Il futuro per gli architetti è in Asia

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Kuala Lumpur

Margherita Mosanghini è un architetto che vive e lavora in Asia dal 2013.

Che opportunità lavorative hai trovato in Italia, dopo la laurea in Architettura al Politecnico di Milano?

Mi sono laureata al Politecnico di Milano in Aprile 2012.

Dopo qualche mese (subito dopo l’Esame di Stato) ho iniziato a collaborare con due studi a Milano.

Il mercato del lavoro era molto fermo.

La maggior parte del tempo in ufficio veniva impiegata tra proposte di ristrutturazione e gare d’appalto.

La precarietà del settore era decisamente allarmante: nonostante gli sforzi dei miei datori di lavoro, l’Italia aveva davvero poco da offrire.

Anche l’inquadramento professionale lasciava poco spazio ad un piano di carriera: un neo-laureato come me doveva fare i conti con contratti a progetto, partita iva, salario minimo, senza alcun giorno di ferie retribuito o di malattia.

Il Paese aveva da offrire pochi progetti stimolanti e di conseguenza era molto difficile imparare e crescere in fretta.

Cosa ti ha fatto pensare all’estero come fase successiva della carriera?

Al giorno d’oggi l’estero non può essere solo considerata un’opzione ma una tappa obbligata per crescere culturalmente e professionalmente.

La scelta di andare fuori dall’Italia non è stata solamente una scelta di carriera ma anche una scelta di vita dettata da curiosità e voglia di viaggiare.

Avevo comunque una mia stupida convinzione: che un giovane architetto come me solo nel Far East avrebbe potuto fare fortuna.

Con questa credenza ho deciso di tornare sui banchi di scuola per studiare Cinese mandarino costringendo anche mio marito Fabio (all’epoca fidanzato) a seguirmi in questo percorso, sperando che questo potesse aiutarci ed aprirci in qualche modo all’Asia (senza mai esserci stati nemmeno in vacanza!).

Abbiamo così iniziato a contattare aziende in Sud Est Asiatico e Cina, con un accordo tra noi molto semplice: il primo che ottiene un’offerta di lavoro, si parte.

Nell’Ottobre 2013 ti trasferisci in Malesia. Come hai trovato l’opportunità?

E così è stato: senza nemmeno pensarci troppo a Settembre 2013 abbiamo preparato la valigia.

Devo dire che senza di lui probabilmente niente di tutto questo sarebbe successo: io, di una risposta, nemmeno l’ombra!

Fabio invece ricevette un’offerta, dopo soltanto qualche colloquio via skype.

Destinazione: Kuala Lumpur, Malesia.

Non nascondo che questa zona di mondo per me era a dir poco sconosciuta: un’area di cui avevo sentito parlare, grazie soprattutto alla vicina di casa Thailandia, ma che non senza difficoltà ho localizzato sulla mappa geografica.

Quali difficoltà di ambientamento hai incontrato?

All’inizio è stato un vero e proprio shock culturale.

Il clima è caldo torrido e umido, senza sollievo nemmeno la notte.

La città, capitale della Malesia, è una giungla di cemento e autostrade, con un impianto urbano molto disordinato, frutto di un’espansione affrettata e senza criterio.

Nonostante le alte temperature, il cibo locale è piuttosto piccante ed è il risultato di una combinazione di sapori indiani, cinesi, malesiani e indonesiani.

La Malesia è in sintesi una terra di contrasti: tre razze che convivono su uno stesso territorio (malay, cinese e indiana) cosparso di grattacieli altissimi, che ospitano alberghi lussuosi a 5 stelle, e kampong (villaggi) molto poveri.

I mezzi di trasporto pubblico sono scarsi e la mobilità urbana è affidata praticamente all’auto privata: non ci si muove a piedi e in 4 anni non ho mai visto una bicicletta.

Da non sottovalutare poi che è un paese musulmano: nonostante Kuala Lumpur abbia un’anima internazionale, la religione è molto presente nella vita quotidiana.

Quali differenze esistono, per un architetto, tra il mondo del lavoro Italiano e quello di una nazione asiatica come la Malesia?

Le prime sostanziali differenze sono l’approccio frenetico al lavoro e l’adrenalina quotidiana che si respira nell’ambiente professionale, risultato di un’economia in pieno sviluppo e proiettata al futuro.

Lo spazio ai giovani è poi un altro elemento che da subito mi ha colpito.

A 26 anni, in pochi mesi, ho iniziato a gestire progetti importanti, come torri residenziali e uffici di 50 piani, centri commerciali e hotel, facendo parte del team di design di un’azienda di architettura leader nel paese, con 350 dipendenti.

L’architettura qua è materia pratica, con progetti che non rimangono su carta ma vengono costruiti realmente e velocemente: in un paio di anni un giovane professionista può acquisire molta esperienza sul campo.

Trovare lavoro sul posto, a differenze di quello che avevo passato in Italia, è stato nel mio caso piuttosto semplice: sono bastati pochi CV inviati e qualche colloquio.

La competizione sul mercato del lavoro era praticamente inesistente: ogni azienda affronta la battaglia della ricerca di talenti e, nonostante in Malesia il governo stia investendo negli ultimi anni moltissimo nel settore dell’educazione, il livello formativo è ancora piuttosto basso e avere un background educativo Europeo apre moltissime possibilità.

Ho avuto la libertà di poter scegliere il lavoro che mi piace.

Adesso ti sei appena trasferita a Singapore. Come è avvenuto il passaggio?

Il trasferimento a Singapore ha richiesto alcuni mesi.

Dopo 4 anni in Malesia, per entrambi era arrivato il momento giusto per un cambiamento, sia da un punto di vista professionale, avendo accumulato l’esperienza necessaria che ci avrebbe garantito un salto di carriera, sia dal punto di vista personale, necessitando di nuovi stimoli.

Per la ricerca di una nuova opportunità professionale, anziché procedere con il classico invio di cv e portfolio via sito su sezione “lavora con noi” (che molto spesso è fallimentare) ho preferito contattare le aziende che mi interessavano direttamente via LinkedIn, manager e senior architect che avrebbero potuto essere potenzialmente i miei futuri capi.

La strategia ha funzionato e in pochi mesi ho ricevuto 2 offerte. L’azienda per cui lavoro attualmente la conoscevo da tempo e ho avuto modo di entrare in contatto con il design director dell’azienda, che dopo qualche colloquio mi ha chiesto di entrare a far parte del team.

Quali differenze stai notando tra Singapore e la Malesia?

Nonostante i due paesi facessero parte della stessa federazione fino al 1965, Singapore e Malesia sono molto differenti.

In Malesia il settore delle costruzioni è guidato molto da interessi speculativi e finanziari, molto spesso significa sacrificare un design di qualità per ritorni economici più alti.

Interessi politici ed economici la fanno da padrone, molto spesso distruggendo il territorio anziché mettere a frutto la ricchezza che hanno.

A Singapore invece il mercato del lavoro è decisamente più maturo, quindi più competitivo ed esigente.

A differenza della Malesia, dall’indipendenza la città si è sviluppata rapidamente grazie ad un’economia liberale che favorisce le attività imprenditoriali ed è stata definita assieme ad Hong Kong, Taiwan e Corea Del Sud, una delle quattro tigri d’Asia.

Singapore si distingue per essere una città futuristica in cui tecnologia e natura sono in perfetta armonia: il governo guida il paese con criterio per uno sviluppo intelligente proiettato al domani.

Grazie all’ampliamento di pezzi di terra sottratti dal mare, il paese ha avviato da anni un piano di ampliamento urbano che cambierà l’immagine dell’isola da qua al 2030.

L’architettura urbana del paese è straordinaria.

Come descriveresti l’Asia per chi non ci è mai stata?

L’Asia è davvero un mondo da scoprire: variegato, pieno di profumi, aromi e colori.

Il Sud Est Asiatico ha una varietà di paesaggi ed esperienze invidiabili.

Una natura rigogliosa e dominante, città e culture affascinanti.

Foreste, templi, spiagge dalla sabbia bianca e mare cristallino.

C’è n’è veramente per tutti i gusti.

E’ impossibile descrivere in poche righe un continente sterminato, lo si può solo vivere.

Nel complesso c’è molto fermento, voglia di cambiamento e grandi opportunità.

‘L’America’, come modo di dire per indicare una terra di opportunità, ora e nei prossimi decenni, è certamente l’Asia.

L’elemento più divertente di questa vita lontana da casa è ad ogni modo la possibilità di vedere posti incredibili a soltanto qualche ora d’aereo di distanza. In 4 anni abbiamo visitato più volte 17 paesi (dal medio oriente al Far East) e tantissimi ne abbiamo ancora in programma per i prossimi anni.

Ci descrivi la vita di tutti i giorni a Singapore?

Singapore è una perla nel mezzo del Sud est Asiatico.

Organizzata, pulita, ordinata, green e tecnologica è definita la Svizzera d’Asia e non ha molto in comune con il resto della Regione.

Culturalmente attiva, ha molto da offrire tra eventi, mostre e concerti.

E’ sicura e pulita, ma molto esigente: bisogna rispettare le regole (vige un clima da Grande Fratello con la città piena di telecamere) e ci ricorda sempre che comunque vada saremo sempre dei foreigners.

Si lavora molto, ma ogni volta che esco dall’ufficio la sera e passeggio per Bugis (quartiere centrale dell’isola), osservando tutto quello che mi circonda, mi sento al centro del mondo.

Cosa dice la famiglia del tuo trasferimento dall’altra parte del mondo?

Molto spesso lamenta la lontananza e il fatto che rientro in Italia soltanto una volta all’anno, ma oggi è oggettivamente molto semplice sentirsi, anche tutti i giorni, e condividere ogni momento.

La tecnologia aiuta e tra Facebook e WhatsApp non è difficile sentirsi più vicini.

Che consigli daresti a chi vuole seguire le tue orme?

Di rischiare, perché davvero è più difficile a dirsi che a farsi.

Consiglio sempre di contattare connazionali sul posto, perché possono dare dei consigli e punti di vista che soltanto essendo immersi in una realtà si può dare.

Bisogna poi essere disposti al sacrificio ed avere spirito di adattamento, non dando mai nulla per scontato e essere sempre pronti a cambiare qualcosa di se stessi per adattarsi al nuovo.

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