Archive for 'emigrazione'

Emigrare a tempo determinato o indeterminato?

Mi è stato fatto notare recentemente che tanti degli articoli scritti da Italiani all’estero sono scritti da Italiani che stanno passando alcuni mesi o alcuni anni all’estero ma che prima o poi torneranno in Italia.

Insomma non Italiani che partono con l’idea di emigrare definitivamente all’estero.

Sme non vi è una risposta valida per tutti quando si tratta di considerare l’emigrazione come temporanea o definitiva. Quando si va a vivere e lavorare all’estero ci vorranno alcuni anni per capire se la scelta abbia fornito i risultati desiderati o meno.

Io stesso quando andai a studiare all’università in Inghilterra non lo feci con l’idea di emigrare per sempre. Al tempo la mia scelta era dettata molto dalla curiosità di conoscere un’altra nazione, un altro stile di vita e vedere cosa ci fosse al di là delle Alpi. Una volta finita l’università trovai lavoro in Inghilterra e, di nuovo, senza una convinzione particolare sul fatto che l’emigrazione diventasse permanente o meno.

Fatto sta che l’andare all’estero secondo me fornisce un’esperienza valida sia che la permanenza all’estero duri qualche mese sia che duri decenni. Dipende molto dall’individuo e da quello che s’impara vivendo all’estero.

Tanti amici Italiani ai tempi dell’università rimasero in Inghilterra per alcuni anni dopo aver trovato il loro primo lavoro.

La maggior parte tornarono in Italia tra i 25 e 30 anni, più che altro per motivi affettivi. Apprezzarono molto l’esperienza in Gran Bretagna, grazie alla quale riuscirono a trovare buoni lavori al rientro in Italia. Decisero però di costruirsi un futuro in Italia in base a considerazioni personali e dopo aver avuto esperienza di due mondi diversi.

Altri, tra i quali il sottoscritto, rimasero all’estero, sempre per considerazioni personali ed ora vivono in destinazioni disparate come l’Inghilterra, gli Stati Uniti, l’Olanda, la Norvegia con l’Australia. per questo secondo gruppo il ritorno in Italia è diventato adesso molto meno probabile. Dopo vent’anni di vita e lavoro all’estero, con figli nati all’estero, un rientro è oggettivamente difficile. Si ritorna sempre con piacere a vedere famiglia e amici ma se uno non ha preso in considerazione il ritorno negli ultimi vent’anni, un motivo ci sarà.

Per fortuna al giorno d’oggi l’emigrazione è molto più dinamica dell’emigrazione che avvenne nel dopoguerra. Allora si trattava spesso di un biglietto di sola andata, verso una destinazione sconosciuta con minuscole possibilità di rimpatrio. Al giorno d’oggi l’emigrare è, secondo me, molto meno rischioso e le possibilità di rientro molto maggiori. Questo fa sì che tanti Italiani che vanno all’estero fanno tesoro dell’esperienza ma poi decidono di tornare in Italia.

Non esiste l’emigrazione giusta o l’emigrazione sbagliata. Esiste solo l’emigrazione che fa per voi.

Io vi consiglierei di non preoccuparvi troppo di definire un orizzonte temporale a priori. Dire “non tornerò più in Italia” prima di partire è rischioso perché non sapete se troverete una vita necessariamente migliore. Secondo me è meglio dimenticarsi di definire un orizzonte temporale e semplicemente concentrarsi sull’integrazione all’estero, sul dare il massimo verso la creazione di opportunità per voi e per la vostra famiglia. Capirete ben presto se l’emigrazione fa per voi o se l’Italia, in fondo in fondo, non sia così male.

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Ho speranze di trovare lavoro all’estero?

Ricevo moltissime e-mail che mi chiedono, in sostanza, “ho speranze di trovare lavoro all’estero?”.

La mia risposta è volutamente vaga. Il numero di variabili da considerare per quello che riguarda la ricerca di lavoro all’estero è enorme. Ogni caso è particolare e quindi dare una risposta individuale che valga per tutti è in pratica impossibile.

Il concetto di base comunque rimane sempre lo stesso: emigrare all’estero è rischioso quindi dovete valutare bene quanto sia grande il rischio nel vostro caso particolare di quanto stomaco voi abbiate per questo rischio.

Il concetto di rischio va poi definito in quanto varia da persona a persona. Per alcuni rischiare significa non avere alcun lavoro, per altri significa avere un lavoro al di sotto delle proprie potenzialità. In sostanza però secondo me il peggio che possa capitare è il dover tornare in Italia. Questa eventualità non è la fine del mondo, almeno ci avrete provato, vi sarete comunque arricchiti dal punto di vista umano e avrete dimostrato il coraggio che tanti altri al vostro posto non dimostrano.

Il rischio va poi valutato in base a cosa lasciate in Italia. Se avete un buon lavoro, una carriera già avviata e buone prospettive per il futuro ovviamente rischierete di più che non un neo laureato senza lavoro, senza famiglia a carico e senza prospettive.

Le speranze esistono sempre come potete vedere dai vari articoli che ho scritto al riguardo e dai vari commenti che vengono pubblicati su questo blog e sul forum. E’ altrettanto vero che il rischio di non trovare lavoro o il lavoro del livello desiderato è tangibile. Tanto dipende dalla congiuntura economica della nazione alla quale state pensando. Ad esempio, la situazione del mercato del lavoro in nazioni come la Spagna o Irlanda al momento è molto dura. I primi a soffrirne sono ovviamente i giovani e gli immigrati motivo per cui a volte è meglio aspettare alcuni mesi o anni in modo da ottimizzare lo sforzo richiesto dalla ricerca lavoro.

Non dimenticatevi che la ricerca lavoro è dura anche per quelli che sono nati e cresciuti nella vostra patria d’adozione. Questi hanno una conoscenza della lingua superiore alla vostra, istruzione conseguita in loco, esperienza lavorativa precedente presso aziende in loco e tuttavia fanno una certa fatica a trovare lavoro immediatamente. Qui in Australia ad esempio il periodo medio di ricerca lavoro in genere va su sei mesi. Se questo vale per un Australiano immaginatevi quanto tempo ci possa volere per trovare un lavoro arrivando non avendo gli stessi requisiti dei “nativi”.

Il chiedere se avete speranze a me o ad altri su Internet è un ottimo inizio ma l’unica realtà che conta è quella di provarci per davvero. Solo allora dopo aver mandato decine o centinaia di curriculum riuscirete a capire quali siano le vostre vere possibilità di trovare un lavoro all’estero e, di conseguenza, emigrare con successo.

L’unico modo per migliorare le vostre probabilità è quello di ottimizzare quello che offrite come lavoratori.

Innanzitutto la conoscenza della lingua straniera è fondamentale: la lingua straniera non va conosciuta a livello scolastico bensì ad un livello il più possibile vicino a quello dei madrelingua. Non esistono scuse, se non vi prendete la briga di imparare l’inglese o francese o del tedesco in modo ottimo, non riuscirete a raggiungere i risultati che state sognando.

In secondo luogo, è importantissimo che voi offriate sul curriculum quello che i datori di lavoro e l’economia più in generale stanno cercando. Se avete un titolo di studio ricercato nel contesto della politica di immigrazione della nazione di destinazione, le vostre possibilità migliorano immediatamente. Questo vale altrettanto per tipi di lavoro per i quali non è necessario un titolo di per sé bensì valenza pratica che è certificabile come, ad esempio, l’essere saldatore.

Se vi ritrovate tra coloro che non hanno un’esperienza lavorativa o un titolo di studio ricercato nel paese di destinazione allora le speranze di trovare lavoro passano in secondo piano rispetto all’impossibilità di ottenere un visto di ingresso e permanenza nella nazione sognata.

Vi rimane comunque l’alternativa di studiare e conseguire le qualifiche necessarie per diventare ricercati tra i datori di lavoro. Ad esempio, è sempre possibile iniziare a studiare una disciplina informatica la cui certificazione è riconosciuta internazionalmente e che sia inserita nelle liste di tipologie di lavoro ricercate all’estero. Questo vale anche per le nazioni dove gli Italiani non hanno bisogno di un visto per vivere e lavorare, come ad esempio in tutte le nazioni dell’Unione Europea.

Inoltre vorrei ricordarvi che la ricerca di lavoro all’estero è una maratona, non uno sprint. Ci vuole molto di tempo di quanto immaginiate, dovrete spedire molte più e-mail e curriculum di quanto immaginiate e dovete essere testardi nel continuare la ricerca. Mettete in preventivo di dover tirare la cinghia per alcuni mesi o addirittura anni. Molto probabilmente il vostro tenore di vita risentirà della difficoltà nel trovare lavoro quindi preventivate di emigrare con un discreto gruzzolo da parte in modo di far fronte all’investimento necessario a sostenervi durante i primi tempi.

Ad esempio, io nel lontano 1993 mi laureai in Inghilterra in piena recessione, simile a quella attuale. Per circa un anno in un negozio di vini di Londra, spedendo allo stesso tempo centinaia di lettere per rispondere ad offerte di lavoro “consone al mio titolo di studio universitario”. Il tutto senza successo immediato. L’esperienza fu molto demoralizzante all’epoca in quanto sapevo benissimo di essere un candidato valido per la maggior parte degli annunci di lavoro al quale rispondevo. Fatto sta che immagino molti avrebbero rinunciato dopo alcuni mesi. Il segreto secondo me è quello di insistere convinti che alla fine riuscirete ad ottenere quello che cercate. Magari ci vorranno sei mesi, magari ci vorranno due anni. Dipende da quanto desiderio abbiate di raggiungere la vostra meta.

Riassumendo, le speranze di trovare lavoro all’estero esistono, le garanzie no. L’importante è provarci, tentar non nuoce.

In bocca al lupo.

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Cosa frena l’emigrazione all’estero?

Oggi mi scrive Laura Caporelli che ci racconta del desiderio di emigrare ma delle difficoltà che si incontrano nel mettere in pratica un sogno. Questi ostacoli sono sicuramente comuni a tanti aspiranti emigranti.

Lascio la parola a Laura.

Siamo una coppia della provincia di Roma, 34 e 37 anni con un bimbo di 15 mesi ed una gattina di 5 anni.
Io disoccupata con esperienza come impiegata/segretaria, mio marito receptionist in hotel.

Perche’ vuoi emigrare?

L’idea in realtà è partita da mio marito, qualche anno fa. Principalmente io pensavo di emigrare se lui avesse trovato un’occasione imperdibile, o comunque migliorare notevolmente la situazione lavorativa.

Cercavo insomma un motivo per cui valesse davvero la pena emigrare, mio marito invece sostiene che nella vita certe scelte si fanno perchè si vogliono fare e basta! E che “se ci pensi su, tra 30 anni sei ancora qui a pensare chissà come staremmo all’estero…”

Oggi sto considerando anche l’esperienza di vita che rappresenterebbe, l’ arricchimento interiore, il confronto con una realtà diversa, non credo di dire nulla di nuovo affermando che è riduttivo valutare solo il lato economico e che possa generare delusioni più facilmente.

Anche se preferirei, dovendo ricominciare una vita, un posto in cui i salari siano adeguati al costo della vita più che in Italia.

Al momento stiamo pensando di emigrare per avere certo più occasioni di crescita professionale, opportunità di carriera ed altre cose riguardanti la quotidianità che migliorerebbero la qualità della vita e che qui non troviamo, principalmente: rispetto sul lavoro, gratificazione professionale nel senso di essere apprezzati per l’impegno, serietà da parte dei datori di lavoro o che almeno mantengano i loro impegni e rispettino le leggi; vita più semplice e meno stressante nel senso di snellimento di burocrazia, senso civico e rispetto del prossimo anche nei piccoli gesti in strada.

Da quanto tempo hai questo desiderio?

Io e mio marito ne parlammo qualche anno fa, poi ci sono state molte situazioni che ci hanno occupato mentalmente, cambi di lavoro ed il discorso è finito lì. Anche perchè mio marito spesso va riportato con i piedi per terra. Adesso ci sta tornando quest’idea, che è diventata un desiderio, diciamo da pochi mesi.

Hai una destinazione preferita?

Entrambi parliamo inglese quindi U.K. o Irlanda, per ora restiamo in Europa.

L’Irlanda ci ha colpito al cuore 8 anni fa, l’Inghilterra la visitiamo quasi ogni anno perchè mia cognata vive vicino Londra.

Come rispondono familiari ed amici alla notizia che vuoi emigrare?

Anni fa ne parlammo, i miei genitori ed i miei suoceri sembravano contenti, pensando all’emigrazione come qualche anno fuori per poi tornare, credo sarebero contenti per ora tranne per il fatto di avere lontano il nipotino per il quale stravedono.

Gli amici che hanno vissuto all’estero erano favorevoli, altri pensano che non ne valga la pena, che la vita non sarebbe comunque più di tanto migliore.

Forse oggi questo secondo gruppo direbbe che è un azzardo partire con un bimbo piccolo!

Quali sono gli ostacoli che hai incontrato fino ad ora?

Principalmente mentali: l’idea di lasciare la casa, gli affetti, poi fino a poco tempo fa avevamo entrambi 2 contratti a tempo indeterminato, ci sembrava una fortuna da non lasciare con leggerezza. Per me l’idea del “salto nel buio”, dopo le disavventure vissute finora, insomma mi chiedo se ci è capitato di tutto qui cos’altro può succedere all’estero in un paese in cui non sai come muoverti… E poi da quando c’è il bimbo mi frena l’idea di non aver nessuno, i genitori e i suoceri sono molto d’aiuto, a volte anche economicamente. All’estero saremmo davvero “soli”.

Finora ho sempre frenato lo slancio di mio marito rispondendo che da fuori tutto sembra sempre migliore, che lasci dei problemi che conosci per altri che non conosci e non è detto che saprai come muoverti.

Oggi ho capito che i problemi nella vita ci sono sempre, non sempre sai o puoi affrontarli come si dovrebbe, e non è sempre possibile pianificare le nostre vite come ero abituata a pensare. Bisogna andare avanti e il momento brutto passerà…

Quando pensi che tu e famiglia riuscirete ad emigrare?

Quest’anno o il prossimo; come spiegato prima malgrado si fanno progetti accade sempre l’imprevisto, a questo punto non mi sbilancio più!

Quali sono i passi concreti che state facendo per emigrare?

Stiamo facendo ricerche su internet, per vedere cosa offre il mercato del lavoro, quanto costano in proporzione alla vita gli immobili in affitto, stiamo progettando di affittare la nostra casa, e leggiamo inserzioni di lavoro per capire com’è la richiesta di personale, ma per quelle pensiamo occorra un periodo di ferie per poter andare a fare direttamente colloqui di selezione e magari un periodo di prova prima di dare le dimissioni dal lavoro in Italia.

Ci dobbiamo fare un po’ di conti per partire tranquilli.

Grazie Laura ed in bocca al lupo!

Avete consigli o suggerimenti per Laura e famiglia? Lasciate un commento!

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Consigli per emigrare a Washington, Stati Uniti

Abbiamo di nuovo la fortuna di fare tesoro dell’esperienza di un Italiano che all’estero è già emigrato, a Washington, Stati Uniti, per la precisione.

Ci descrivi il tuo background?

Mi chiamo Giordano Carlini, ho 38 anni. Sono originario di Falconara Marittima, nelle Marche.
Ho un diploma di Tecnico Elettronico. In Italia ho lavorato per diversi anni per una ditta di noleggio videogiochi.
Nel 2004 mi sono trasferito negli Stati Uniti, ad Alexandria, Virginia. Nel 2005 mi sono spostato in Maryland, a Montgomery Village dove risiedo tutt’ora.
Lavoro nel laboratorio elettronico della Metropolitana di Washington DC (WMATA).
Ho una grande passione per la fotografia a cui dedico gran parte del mio tempo libero.

Cosa ti ha portato negli Stati Uniti?

Il mio trasferimento negli Stati Uniti è stato quasi per caso.
Nel 1998/99, con un background di tecnico elettronico, avevo provato più per curiosità che altro a cercare lavoro negli Stati Uniti.

Il tentativo si è limitato nello spedire alcuni CV a compagnie americane.

Inutile dire che senza realmente sapere cosa stavo facendo ed una scarsa conoscenza dell’inglese, il tentativo non ha dato i risultati che speravo. Da li ho abbandonato l’idea.

Nel Marzo del 2001 ho conosciuto una ragazza Americana. I successivi 3 anni, sono stati caratterizzati da frequenti visite reciproche…da alcune settimane ad alcuni mesi.

Durante quel periodo ho avuto l’opportunita di migliorare il mio inglese.

Nel 2004, non senza un minimo di incoscenza, ho venduto auto e moto, lasciato il mio lavoro e senza ben sapere cosa sarei andato a fare, ho deciso di trasferirmi definitivamente.

Consiglieresti Washington come destinazione?

Washington DC è una gran bella città. Probabilmente non offre la stessa vita notturna ed i divertimenti di New York o la California, ci sono comunque tante cose da fare e da vedere: monumenti, musei (molti gratuiti) e luoghi storici.
L’area metroplitana di DC che comprende parte del Maryland, della Virginia e la citta stessa di Washington è stata luogo della Guerra d’indipendenza.

Con circa un’ora d’auto si può arrivare alla Chesapeake Bay (ad est), oppure alle montagne della West Virginia (ad ovest).

Dal punto di vista lavorativo DC offre molte possibilità, essendo sede di molte organizzazioni internazionali (Banca Mondiale, Fondo Monetario Interanzionale ecc…), organizzazioni non governative (NGO) ed istituti governativi americani.

Che consigli daresti a chi vuole seguire le tue orme?

Sicuramente una buona conoscenza della lingua inglese è fondamentale. Se si hanno alcuni mesi a disposizione il mio consiglio è di frequentare una scuola in America piuttosto che in Italia.

Il primo motivo è che uscito da scuola continui a parlare inglese, ascoltare radio in inglese, guardate tv in inglese ecc…, molto più produttivo.

Il secondo è che ci sono scuole che offrono corsi a prezzi molto buoni. Circa $300 per 12 settimane, 5 giorni alla settimana, 3 ore al giorno.

Grazie Giordano!

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Come trovare informazioni sulle scuole del Victoria, Australia

Per quelli di voi che hanno figli e stanno per emigrare a Melbourne o nello stato del Victoria più in generale, ho trovato alcuni siti con informazioni sulle scuole governative.

Innanzitutto, dove sono le scuole o gli asili? Questa pagina vi consente di trovare tutte le isituzioni scolastiche dagli asili fino alle superiori selezionando o il nome dell’istituzione, se lo sapete; il sobborgo dove andrete a vivere o il codice postale.

I risultati vengono presentati su una cartina con dettagli tipo indirizzo, numero di telefono ed indirizzo e-mail.

Quando avete scelto una o più scuole che vi interessano, potete scoprire la loro prestazione visitando il sito Victorian Government School Performance Summary dove vi vengono fornite le spiegazioni di base sui resoconti preparati dalle scuole.

Se vi interessano altri Stati dell’Australia, cercate su Google le terminologie simili presentate sui siti del Victoria. Non sono sicuro che esistano ma tentare non nuoce.

Per quello che riguarda l’esperienza personale, vi assicuro che la decisione su che scuola scegliere per i figli è altamente personale. Nella nostra cerchia di amici pur vivendo vicini, abbiamo scelto scuole diverse perchè diamo importanza ad aspetti diversi delle scuole. C’è chi sceglie la scuola più vicina, chi sceglie quella con meno alunni.

Inoltre, per quello che riguarda la qualità delle scuole, secondo me è molto buona anche se io sto facendo il confronto con le elementari degli anni 70, una lavagna, i banchi e le sedie. La maggioranza delle scuole elementari australiane hanno lavagne interattive, moltissimi materiali ed un sacco di attività extracurriculari.

Insomma la decisione di dove mandare a scuola in Australia i vostri figli non dovrebbe preoccuparvi più di tanto

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Dove sono emigrati gli Italiani in America?

Ho scoperto un sito interessantissimo per chi sta pensando di emigrare in America.

MPI Data Hub, la sezione del sito del Migration Policy Institute dedicata alle statistiche, fornisce la possibilità di scegliere la nazione di origine degli emigranti e lo stato americano di destinazione.

Il risultato è il numero di nati in Italia registrati in quel particolare Stato durante il censimento del 2000, un pò vecchio ma non penso i numeri siano cambiati così tanto.

Dove sono andati a vivere gli Italiani emigrati negli Stati Uniti?

Innanzitutto il censimento del 2000 registrò 473.338 residenti negli Stati Uniti nati in Italia, pari all’1,5% della popolazione di nati all’estero (31 milioni) e al 0,2% della popolazione totale (281 milioni).

I primi dieci stati ‘importatori’ di Italiani sono:

  1. New York 147 mila
  2. New Jersey 58 mila
  3. California 38 mila
  4. Florida 32 mila
  5. Pennsylvania 31 mila
  6. Massachusetts 28 mila
  7. Illinois 28 mila
  8. Connecticut 26 mila
  9. Michigan 15 mila
  10. Ohio 13 mila

I primi dieci stati comprendono l’88% degli emigrati nati in Italia nel censimento del 2000.

Questo può servirvi a decidere la vostra destinazione se volete rimanere vicini ad una comunità italiana negli Stati Uniti.

Giusto per curiosità, lo Stato con meno Italiani?

Il North Dakota dove solo 60 Italiani vennero registrati nel censimento del 2000.

Ne conoscete qualcuno?

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Emigrare a Panama come pensionati

Secondo Business Week Panama offre sanità di qualità, bassi costi e sta attraendo professionisti americani che vogliono andare in pensione.

Quindi perchè non gli Italiani? Vediamo cosa possiamo imparare dai pensionati americani.

Panama sta diventando popolare per coloro che stanno per andare in pensione e che vogliono evitare la recessione globale. Il Migration Policy Institute, un gruppo di esperti di Washington che studia il movimento di persone nel mondo, sostiene che i motivi principali che attirano professionisti Americani verso Panama sono la sanità da Primo Mondo a prezzi da Terzo Mondo e gli sconti per i pensionati. Gli anziani ricevono sconti del quasi 50 per cento su quasi tutto (anche se ho letto nei commenti dell’articolo originale che la cifra è del 25% su alcune cose per chi ha un visto da residente).

Gli immigrati inoltre non pagano tasse a Panama su reddito guadagnato all’estero e non pagano tasse sulla proprietà per i primi 20 anni.

Aiuta anche il fatto che il prezzo di una bellissima villa in riva al mare è lo stesso di una dimora non granchè in Florida. Jon Nickel e sua moglie Gretchen dicono che avrebbero speso 3 milioni di dollari per il loro appartamento di 280 metri quadri con vista mare a Miami mentre a Panama City hanno speso 250 mila dollari, con parte dei 800 mila dollari ricevuti della vendita della loro casa a Portland, Oregon.

Altri aspetti positivi offerti da Panama sono il prezzo di una domestica (15 dollari al giorno) e il costo della copertura sanitaria 800 dollari all’anno a Panama mentre negli Stati Uniti il costo è di 1,200 dollari al mese.

Altri risparmi sono disponibili a chi ha bisogno di infermieri: Barbara Dove, 66enne colpita dal morbo di Parkinson, scoprì che un’infermiera a Seattle costa 25 dollari all’ora mentre a Panama costa 25 dollari al gionro.

Si stima che 25 mila emigrati statunitensi vivano a Panama per approfittare del potere relativo del dollaro.

Panama ha comunque difetti: la lentezza del ritmo della vita e della burocrazia; acqua ed elettricità vanno e vengono; il traffico non conosce regole.

Insomma Panama sembra offrire un’alternativa a chi vuole andare in pensione e usare meglio i risparmi accumulati.

Siccome quando traduco e scrivo articoli di questo tipo c’è sempre chi commenta che ‘non è vero, si vede che non avete mai visitato Panama’, ci sono Italiani a Panama che vogliono confermare o smentire cosa scritto quì sopra?

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Le vicissitudini di richiesta del visto per l’Australia

Max mi ha recentmente lasciato un commento che riporto di seguito:

“Ciao Aldo,

ho alcune domande da farti sull’ottenimento dello skilled visa. Da alcuni mesi ho presentato tutti i miei documenti per ottenerlo, ho già pagato le cifre che richiede l’ufficio immigrazione di Melbourne per la pratica, ho tutti i requisiti per poterlo ottenere, ma adesso il mio migration agent mi dice che ci sono proteste da parte di alcuni sindacati, nel senso che si oppongono al rilascio degli skilled visa per via della crisi mondiale,cioè sono preoccupati che i nuovi emigrati possano togliere lavoro ai propri cittadini, ma se la mia professione rientra tra quelle richieste perchè dovrebbero bloccare tutto? Hai sentito notizie sui giornali, ultimamente, in merito? Io non ne ho trovate. Ora quindi la situazione pare che sia questa: sono state stilate due liste, in una ci sono le professioni urgentissime e nella seconda quelle meno urgenti per quest’ultima (dove naturalmente mi hanno collocato, il mio migration agent mi ha detto che potrebbero passare anche due anni per poterlo ottenere, ed io che faccio nel frattempo? Ti pare giusta questa cosa? Ho versato una cifra considerevole per le tasse per il visto ed ora che fare? Aspettare ma per quanto tempo ancora?
Spero che potrai darmi un conforto su questa cosa, saluti,
MAX”

Un’ottima domanda e spero che la mia risposta possa aiutare a comprendere meglio cosa comporti fare domanda di visto per l’Australia.

Innanzitutto alcuni sindacati hanno sì protestato citando la crisi finanziaria globale come motivo per interrompere o rallentare l’immigrazione.

Facciamo però attenzione a separare quello che si legge sui giornali e la realtà della questione immigrazione.

Vi è sempre stata tensione, in Australia ed in altre parti del mondo, tra sindacati ed imprese sull’immigrazione. I primi sostengono che il governo e le aziende dovrebbero investire di più sull’educazione degli Australiani mentre le seconde sostengono che non riescono a trovare manodopera qualificata a sufficienza in Australia per sopperire alla domanda.

Si potrebbe discutere e litigare per anni sull’argomento. Alcuni lo fanno.

Fatto sta che la verità si trova a mezza strada.

In questo particolare momento magari il pendolo è più favorevole ai sindacati e mi sorprenderei se non facessero almeno un pò di rumore a favore dei propri associati.

La realtà è che l’Australia ha una politica immigratoria per buon parte legata al soddisfacimento dei bisogni del mondo del lavoro. Ogni anno le quote di immigrazione vengono riviste in sù od in giù a seconda delle stime sulla mancanza di manodopera.

Non sono i sindacati a decidere le quote, è il governo.

Al limite il flusso migratorio viene rallentato ma non interrotto.

Il visto richiede comunque tempo. Dipende moltissimo dalle circostanze personali ma due anni non mi sembra al di fuori della norma.

Chi vuole fare domanda per un visto lavorativo per l’Australia deve prepararsi ad attese di mesi ed anni. Se la procedura fosse facile, veloce e poco dispendiosa la coda sarebbe troppo lunga ed il sistema collasserebbe.

Per la questione soldi già pagati, è un rischio al quale dovete prepararvi. Facendo domanda, e pagando,vi accollate il rischio di perdere tutti i soldi versati se la vostra domanda venisse rifiutata, per qualsiasi motivo. Questo viene chiarito immediatamente da parte del governo australiano nei documenti relativi alla domanda per il visto.

Cosa fare nel frattempo?

La mia opinione al riguardo conta poco o niente. L’unica cosa che vorrei ribadire è che la procedura per l’ottenimento di un visto lavorativo per l’Australia non è l’equivalente dei 100 metri. Si tratta di una maratona combinata ad una corsa ad ostacoli.

Che piaccia o meno, che lo troviate giusto o meno, l’Australia non può e non vuole accogliere tutti coloro che vogliono emigrare quì.

La selezione alla quale ti stai sottopenendo tu, Max, è il modo con il quale vengono trovate le persone che, secondo i criteri australiani, hanno le motivazioni ed i requisiti giusti e riusciranno a contribuire meglio al futuro della nazione.

In bocca al lupo!

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Guida per vivere e lavorare ovunque voi scegliate

Questa è la mia recensione di ‘X Marks The Spot - The Indispensable Guide to Living and Working from Anywhere You Choose’ di Lea Woodward.

Ho acquistato e letto da cima a fondo la Guida, distribuita elettronicamente in formato pdf, e vorrei condividere con voi le mie impressioni ed i miei pareri.

Innanzitutto la guida scritta è in Inglese, in modo comprensibile e semplice. Acquistatela se sapete leggere l’Inglese o se conoscete qualcuno che possa aiutarvi.

La Guida illustra tutto ciò che dovete sapere per iniziare a vivere un ‘location independent lifestyle’, uno stile di vita svincolato da una località e dimora fissa facendo uso delle potenzialità di internet.

Lea Woodward introduce il concetto con queste parole “come si chiama qualcuno che ha indirizzi di recapito postale a Miami, nell’Oregon e nel Regno Unito, può essere contattato su numeri di telefono britannici, australiani e statunitensi ma fa fatica a rispondere alla domanda “Dove vivi?” ? La risposta è ‘location independent’! E come è possibile rispondere alla domanda quando durante gli ultimi 2 anni hai vissuto e gestito il tuo business da Panama, Buenos Aires, Toronto, Grenada, Dubai, il Sud Africa, Hong Kong e la Thailandia?”

In 82 pagine molto ben redatte,  la Guida vi spiega:

  • Come è cominciata la vita di ‘location independent’ per Lea ed il marito Jonathan, la loro storia
  • Come hanno progettato il cambiamento
  • Il primo anno della loro vita da nomadi digitali e le lezioni che hanno imparato
  • Com’è lo stile di vita ‘location independent’, veramente….
  • Come progettare la vostra vita di nomade
  • Siete pronti per iniziare il cambiamento? Mentalmente, tecnologicamente, imprenditorialmente.
  • Questione soldi, il costo della vita all’estero in base alla loro esperienza
  • Un business ‘location independent’, le attività che si possono creare e gestire usando internet da ovunque al mondo e gli strumenti che vi possono aiutare
  • Diventare vagabondo, dove andare e come scegliere la vostra destinazione
  • Partire da casa, tutto ciò che dovete fare per organizzare la partenza
  • Pianificare per emergenze, non si sa mai….

Certo la Guida non è per tutti. Vorrei evitarvi l’acquisto se non siete nella migliore posizione per trarre beneficio dai contenuti della stessa e vi elenco di seguito le caratteristiche che, secondo me, dovrebbero trasformarvi in acquirenti o no.

Chi trarrà beneficio dalla Guida ‘X Marks the Spot’:

  • chi vuole crearsi un futuro independente, per sè e per la famiglia, presente e futura
  • chi vuole vedere il mondo
  • chi ambisce a diventare un nomade digitale ma ha bisogno di qualcuno che mostri la via
  • chi vuole emigrare ma non sa dove e come

Chi NON trarrà beneficio dalla Guida ‘X Marks the Spot’:

  • chi ha ‘bisogno’ del posto fisso
  • chi non ha molto spirito di avventura
  • chi è molto legato alla vita in Italia, alla famiglia, agli amici
  • chi non ha molto interesse riguardo le potenzialità offerte da internet

Detto ciò la Guida ha secondo me molti pregi ed anche alcuni difetti:

Pregi:

  • basata sull’esperienza personale di veri nomadi digitali non di chi parla ma non passa ai fatti
  • ben strutturata con una serie logica dei passi da fare
  • tantissime informazioni, link a risorse e numeri per darvi un’idea della realtà di vita di un nomade digitale
  • costa poco per quello che ne ricavate dalla lettura

Difetti:

  • la prospettiva in lingua Inglese può fornire un falso senso di sicurezza a chi parla solo l’Italiano in quanto le potenzialità di creare un business su internet in Inglese sono molto maggiori rispetto all’Italiano
  • il confronto favorevole tra il costo della vita in Inghilterra, patria dell’autrice, e le destinazioni visitate non vale altrettanto per il costo della vita dell’Italiano medio.

Acquistate la Guida ‘X Marks The Spot - The Indispensable Guide to Living and Working from Anywhere You Choose’.

Voglio chiarire che quando acquistate la Guida, io guadagno alcuni Euro in commissione.

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Esperienze di vita all’estero

Voglio segnalarvi Khiruna, un sito (in Inglese) che raccoglie racconti di esperienza di vita all’estero.

In esso troverete i punti di vista di chi (in prevalenza Italiani) è partito verso un futuro, si spera, migliore.

Troverete storie di chi è emigrato in Thailandia, Nicaragua, Filippine, Messico, Turchia, Stati Uniti, Santo Domingo, Canada e molte altre destinazioni!

Buona lettura!

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