiare sul lungo Vistola e gli sternuti da antistaminico senza effetto. Così descriverei la mia storia varsaviana.

Di tanti curricula inviati, l’unico che non mi degnò di risposta scritta fu proprio l’Istituto di Cultura della più grande città polacca. E pensare che in fondo non fu di cattivo auspicio, visto che gli altri contenevano solo dei no grandi come una casa. Portavo in dote solo la mia laurea in lettere e nessuna specializzazione o esperienza decennale alle spalle. Ma tant’è.

Però riesco a fissare un colloquio con la direzione di Italianistica, proprio con la vice preside della facoltà, in via Obozna. Superate le procedure iniziali dopo qualche tempo mi si comunica che il posto di lettorato è mio e posso cominciare con due gruppi, uno del IV e uno del II anno. E’ emozionante perché siamo quasi coetanei. E’ bello poter parlare col pretesto della didattica quasi di tutto, scegliere come a sorteggiarlo un articolo di giornale, soffermarsi sul lessico e parlare di tutto, anche di se, più o meno sotto mentite spoglie, fra i serio e il faceto.

E non posso dire di sentirmi fuori casa. A parte la lingua….. difficilissima a cominciare dalla fonetica, all’inizio mi costringe a un mutismo non sarà esagerato se lo chiamo totale. Questo durerà oltre un anno e non mi permetterà di interagire con la cittadinanza locale al di fuori degli studenti e dei colleghi.

Solidarnosc e Woityla. La Polonia noi italiani la vediamo solo così ma è chiaramente molto di più e di difficile interpretazione, si arriva a captarne l’anima solo dopo averla lasciata o dopo moltissimo tempo. E non senza fatica. Senza compromesso alcuno. C’è orgoglio e identità nazionale, tradizione e innovazione.

Mi ha subito colpito la voglia di nuovo, la curiosità e l’interesse per il mondo che gli rotea attorno e gli invia tanti input che lei è in grado di traslare, assorbire e tradurre.

L’interesse per la lingua italiana è spiccato, nella maggior parte delle città polacche c’è un dipartimento, una cattedra, una sezione di italianistica, con o senza Master. In base agli accordi intergovernativi i lettori del Ministero degli Affari Esteri italiano sono poi presenti in sette sedi universitarie sul territorio della Polonia. In due città, Varsavia e Cracovia, è anche attivo un Istituto Italiano di Cultura.

Ed inizio a lavorare anche qui, all’Istituto. Ora sono proprio fra gli italiani.

Difficile dire quanti siano gli italiani in Polonia, soprattutto concentrati nel cuore pulsante del Paese, Varsavia. Noi italiani siamo bizzarri e in comunità ci muoviamo come in osmosi. Non siamo legati in maniera affine ad altre popolazioni all’estero. Niente affatto, ciò che ci tiene insieme è una casualità fatta di particolari differenze nel cammino che ci conduce in quel posto determinato. E questo comune nodo è l’unico aspetto che ci assimila, il resto è fatto di peculiarità biografica.

Non sapevo che interagire con un’altra cultura fosse così bello e così bello sarebbe stato mettere la mia esperienza in Polonia in uno scrigno da portare sempre con me, anche ora che sono tornata in Italia. E’ patrimonio inestimabile fatto di istantanee dell’anima, ineludibili e incancellabili.

E’ un Paese la Polonia che non conosciamo e ho sempre avuto idea che debba essere maggiormente promosso dagli enti del turismo e questo è anche un suo piccolo neo. A ben pensarci credo sia anche per la sottile ma palpabile gelosia che i polacchi provano per il loro Paese, di difficile comprensione per chi non c’è stato mai. E’ la cultura mitteleuropea che si respira forte, la prepotente speranza di ricominciare a vivere con la ricostruzione di una città rasa al suolo come per azzerarla nel secondo conflitto bellico. Non dimenticherò mai la cultura del sociale, l’attenzione a certa ritualità come l’appuntamento a teatro o a un caffè, i valori come l’amicizia e la famiglia, messi a dura prova da un rampantismo accettato e applicato quasi alla lettera dalle generazioni più giovani.

Eppoi l’educazione, il savoir-faire e la galanteria dei signori di mezza età, sempre pronti a cedere il passo a una donna e il rigore quasi teutonico coniugato al rispetto dell’altro in ambiti più formali, pubblici e lavorativi. In Polonia ho imparato che non è necessario gridare per farsi ascoltare e tornando a casa, molto spesso, ho incontrato non poche difficoltà a farmi ascoltare seppur gridassi.

I ragazzi e le ragazze polacchi sono pieni di vitalità e di voglia di conoscere, questa è un’energia che raramente ho incontrato altrove, non di certo in Italia. Eppoi la natura, gli spazi e gli alberi nei boschi, i bisonti selvatici, il mare del Nord e i grandi velieri, la storia di Cracovia, le cicogne coi loro nidi sui comignoli, la zuppa di rape rosse e i monti Tatra, le aquile, le chiese rupestri, Pan Tadeusz e i pierogi ruskie (ravioli in pasta di farina ed acqua senza aggiunta di uova con ripieno di patate, formaggio bianco ed altri ingredienti) … potrei continuare per ore.

Ho avuto dei bravissimi colleghi che mi hanno appoggiata nei momenti di difficoltà, dalla didattica alla gestione della nostalgia da distanza e devo dire che loro sono l’aspetto che più mi maca di quella esperienza, anche se siamo rimasti in contatto.

L’unico fattore negativo, questo va detto per dovere etico prima ancora che di cronaca è il profilo contrattuale, con un contratto da rinnovare di anno in anno, ma purtroppo la condizione degli Istituti Italiani di Cultura si assesta su questa tendenza a istituzionalizzare il precariato attraverso varie forme, fra cui il perenne turn-over di stagisti nelle mansioni d’ufficio.

Viaggiare per lavoro e viverci per un po’ in quel Paese che il destino o la scelta ci hanno assegnato è la migliore condizione di vita, con tutte le difficoltà del caso, a capitalizzare emozioni ed esperienze senza il timore che ti venga un giorno presentato il conto, anzi, umanamente è implementazione di sé ed evoluzione a rilascio costante.

Per farla breve, un biglietto di sola andata e bagaglio leggero…

Grazie Monica!

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Consigli dopo 15 anni in Germania

SimonaB è emigrata in Germania 15 anni fa, ci racconta la sua storia e fornisce consigli a chi sta pensando di emigrare in Germania.

Cosa ti ha portata in Germania?

Cosa mi ha portata in Germania? Un vero caso della vita. Devo premettere che sin dalla tenera delle elementari sono sempre stata una “patita” delle lingue straniere e dell´estero forse perché Rimini, la mia cittá natale, diventava in estate una vera e propria Babilonia linguistica.

A 17 anni ho fatto uno scambio classi con una scuola di Darmstadt, nella regione dell´Assia, e sono rimasta sempre in ottimi contatti con il mio “scambio-partner” di allora. Dopo aver fatto la maturitá di perito turistico, a vent´anni avevo voglia di cambiare un pó d´aria e di fare esperienza all´estero. Veramente il mio piano era quello di trascorrere 6 mesi in Germania per migliorare il mio tedesco e 6 in Inghilterra per l´inglese ma il destino mi ha giocato un bello scherzetto (aaah l´amore, l´amore..) e 6 mesi sono diventati 15 anni. L´amore se n´è andato dopo 5 anni ma io sono rimasta perché il lavoro che facevo mi dava molte soddisfazioni, guadagnavo bene, avevo una bella cerchia di amici, non mi mancava nulla e sinceramente l´Italia (a parte la mia famiglia) con tutto il suo casino non mi mancava assolutamente.

Quale era la tua conoscenza del Tedesco agli inizi?

La mia conoscenza del tedesco era veramente scolastica. Avevo delle ottime basi grammaticali ma quando sei sul posto e i tedeschi aprono la bocca e iniziano a parlare a mitraglia allora è veramente la fine..Devo dire che io imparato la lingua come si deve seguendo per un paio di mesi un corso per stranieri, leggendo in tedesco, guardando la televisione tedesca e….EVITANDO gli Italiani e tutto quello che sembrasse essere italiano.

È inutile, quando si vuole imparare una lingua per integrarsi al 100% in un paese bisogna evitare per un lungo periodo i connazionali altrimenti la lingua non si impara. Io avevo ed ho tutt’ora una cerchia di amici composta da tedeschi e stranieri, gli unici amici Italiani con cui ho contatto sono le mie ex-commilitone dell´universitá di Heidelberg.

Comunque, dopo un anno passato in “full immersion tedesca” parlavo, capivo e mi sapevo far valere linguisticamente. La conoscenza del tedesco è basilare, non perché i tedeschi non sappiano l´inglese (non ne conosco uno che non sappia parlare almeno una lingua straniera) ma perché quassú il mondo parla tedesco. Punto e basta. I documenti in inglese non interessano a nessuno, il datore di lavoro tedesco o le istituzioni vogliono i documenti nella lingua madre.

Ci sono stati momenti difficili? Come li hai superati?

Momenti difficili a parte la nostalgia dei miei non ne ho avuti. Forse l´unico momento veramente difficile, buio e spacca nervi è stato quando la mia ditta mi ha mandata “abroad” un anno a lavorare a Milano: l´anno piú brutto della mia vita!! Cittá orripilante, ignoranza dilagante, dei superiori che mi hanno “mobbato” un anno intero e delle tante angherie e “psycho-stress” è meglio non parlarne. Dopo un anno, ho lasciato Milano in macchina e sono partita alla volta della Germania piangendo. Si piangendo ma dalla gioia di non dover piú lavorare e vivere in questo posto assurdo. Da questa esperienza ho capito che l´Italia non fa piú per me.

Come sei stata e sei accolta dai Tedeschi?

Sono stata accolta a 20 anni a braccia aperte ed in maniera ottima (io di razzismo non ne ho mai vista neanche l’ombra) e anche ora sono ottimamente integrata sia nella societá che nel mondo del lavoro. Mai avuto problemi.

Come è cambiata la Germania negli ultimi quindici anni?

La Germania é cambiata in male sinceramente… Da quando nel 2002 è stato introdotto l´euro il paese è in grandi difficoltá. Non credete ai telegiornali italiani che vi raccontano quanto sia ricca la Germania, di quanto benessere ci sia ancora quassú perché sono informazioni moooolto marginali e superficiali, la realtá è un’altra. Molte famiglie vivono al limite della povertá, ci sono stati tagli enormi al sociale che spaziano dai sussidi per la disoccupazione, alla sanitá, alle infrastrutture pubbliche.

Un esempio lampante: io guadagnavo 1200 marchi al mese quando avevo 20 anni, pagavo con questi soldi l´affitto, le varie spese, avevo 20 paia di scarpe, uscivo tutte le sere…Adesso 1200 marchi sono 600 euro: mi dite dove si va al giorno d´oggi con 600 euro?…..a voi la non tanto l´ardua risposta..

No, per caritá capiamoci bene! il paese non è sull’orlo della rovina, perché tutto continua a funzionare sempre molto ma molto meglio che in Italia, ma non è piú come una volta. Non è piú l’eldorado che poteva ancora essere fino agli anni 90′. Io sinceramente ho visto il paese cambiare in maniera non tanto positiva in questi anni e purtroppo non è solo un parere personale ma una situazione tangibile.

Come ti hanno cambiata 15 anni in Germania?

Diciamo che andare via da casa a 20 anni, vivere e mantenersi da sola in un paese straniero mi hanno fatto crescere molto in fretta. E sono felice di essere cresciuta in questa maniera, indipendente e autonoma, prendendo da subito la responsabilitá sulla mia vita.

Sono sempre stata molto insofferente all´influenza del Vaticano in Italia, ai pregiudizi degli italiani nei confronti della “diversitá” (da gay, lesbiche, stranieri, anche persone con tatuaggi o capelli lunghi, ecc.. tutto quello che puó essere definito “diverso”), ai “mammoni” italiani (io infatti ho l’uomo tedesco). Quá non interessa a nessuno se sei il figlio di Pinco Pallino: o sai fare un lavoro o non vieni assunto, non esistono i raccomandati, che gran cosa!!!! Quassú non interessa a nessuno se hai i jeans firmati o no: l’abito non fa il monaco! È vero, i tedeschi non eccellono in fatto di moda, ma bisogna essere sempre in ghingeri anche per andare al supermercato??

Summa Summarum: sono libera di essere come voglio e di esprimere la mia personalitá come veramente è, cosa che in Italia non mi è mai stato possibile.

Cosa consiglieresti a chi vuole emigrare in Germania?

Sinceramente e molto spassionatamente? Di non emigrare… A patto che non siate laureati e che la vostra laurea non sia in ingegneria, in campo medico, IT oppure se siete dei ricercatori (fisici, biologi, chimici,ecc.) Ecco in questo caso vi posso dire, venite perché il paese ha dei buchi enormi in questi settori altamente specializzati e molte volte (a parte il campo medico, dove dovete parlare come dei madrelingua) viene richiesto un buon inglese. Io ho una amica ingegnere spagnola che il tedesco non lo parla ed una amica italiana ricercatrice laureata in fisica che pure di tedesco non ne sá una parola ma lavorano in ambienti talmente internazionali ed in campi talmente specifici, che questo manco linguistico non è un handicap.

A tutti quelli che pensano di venire anche solo per fare il lavapiatti “perché tanto un lavoro in un ristorante italiano si trova sempre” posso solo dire: state a casa. Al ristorante italiano in cucina lavorano all´80% altri stranieri , che prendono poco stipendio e si fanno un numero di ore di lavoro assurde.

E allo stesso modo dico state a casa se non sapete il tedesco: la conoscenza di questa lingua è basilare perché, come ho detto in precedenza, il mondo quassú parla in tedesco e per ottenere un lavoro che sia conforme alle vostre capacitá dovete saper tener testa ai madrelingua.

Grazie Simona!

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Studiare all’università a Siviglia grazie ad Erasmus

Andrea Durante fa parte di quella generazione di studenti che ha fatto il grande salto ed ha studiato all’estero approfittando del programma Erasmus.

Andrea condivide con voi la sua esperienza a Siviglia ed i suoi consigli su come affrontare una avventura che cambierà il corso della vostra vita.

Ci descrivi i tuoi studi universitari?

Ho iniziato la carriera universitaria nel 2002, iscrivendomi a Economia all’Università di Tor Vergata. Ho conseguito la laurea triennale nel 2006 e decisi di fare la Specialistica a Roma 3.

Il primo anno fu un disastro per cui lasciai gli studi ed iniziai a lavorare fino a Ottobre 2008.

Poi mi riprese la voglia di studiare e mi iscrissi alla nuova Specialistica di Tor Vergata e ora sono al secondo anno.

Perche’ hai deciso di intraprendere la strada Erasmus?

Diciamo che l’opportunità di fare l’Erasmus è stata decisiva nel decidere di tornare a studiare. Tanti amici me ne avevano parlato ed ero rimasto affascinato da quello che mi raccontavano e quindi decisi di tuffarmi in questa avventura.

Come hai fatto, in pratica, ad iscriverti al programma?

Nel mese di Gennaio esce il bando Erasmus, con tutte le informazioni utili, come ad esempio sedi, il contributo mensile e le scadenze per presentare le domande. Dopo aver consegnato il modulo si aspetta la pubblicazione delle graduatorie divise per lingua. Successivamente vengono presentate quasi tutte le sedi, in modo da farsi un’idea, e poi arriva il giorno della convocazione per la scelta della destinazione e la firma del contratto.

Hai avuto la possibilità di scegliere Siviglia come destinazione?

Sì, ero indeciso tra Siviglia e Valencia ma grazie al fatto che a Siviglia potevo più esami, la scelta è stata facile.

Com’è l’università in Spagna?

Nel mio piccolo posso dire che è organizzata molto bene. Quasi tutte le materie hanno diversi gruppi con orari differenti, in modo da poter incastrare tutti i corsi senza problemi. Le lezioni partono dalle 8 per arrivare anche alle 21.30. Ci sono aule studio aperte 24 ore al giorno, servizi di assistenza agli studenti (Erasmus e non), centro sportivo, ampia offerta culturale. Insomma, una università come si deve.

Conoscevi già lo Spagnolo prima di partire?

No però la mia università organizza sempre due settimane di corsi di lingue. Ovviamente è un corso molto base, per cui una volta arrivato quì era come se cominciassi da zero.

Lati positivi e negativi della tua esperienza?

Tra i positivi sicuramente il fatto che per la prima volta vivo per conto mio quindi inizio a capire come gestire tante cose. Poi la moltitudine di persone che si conoscono è impressionante: c’è uno scambio culturale incredibile a tutto vantaggio del bagaglio personale di esperienze.

Di negativi sinceramente non ne vedo, a parte il fatto che il nostro assegno mensile è di 230 Euro e non copre nemmeno l’affitto mentre per gli Spagnoli che vanno in Erasmus l’assegno parte da un minimo di 650 Euro.

Cosa consiglieresti a chi vuole seguire le tue orme?

Di farlo senza indugio, di non farsi spaventare dalla lontananza da casa o amici perché questa è un’opportunità che purtroppo capita una volta sola!

Emigrerai una volta finiti gli studi universitari in Italia?

In linea teorica sì, vorrei emigrare. Ho girato un po’ il mondo ed ho visto cosa può offrire di diverso rispetto all’Italia per cui l’idea è quella.

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Insegnare in una scuola italiana in Cile

Katy ci racconta la sua avventura che l’ha portata da una Laurea conseguita all’Accademia di Belle Arti ad insegnare in una scuola italiana in Cile.

Quale e’ il tuo background accademico e professionale?

Mi sono laureata all’Accademia delle Belle Arti, poi ho lavorato diversi anni in scuole di vario ordine e grado realizzando laboratori teatrali e artistici.

Come hai fatto a trovare il lavoro di insegnamento in una scuola italiana? Quale e’ stato il percorso che ti ha portata in Cile?

Semplicemente inviando il curriculum.

Stanca della situazione lavorativa in Italia ed anche del fatto che, comunque, era deprimente trovarsi in un Paese che non mi rappresentava minimamente, ho inviato il mio curriculum alle scuole italiane private di mezzo mondo.

Mi hanno chiamata dalla Scuola Italiana di Santiago del Cile. Primo colloquio fine Novembre 2007 (in Italia, ovviamente)…… poi non ho saputo nulla fino a metà Gennaio, quando mi hanno chiamata per un secondo colloquio. Il 22 Febbraio sono partita per il Cile ed ho iniziato a lavorare, come insegnante di Arti Visive, presso questa scuola meravigliosa.

Quali sono i prerequisiti per insegnare come fai tu?

La laurea, ovviamente, ed un’innata capacità di adattamento.

Cosa offre il Cile che l’Italia non offre?

Beh, io dico sempre che è come viaggiare in prima classe, se un giorno dovessi tornare ad insegnare in Italia, mi ritroverei catapultata in turistica! La Scuola in cui lavoro è, sia dal punto di vista della struttura, sia dal punto di vista didattico, avanti anni luce rispetto alle migliori scuole italiane. Il Cile è un paese in continua evoluzione: l’arte, la cultura, sono in continua espansione, mentre in Italia continuiamo a vivere ancorati ad un passato glorioso, qui c’è la percezione d’un glorioso futuro!

Che consigli daresti a chi vuole seguire le tue orme?

Il consiglio è quello di scappare. A tutti quelli che mi dicono che ho avuto coraggio ad andare in un posto così lontano, senza conoscere nessuno, rispondo che ci vuole piu’ coraggio per restare in Italia che per andarsene…..

Grazie Katy ed in bocca al lupo!

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Studiare all’università a Melbourne, Australia

Elisa Paravidino ha fatto un’esperienza di studio universitario a Melbourne dove vive tuttora e ha gentilmente risposto ad alcune mie domande per aiutare tutti coloro che sognano di studiare in Australia.

Ti faccio una premessa prima di rispondere alle tue domande. Io sono stata exchange student nel 2006/2007, in pratica una specie di Erasmus intercontinentale quindi pagavo le tasse in Italia, ma non qui. Spero comunque che le mie risposte possano essere utili.

Ci descrivi il tuo background accademico in Italia?

In Italia ho studiato all’Università di Bologna. Prima una triennale in Scienze della Comunicazione seguita da una laurea specialistica in Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica. E’ proprio durante la mia specialistica che ho usufruito di un programma di scambio con la University of Melbourne.

Conoscevi già l’Inglese?

Per poter partecipare al programma era necessario passare un test di inglese, IELTS o TOEFL. Io ho deciso di fare il secondo solo perché era più comodo per me. Quindi in teoria dovevo sapere l’inglese già discretamente, ma devo dire che l’impatto con l’accento australiano è stato abbastanza duro. Me la cavavo con lo scritto e con l’ascolto di American English (il TOEFL è infatti un test americano), ma davvero pochino nel parlato.

Cosa sei venuta a studiare a Melbourne?

A Melbourne potevo scegliere corsi in tutto il dipartimento di Arts (che equivale alle materie umanistiche, non solo Lettere, ma anche Psicologia, Sociologia…) e facendone richiesta specifica anche un paio di corsi di altri dipartimenti.

Questo per me è stato un bel vantaggio perché ho potuto sperimentare diversi metodi di insegnamento e soddisfare diversi interessi.

Devo dire che il dipartimento più deludente è stato proprio quello di Media and Communication (l’equivalente di Scienze della Comunicazione), mentre più interessanti i corsi nei dipartimenti di Sociologia e Psicologia.

Che trafila hai fatto per iscriverti?

In questo sono stata aiutata moltissimo dalla mia università italiana. In pratica tutto quello che ho dovuto fare è stato scrivere il codice dell’Università di Melbourne nel test di inglese, in questo modo tutto è stato automatico. Un paio di mesi prima della partenza ho ricevuto una lettera ufficiale di accettazione e con questa ho potuto fare il visto online.

Hai usato agenzie o simili in Italia o in Australia che ti hanno aiutato?

No, essendo studente di scambio sono stata aiutata solo dalla mia università in Italia.

Ci dai un’idea dei costi collegati ad una permanenza da studente a Melbourne?

Per rispondere a questa domanda è necessaria una premessa: io ho studiato a Melbourne nel 2006/2007 e ho deciso di ritornarci nel 2009/2010. In questi 2/3 anni ho visto notevoli cambiamenti di prezzi, soprattutto per quanto riguarda gli affitti. Credo che sia più utile dare un’idea dei prezzi di oggi.

L’affitto è la spesa piu’ consistente. I prezzi sono molto variabili anche perché non esiste una vera e propria regolamentazione quindi può capitare di pagare prezzi molto diversi pure abitando nello stesso quartiere. Molto indicativamente una stanza in una casa condivisa può costare dai 500 AU$ in su (difficile mettere un limite, si trova davvero di tutti i prezzi). Le bollette in generale sono meno care che in Italia, io spendo all’incirca 50$ al mese comprensive anche di internet, ma anche qui dipende da quanti si è a dividere la casa.

I mezzi pubblici sono abbastanza convenienti per uno studente, l’abbonamento mensile costa circa 50$, ma purtroppo gli studenti internazionali non hanno diritto a questo sconto e arrivano a pagare il doppio. Io avevo la fortuna di essere considerata in tutto e per tutto come una studentessa locale, ma purtroppo per chi si iscrive autonomamente le cose sono diverse.

Per quanto riguarda la spesa, ho la percezione che qui si spenda un pò meno, ma forse anche perché, volendo risparmiare, badavo poco alla qualità. A Melbourne c’e’ poi l’ottimo Queen Victoria Market che aiuta moltissimo nelle economie.

Le bevande alcoliche sono molto più care in Australia (mi verrebbe da dire il doppio, ma è sempre difficile fare paragoni con prodotti diversi), mentre uscire a mangiare fuori è molto conveniente. Si può mangiare bene spendendo 12$ a testa.

Ci descrivi la vita universitaria in Australia?

Innanzitutto c’è da dire che l’anno accademico è strutturato in modo diverso: il primo semestre inizia a marzo, mentre il secondo inizia ad agosto. In realtà quelli che in Australia si chiamano semestri durano 12/15 settimane di corso più un periodo successivo per gli esami. Per molti corsi di studio, come ad esempio il mio, non c’erano nemmeno esami finali, ma solo tesine da consegnare una settimana circa dopo la fine del corso. Queste tesine costituiscono la maggior parte del voto, che è anche integrato da lavori durante le settimane del corso e dalle presenze in aula. Un’altra importante differenza con l’Italia è appunto che vengono segnate le presenze e non si possono perdere più di 2/3 lezioni per semestre.

In generale gli Australiani studiano molto meno degli Italiani (ovviamente si tratta di una mia opinione personale, riferita soprattutto al mio ambito di studio) e spesso si trovano a fare le tesine pochi giorni prima della scadenza.

L’idea che mi sono fatta dell’università australiana è che sia più simile alla nostra scuola superiore: sei molto seguito dai professori, si segnano le assenze, i professori tendono ad essere molto buoni con i voti e molto disponibili a confrontarsi con gli studenti anche per questioni pratiche.

Tra i servizi che l’università forniva c’era anche un aiuto nella correzione delle tesine per studenti internazionali, servizio che ho sperimentato ma che non mi ha convinto molto. L’unversità organizzava anche vere e proprie gite a prezzi convenienti per gli studenti internazionali, e questa è stata un’ottima opportunità per scoprire l’Australia.

Consigli a chi vuole seguire le tue orme?

Consiglierei sicuramente di informarsi con l’ufficio relazioni internazionali della propria università in Italia su eventuali scambi con università partner downunder. Questo risparmia molti grattacapi e sicuramente molti, moltissimi soldi. Dalla mia esperienza molto parziale dell’università australiana non mi sentirei di consigliare ad uno studente italiano di iscriversi ad un Bachelor o Master in Australia come studente internazionale: le tasse che si devono pagare sono decisamente eccessive per l’offerta che si ha. Ma questa è un’opinione personalissima, perché ad esempio la University of Melbourne nel 2006 figurava al quarto posto in una classifica internazionale.

L’altro consiglio è ovviamente quello di studiare bene l’inglese prima di partire, ma anche durante il soggiorno. E poi di godere al massimo delle varie pause dagli studi per viaggiare!

Grazie Elisa e buona permanenza in Australia!

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