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Emigrare a tempo determinato o indeterminato?

Mi è stato fatto notare recentemente che tanti degli articoli scritti da Italiani all’estero sono scritti da Italiani che stanno passando alcuni mesi o alcuni anni all’estero ma che prima o poi torneranno in Italia.

Insomma non Italiani che partono con l’idea di emigrare definitivamente all’estero.

Sme non vi è una risposta valida per tutti quando si tratta di considerare l’emigrazione come temporanea o definitiva. Quando si va a vivere e lavorare all’estero ci vorranno alcuni anni per capire se la scelta abbia fornito i risultati desiderati o meno.

Io stesso quando andai a studiare all’università in Inghilterra non lo feci con l’idea di emigrare per sempre. Al tempo la mia scelta era dettata molto dalla curiosità di conoscere un’altra nazione, un altro stile di vita e vedere cosa ci fosse al di là delle Alpi. Una volta finita l’università trovai lavoro in Inghilterra e, di nuovo, senza una convinzione particolare sul fatto che l’emigrazione diventasse permanente o meno.

Fatto sta che l’andare all’estero secondo me fornisce un’esperienza valida sia che la permanenza all’estero duri qualche mese sia che duri decenni. Dipende molto dall’individuo e da quello che s’impara vivendo all’estero.

Tanti amici Italiani ai tempi dell’università rimasero in Inghilterra per alcuni anni dopo aver trovato il loro primo lavoro.

La maggior parte tornarono in Italia tra i 25 e 30 anni, più che altro per motivi affettivi. Apprezzarono molto l’esperienza in Gran Bretagna, grazie alla quale riuscirono a trovare buoni lavori al rientro in Italia. Decisero però di costruirsi un futuro in Italia in base a considerazioni personali e dopo aver avuto esperienza di due mondi diversi.

Altri, tra i quali il sottoscritto, rimasero all’estero, sempre per considerazioni personali ed ora vivono in destinazioni disparate come l’Inghilterra, gli Stati Uniti, l’Olanda, la Norvegia con l’Australia. per questo secondo gruppo il ritorno in Italia è diventato adesso molto meno probabile. Dopo vent’anni di vita e lavoro all’estero, con figli nati all’estero, un rientro è oggettivamente difficile. Si ritorna sempre con piacere a vedere famiglia e amici ma se uno non ha preso in considerazione il ritorno negli ultimi vent’anni, un motivo ci sarà.

Per fortuna al giorno d’oggi l’emigrazione è molto più dinamica dell’emigrazione che avvenne nel dopoguerra. Allora si trattava spesso di un biglietto di sola andata, verso una destinazione sconosciuta con minuscole possibilità di rimpatrio. Al giorno d’oggi l’emigrare è, secondo me, molto meno rischioso e le possibilità di rientro molto maggiori. Questo fa sì che tanti Italiani che vanno all’estero fanno tesoro dell’esperienza ma poi decidono di tornare in Italia.

Non esiste l’emigrazione giusta o l’emigrazione sbagliata. Esiste solo l’emigrazione che fa per voi.

Io vi consiglierei di non preoccuparvi troppo di definire un orizzonte temporale a priori. Dire “non tornerò più in Italia” prima di partire è rischioso perché non sapete se troverete una vita necessariamente migliore. Secondo me è meglio dimenticarsi di definire un orizzonte temporale e semplicemente concentrarsi sull’integrazione all’estero, sul dare il massimo verso la creazione di opportunità per voi e per la vostra famiglia. Capirete ben presto se l’emigrazione fa per voi o se l’Italia, in fondo in fondo, non sia così male.

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Ho speranze di trovare lavoro all’estero?

Ricevo moltissime e-mail che mi chiedono, in sostanza, “ho speranze di trovare lavoro all’estero?”.

La mia risposta è volutamente vaga. Il numero di variabili da considerare per quello che riguarda la ricerca di lavoro all’estero è enorme. Ogni caso è particolare e quindi dare una risposta individuale che valga per tutti è in pratica impossibile.

Il concetto di base comunque rimane sempre lo stesso: emigrare all’estero è rischioso quindi dovete valutare bene quanto sia grande il rischio nel vostro caso particolare di quanto stomaco voi abbiate per questo rischio.

Il concetto di rischio va poi definito in quanto varia da persona a persona. Per alcuni rischiare significa non avere alcun lavoro, per altri significa avere un lavoro al di sotto delle proprie potenzialità. In sostanza però secondo me il peggio che possa capitare è il dover tornare in Italia. Questa eventualità non è la fine del mondo, almeno ci avrete provato, vi sarete comunque arricchiti dal punto di vista umano e avrete dimostrato il coraggio che tanti altri al vostro posto non dimostrano.

Il rischio va poi valutato in base a cosa lasciate in Italia. Se avete un buon lavoro, una carriera già avviata e buone prospettive per il futuro ovviamente rischierete di più che non un neo laureato senza lavoro, senza famiglia a carico e senza prospettive.

Le speranze esistono sempre come potete vedere dai vari articoli che ho scritto al riguardo e dai vari commenti che vengono pubblicati su questo blog e sul forum. E’ altrettanto vero che il rischio di non trovare lavoro o il lavoro del livello desiderato è tangibile. Tanto dipende dalla congiuntura economica della nazione alla quale state pensando. Ad esempio, la situazione del mercato del lavoro in nazioni come la Spagna o Irlanda al momento è molto dura. I primi a soffrirne sono ovviamente i giovani e gli immigrati motivo per cui a volte è meglio aspettare alcuni mesi o anni in modo da ottimizzare lo sforzo richiesto dalla ricerca lavoro.

Non dimenticatevi che la ricerca lavoro è dura anche per quelli che sono nati e cresciuti nella vostra patria d’adozione. Questi hanno una conoscenza della lingua superiore alla vostra, istruzione conseguita in loco, esperienza lavorativa precedente presso aziende in loco e tuttavia fanno una certa fatica a trovare lavoro immediatamente. Qui in Australia ad esempio il periodo medio di ricerca lavoro in genere va su sei mesi. Se questo vale per un Australiano immaginatevi quanto tempo ci possa volere per trovare un lavoro arrivando non avendo gli stessi requisiti dei “nativi”.

Il chiedere se avete speranze a me o ad altri su Internet è un ottimo inizio ma l’unica realtà che conta è quella di provarci per davvero. Solo allora dopo aver mandato decine o centinaia di curriculum riuscirete a capire quali siano le vostre vere possibilità di trovare un lavoro all’estero e, di conseguenza, emigrare con successo.

L’unico modo per migliorare le vostre probabilità è quello di ottimizzare quello che offrite come lavoratori.

Innanzitutto la conoscenza della lingua straniera è fondamentale: la lingua straniera non va conosciuta a livello scolastico bensì ad un livello il più possibile vicino a quello dei madrelingua. Non esistono scuse, se non vi prendete la briga di imparare l’inglese o francese o del tedesco in modo ottimo, non riuscirete a raggiungere i risultati che state sognando.

In secondo luogo, è importantissimo che voi offriate sul curriculum quello che i datori di lavoro e l’economia più in generale stanno cercando. Se avete un titolo di studio ricercato nel contesto della politica di immigrazione della nazione di destinazione, le vostre possibilità migliorano immediatamente. Questo vale altrettanto per tipi di lavoro per i quali non è necessario un titolo di per sé bensì valenza pratica che è certificabile come, ad esempio, l’essere saldatore.

Se vi ritrovate tra coloro che non hanno un’esperienza lavorativa o un titolo di studio ricercato nel paese di destinazione allora le speranze di trovare lavoro passano in secondo piano rispetto all’impossibilità di ottenere un visto di ingresso e permanenza nella nazione sognata.

Vi rimane comunque l’alternativa di studiare e conseguire le qualifiche necessarie per diventare ricercati tra i datori di lavoro. Ad esempio, è sempre possibile iniziare a studiare una disciplina informatica la cui certificazione è riconosciuta internazionalmente e che sia inserita nelle liste di tipologie di lavoro ricercate all’estero. Questo vale anche per le nazioni dove gli Italiani non hanno bisogno di un visto per vivere e lavorare, come ad esempio in tutte le nazioni dell’Unione Europea.

Inoltre vorrei ricordarvi che la ricerca di lavoro all’estero è una maratona, non uno sprint. Ci vuole molto di tempo di quanto immaginiate, dovrete spedire molte più e-mail e curriculum di quanto immaginiate e dovete essere testardi nel continuare la ricerca. Mettete in preventivo di dover tirare la cinghia per alcuni mesi o addirittura anni. Molto probabilmente il vostro tenore di vita risentirà della difficoltà nel trovare lavoro quindi preventivate di emigrare con un discreto gruzzolo da parte in modo di far fronte all’investimento necessario a sostenervi durante i primi tempi.

Ad esempio, io nel lontano 1993 mi laureai in Inghilterra in piena recessione, simile a quella attuale. Per circa un anno in un negozio di vini di Londra, spedendo allo stesso tempo centinaia di lettere per rispondere ad offerte di lavoro “consone al mio titolo di studio universitario”. Il tutto senza successo immediato. L’esperienza fu molto demoralizzante all’epoca in quanto sapevo benissimo di essere un candidato valido per la maggior parte degli annunci di lavoro al quale rispondevo. Fatto sta che immagino molti avrebbero rinunciato dopo alcuni mesi. Il segreto secondo me è quello di insistere convinti che alla fine riuscirete ad ottenere quello che cercate. Magari ci vorranno sei mesi, magari ci vorranno due anni. Dipende da quanto desiderio abbiate di raggiungere la vostra meta.

Riassumendo, le speranze di trovare lavoro all’estero esistono, le garanzie no. L’importante è provarci, tentar non nuoce.

In bocca al lupo.

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Consigli dopo 15 anni in Germania

SimonaB è emigrata in Germania 15 anni fa, ci racconta la sua storia e fornisce consigli a chi sta pensando di emigrare in Germania.

Cosa ti ha portata in Germania?

Cosa mi ha portata in Germania? Un vero caso della vita. Devo premettere che sin dalla tenera delle elementari sono sempre stata una “patita” delle lingue straniere e dell´estero forse perché Rimini, la mia cittá natale, diventava in estate una vera e propria Babilonia linguistica.

A 17 anni ho fatto uno scambio classi con una scuola di Darmstadt, nella regione dell´Assia, e sono rimasta sempre in ottimi contatti con il mio “scambio-partner” di allora. Dopo aver fatto la maturitá di perito turistico, a vent´anni avevo voglia di cambiare un pó d´aria e di fare esperienza all´estero. Veramente il mio piano era quello di trascorrere 6 mesi in Germania per migliorare il mio tedesco e 6 in Inghilterra per l´inglese ma il destino mi ha giocato un bello scherzetto (aaah l´amore, l´amore..) e 6 mesi sono diventati 15 anni. L´amore se n´è andato dopo 5 anni ma io sono rimasta perché il lavoro che facevo mi dava molte soddisfazioni, guadagnavo bene, avevo una bella cerchia di amici, non mi mancava nulla e sinceramente l´Italia (a parte la mia famiglia) con tutto il suo casino non mi mancava assolutamente.

Quale era la tua conoscenza del Tedesco agli inizi?

La mia conoscenza del tedesco era veramente scolastica. Avevo delle ottime basi grammaticali ma quando sei sul posto e i tedeschi aprono la bocca e iniziano a parlare a mitraglia allora è veramente la fine..Devo dire che io imparato la lingua come si deve seguendo per un paio di mesi un corso per stranieri, leggendo in tedesco, guardando la televisione tedesca e….EVITANDO gli Italiani e tutto quello che sembrasse essere italiano.

È inutile, quando si vuole imparare una lingua per integrarsi al 100% in un paese bisogna evitare per un lungo periodo i connazionali altrimenti la lingua non si impara. Io avevo ed ho tutt’ora una cerchia di amici composta da tedeschi e stranieri, gli unici amici Italiani con cui ho contatto sono le mie ex-commilitone dell´universitá di Heidelberg.

Comunque, dopo un anno passato in “full immersion tedesca” parlavo, capivo e mi sapevo far valere linguisticamente. La conoscenza del tedesco è basilare, non perché i tedeschi non sappiano l´inglese (non ne conosco uno che non sappia parlare almeno una lingua straniera) ma perché quassú il mondo parla tedesco. Punto e basta. I documenti in inglese non interessano a nessuno, il datore di lavoro tedesco o le istituzioni vogliono i documenti nella lingua madre.

Ci sono stati momenti difficili? Come li hai superati?

Momenti difficili a parte la nostalgia dei miei non ne ho avuti. Forse l´unico momento veramente difficile, buio e spacca nervi è stato quando la mia ditta mi ha mandata “abroad” un anno a lavorare a Milano: l´anno piú brutto della mia vita!! Cittá orripilante, ignoranza dilagante, dei superiori che mi hanno “mobbato” un anno intero e delle tante angherie e “psycho-stress” è meglio non parlarne. Dopo un anno, ho lasciato Milano in macchina e sono partita alla volta della Germania piangendo. Si piangendo ma dalla gioia di non dover piú lavorare e vivere in questo posto assurdo. Da questa esperienza ho capito che l´Italia non fa piú per me.

Come sei stata e sei accolta dai Tedeschi?

Sono stata accolta a 20 anni a braccia aperte ed in maniera ottima (io di razzismo non ne ho mai vista neanche l’ombra) e anche ora sono ottimamente integrata sia nella societá che nel mondo del lavoro. Mai avuto problemi.

Come è cambiata la Germania negli ultimi quindici anni?

La Germania é cambiata in male sinceramente… Da quando nel 2002 è stato introdotto l´euro il paese è in grandi difficoltá. Non credete ai telegiornali italiani che vi raccontano quanto sia ricca la Germania, di quanto benessere ci sia ancora quassú perché sono informazioni moooolto marginali e superficiali, la realtá è un’altra. Molte famiglie vivono al limite della povertá, ci sono stati tagli enormi al sociale che spaziano dai sussidi per la disoccupazione, alla sanitá, alle infrastrutture pubbliche.

Un esempio lampante: io guadagnavo 1200 marchi al mese quando avevo 20 anni, pagavo con questi soldi l´affitto, le varie spese, avevo 20 paia di scarpe, uscivo tutte le sere…Adesso 1200 marchi sono 600 euro: mi dite dove si va al giorno d´oggi con 600 euro?…..a voi la non tanto l´ardua risposta..

No, per caritá capiamoci bene! il paese non è sull’orlo della rovina, perché tutto continua a funzionare sempre molto ma molto meglio che in Italia, ma non è piú come una volta. Non è piú l’eldorado che poteva ancora essere fino agli anni 90′. Io sinceramente ho visto il paese cambiare in maniera non tanto positiva in questi anni e purtroppo non è solo un parere personale ma una situazione tangibile.

Come ti hanno cambiata 15 anni in Germania?

Diciamo che andare via da casa a 20 anni, vivere e mantenersi da sola in un paese straniero mi hanno fatto crescere molto in fretta. E sono felice di essere cresciuta in questa maniera, indipendente e autonoma, prendendo da subito la responsabilitá sulla mia vita.

Sono sempre stata molto insofferente all´influenza del Vaticano in Italia, ai pregiudizi degli italiani nei confronti della “diversitá” (da gay, lesbiche, stranieri, anche persone con tatuaggi o capelli lunghi, ecc.. tutto quello che puó essere definito “diverso”), ai “mammoni” italiani (io infatti ho l’uomo tedesco). Quá non interessa a nessuno se sei il figlio di Pinco Pallino: o sai fare un lavoro o non vieni assunto, non esistono i raccomandati, che gran cosa!!!! Quassú non interessa a nessuno se hai i jeans firmati o no: l’abito non fa il monaco! È vero, i tedeschi non eccellono in fatto di moda, ma bisogna essere sempre in ghingeri anche per andare al supermercato??

Summa Summarum: sono libera di essere come voglio e di esprimere la mia personalitá come veramente è, cosa che in Italia non mi è mai stato possibile.

Cosa consiglieresti a chi vuole emigrare in Germania?

Sinceramente e molto spassionatamente? Di non emigrare… A patto che non siate laureati e che la vostra laurea non sia in ingegneria, in campo medico, IT oppure se siete dei ricercatori (fisici, biologi, chimici,ecc.) Ecco in questo caso vi posso dire, venite perché il paese ha dei buchi enormi in questi settori altamente specializzati e molte volte (a parte il campo medico, dove dovete parlare come dei madrelingua) viene richiesto un buon inglese. Io ho una amica ingegnere spagnola che il tedesco non lo parla ed una amica italiana ricercatrice laureata in fisica che pure di tedesco non ne sá una parola ma lavorano in ambienti talmente internazionali ed in campi talmente specifici, che questo manco linguistico non è un handicap.

A tutti quelli che pensano di venire anche solo per fare il lavapiatti “perché tanto un lavoro in un ristorante italiano si trova sempre” posso solo dire: state a casa. Al ristorante italiano in cucina lavorano all´80% altri stranieri , che prendono poco stipendio e si fanno un numero di ore di lavoro assurde.

E allo stesso modo dico state a casa se non sapete il tedesco: la conoscenza di questa lingua è basilare perché, come ho detto in precedenza, il mondo quassú parla in tedesco e per ottenere un lavoro che sia conforme alle vostre capacitá dovete saper tener testa ai madrelingua.

Grazie Simona!

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Emigrare dopo i trent’anni

Alcuni di voi mi chiedono consigli su come emigrare avendo superato i trent’anni e magari avendo già iniziato a lavorare in Italia.

Premetto che io emigrai in Australia, dove mi trovo adesso, a 32 anni, dopo essermi fatto dieci anni di Inghilterra ed un anno tra Cina e Taiwan.

Quali particolarità comporta l’emigrazione dopo i trent’anni rispetto all’emigrazione negli anni dell’università?

L’aspetto principale è senz’altro il ‘rischiare’ per quello che riguarda la carriera lavorativa. A meno che siate molto ma molto bravi, è probabilissimo che l’emigrazione in un’altra nazione vi farà temporaneamente retrocedere nell’ambito del mondo del lavoro. La carriera costruita in Italia può dissolversi abbastanza facilmente una volta Oltralpe.

Questo succede a moltissimi indipendentemente dalla nazionalità e anche a quelli di lingua madre, nel caso dell’Australia gli Anglofoni.

Ho conosciuto moltissimi Britannici, Canadesi, Statunitensi ed Irlandesi che all’inizio hanno ricoperto ruoli per i quali erano ovviamente super-qualificati. Perchè? Per minimizzare il rischio e lo choc d’arrivo in una nazione diversa.

Per tanti è meglio avere un lavoro, anche al di sotto delle proprie capacità, piuttosto che sottoporre la propria famiglia ad uno stress aggiuntivo al difficile periodo di ambientamento in una nuova nazione.

Con il passare del tempo poi le qualità vengono a galla e la carriera progredisce con una traiettoria consona alle proprie potenzialità.

E’ successo a me, succede a tantissimi. I datori di lavoro un po’ ne approfittano richiedendo esperienza ‘australiana’ per giustificare un’offerta inferiore rispetto a quella che si avrebbe nella nazione di origine.

Voglio mettere questo aspetto in risalto perché l’emigrazione non è facile di per sè e se vi aggiungete difficoltà in ambiente lavorativo diventa ancora più difficile.

Per quelli di voi che hanno una buona posizione di lavoro in Italia, pensateci bene prima di emigrare.

Siete disposti ad accettare un lavoro che vi fà retrocedere di alcuni anni nella carriera?

Siete in grado di gestire il lato emotivo?

Come gestire quello che sarà un periodo di leggera frustrazione professionale?

Ponendo la carriera nella prospettiva più larga dell’emigrazione a beneficio della famiglia. Il lavoro paga l’affitto, paga il cibo e consente di ambientarsi senza troppe preoccupazioni.

E’ inutile lamentarsi, con i fatti si raggiungerà un ruolo che vi soddisferà. Per fatti leggi lavoro serio e competente.

Un altro punto importante da sottolineare è che molti Italiani mi scrivono descrivendosi come, parafrasando, ‘ragazzi trentenni’.

A volte la parola ragazzi è tra virgolette, a volte no.

Signore e signori, all’estero se avete più di trent’anni NON siete più ragazzi.

I vostri coetanei in linea di massima sono almeno dieci anni che vivono indipendentemente e lavorano da almeno sette anni.

A trent’anni e passa, i vostri coetanei hanno acquistato casa (con mutuo enorme), si sono sposati, stanno mettendo su famiglia.

I ‘ragazzi’ sono i ventenni.

E’ un distinguo importante perchè vi troverete a fare il confronto con chi magari ha alcune esperienze di vita in più. Quindi fate attenzione perchè correte il rischio di sentirvi ‘inferiori’ semplicemente perchè la vita in Italia vi ha offerto opportunità, stimoli e sfide inferiori. Insomma se siete un bamboccione, stereotipo strausato, secondo me vi peserà quando vi mettete al confronto con i nuovi colleghi.

Iniziate con il considerarvi ‘uomini’ e ‘donne’, con la relativa assunzione di responsabilità che i trent’anni comportano all’estero.

In bocca al lupo!

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Come sopravvivere senza il supporto familiare all’estero

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Come sopravvivere senza il supporto familiare all’estero

Uno degli ostacoli principali per chi sta pensando di emigrare con figli piccoli è l’assenza del supporto familiare che in genere si ha vivendo in Italia.

Come fare senza poter contare su genitori e parenti per l’aiuto nell’accudimento dei pargoli mentre si cerca di costruire una carriera ed una vita in un nuovo Paese?

Ovviamente ci sono tantissime soluzioni ma vi racconto l’esperienza mia e di mia moglie quì in Australia. Essendo i nostri figli nati in Australia, non ho conoscenza diretta della situazione in altri Paesi ma in linea di massima la situazione nel Regno Unito mi sembra sia relativamente simile. Per quello che riguarda altre nazioni invito chi ha esperienza a lasciare un commento o a scrivere  nel forum.

La cosa più importante da ricordare è che per quello che riguarda un tema del genere non esiste una soluzione che valga per tutti. Ognuno la pensa diversamente e quindi non sto a pontificare, sto semplicemente condividendo la nostra esperienza.

Fortunatamente, emigrando in Australia, facciamo parte del 25% di residenti in Australia che sono nati all’estero. Ciò è importante perché significa che esiste una fetta enorme della popolazione che, emigrata in età di creazione famiglia e senza appoggi familiari, si trova a barcamenarsi con questo tipo di situazione.

Una delle scoperte migliori per le nuove mamme in Australia è quella del ‘mother and baby group’. L’assistenza medica post-parto mette in contatto tra loro mamme ‘esordienti’ in modo che si possano incontrare, fare amicizia, condividere le loro esperienze, aiutarsi a vicenda quando sorgono problemi con i primogeniti.

Noi siamo stati fortunatissimi nel senso che le amicizie fatte nel contesto del ‘mother and baby group’ stanno ancora prosperando oggi, a distanza di 6 anni dal primo incontro. Le mamme si vedono ogni settimana, vanno fuori a cena (senza figli) almeno una volta al mese, si va in campeggio insieme, si va a cena gli uni dagli altri.

Per quello che riguarda il gestire il lavoro con l’accudimento dei bambini, moltissimi genitori emigrati da poco utilizzano i ‘childcare’, gli asili nido. Questi possono essere sia statali che privati ed offrono orari molto lunghi tipo dalle 7 del mattino alle sei e mezza di sera.

Noi ci affidammo ad un asilo nido privato consigliato da amici e ci trovammo benissimo all’inizio. Nostro figlio si trovava benissimo con le ragazze che lo accudivano ma dopo alcuni mesi il centro cambiò gestione ed il personale iniziò a licenziarsi quindi pensammo di cambiare. Non esistevano più i legami ai quali nostro figlio faceva affidamento.

Ci spostammo di qualche chilometro presso un altro centro privato dove altri amici del ‘mother and baby group’ andavano e rimanemmo lì fino all’inizio dell’asilo vero e proprio.

Fummo molto soddisfatti del servizio offerto da parte di questa struttura e della qualità del personale che accudiva i bambini, in genere signore emigrate anche loro dal Cile, dall’India e da moltissime altre nazioni.

Il costo è notevole, circa 75 dollari al giorno, quindi bisogna avere un lavoro che paghi decentemente per poter utilizzare gli asili nidi privati ma noi volevamo costruirci delle basi solide in termini lavorativi essendo arrivati in Australia da meno di due anni.

Un’altra cosa da precisare è il fatto che l’utilizzo di asili nido, privati e non, è molto alto soprattutto da parte di immigrati a causa della mancanza di supporto familiare unita al desiderio ed alla necessità di lavorare tanto per costruire basi economiche solide.

In pratica in tanti capiranno le vostre scelte e vi forniranno supporto soprattutto morale. Alcuni magari vi criticheranno ma quelli ci sono sempre qualsiasi cosa facciate. Noi per fortuna non ne abbiamo incontrati.

L’asilo vero e proprio si chiama kindergarten (’kindy’) anche se il significato cambia leggermente a seconda dello Stato. In pratica si tratta di un programma pre-scolastico volontario che coinvolge i bambini dai tre ai cinque anni. Noi lo trovammo ottimo anche se le ore settimanali erano limitate (un mattino e due pomeriggi) quindi non adatto a genitori che lavorano a tempo pieno. Il costo era minimo,non mi ricordo quanto, ma in pratica nulla rispetto ai ‘childcare’ privati di cui sopra.

C’è anche da sottolineare che i genitori in Australia ricevono supporto finanziario da parte del governo federale nelle diverse fasi di crescita dei figli. In genere l’ammontare dipende dal salario dei genitori e anche se non diventerete ricchi, i soldi aiutano comunque.

Una pecca dell’Australia è l’assenza di maternità pagata. Attualmente una madre che lascia il lavoro per partorire ed accudire i figli riceve zero. L’unica garanzia è che i datori di lavoro sono obbligati a tenervi il posto di lavoro per un anno. Per i padri c’è solo una settimana di assenza non pagata.

Esistono alcune proposte di legge per dare alle madri 18 settimane al minimo sindacale per le mamme ma sapete come sono i politici….

Riassumendo, facile creare famiglia all’estero senza supporto familiare? No ma dubito che sia una passeggiata anche in Italia….  Non dimenticatevi che non sarete gli unici, milioni di altre famiglie ce l’hanno già fatta, ce la farete anche voi.

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La Dublino vera, raccontata da chi ci vive e lavora da quattro anni

Alfredo ha appena festeggiato quattro anni a Dublino e ha gentilmente condiviso la sua esperienza con Italiansinfuga.

Alfredo scrive su Cavesi a Dublin, uno dei blog di Italiani all’estero che leggo più assiduamente. Leggetelo anche voi per capire la vera Dublino.

Cosa sai oggi che avresti voluto sapere quattro anni fa?

A dire il vero so qualcosa che avrei voluto sapere 10 anni fa. Avrei frequentato un’università estera se avessi saputo quanto importante fosse un’esperienza in un paese straniero, visto nell’ottica di un’Europa che diventa sempre più un mercato comune. Prima di tutto studiare in un paese europeo apre mentalmente e poi permette d’avere un titolo da qualche università conosciuta a livello europeo, se non mondiale. Un ulteriore aspetto positivo sarebbe stato il non aver studiato cosi tanti argomenti troppo retorici e lontani dalla realtà, come si fa in Italia, dove le università sono troppo distanti dal mercato del lavoro e nelle mani dei cosiddetti baroni.

Visto che tanti sono partiti da Dublino recentemente, che qualità ci vogliono per rimanere?

Chi nel proprio ambiente lavorativo ha mostrato grandi qualità ed ha investito tempo cercando d’accrescere le proprie conoscenze ed abilità oggi è fortemente favorito. L’Irlanda non è morta, si sta solo ridimensionando. Non siamo come in Italia nel 1991, anno in cui tutto si è spento, a mio avviso, lasciando il Paese in uno stato comatoso dal quale non si è mai risvegliato. Qui ci sono ancora aziende che assumono, aziende che investono. Servono purtroppo persone con esperienza, è un momento difficile per i neolaureati anche qui. Consiglio di consultare tuttavia i siti più conosciuti anche ad i neolaureati, soprattutto in informatica ed economia, e di inviare il proprio curriculum. Tentare non nuoce. Ecco un paio di siti tra quelli più comuni:

www.monster.ie
www.jobs.ie

Se non si posseggono determinate qualità acquisite negli anni è troppo tardi per rimediare. Non voglio scoraggiare nessuno ma semplicemente ricordare che, come dice il vecchio proverbio, chi semina raccoglie.

Durante il boom c’era forte necessità di manodopera e cervelli in Irlanda ed era possibile non essere licenziati anche non impegnandosi più di tanto. Le persone pigre e/o poco ambiziose ne hanno approfittato, tralasciando studi di perfezionamento e magari spendendo un bel pò di soldi in divertimento in questa città piena di giovani con tanta voglia di fare baldoria.

Oggi le aziende stanno razionalizzando risorse, umane, materiali ed immateriali. Ed era ora. Questo porterà ad una più sana competizione, nei mercati ed anche all’interno delle aziende tra i lavoratori. Io ho continuato a studiare di tutto anche avendo finito gli studi, prima Inglese, poi Access, Excel, SQL, VBA pur essendo la mia specialità Marketing e Management.

Perché? Prima di tutto lavorare molto con in numeri aumenta le capacità di astrazione, ‘problem solving’ ed organizzative. Secondo, in Irlanda vedo che l’informattizzazione è alta, o meglio, la conoscenza media è alta e devo adeguarmi. Leggo tanto i giornali nazionali, economici e di cronaca e poi per essere informato suglia avvenimenti internazionali leggo l’Economist ed il Times quando posso. Ho fatto corsi di management, sponsorizzati dall’azienda, mi son tuffato in ogni progetto pieno di difficoltà con tanta voglia di imparare ed oggi, in pochi anni, sento d’essere cresciuto in gran misura. Chi non ha capacità eccezionali e legami idiosincratici con l’azienda oggi è sostituibile.

Questa è la situazione. Vale lo stesso anche per chi ha lavorato in Italia, se avete imparato siete sulla strada giusta.

Per chi intendesse venire a cercare lavoro, le figure professionali che hanno ancora successo in Irlanda sono tutte nell’IT e nel settore economico. Occorrono programmatori, ricercatori e laureati in economia con estreme capacità numeriche e con esperienza. Qualità comuni devono essere: spirito di adattamento, problem solving, ottimo inglese (anche meglio studiarlo prima).

Hai mai pensato di tornare? Cosa ti ha fatto rimanere?

Mai seriamente pur facendo ogni tanto qualche analisi. Sarebbe stato come tornare indietro. Oggi non avrebbe senso tra l’altro. Tornerei se potessi spendere la grande esperienza che ho acquisito. In Italia credo ci sia lavoro solo quando torni come “pezzo grosso”, quando hai coperto posizioni a livello di direttori, capi manager o superiori. Parlo del mio campo. In campo informatico, credo sia peggio. Conosco persone che qui guadagnano 4000 euro al mese. In Italia con la stessa posizione lo stipendio sarebbe tra i 1400 ed i 1800 euro.

Non escludo possa accadere il miracolo, che l’Italia diventi un posto dove, come in mezzo mondo, gli stipendi non sono appiattiti, dove l’ambizione è premiata, dove c’è meritocrazia, dove non valga la legge dell’anzianità ma delle capacità. Se tutto ciò si avverasse io tornerei. Ovviamente è difficile. Occorrerebbe cambiare tante persone, la loro filosofia di vita.

Un episodio personale: dopo 9 mesi in Irlanda un ex collega universitario con il quale avevo elaborato la mia tesi mi chiamò abbastanza entusiasta proponendomi un lavoro a Roma. Il suo capo l’aveva incaricato di trovare 3 o 4 giovani neolaureati, senza esperienza ma con estreme capacità di crescita, che conoscesse bene, di cui potersi fidare. Lui pensò subito a me. Questo ragazzo è un genio, uno dei migliori del mio corso universitario. Mandai il mio curriculum, sembrava sicuro mi avrebbero offerto lavoro come consulente. Mi chiamò dopo qualche giorno tremendamente sconcertato ed imbarazzato. Aveva detto al suo capo che ero in Irlanda per studiare inglese per un anno e lavoravo come assistente tecnino in Ericsson, la risposta fu: non mi interessa.

Ero il candidato ideale, intelligente, neolaureato e di cui fidarsi. Questo ragazzo era cosi deluso che pensò di lasciare il lavoro.

Un mese fa ho fatto un colloquio interno per un grosso progetto per cambiare radicalmente la struttura aziendale e mi han detto da subito che chi è straniero è favorito perché è una persona che ha mostrato di sapersi adattare al cambiamento, avendo lasciato il proprio Paese.

Confrontate queste due filosofie e capirete perché l’Italia sta andando al macello.

Come è cambiata Dublino in quattro anni?

Abbastanza ed in meglio anche se c’è tanto ancora da fare. Oggi abbiamo trasporti migliori, estensioni della rete tramviaria, aumento delle corse dei treni e della metro leggera (chiamata DART). A livello sociale, si vede meno baldoria ma non dispiace. C’era un eccesso. Persone con stipendi alti ma piene di debiti. Sembrava il paese dei balocchi. Attenzione parlo di Dublino, non dell’Irlanda o dell’Interland. E’ una questione a parte e sulla quale combattiamo tanto sul nostro blog. Dublino non è l’Irlanda, è una grande città ed è la capitale ma non è l’Irlanda. Le famiglie, le persone che vogliono una vita seria si spostano di qualche kilometro e possono avere tanto verde, pulizia, tranquillità e spazio.

Per chi ha un lavoro la città oggi è più vivibile. Tutto costa meno, gli affitti il 30% ed oltre in meno di due anni fa e sembra caleranno ancora. Oggi puoi affittare una casa con 2 stanze vicino al mare e vicina al centro (10 minuti di autobus) in zone cosiddette “posh” a 1100 euro, tipo Clontarf. Due anni la stessa casa sarebbe costata 1500/1700 euro al mese. Considerando che con un semplice lavoro d’ufficio si guadagnano 1600/1800 euro, un single in teoria potrebbe vivere da solo. In centro appartamenti con una camera e di dimensioni tra i 40 ed i 55 metri quadri partono oggi da 650 euro. Quello dove vivo ora costerà dal mese prossimo 800 euro. 55 metri quadri, costruito due anni fa in pieno centro, a 200 metri dal tram che porta alle due stazioni maggiori che collegano Dublino al resto del paese. In Taxi con 20 euro arrivo all’aeroporto e vado al lavoro a piedi. 8 minuti a piedi e trovo 4 supermercati. Di fianco al portone di ingresso del mio palazzo c’e’ un piccolo negozio dove si trovano prodotti di prima necessità come pasta, pane e latte. Chiude alle 10 di sera. Anche un cameriere potrebbe permettersi di vivere da solo nel mio appartmento.

Quali sono gli stereotipi riguardanti Dublino che gli Italiani devono dimenticarsi prima di emigrare?

· Il più importante credo sia il “lavoretto” facile. Ristorazione e divertimento non esistono quasi più, non c’è più lavoro in questi settori, nei quali moltissimi, soprattutto i neolaureati senza esperienza, si son tuffati per un periodo breve o meno agli inizi dell’avventura estera irlandese negli anni passati per sbarcare il lunario. In molti casi gli stipendi erano più alti di un lavoro d’ufficio; io, in un’ottica di lungo periodo, rifiutai un lavoro come chef in un pub (tra l’altro australiano!) a circa 800 euro a settimana, più del il doppio di quanto ero pagato nel lavoro successivo.

· Promozioni facili. Non ci sono mai state ed oggi ancora meno. Avere un buon lavoro, in un’ottica di lungo periodo, non è mai stato facile. Occorre ed occorreva un buon Inglese e tanta voglia di imparare, oltre all’esperienza.

· I nostri laureati sono migliori dei laureati degli altri paesi. Sbagliato, perchè scambiamo le capacità di superare le difficoltà dovute alla disorganizzazione nel nostro paese con la conoscenza. La scuola di vita, come la chiamiamono noi, è utile dove ci sono queste difficoltà. In molti paesi gli studenti non devono preoccuparsi di cose per noi normali, utilizzando il tempo risparmiato per studiare, magari facendo pratica, cosa che vediamo con il cannocchiale nelle università italiane. Devo ringraziare la mia velocità di apprendimento per aver coperto alcune lacune. Continuo a domandarmi perché non ci insegnano quello che le aziende ricercano.

· Molti Italiani di sesso maschile devono dimenticare lo stereotipo di ragazza straniera uguale ragazza facile. Non è vero affatto. C’è una grande libertà, ma molti la interpretano come “le donne la danno a tutti senza distinzione”. Scusami se sono cosi diretto ma molti Italiani credono d’essere i maschi più belli del mondo. A dire il vero siamo ridicolizzati, almeno quelli che somigliano al maschio delle pubblicità di D&G. Ceretta, occhiali da sole anche quando non c’è il sole, jeans attigliatissimi. L’uomo vero all’estero è meno narcisista.

· Un altro stereotipo da dimenticare è quello della mancanza di alimenti di qualità. Non è vero. Si trova oltre il 95% di quello che trovi in ogni grande città Italiana. Se non si sa come fare la spesa, e cioè andando in giro per vari negozi, non è colpa di Dublino o dell’Irlanda. E’ una scusa per nascondere la propria incapacità di adattamento.

Altri consigli a chi vuole seguire le orme dei Cavesi a Dublin?

Non rinunciare mai a cercare il lavoro ideale.

Grazie Alfredo, grazie Cavesi a Dublin.

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Differenze tra università, mondo del lavoro in Svezia ed in Italia

Gatto Solitario è un ricercatore italiano emigrato in Svezia e ci rivela le differenze tra l’università in Italia ed in Svezia oltre a darci un panorama della vita in Svezia.

Come hai trovato il posto di ricercatore in Svezia?

Stavo per finire il mio dottorato in Italia, e quindi mi stavo guardando in giro per cercare un’occasione di lavoro all’estero.

Questo anche perché in Italia non c’era nessuna possibilitá di crescere e di fare carriera, quei pochi posti disponibili erano altamente sottopagati e non vedevo l’ora di vedere il resto del mondo. Secondo me ogni persona che fa ricerca deve cambiare almeno un paio di nazioni (ed io l’ho fatto solo una volta).

Era un tardo pomeriggio di agosto quando mi é caduto l’occhio su un annuncio per un post-doc in Svezia. Ho quindi guardato il sito del gruppo di ricerca, letto le loro ultime pubblicazioni ed ho deciso di inviare una email per mostrare il mio interessamento per la posizione.

Il giorno dopo colei che sará il mio futuro capo mi invita per a fare un seminario presso il dipartimento per mostrare il mio lavoro di dottorato, quindi mi intervistano una serie di persone e poi torno in Italia. Tutto pagato ovviamente da loro, aereo compreso. Dopo qualche settimana mi dicono che mi vogliono e quindi ad inizio Novembre 2005 arrivo qui.

Inoltre sulla scelta dell’estero non é da sottovalutare il “razzismo” interno in Italia. Io napoletano feci un colloquio al nord Italia e mentre parlavo con il direttore dell’istituto questo mi chiede : ” Ma poi tu sei di Napoli, riesci a vivere così lontano da casa?”. E mi offrivano la bellezza di 1100 euro al mese per un anno. Beh, la storia parla da sola su cosa ho scelto e visti i risultati ho fatto bene : )

Quali sono le differenze tra il fare il ricercatore in Italia e farlo in Svezia?

Diciamo che piú che paragonare l’Italia e la Svezia io paragonerei l’Italia ed il resto del mondo occidentale (in istituti di un certo livello internazionale). Ho diversi amici che lavorano in giro per il mondo, anzi se ho fatto bene i conti 27 su 30 dei miei compagni di corso ormai vivono all’estero in maniera definitiva o quasi.

Diciamo che quello che ho avuto modo di vedere, e che a grandi linee succede anche altrove, é che sei libero di fare la tua ricerca e di esprimere le tue idee, l’importante é argomentarle in maniera professionale e scientifica. Tutti, a partire dal capo di Dipartimento, sono lí per ascoltarti. Poi ovviamente facilitá di accesso ad apparecchi molto sofisticati, molti fondi per acquistare materiale, molti seminari a disposizione ed un ambiente molto internazionale.

Lavorare fianco a fianco con persone che vengono da quasi ogni parte del mondo é un’esperienza importante sia da un punto professionale che da un punto di vista umano. In Italia, per mia esperienza, lavorano pochissimi ricercatori stranieri, ed é molto male. Ma giustamente, se noi andiamo via, perché loro dovrebbero venire, combattere per avere un permesso di soggiorno e poi lavorare sottopagati?

Altra differenza sostanziale é che si é tutti allo stesso livello (generalmente), quindi uso lo stesso stile di comunicazione con uno studente o con il professorone in aurea di Nobel.

Vieni giudicato solo per quello che produci da un punto di vista scientifico, non conta (generalmente) essere figli di qualcuno o avere raccomandazioni in alte sfere. Questo non vuol dire che non esistano i “circoli privilegiati”, ma il 90% di chi ci é dentro lo é per i propri meriti sul campo, e attrarrà altre persone meritevoli intorno a se.

Aspetti positivi e negativi del mondo del lavoro in Svezia?

Parleró qui solo di aspetti lavorativi allora, non di “societá” in generale. Gli aspetti positivi sono le ore di lavoro giornaliere, che sono teoricamente otto, ma tanto poi si sa che in un laboratorio si lavora a ciclo continuo :D

Altrove alle 16:00-17:00 in genere si va a casa, anche se nelle company c’é chi lavora fino alle 17:30-18:00. Esistono alcune persone che lavorano anche di notte poi da casa. Ci sono poi il gran numero di giorni di vacanza (25-30 giorni), il rispetto per il lavoratore, le leggi ed i regolamenti, la paritá di trattamento tra uomini e donne, la possibilitá di avere 10 mesi di paternitá e 10 di maternitá pagati, lo stipendio arriva sempre nello stesso giorno puntualissimo.

É possibile farsi rispettare per la qualitá del proprio lavoro, indipendentemente dalla tua etá. Quando sono arrivato qui avevo 26 anni, e giá dopo due anni avevo studenti da seguire e potevo inventare nuovi progetti e seguirli in quasi totale autonomia, chiedere fondi. Ho poi avuto la fortuna di lavorare con una persona (il mio supervisore) che aveva voglia di provare cose nuove, che era molto appassionata di quello che faceva, ed ovviamente non accade sempre. Alla fine il lavoro ed un pizzico di fortuna ci hanno fatto pubblicare tre articoli in tre anni, di cui con primo nome su Nature Cell Biology.

Forse un aspetto negativo é che in alcuni luoghi di lavoro (non dove sono io) si é quasi costretti a fare due pause caffé al giorno di 30 minuti sempre alla stessa ora per “socializzare” con i colleghi. Comunque ho notato che é un’abitudine non molto diffusa nelle grandi company o tra le persone piú giovani. Altro problema, per chi deve “entrare” nel mondo del lavoro, é che spesso si trova lavoro tramite “networking”, quindi tramite conoscenze interne. Che peró non vuol dire che assumono chi é incompetente, quasi mai. Ma che tramite il giro di conoscenze nell’ambiente é piú facile essere conosciuti ed apprezzati per il proprio lavoro, e quindi é anche normale che é piú facile farsi assumere.

Molti cambiano lavoro ogni 3-4 anni, il che vuol dire che c’é una rotazione continua tra le varie aziende concorrenti nello stesso campo, e sono in genere i migliori quelli a girare di piú in quanto richiesti. É comunque un fenomeno diffuso ovunque, anche in altri paesi occidentali.

Come fai per la lingua?

Io ho sempre lavorato in inglese, visto che nel mio campo é la lingua di uso comune. Poi vivendo qui ho piano piano imparato lo svedese, facendo qualche corso e poi “lanciandomi” con gli autoctoni. Adesso lo parlo fluentemente e tengo anche seminari in svedese in pubblico. É una lingua alla fine non molto difficile secondo me, e poi mi piace parlarla.

Quali sono le differenze tra la mentalita’ italiana e quella svedese?

Questa é una domanda da cento milioni di dollari. Non mi piace generalizzare, e secondo me le persone alla fine sono abbastanza simili un pochino ovunque. Secondo me é la societá nel suo complesso che crea delle situazioni per cui le persone poi sono portate a comportarsi in un modo o in un altro. E poi evolve nel tempo, ma anche nello spazio. A me sembra di vedere alcune cose cambiare qui in Svezia da quando sono arrivato quattro anni fa, ed allo stesso modo una persona di Stoccolma ha una mentalitá spesso molto diversa da una che viene da un piccolo paese.

Fatta questa premessa secondo me in generale gli svedesi hanno la tendenza a dare una grande importanza al fatto di essere in perfetto orario, a pianificare tutto con largo anticipo. Ci si puó affidare abbastanza bene al sistema una volta che ci si é dentro, e piú o meno si sa come andranno le cose.

Un italiano, abituato a vivere e soprattutto a sopravvivere in Italia, ha secondo me sviluppato diverse abilitá di improvvisazione e di adattamento superiore alla norma.

Altra cosa che apprezzo molto in Svezia é il rispetto da parte dei superiori. Insomma sono sempre stato trattato come un essere umano ed una risorsa per il laboratorio o per l’azienda, e mai come un limone da spremere. L’idea che é che non si vive per lavorare, ma che é fondamentale avere una vita bilanciata tra la parte lavorativa e quella privata.

Questo, in veritá, l’ho notato anche con altri superiori non svedesi ma di altri paesi europei. Infine c’é pochissima voglia di “fregare il prossimo” da queste parti, ci si puó fidare abbastanza. Questo non vuol dire che si puó vivere con gli occhi chiusi e senza guardarsi le spalle, ma diciamo che non é un esercizio quotidiano come era in Italia.

Che consigli daresti a chi vuole seguire le tue orme?

Secondo me la cosa principale se si vuole diventare ricercatori é di andarsene il prima possibile, e fare un dottorato all’estero.

Non é facile ma nemmeno impossibile. Probabilmente é molto piú semplice essere assunti per un dottorato fuori che per un post-doc quando il dottorato in Italia non é stato molto fruttuoso. Non bisogna lasciarsi incantare dalle sirene che ti promettono un posto dopo 10 anni come “sottoposto” (tipo film di Fantozzi per capirci).

Anche perché, se proprio ci si arriva anche a 40 anni, ci si scontrerá con la mancanza di risorse croniche in Italia, e si avrá uno stipendio pari a quello di chi si occupa di pulizie in altri paesi esteri. Ci sono ovviamente eccellenti ricercatori in Italia, che fanno scoperte molto importanti quasi senza risorse, ed alcuni centri di ricerca eccellenti, spesso finanziati da enti esteri. Ma mi chiedo, ed é una valutazione personale, se valga la pena dover lottare tutti i giorni della propria vita, quando un bravo ricercatore é ben richiesto in molti paesi, ben pagato e soprattutto gli viene dato/a una prospettiva di vita dignitosa.

Poi ovviamente altri consigli sono imparare la lingua del posto, essere curiosi in generale verso le cose nuove e diverse. Alla fine chi ha delle buone competenze e soprattutto ha dei buoni “social skills” riesce a trovare la propria strada in qualunque situazione.

Grazie Gatto Solitario!

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Emigrare in Lituania, da chi l’ha fatto

Karim Gorjux è un mio compaesano che dal Cuneese è emigrato in Lituania. Ecco la sua storia.

Ci racconti come sei finito in Lituania?

La storia è veramente lunga, ma bene o male sul mio blog parte proprio dall’inizio di tutta questa avventura. Nel lontano 2003 un mio amico vola per le vacanze a Riga, in Lettonia. Lui ha la mia età e in quell’anno aveva 23 anni.

Dopo ben due settimane a Riga, si innamora perdutamente di una ragazza e pur di avvicinarsi ad essa, riesce ad organizzare l’erasmus a Klaipeda, in Lituania, che dista “soli” 400km dalla capitale lettone.

Come ogni buon studente erasmus che si rispetti, il mio amico invità me a stare da lui per una vacanza durante l’inverno tra il 2004 e il 2005 ed è qui che a Klaipeda conobbi Rita, la mia attuale moglie.

Che lavoro fai?

Mi occupo di consulenze informatiche e lavoro esclusivamente online. Ho un sito che descrive bene i miei servizi ed i clienti li trovo per passaparola e conoscenze. Usando skype, un sito web e la fantastica connesione ad internet che la Lituania offre, mi posso permettere di lavorare in casa senza problemi.

Come fai per la lingua?

In Lituania la maggior parte delle persone parla l’inglese. Il Lituano lo capisco per un buon 50%, per le cose importanti, di prima necessità, non ho problemi, ma tutto sommato lo parlo ancora troppo poco.
In casa, dato che abbiamo una figlia, parlo solamente italiano per permettere alla bimba di crescere bilingue. Con mia moglie invece ho instaurato la buona abitudine di parlare italiano dopo poco tempo che ci siamo conosciuti in modo da insegnarle la mia lingua.

Cosa offre la Lituania che l’Italia non offre?
La Lituania è un paese europeo con una storia travagliata e, rispetto all’Italia, una carenza di “mezzi”. La Lituania non è un paese ricco, è piccolo ed è abitato da appena 3 milioni e mezzo di persone. L’inverno è freddo e buio, le estati sono fresche e ventilate.

Molti pensano alla Lituania come un paese dell’est, ma a differenza dello stereotipo della Romania, Moldovia o paesi geograficamente ad est, la Lituania si trova a Nord dell’Europa a poche centinaia di km dalla penisola scandinava. Klaipeda, la città dove vivo, si affaccia sul mar baltico e dista 400km da Stoccolma.

Politicamente la Lituania apparteneva all’est europeo, dato che solo dal 1991 è indipendente dall’ex URSS. Ora nel 2010 la Lituania è un paese che tenta di crescere a discapito delle apparenze e del passato.

Da italiano ci sono molte cose che la Lituania offre e che in Italia non trovo o non esistono:

L’asilo per mia figlia è economico, professionale, attrezzato e soprattutto disponibile. Porto mia figlia alle 7:30 del mattino e vado a prenderla alle 17.

Internet sia wifi che residenziale è veloce ed economico. Persino il bus che collega la città alle capitali come Riga o Vilnius, ha il wifi internet tra i suoi servizi.

Le banche sono economiche e aperte tutti giorni fino a sera inoltrata, persino la domenica.

I negozi di alimentari sono aperti fino alle 22.

C’è un’ampia disponibilità di taxi e taxi collettivi per poter girare la sera se si vuole gustarsi un po’ di vino al ristorante.

L’autostrada è gratuita e ben curata.

I lavori pubblici sono veloci ed efficaci. Spesso lavorano ad orario continuato, anche la notte

Le spiagge sono TUTTE pubbliche, non esiste il concetto di spiaggia privata

La burocrazia è praticamente inesistente.

I trasporti pubblici funzionano e tutti paesi sono collegati con servizi bus.

Queste sono le cose che mi sono venute in mente, ma sul mio blog, negli anni ho pubblicato articoli dettagliati su questo argomento.

Quali sono le difficoltà di emigrante in Lituania?

Italiano? Celentano! MAFFIA! Maccaroni! Molte volte mi sento stereotipato appena dico di essere italiano, la nostra fama mi precede, ma per fortuna non è sempre un fatto negativo.

I Lituani, generalmente, hanno una buona opinione dell’Italia, ma negli ultimi anni, l’invasione turisti italiani in Lituania attratti dalle belle ragazze (le lituane hanno la fama di essere tra le più belle donne d’europa), ha esportato l’esatta rappresentazione dello sterotipo che paesi come gli Stati Uniti, l’Inghilterra o la Germania (tanto per citarne alcuni) hanno di noi.

Di conseguenza mi capita di conoscere persone diffidenti semplicemente perché sono italiano, ma a Klaipeda gli italiani residenti sono davvero pochi e quindi non è un problema così grave da farmi sentire un emarginato.

La Lituania piace a chi….

Piace a chi ama il nord, il freddo, le foreste, i laghi, la natura e le bionde. :-)
Da turista la Lituania è da visitare assolutamente nel periodo Giugno - Luglio, se avete fortuna di essere qui in un bel periodo vi potete anche fare il bagno nel baltico.

Da residente posso consigliare la Lituania a chi piace una vita tranquilla in un paese dalla bassa densità demografica ed immerso nella natura. Occhio all’invero però! Il buio ed il freddo non sono consigliati alle persone solari e a rischio depressione.

Consigli per chi vuole seguire le tue orme?

Il problema più grande per chi vuole venire a vivere qui sono i soldi. Escludo a priori la possibilità di lavorare per un’azienda lituana, il dover imparare la lingua e un compenso che difficilmente arriva a 600€ mensili è una soluzione rischiosa e difficile. Ci sono buone opportunità per gli investitori visto il prezzo contenuto della mano d’opera e l’assenza di dogane alle frontiere.

Un’ultima possibilità sarebbe quella di farsi assumera da un’azienda italiana (o comunque appartenente ad eurolandia) con sede in Lituania e farsi trasferire qui con lo stipendio in euro. Chi ci riesce ha praticamente fatto un terno al lotto.

Io ho scelto di farmi pagare in euro, ma pagare le tasse in Lituania, ma il mio lavoro è prettamente legato all’informatica ed a internet.

Grazie Karim!

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Leeds vista da uno studente universitario italiano

Abbiamo recentemente intervistato Francesco Giorgio-Serchi sulla sua esperienza di studente a Leeds, Inghilterra.

Oggi Francesco ci parla di Leeds, città titpica del nord dell’Inghilterra.

Che impressione ti ha lasciato Leeds?

In genere quando parli con qualcuno in Italia dell’Inghilterra, viene dato per scontato che si stia parlando di Londra. è quasi una delusione, per l’interlocutore medio, scoprire che esistono altre città in Gran Bretagna dove può valer la pena di vivere. Ebbene si!
Oltre a Londra ci sono almeno altri 5 o 6 grandi centri in UK dove si può prendere in considerazione di trasferirsi. Ho letto un post su questo sito di un ragazzo che vive a Manchester da cui Leeds dista meno di un’ora e sottoscrivo quanto già espresso da lui. Le città del nord dell’Inghilterra sono in gran parte centri industriali riconvertiti in città universitarie o nodi finanziari. Questo le rende città estremamente ricche, piene di attività e iniziative volte a rendere più piacevole la vita in un posto dove il cielo è per lo più grigio.

In tre anni sono passato dall’amare all’odiare e poi all’amare di nuovo Leeds.

Per chi come me viene da una cittadina italiana di medie dimensioni arrivare in questi centri urbani coi grattaceli che spuntano come fili d’erba nel centro e poi case a mattoni rossi a perdita d’occhio può essere uno schock. Le periferie inglesi sono piuttosto degradate…un concetto di degrado che va oltre quello a cui siamo abituati noi. Però i centri città sono belli e vivibili, a mio avviso; anche in una città più o meno insignificante quale è Leeds. Le uniche macchine che vedi nel centro sono i taxi e la mia impressione è che l’aria non fosse mai inquinata come quella che respiro in Italia. In città tutto è a portata e quando dico tutto, intendo tutto. Le possibilità in fatto di mangiare sono ampie, anche se non illimitate. Non troverai una bistecca fiorentina o una pizza napoletana, ma se sei disposto a adattarti puoi comunque goderti un grigliata argentina o una pizza tikka masala, è una questione di elasticità.

Leeds è in fase di rinascita. Nuovi quartieri stanno nascendo a due passi dal centro lungo il fiume, con palazzi moderni per studenti o giovani lavoratori. La cosa più bella di Leeds è che sembra di stare nel paese dei balocchi: è una città a misura di giovane. Se vai in giro in certi orari vedi solo ragazzi dai 20 ai 35 anni. Nel palazzo dove vivevo c’erano solo ragazzi (e non era una residenza universitaria) e le feste andavano avanti fino al mattino senza che il vicino venisse a lamentarsi. La città, pur non essendo Londra, è sempre in movimento: palazzi nascono ovunque, nuovi negozi e locali
aprono continuamente.

Infine, contrariamente alle comuni credenze, il costo della vita è, a mio avviso, più basso che in Toscana. Il mangiare dei supermercati è indubbiamente meno costoso (è vero però che la qualità è peggiore in molti casi), e nel vestiario si possono trovare offerte inconcepibili in Italia.

Il peggior difetto dei centri urbani come Leeds, è quasi inutile ripeterlo, è l’ebbrezza senza freni del venerdì e sabato sera. Se il rispetto delle regole è d’obbligo durante tutta la settimana, il venerdì e sabato apparentemente tutto diventa lecito. Talvolta vedere ragazzine sdraiate per strada nel proprio vomito o energumeni che fanno a botte senza motivo può farti sentire non proprio benevolo verso la cultura locale.

Nonostante questo ritengo che Leeds sia un posto piacevole dove vivere. Si trova facilmente lavoro, la criminalità è bassa rispetto a altre metropoli inglesi ed è posizionata geograficamente nel centro esatto della Gran Bretagna,
essendo a metà strada tra Londra e Edimburgo. Inoltre è a due passi da York, una delle città storiche più belle in Inghilterra. Leeds ha un aereoporto internazionale a pochi km di distanza da cui si può volare agevolmente in Italia, inoltre dista 1 ora dall’aereoporto di Manchester, un ora e mezzo da quello di East Midland e poco più da quello di Stansted.

Per gli amanti delle passeggiate, Leeds è a 30 minuti in auto dalle Dales e 1 ora dal Peak District, due parchi naturali
nell’entroterra dello Yorkshire per cui gli Inglesi vanno matti. La città ha tutti gli ingredienti per trascorrervi piacevolmente una piccola fetta di vita o per fare una esperienza all’estero. Non è il posto più adatto per chi cerca una vita di pace o vuole stabilirsi a vita con la famiglia.

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Cosa frena l’emigrazione all’estero?

Oggi mi scrive Laura Caporelli che ci racconta del desiderio di emigrare ma delle difficoltà che si incontrano nel mettere in pratica un sogno. Questi ostacoli sono sicuramente comuni a tanti aspiranti emigranti.

Lascio la parola a Laura.

Siamo una coppia della provincia di Roma, 34 e 37 anni con un bimbo di 15 mesi ed una gattina di 5 anni.
Io disoccupata con esperienza come impiegata/segretaria, mio marito receptionist in hotel.

Perche’ vuoi emigrare?

L’idea in realtà è partita da mio marito, qualche anno fa. Principalmente io pensavo di emigrare se lui avesse trovato un’occasione imperdibile, o comunque migliorare notevolmente la situazione lavorativa.

Cercavo insomma un motivo per cui valesse davvero la pena emigrare, mio marito invece sostiene che nella vita certe scelte si fanno perchè si vogliono fare e basta! E che “se ci pensi su, tra 30 anni sei ancora qui a pensare chissà come staremmo all’estero…”

Oggi sto considerando anche l’esperienza di vita che rappresenterebbe, l’ arricchimento interiore, il confronto con una realtà diversa, non credo di dire nulla di nuovo affermando che è riduttivo valutare solo il lato economico e che possa generare delusioni più facilmente.

Anche se preferirei, dovendo ricominciare una vita, un posto in cui i salari siano adeguati al costo della vita più che in Italia.

Al momento stiamo pensando di emigrare per avere certo più occasioni di crescita professionale, opportunità di carriera ed altre cose riguardanti la quotidianità che migliorerebbero la qualità della vita e che qui non troviamo, principalmente: rispetto sul lavoro, gratificazione professionale nel senso di essere apprezzati per l’impegno, serietà da parte dei datori di lavoro o che almeno mantengano i loro impegni e rispettino le leggi; vita più semplice e meno stressante nel senso di snellimento di burocrazia, senso civico e rispetto del prossimo anche nei piccoli gesti in strada.

Da quanto tempo hai questo desiderio?

Io e mio marito ne parlammo qualche anno fa, poi ci sono state molte situazioni che ci hanno occupato mentalmente, cambi di lavoro ed il discorso è finito lì. Anche perchè mio marito spesso va riportato con i piedi per terra. Adesso ci sta tornando quest’idea, che è diventata un desiderio, diciamo da pochi mesi.

Hai una destinazione preferita?

Entrambi parliamo inglese quindi U.K. o Irlanda, per ora restiamo in Europa.

L’Irlanda ci ha colpito al cuore 8 anni fa, l’Inghilterra la visitiamo quasi ogni anno perchè mia cognata vive vicino Londra.

Come rispondono familiari ed amici alla notizia che vuoi emigrare?

Anni fa ne parlammo, i miei genitori ed i miei suoceri sembravano contenti, pensando all’emigrazione come qualche anno fuori per poi tornare, credo sarebero contenti per ora tranne per il fatto di avere lontano il nipotino per il quale stravedono.

Gli amici che hanno vissuto all’estero erano favorevoli, altri pensano che non ne valga la pena, che la vita non sarebbe comunque più di tanto migliore.

Forse oggi questo secondo gruppo direbbe che è un azzardo partire con un bimbo piccolo!

Quali sono gli ostacoli che hai incontrato fino ad ora?

Principalmente mentali: l’idea di lasciare la casa, gli affetti, poi fino a poco tempo fa avevamo entrambi 2 contratti a tempo indeterminato, ci sembrava una fortuna da non lasciare con leggerezza. Per me l’idea del “salto nel buio”, dopo le disavventure vissute finora, insomma mi chiedo se ci è capitato di tutto qui cos’altro può succedere all’estero in un paese in cui non sai come muoverti… E poi da quando c’è il bimbo mi frena l’idea di non aver nessuno, i genitori e i suoceri sono molto d’aiuto, a volte anche economicamente. All’estero saremmo davvero “soli”.

Finora ho sempre frenato lo slancio di mio marito rispondendo che da fuori tutto sembra sempre migliore, che lasci dei problemi che conosci per altri che non conosci e non è detto che saprai come muoverti.

Oggi ho capito che i problemi nella vita ci sono sempre, non sempre sai o puoi affrontarli come si dovrebbe, e non è sempre possibile pianificare le nostre vite come ero abituata a pensare. Bisogna andare avanti e il momento brutto passerà…

Quando pensi che tu e famiglia riuscirete ad emigrare?

Quest’anno o il prossimo; come spiegato prima malgrado si fanno progetti accade sempre l’imprevisto, a questo punto non mi sbilancio più!

Quali sono i passi concreti che state facendo per emigrare?

Stiamo facendo ricerche su internet, per vedere cosa offre il mercato del lavoro, quanto costano in proporzione alla vita gli immobili in affitto, stiamo progettando di affittare la nostra casa, e leggiamo inserzioni di lavoro per capire com’è la richiesta di personale, ma per quelle pensiamo occorra un periodo di ferie per poter andare a fare direttamente colloqui di selezione e magari un periodo di prova prima di dare le dimissioni dal lavoro in Italia.

Ci dobbiamo fare un po’ di conti per partire tranquilli.

Grazie Laura ed in bocca al lupo!

Avete consigli o suggerimenti per Laura e famiglia? Lasciate un commento!

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