Archive by Author

Consigli per chi vuole iscriversi ad un MBA

Iscriversi ad un MBA è una opzione presa in considerazione da tanti giovani Italiani. Oggi  abbiamo la fortuna di intervistare chi ha esperienza al riguardo sia da studente che da lavoratrice.

Letizia nasce, cresce e studia in Italia, ma col pallino di andare all’estero. Durante l’Università fa l’Erasmus in Inghilterra, terminati gli studi va a lavorare a Berlino per un’agenzia Internazionale. Dopo 4 anni a Berlino fa un MBA presso l’INSEAD, nei pressi di Parigi. Seguono un po’ di anni presso la BT, a Londra, dove è stata consulente interna in un team di MBA per il quale ha curato anche le selezioni, le assunzioni e l’organizzazione stessa del team. Oggi è tornata alla base, in Italia, ed è una mumpreneur, fondatrice di Bilingue per Gioco.

consigli per iscriversi MBA
Foto: Skynet

Quali sono le caratteristiche che ditte come la British Telecom cercano in possessori di MBA?

Le caratteristiche dipendono dal ruolo e vengono decise a tavolino facendo un’analisi strategica delle caratteristiche necessarie per adempiere i compiti del ruolo d’ingresso e avere successo nell’azienda. Spesso si tratta di competenze diverse. Quando si entra nell’azienda servono competenze più funzionali, la capacità di portare a termine determinati compiti, ma per progredire nell’azienda spesso servono competenze di leadership, la capacità di realizzare gli obiettivi attraverso gli altri. Competenze più sottili quindi, meno legate all’esperienza pratica e più alle qualità personali di ognuno.

Riesci a fornire un’indicazione di massima sul ROI per chi consegue un MBA?

Assolutamente no, mi spiace. Sicuramente online si troveranno vari tentativi fatti in questo senso, ma ogni tipo di valutazione di questo genere è assolutamente soggettiva, spesso fatta prendendo in considerazione solo alcuni parametri. Per esempio, le classifiche spesso riportano l’incremento di salario. Eppure io conosco alcune persone che guadagnano moltissimi soldi e sono molto infelici, non voglio dire che odiano il loro lavoro, ma insomma avete capito. D’altro lato ci sono persone che non fanno cifre assurde, ma grazie all’MBA hanno avuto modo di cambiare lavoro e sono più felici, almeno pienamente soddisfatte. Chi ha avuto il ritorno maggiore?

Poi non dimentichiamo che l’MBA non ti mette in mano le chiavi della porta del paradiso. Questa è una constatazione amara da fare quando finisci l’MBA, magari costato una fortuna. Sei convinto che sicuramente riuscirai a fare esattamente il lavoro che vuoi e ti pagheranno un sacco, e scopri che non c’è nessuno là fuori ad aspettarti con un bel tappeto rosso. Ad alcuni va benissimo, ad altri va OK, non sono pochi quelli che subito dopo l’MBA non sono particolarmente soddisfatti del primo lavoro. Però il bilancio non lo si fa nei primi 6 mesi post MBA, ma dopo 5 anni.

Quale è il livello di conoscenza delle lingue che hai riscontrato nei candidati che hai conosciuto?

Beh, diciamo che l’Inglese era parlato davvero molto correntemente. Magari con dei forti accenti, ma quasi tutti erano in grado di operare in Inglese senza problemi, l’eccezione forse erano alcuni studenti asiatici, tra di loro c’erano alcune persone che effettivamente facevano fatica per motivi linguistici. Una cosa è certa, l’MBA è impegnativo, se non si parla bene l’Inglese diventa veramente arduo e penalizzante. Ci tengo a sottolineare, quando dico « parlare bene l’Inglese » intendo essere assolutamente fluent, pensare in Inglese, non avere nessun tipo di problema a sostenere conversazioni e ascoltare lezioni.

Per quanto riguarda le altre lingue invece, spesso non sono richieste o se lo sono non sono decisive. Certo però che le persone che fanno un MBA sono spesso molto internazionali e parlano molte lingue, ma dipende dalla scuola.

Ci descrivi il livello della ‘concorrenza’ che gli Italiani devono aspettarsi quando iniziano a studiare per un MBA?

Beh il livello è alto, evidentemente, anche se teniamo presente che le business schools stanno aumentando molto il loro gettito quindi da un lato ci sono più posti disponibili, dall’altro la concorrenza per le scuole migliori è molto più dura perchè ci sono anche molti studenti asiatici, che sono numerosi e agguerriti. Gli Italiani sono spesso più vecchiotti della media, insomma sappiamo bene che ci laureiamo molto dopo degli altri, hanno meno (o nessuna) esperienza all’estero prima dell’MBA e non è raro che si cullino nella loro idea di essere comunque talentuosi. Poi ci si butta nel lavoro e ci si rende conto che là fuori ci sono delle teste non da poco, che pur essendo giovani hanno già molta esperienza alle spalle, e soprattutto sono estremanente determinati.

Che consigli daresti a chi sta pensando di iscriversi ad un MBA?

1) pensarci bene e con realismo. In tutta sincerità per me è stato un anno fantastico, un’esperienza di vita incredibile che rifarei sicuramente. Dal punto di vista lavorativo sto raggiungendo i miei obiettivi e so che non sarei dove sono ora se non avessi fatto l’MBA, però so anche che se alcuni eventi nella mia vita fossero andati diversamente forse sarei meno contenta della mia vita professionale, alla fine il destino, o la fortuna, giocano comunque un ruolo importante nella vita. Per cui non posso dire di non farlo, non ce la faccio perchè io lo rifarei, però ecco devo dire che non è la soluzione a tutti i problemi.

2) Prima di fare un MBA consiglio di parlare con persone che l’hanno già fatto, cercare di capire quali sono i propri obiettivi, e chiarirsi se siano realistici e nel caso come sfruttare l’MBA per raggiungerli. Durante l’MBA si entra in una specie di vortice, soprattutto se si sceglie un programma breve ed estremanente intenso come quello che ho fatto io. E’ facile perdere di vista i propri obiettivi, quello che si vuole veramente, farsi trascinare dalla corrente e dalle buzzwords e addirittura cominciare a seminare CV in giro per il mondo come se fossero coriandoli (questo capita un po’ a tutti…). Arrivare con le idee chiare, con alcuni punti saldi ben precisi, aiuta ad evitare di sprecare tempo e risorse, e soprattutto di prendere strade che non ci appartengono.

Fare tutto il possibile perchè la famiglia affronti e superi quest’esperienza con serenità. L’MBA è un’esperienza molto intensa per chi lo fa, non di rado è un’esperienza difficile e negativa per i partner e alcune famiglie non sopravvivono. Pensarci prima, pianificare, prepararsi e condividere aiuta molto. Anche se, devo dire, nella mia (ovviamente limitata) esperienza gli Italiani che fanno l’MBA raramente hanno famiglia…

Scegliere la scuola giusta. Le MBA schools non sono tutte uguali, hanno delle caratteristiche molto precise, attraggono un certo tipo di persone, sviluppano certi temi meglio di altri, aprono determinate opportunità. Io ho fatto l’INSEAD, strada facendo non mi sono mancate le occasioni per criticare la mia scuola ma la rifarei senza pensarci un attimo, per me sicuramente era ed è la scuola giusta. In ogni caso è bene investire un po’ di tempo per capire ogni scuola, andarle a visitare, parlare con studenti e alumni (che in genere se contattati si prestano con molta generosità).

E’ anche bene tenere presente che in genere you get what you pay for. Avendo fatto le selezioni di MBA che provenivano da business schools di tutto il mondo posso dire con certezza che la qualità si vede, e molto chiaramente. I CV delle top business schools erano molto diversi da quelli delle scuole second league, certo in parte ciò dipendeva dal calibro delle persone, ma molto dipendeva anche da come queste persone erano state preparate ad affrontare il mondo del lavoro.

In bocca al lupo a tutti!

Grazie Letizia!

  • Share/Bookmark

10 motivi (bilanciati) per trasferirsi negli Stati Uniti

Jack ha gentilmente condiviso i suoi 10 motivi per trasferirsi negli Stati Uniti, bilanciandoli con l’altra faccia della medaglia per evidenziare le pecche che si accompagnano alle qualità.

Ci ha inoltre raccontato sul forum la sua esperienza di come ha iniziato a conoscere gli Stati Uniti, visitandoli, e capire meglio la realtà di quel Paese grazie alla comunicazione con amici residenti lì.

Trasferirsi stati uniti
Foto: Globevisions

Ecco i motivi:

1) Per il minor costo della vita e minor tasse, pur avendo stipendi sopra la media italiana. Anche se è molto facile non trovare un lavoro che renda abbastanza da arrivare a fine mese se non si ha un’istruzione più che discreta.

2) Per avere la possibilità di vivere in un luogo con qualità della vita superiore. Anche qui, se non hai un lavoro di sicuro non ti puoi aspettare di ricorrere a qualche ammortizzatore sociale, perché non ce ne sono specie per gli immigrati o sono limitatissimi.

3) Per poter avere la possibilità di scelta in qualunque cosa, dai prodotti da acquistare all’istruzione.

4) Per avere la libertà di fare quello che vuoi senza essere giudicato per razza, lingua, cultura e famiglia. Devi comunque integrarti molto bene nella società americana. Devi parlare la loro lingua se vuoi viverci senza ricevere pregiudizi altrimenti c’è poco da fare.

5) Per avere a disposizione un’enorme rete autostradale che ti permette di guidare fra tutti gli Stati con poca fatica, come se fosse una piccola scampagnata nel weekend. Inoltre, guidare è un piacere e tale deve rimanere, tutti rispettano le regole stradali (tranne in qualche stato come il Massachusetts e la Florida), l’illuminazione di notte è su tutte le autostrade e strade anche quelle più scampagnate e le condizioni dell’asfalto sono solitamente ottime.

6) Perché gli unici politici con cui avrai a che fare sono quelli della giunta cittadina e il sindaco. Ci sarebbe parecchio su cui discutere, cominciando a dire che i criminali sono in tutto il mondo, ma almeno la poca “distanza” aiuta i cittadini a conoscere meglio chi stanno per votare. Inoltre, il governo statale e federale può mettere i bastoni tra le ruote e impicciarsi nell’organizzazione delle singole città (che decidono anche tasse e gestiscono i servizi locali) ma capita in pochissime occasioni.

7) Perché c’è più civiltà e rispetto del suolo pubblico come parchi, giardini e marciapiedi. Al solito, si può andare da un estremo all’altro, una parte di città può essere curatissima e rigogliosa, mentre un’altra zona può essere un ghetto con edifici abbandonati e negligenza nella manutenzione di qualsiasi cosa.

8) Per la giustizia, se esiste una legge viene anche fatta rispettare e se commetti un qualsiasi crimine assaggi subito il sapore di una cella anche a costo di farti inseguire o farti prelevare da casa, senza guardare se indossi una canottiera o giacca e cravatta da manager. A volte però sono troppo fiscali in qualsiasi cosa, soprattutto nelle regole stradali e un Italiano si trova sicuramente male, abituato ad infrangere 10-20 leggi stradali al giorno senza rendersene conto.

9) Per essere a contatto con un’economia più viva, più intraprendente e per poter avere a che fare con 300 milioni di persone unite, che comprendono la stessa lingua e che hanno la stessa cultura

10) Perché per fare un’opera pubblica non passano 50 anni tra cantieri mai iniziati, tangenti, politici mafiosi e milioni di dollari rubati ai cittadini

Grazie Jack!

Cosa ne pensate? Aggiungete il vostro punto di vista con un commento!

  • Share/Bookmark

Lavoro all’estero, senza laurea

Marco Drive Guidetti è partito da Novara ed ha trovato lavoro all’estero dimostrando che non è obbligatorio avere una laurea, ecco la sua storia.

Ci racconti il tuo background accademico in Italia?

Mi sono diplomato nel 2002 presso il Liceo Linguistico Europeo Don Bosco di Borgomanero, provincia di Novara . Ho iniziato l’università Economia del turismo a Novara ma ho abbandonato dopo il primo anno (scelta di cui ancora mi pento ora).

Che esperienza lavorative hai fatto in Italia?

Mi sono arruolato in Marina Militare come volontario ad inizio 2003 e mi sono congedato a fine 2004 e ho deciso di partire per l’Irlanda.

Poi sono tornato in Italia a cavallo del 2008 –e i primi mesi del 2009 dove ho lavorato come commerciale e vendite estero per una Rubinetteria nel novarese. Poi, a luglio del 2009, non soddisfatto di questa esperienza lavorativa ho deciso di rifare le valigie e partire per la Gran Bretagna.

Cosa ti ha spinto a cercare il lavoro all’estero?

All’inizio quando sono arrivato a fine 2004 a Dublino in Irlanda era più che altro per fare un esperienza di vita, indipendenza, imparare bene l’inglese e incontrare persone provenienti da qualsiasi parte del mondo.

Il mio obiettivo era quello di rimanere per 1 annetto, alla fine ci sono rimasto quasi 4 anni. Fino ad ora sono stati gli anni più belli della mia vita.

Come hai trovato il tuo primo lavoro all’estero?

A Dublino presso una azienda di Catering che lavorava per conto della Microsoft. Ho fatto domanda al Job Center e poi sono stato assunto. Tutto sommato è stata un esperienza positiva e mi ha permesso di migliorare molto il mio inglese essendo sempre a contatto con stranieri.

Dopo di che ho trovato lavoro per una azienda Import Export di vini e alcolici come data entry presso il magazzino, li sono rimasto per 6 mesi. Poi c’è stato il salto di qualità, sono riuscito a trovare lavoro per una multinazionale informatica come Customer Service per Italia e UK.

Hai avuto difficoltà nel trovare lavoro all’estero senza avere una laurea?

A dirti la verità non tanto. Dipende dal lavoro che si cerca. Ovviamente più la posizione è alta e maggiori sono le pretese da parte del datore di lavoro o dall’agenzia di recruitment.

Per certe posizioni lavorative intermedie di ufficio la laurea non è necessaria, se sei bravo e ti impegni la carriera è più facile rispetto all’Italia.

Quali sono le tue caratteristiche personali che ti aiutano a vivere e lavorare all’estero?

Tanto coraggio, forza d’animo, cercare di migliorarsi, coltivare amicizie visto che avere un po’ di compagnia non fa mai male.

Cosa fai adesso a Gibilterra?

Ho trascorso il 2009 e 2010 a Reading in Regno Unito dove ho lavorato come Sales Administrator per una multinazionale che produce componenti per Stampanti. Poi sono stato contattato da una agenzia di Recuritment che cercava personale per una posizione come Frode e Customer Service per Italia e UK presso una azienda di Poker Online a Gibraltar. Non ci ho pensato due volte, ho fatto subito domanda, ho superato tutti i 3 colloqui e i primi di Giugno mi sono trasferito a Gibilterra.

Lavorare all'estero
Foto: Nukamari

Consigli per chi vuole seguire le tue orme?

Avere coraggio, non abbattersi alle prime difficoltà, cercare sempre di migliorarsi e avere il rispetto sempre del Paese che ti ospita.

Grazie Marco ed in bocca al lupo!

  • Share/Bookmark

70 neolaureati per ogni posto di lavoro in Inghilterra

Un neolaureato alla ricerca di un posto di lavoro in Inghilterra si trova in concorrenza con 70 coetanei.

Il Guardian rivela che il mondo del lavoro in Inghilterra si sta dimostrando ostico ai neolaureati della classe 2010.

Un sondaggio presso datori di lavoro rivela che ci sono 70 candidati per ogni posto di lavoro disponibile in Inghilterra e che il numero degli stessi scenderà del 7%.

Il consiglio che viene dato ai neolaureati è quello di prendere in considerazione il lavorare presso catene di fast food o nei supermercati visto che aziende dei settori bancario, legale ed informatico quest’anno ridurranno l’assunzione di laureati.

La situazione è peggiorata rispetto all’anno scorso quando vi erano 48 neolaureati per ogni posto di lavoro.

Di conseguenza i datori di lavoro esigono un minimo voto di laurea del 2.1 (un gradino al di sotto del First, la votazione più alta), scartando a priori tutti i curriculum di coloro con voti inferiori.

lavoro inghilterra

Foto: Smemon87

Il sondaggio è stato condotto dalla Association of Graduate Recruiters ed ha incluso oltre 200 aziende tipo Cadbury, Marks & Spencer, JP Morgan e Vodafone.

I risultati sono anche peggiori nel settore dei beni di largo consumo dove vi sono 205 candidati per ogni posto di lavoro!

Carl Gilleard, il chief executive della Association of Graduate Recruiters, consiglia ai neolaureati di rimanere flessibili per quello che riguarda la scelta relative alla carriera: “visto che si sono laureati in un mercato del lavoro molto difficile, devono avere obiettivi sia a breve termine che a lungo termine. Ciò non significa rinunciare a fare domanda per posti di lavoro ideali ma qualsiasi tipo di impiego è meglio che essere disoccupati. Lavorare in un fast food o in un supermercato vi consente comunque di costruirvi una prima base di esperienza lavorativa soprattutto per quello che riguarda  la gestione dei rapporti con il prossimo.”

Il salario medio dei neolaureati per la prima volta non aumenta e rimane fisso sulle 25 mila sterline lorde annuali.

Il sondaggio rivela inoltre che i tirocini possono fornire un’alternativa a tanti giovani. Gilleard ha detto “tanti genitori delle classi medie si stanno chiedendo se un titolo universitario sia la strada giusta per i propri figli. Tanti giovani in Inghilterra frequentano l’università solo per divertirsi, perché è il sentiero pre-definito e senza pensare troppo al fatto che faccia o meno per loro.”

Di conseguenza la domanda per un posto all’università ha raggiunto livelli record per il quarto anno consecutivo. 640 mila giovani hanno fatto domanda, un aumento del 14% sull’anno scorso.

Io vi riporto la mia esperienza, risalente alla recessione del 1993, e devo dire che indubbiamente lavorare, facendo qualsiasi lavoro, è meglio che non fare nulla.

Non fate gli schizzinosi, accettate lavori dignitosi e continuate alla ricerca del vostro lavoro dei sogni, prima o poi lo ragginungerete!

  • Share/Bookmark

Australia Paese per giovani

L’Australia è un Paese per giovani.

Il ministro della difesa australiano John Faulkner ha annunciato che dopo le prossime elezioni rinuncerà ad incarichi ministeriali.

La notizia di per sé non è tanto eclatante ma ci sono due aspetti della vicenda che dimostrano una diversa mentalità in Australia.

Il ministro Faulkner, 56 anni, ha motivato la sua decisione dicendo che c’è bisogno di “ricambio generazionale”. Lascio a voi tutti i confronti con le classi politiche di altri Paesi….

Australia Paese per giovani
Foto: Michael Dawes

In secondo luogo in questo articolo pubblicato da The Age, il ministro viene definito come un “elder statesman”, uno statista anziano. Questo fornisce un’idea di come l’Australia consideri l’anzianità e, di conseguenza, di quali responsabilità vengano date ai trentenni e i quarantenni.

Il ministro Faulkner diventò senatore 21 anni fa, ad un’età alla quale in Italia si viene spesso considerato un “ragazzo di belle speranze”.

Qual’è il Paese per giovani?

Commenti?

Guida ‘Vivere e lavorare in Australia’

  • Share/Bookmark

Vivere a Bangkok

Niccolo’ Vecchi si è trasferito in Thailandia dove vive, lavora e condivide la sua visione di Bangkok su VideoBangkok.

Cosa ti ha portato a Bangkok?

Come moltissimi il primo impatto con la Thailandia è stata una vacanza. Ero già rimasto fulminato dall’Asia in un precedente viaggio per lavoro e sbarcato a Bangkok forse ho avuto la conferma finale che sentivo mia questa parte di mondo.

Con che visto sei residente?

Al momento essendo titolare di una azienda locale ho il visto business ed il work permit, il documento che in Thailandia permette agli stranieri di lavorare ufficialmente. Per quasi un anno, prima dell’apertura della ditta, avevo un visto da studente, in tutti i casi le soluzioni per stare in Thai un lungo periodo ci sono anche se spesso la burocrazia è un po’ rognosa.

Qual’è il costo della vita in Bangkok?

Essendo stabilmente residenti e lavorando si fa per forza di cosa una vita non da turista mediamente la vita in Thailandia costa 1/3 rispetto all’Italia, per chi fa il turista invece non c’è limite ovviamente ma questo è un altro discorso…

A cosa bisogna fare attenzione vivendo a Bangkok?

Non mi sono mai sentito particolarmente in pericolo a Bangkok, anche in piena notte e da solo. Diciamo che in tutti i casi valgono le stesse regole che si possono applicare a tutte le megalopoli del mondo ovvero evitare di mostrare troppo (orologio costoso, gioielli in vista o mazzette di banconote) e tutte le regole che il buonsenso ci suggerisce normalmente.

Quali sono gli stereotipi da smontare su Bangkok?

Ce ne sono 2 secondo me principali: il primo che sia una città da Terzo Mondo ed il secondo che Bangkok sia solo prostituzione e bassa moralità.

Questa città su molti aspetti è all’avanguardia, ad esempio: wi fi disponibile quasi ovunque anche per strada oppure offerto gratis da molti locali pubblici, negozi ed esercizi pubblici con un lungo orario di apertura oppure con un servizio 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, banche ed uffici pubblici con orari di apertura molto lunghi.

Di contro ci sono degli svantaggi che possono rendere la vita a Bangkok un vero inferno come barriere architettoniche, poca sicurezza nei cantieri, traffico elevato.

Sulla prostituzione, immagine a cui la Thailandia e Bangkok sono legate a doppio filo, ci si potrebbe scrivere qualche libro. Quello che vorrei sottolineare è che questa città e questo paese è fatto per la maggior parte di gente onesta e che nulla ha a che fare con il mondo del sex business. Purtroppo l’immagine che dipinge la Thailandia all’estero è ben altra.

Vivere a Bangkok
Foto: Telmo32

Gli aspetti migliori della vita in Thailandia?

Quello che trovo molto importante è il rapporto prezzi/servizi. In Thailandia per dei prezzi umani si hanno dei servizi di buona o spesso alta qualità ovviamente insieme ad altri vantaggi come per esempio la cordialità della gente.

Grazie Niccolo’ ed in bocca al lupo!

  • Share/Bookmark

Il ‘Personal Economy Index’ misura la crisi a livello individuale

L’agenzia di sondaggi Gallup ha sviluppato il ‘Personal Economy Index‘, un indice che misura la situazione economica degli individui invece che quella della nazione.

Misure come il PIL possono aiutare a capire la situazione economica di una particolare nazione ma questo tipo di indice aiuta meglio capire le ripercussioni di una crisi sulla vita di tutti giorni dei singoli cittadini, analizzando la recente crisi economica e finanziaria globale da una diversa prospettiva.

La Gallup ha intervistato circa 1000 adulti in 96 nazioni in un lasso di tempo che va dal 2006 al 2009.

Il ‘Personal Economy Index‘ è stato creato misurando le risposte alle seguenti domande:

  • Siete soddisfatti del vostro standard di vita, delle cose che potete comprare e delle cose che potete fare?
  • Pensate che il vostro standard di vita stia migliorando o peggiorando?
  • Pensate che le condizioni economiche nella vostra città stiano migliorando o peggiorando?
  • Quando pensate alla situazione del mondo del lavoro nella vostra città, ritenete che sia un buon periodo per trovare un lavoro?

I risultati rivelano che vi è stato un declino nella situazione economica dell’individuo in 61 delle 96 nazioni considerate.

Per quello che riguarda le nazioni delle quali parliamo di solito su Italiansinfuga, gli Irlandesi sono quelli che hanno risposto in maniera più negativa all’impatto della crisi finanziaria globale.

L’indice per loro è sceso di 45 punti, da 76 nel 2006 a 31 nel 2009. In particolare nel 2009 solo il 2% degli Irlandesi affermarono che fosse un buon periodo per trovare lavoro mentre nel 2006 il 71% rispose positivamente.

Ecco la classifica delle nazioni più di interesse ai lettori:

  • Irlanda -45
  • Spagna -31
  • Danimarca -27
  • UK -26
  • USA -24
  • Francia -23
  • Giappone -18
  • Italia -11
  • Canada -11
  • Argentina -11
  • Messico -10
  • Germania -8
  • Svizzera -5
  • Cina -3
  • Brasile -2
  • Svezia 6

Dalla classifica di cui sopra si può vedere che le nazioni che hanno beneficiato del boom economico antecedente la crisi, sono quelle che hanno sofferto di più una volta arrivata la crisi. Fatta eccezione per la Danimarca, le prime quattro sono quelle la cui economia si è sviluppata maggiormente negli ultimi anni legandosi ai settori della finanza e dell’edilizia, poi collassati nel 2008/09.

Per quel che riguarda l’Italia il declino è relativamente modesto ma l’indice adesso si trova a punteggi (31) alla pari dell’Irlanda e al di sotto dell’Albania (36).

  • Share/Bookmark

10 motivi per non vivere in Giappone

Dopo aver pubblicato i 10 motivi per vivere in Giappone, vi sono stati diversi commenti che, al contrario, evidenziavano altrettanti motivi per NON vivere in Giappone.

Albino ci racconta la sua versione dei lati negativi del Giappone.

1) Il Giappone è un paese razzista. Non c’è possibilità di integrarsi nella loro società. Per quanto si viva qui, non solo non si verrà mai considerati parte di loro, ma non si avranno mai neppure gli stessi diritti. In Giappone la legge non è uguale per tutti. Se sei uno straniero hai torto a priori. Ci sono delle associazioni che cercano di tutelare le ragazze straniere stuprate dai Giapponesi perché la polizia non fa nulla.

2) Il mondo del lavoro è atroce. Dieci giorni di ferie l’anno (per chi può prendersele), tantissimo straordinario, malattia di solito non pagata. Lavorare fino a notte inoltrata qui è la norma, a meno che uno non sia fortunato e capiti nell’azienda giusta, ma non si può mai sapere. L’Italiano medio che viene a vivere qui ha una laurea in Giapponese, parla la lingua ma non sa fare altro. E’ molto, molto dura trovare lavoro con questi presupposti. Di solito ci si ritrova a fare la fame in un posto dove il costo della vita è molto alto.

3) Il Giappone è creato a misura di giapponese. Ci sono insormontabili difficoltà anche solo a farsi un telefonino o una carta di credito. Per affittare un appartamento ci vuole un garante giapponese. Gli appartamenti per stranieri non richiedono il garante ma sono molto più costosi. C’è da aggiungere anche che i Giapponesi mancano di elasticità e di propensione al cambiamento, e questo si riflette nella burocrazia, nel lavoro, nei rapporti personali. Alla lunga stanca.

4) La maggior parte dei Giapponesi non sopporta il confronto diretto. Noi Italiani se abbiamo un problema tendiamo ad esprimerlo, se abbiamo uno stato d’animo tendiamo a confidarci tra di noi. Se loro hanno un problema lo subiscono passivamente oppure scelgono soluzioni estreme (es: scomparire nel nulla). Dalla sopportazione stoica del samurai al kamikaze, senza vie di mezzo.

5) Molti Giapponesi hanno difficoltà ad esprimere le loro idee, i loro punti di vista, i loro sentimenti, i loro stati d’animo. Alla lunga, soprattutto nei rapporti di amicizia, noi italiani tendiamo a stancarci di questo essere sempre nella “zona grigia”. A volte viene il sospetto che la mancanza di confronto diretto (punto 4) li abbia portati a non avere idee proprie. Molta gente sembra essere apolitica, agnostica e anche un po’ apatica?

6) In Giappone l’apparenza è tutto. Per il maschio giapponese il fatto di ’andare a prostitute’ è motivo di vanto: significa che è ricco abbastanza da permetterselo. Per la femmina giapponese il bere volontariamente oltre il proprio limite e poi andare in bagno e infilarsi due dita in gola è la norma. In genere noi Italiani facciamo fatica ad accettare comportamenti come questi.

7) Molti Giapponesi tendono a non chiedersi mai il perché delle cose. Agli occhi di noi Italiani alcuni sembrano passivi, indolenti. A volte capita di uscire durante un appuntamento romantico e accorgersi che si sta parlando da soli.

8) Il concetto di famiglia è totalmente diverso dal nostro. Per loro la famiglia tende ad essere vista come un dovere sociale: il dovere di sposarsi, il dovere di far figli, il dovere di mantenere i figli, il dovere di obbedire. Per noi la famiglia è qualcosa che viene dal cuore prima che dalla testa. Qui assistiamo a scene che noi abbiamo abbandonato da decenni: matrimoni combinati, ricerca del “buon partito”, convinzione che se si trova un lavoro migliore si troverà una moglie migliore. Dall’altra parte, alcuni partner giapponesi tendono a non capire perché diavolo noi italiani telefoniamo a nostra madre più spesso di una volta a semestre.

9) Okinawa esclusa, il Giappone è probabilmente l’isola con le spiagge più brutte del mondo. Il clima è come quello italiano ma la gente non va al mare come noi. Chi va a vivere in Giappone si scordi località marittime, mari limpidi, locali sulla spiaggia, eccetera. Viaggiare all’interno del Paese poi è costosissimo, e di solito se si lavora non si hanno ferie.

10) Chi viene a vivere in Giappone di solito ha la testa piena di stereotipi dati da manga o cartoni animati. In realtà la vita qui è molto diversa e molti ne restano delusi. A mio avviso, più uno vuole venire qui per motivi legati alla sua passione per i manga, più farebbe meglio a restarsene a casa sua.

Grazie Albino! Visitate il suo blog per capire meglio il suo punto di vista sul Giappone.

Cosa ne pensate?

Inoltre allego un video di Giappopazzie che vi fa vedere un ‘dietro le quinte’.

  • Share/Bookmark

Capire cosa voler fare da grande a Salerno grazie ad un Erasmus a Madrid

Felicia Villani ci racconta di come la sua esperienza di vita e studio a Madrid l’ha aiutata a capire cosa vuole fare da grande!

Neko Ninja Marketing

Neko Ninja Marketing

Ci descrivi il tuo background accademico prima dell’Erasmus?

Prima dell’Erasmus avevo una semplice e banale laurea triennale in Sc. della comunicazione. Mi sono laureata presso l’università di Salerno e sempre a Salerno riscritta per la specialistica in comunicazione d’impresa… con mio grande rammarico (fallito il test di ingresso per la specialistica presso La Sapienza). Quindi, in pratica a Madrid ho seguito i corsi dell’ultimo anno della specialistica.

Cosa ti ha fatto decidere di andare da Salerno a Madrid?

Avrei voluto lasciare Salerno e frequentare la specialistica a Roma o a Torino ma alla fine per una serie di motivi sono rimasta a Salerno. E’ una città molto molto carina ma dopo qualche anno la voglia di andare credo sia inevitabile… soprattutto dopo un po’ senti la mancanza di stimoli culturali e la mentalità chiusa e l’impossibilità di conoscere persone nuove dopo poco iniziano a pesare.

All’università, a parte la burocrazia, mi trovavo bene e quindi il desiderio era principalmente quello di fare un’esperienza all’estero, possibilmente in una grande città.. e visto che fra le opzioni fra cui potevo scegliere l’unica città in cui avrei voluto vivere era Madrid… quindi la scelta è stata quasi obbligata ma ora sono felicissima di questo anno a Madrid!

Ci descrivi la procedura per iscriverti all’Erasmus?

Beh è passato un po’ di tempo (2007), non ricordo bene le varie fasi, ma devo dire che non è molto complesso e soprattutto ogni università, addirittura in alcuni casi ogni facoltà di una stessa università, ha una specifica procedura. Ad ogni modo niente di troppo tragico o complicato!

Cosa ha aggiunto l’Erasmus al tuo bagaglio accademico?

Questa con il senno di poi è la domanda più importante perchè mi sono accorta di quanto questo anno a Madrid abbia dato alla mia formazione solo dopo.

Prima di partire questo aspetto neppure lo consideravo poichè il desiderio era principalmente quello di andare via e di riuscire a fare un paio di esami che qui a Salerno erano un po’ più complicati!

Innanzitutto, cosa non ho ovvia, ho imparato lo spagnolo.. adesso ahimè è peggiorato ma appena tornata credo il mio spagnolo fosse davvero buono!

Mi sono ovviamente molto molto divertita (Madrid è fantastica), ma ho anche studiato molto, seguito tutti i corsi, mi sono impegnata e ho fatto ben 11 esami, il massimo che potessi farne.

Studiavo presso la facoltà di pubblicità e, ora posso dirlo, ho studiato cose che a Salerno non avrei mai studiato. L’università di Salerno, ma forse anche l’università italiana, è in mano a vecchi professori che difficilmente per vivere fanno altro e che quindi nella maggior parte dei casi hanno poco di concreto e pratico da insegnare. A madrid tutti i professori erano professionisti, pubblicitari, manager, direttori marketing e la differenza è enorme….

Alcuni corsi prevedevano la realizzazione di progetti e uno dei professori, il professore di “nuove tendenze in pubblicità” grazie al quale ho capito cosa voglio fare da grande, ha premiato me ed una mia amica, e il progetto che avevamo fatto, facendocelo discutere in aula, cosa che non avevo mai fatto prima. E’ stata un’esperienza che mi ha aiutata non poco a superare una certa timidezza.

Lo stesso per i progetti: a Salerno non ne avevo mai fatti. Anche se ad onor del vero devo dire che molti miei colleghi mi hanno detto che anche loro hanno fatto cose del genere durante l’ultimo anno della specialistica.

Come ti dicevo a Madrid ho capito cosa voglio fare da grande e una volta tornata avevo ben chiaro in testa cosa fare e le cose sono andate esattamente in quel modo: ultimi esami, stage e ricerca tesi (e poi contratto) presso ninjamarketing.it e tesi sperimentale in marketing!

Il tutto, credo, anche grazie a ciò che l’esperienza a Madrid mi ha dato!

Cosa hai imparato su te stessa grazie all’esperienza di vita a Madrid?

Vediamo se so rispondere a questa domanda…

La prima settimana è stata dura, la parte peggiore è stato trovare casa. La mia grande fortuna è avere avuto un’amica (o meglio, una delle mie migliori amiche) che mi ha aiutata appena arrivata lì.
Non dimenticherò mai il mio primo giorno a Madrid: atterraggio, metro, casa… e io che piangevo e volevo tornare a casa.

Ora mi sembra così stupido, molto molto stupido, però l’inizio è dura ovvio, almeno per me lo è stato. E’ vero anche che dopo 10 giorni e dopo aver trovato casa tutto era già perfetto!

Quest’esperienza mi ha insegnato che andare in un posto nuovo (cosa che mi sto preparando a fare di nuovo, a proposito consigli su dove andare a studiare inglese in Inghilterra per un mese?) è difficile ma lo è solo all’inizio!

Durante i 10 mesi a Madrid ho viaggiato molto, ho conosciuto persone da tutto il mondo grazie alle quali ho conosciuto i loro Paesi e la loro storia. E’ un’esperienza che ti apre la mente, sarà banale dirlo ma è così!
Non credo di essere mai stata una persona asociale o poco aperta e poco disponibile con gli altri, ma sicuramente quest’esperienza mi ha migliorata anche in questo! Ci si da una mano sempre, si è sempre pronti ad ospitare qualcuno sul divano o su un vecchio materasso e poi mi ha aiutata a superare la mia timidezza. Sono cresciuta.

Cosa consiglieresti a chi vuole fare un’esperienza simile?

L’unico consiglio che credo di poter dare è non andate a vivere con altri Italiani… non che si debba stare lontani da loro come dalla peste, alla fine purtroppo o per fortuna sarà inevitabile fare gruppo con loro, ma è importante fare in modo che non siano rapporti esclusivi e di non prendere casa con altri Italiani!

la prima volta che andai a vedere la stanza che poi avrei affittato io non dissi una parola, davvero una parola nè con lui nè con l’altra ragazza con cui poi avrei vissuto (non avevo mai studiato lo spagnolo prima di allora) ed era stranissimo capire tutto o quasi ciò che dicessero ma non riuscire a parlare, non sapere come dire le cose.

Infatti ancora mi chiedo perchè scelsero me, la storia però dice che mi scelsero e dopo un mese parlavo già abbastanza lo spagnolo (questo anche grazie al fatto che seguivo i corsi ogni giorno) e dopo qualche mese, un giorno il mio coinquilino mi disse: “sei arrivata qui che non dicevi una parola e ora madre mia non la smetti più di parlare” e parlavo abbastanza bene anche :P

Gli italiani che vivevano insieme… beh un po’ più impacciati lo erano

Un altro consiglio che sento di dare, ed è un po’ un mio rimpianto, dopo l’Erasmus fate anche il leonardo ;)

Grazie Felicia ed in bocca al lupo!

  • Share/Bookmark

Classifica mondiale delle città con peggiore traffico

La IBM ha pubblicato i risultati di un sondaggio sull’impatto del traffico sui pendolari che usano la macchina nelle principali città internazionali.

Sono stati intervistati 8192 automobilisti in 20 città di sei continenti. È stato poi compilato un indice che assegna un punteggio al “pedaggio” emotivo ed economico che i pendolari affrontano in ogni città usando una scala che va da uno a 100 (punteggio massimo negativo).

L’indice rivela una disparità enorme nella fatica di fare il pendolare nelle varie città. Stoccolma è la città dove fare il pendolare è meno doloroso, seguita da Melbourne e Houston (a pari merito) e New York.

La maggioranza degli intervistati ha detto che il traffico è peggiorato negli ultimi tre anni soprattutto nei paesi in via di sviluppo dove il traffico è un fenomeno relativamente recente, essendo cresciuto pari pari con lo sviluppo economico di queste città negli ultimi due decenni.

Ad esempio in Cina il numero di macchine immatricolate nei primi mesi del 2010 è salito del 23,8% raggiungendo un totale di 248.000 unità. Questo fa sì che Pechino sia una delle città con il più alto indice di “dolore da pendolare” come definito dalla IBM.

Città come Pechino, Nuova Delhi e Città del Messico sono in cima alla classifica per quello che riguarda la percentuale di automobilisti che riporta un impatto negativo sulla propria salute o sulla prestazione al lavoro.

Milano, l’unica città italiana nella classifica, si trova al settimo posto.

La classifica completa è:

  • Pechino 99
  • Città del Messico 99
  • Johannesburg 97
  • Mosca 84
  • Nuova Delhi 81
  • San Paolo 75
  • Milano 52
  • Buenos Aires 50
  • Madrid 48
  • Londra 36
  • Parigi 36
  • Toronto 32
  • Amsterdam 25
  • Los Angeles 25
  • Berlino 24
  • Montreal 23
  • New York 19
  • Houston 17
  • Melbourne 17
  • Stoccolma 15

Andare all’estero per poi trovarsi a vivere in una città dove si passano alcune ore ogni giorno bloccati nel traffico è controproducente. Prendete quindi anche in considerazione questa classifica per decidere dove emigrare all’estero.

Io vi riporto la mia esperienza di automobilista sia in Inghilterra e poi in Australia. Secondo me il traffico a Melbourne non è un problema, nonostante quello che gli Australiani dicano al riguardo. Rispetto al traffico che incontravo ogni giorno in Inghilterra, fuori Londra, la congestione automobilistica sulle strade di Melbourne è minima.

Allego un paio di video per farvi vedere di cosa sto parlando!

Se avete video riguardanti il traffico in una delle città menzionate nella classifica fatemelo sapere!

Traffico autostradale a Melbourne

Traffico mattutino a Melbourne

  • Share/Bookmark