La vita presso un giacimento di petrolio in Arabia Saudita

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dune

Matteo e Valentina ci scrivono dall’Arabia Saudita dove curano il blog ‘Life on Oil Field‘.

Cosa facevate in Italia?

Matteo, che nel 2013 aveva 29 anni, lavorava nell’industria petrolifera dividendosi tra Milano e Roma come analista del mercato energetico.

Valentina, ai tempi 26enne, era economista del mercato dell’arte, ma in mancanza di un’opportunità retribuita nel settore, si era temporaneamente riassegnata (o rassegnata) all’Assessorato Trasporti della Regione Lombardia.

Come si è presentata l’opportunità di andare a lavorare in Arabia Saudita?

Tutto inizia nel febbraio 2013, quando dopo 1 anno di contratto a tempo determinato per Valentina in scadenza e senza possibilità di rinnovo dato il cambio di giunta in Regione, e l’invio di un centinaio di curriculum in giro per l’Italia (moltissimi dei quali senza risposta), sposati da 6 mesi e con una casa da pagare, siamo giunti alla conclusione che in Italia non ci fosse speranza per una coppia di giovani che voleva vivere e lavorare nel proprio Paese.

Matteo ha inviato 6 curriculum tra le principali società petrolifere internazionali e ha ottenuto due colloqui.

Al momento di inviare il CV in Arabia Saudita abbiamo scherzato sul fatto che saremmo potuti andati a vivere coi cammelli.

Ed alla fine ci siamo andati sul serio!

Avete avuto dubbi prima di accettare? Se sì, come li avete superati?

I dubbi sono stati molti, come per chiunque si trovi davanti alla possibilità di lasciare il proprio Paese, con l’”aggravante” che l’Arabia Saudita è associata con un mondo ostile, per usare un eufemismo.

La svolta probabilmente è avvenuta proprio grazie al sito italiansinfuga, attraverso il quale abbiamo avuto la fortuna di entrare in contatto con una coppia di italiani che erano stati intervistati sulla loro vita in Arabia Saudita.

Dopo alcune chiacchierate da remoto e l’aiuto di un altro (futuro) collega fiorentino abbiamo fugato tutti (o quasi) i dubbi sul trasferimento.

E siamo contenti della scelta.

Dove vi trovate?

Viviamo nella provincia orientale, la regione della penisola arabica dove si trovano la quasi totalità delle operazioni petrolifere del Paese, in una cittadina a 40Km dalla costa che sia chiama Abqaiq (pronuncia Abcheik), a circa 260Km da Doha (Qatar) e 800Km da Dubai.

Viviamo in un camp di 2500 persone (grande come un piccolo paese italiano) gestito dalla società petrolifera per cui lavoro, costruito dagli americani negli anni ’60 ad immagine e somiglianza di una cittadina texana.

Oltre al camp la città conta circa 50mila abitanti e nel raggio di decine di chilometri c’è solo il deserto, con le sue dune e il suo silenzio.

Ci descrivete la vita per un uomo occidentale in ambiente lavorativo saudita?

L’ambiente lavorativo è al 60% di cultura saudita e 40% di cultura Americana.

Nel mio dipartimento, che conta un totale di 200 persone (di cui 3/4 espatriati), sono rappresentate almeno una trentina di nazionalità, che vanno dal Giappone al Canada, dalla Norvegia all’Australia, dallo Zambia al Venezuela.

Essendo la componente expat molto elevata, la cultura al lavoro è internazionale, anche se poi molte delle decisioni vengono prese dal management, che è quasi sempre saudita.

Lavoro 8 ore al giorno, dalle 7 alle 16 con un’ora di pausa, solo raramente mi capita di lavorare nel weekend o nelle ore serali nel caso in cui ci siano delle esigenze particolari.

Il mio capo diretto è saudita, ma ha avuto una formazione americana, come la totalità dei colleghi locali, per i quali la società paga un master negli Stati Uniti come parte del processo formativo a carico dell’azienda.

E invece la vita per una donna in un compound? E fuori?

Essere donna in Arabia non è semplice, ma nemmeno impossibile.

Si tratta dell’unico Paese al mondo che vieta alle donne di guidare, seppur non con una legge esplicita, ma si impara velocemente che qui le pressioni sociali rappresentano norme non scritte ma molto seguite.

Lo stesso vale per il “dovere” di indossare l’abaya nera, il soprabito tradizionale: essendo espatriata, non mi sento in dovere di velarmi anche il capo o addirittura il viso, ma per molte donne locali l’obbligo “morale” le spinge a coprirsi completamente – cosa che magari non fanno quando si spostano in altri Stati.

È anche difficile trovare un buon lavoro, ma con un po’ di ingegno si può arrivare a delle buone soluzioni: c’è chi crea una piccola attività di catering sfruttando la propria nazionalità – le messicane offrono tacos e tortillas, le libanesi hummus e falafel, le italiane ovviamente pasta e pizza, ogni due mesi poi si tengono nei diversi compound dei suk che danno l’occasione di esporre le proprie creazioni e venderle, dai gioielli alle borse, dai giochi per bambini ad oggetti per la casa, e questa è proprio la mia attività.

Le più sportive poi trovano campo libero per insegnare Zumba, spinning, o fare da personal trainer, mentre altre insegnano lingue straniere o design degli interni, a seconda della propria formazione.

La società mette a disposizione molti autobus per raggiungere i centri commerciali o altri camp, per cui muoversi anche al di fuori delle mura del villaggio non è così impossibile, i taxi sono poi molto economici per cui non c’è bisogno di aspettare il rientro del marito dall’ufficio per andare a far compere – anzi, il vantaggio del tassista è che non si lamenterà mai della quantità di borse della spesa.

Cosa fate durante il weekend/tempo libero? Cosa avete a disposizione?

All’interno del camp abbiamo un lunghissimo elenco di facilities: palestra, campi da calcio, tennis, bowling, sala giochi con videogiochi e calcio balilla, perfino una palestra di roccia ed un maneggio.

Nei giorni lavorativi ci teniamo occupati con queste attività.

Durante il weekend ci piace viaggiare sia fuori da Saudi (siamo a tre ore di auto dal Qatar, due dal Bahrain e 1 ora di aereo da Dubai), sia all’interno.

L’Arabia Saudita non prevede visti turistici, ma nonostante questo è patria di alcune location uniche al Mondo: dall’oasi più grande del mondo di Al-Ahsa, fino al secondo sito archeologico dei Nabatei più importante dopo Petra (in Giordania) nel nord del paese, Mada’in Saleh.

L’altra attività durante i weekend sono sicuramente le interminabili grigliate con gli amici del camp, che spesso sono anche gli stessi colleghi che si trovano in ufficio: anche in questo caso, provengono un po’ da tutto il Mondo, l’occasione di entrare in contatto con altre culture è uno degli aspetti più arricchenti dell’esperienza qui in Arabia.

Quali miti bisogna smontare sull’Arabia Saudita?

Che sia solamente una culla di terroristi – che poi era ciò che ci aspettavamo anche noi prima di informarci.

D’altra parte non vogliamo minimizzare sul tema: sicuramente la religione ha una presenza dominante nel quotidiano e la giornata ruota intorno ai ritmi delle 5 preghiere che obbligano anche i negozi a chiudere per 20 minuti.

Questo può portare le persone più fragili ad accogliere i messaggi più radicali dell’islam e creare proselitismo tra le fila degli estremisti, ma tutti i sauditi che abbiamo conosciuto nel quotidiano sono amichevoli, simpatici ed attenti alle relazioni interpersonali.

L’altro mito da smontare è in realtà di natura geografica.

Quando diciamo che viviamo in Arabia Saudita, chi ci ascolta la confonde con gli Emirati Arabi Uniti e ci immagina vivere in cima ai lussuosi grattacieli di Dubai.

Niente di più sbagliato: l’Arabia Saudita (che occupa l’80% della penisola Araba) è una nazione benestante, certo, ma non presenta tutto quel lusso sfrenato degli Emirati o del Qatar, che poi sarebbero due nazioni che hanno un decimo della popolazione dell’Arabia.

Oltre ai soldi, perché un Italiano dovrebbe prendere in considerazione un’esperienza lavorativa in Arabia Saudita?

Ciò che abbiamo imparato in questi due anni è che se ci si muovesse in Arabia solo per soldi si rischierebbe dopo pochi mesi di scappare via.

Gli alti salari che vengono offerti qui servono a compensare tutte le altre mancanze: il clima difficile, la scarsa mobilità delle donne, la mancanza di luoghi di ritrovo sociale (come pub o cinema), l’assenza di alcol e derivati del maiale.

Come abbiamo scritto sul nostro blog, chi trascorre una vita mondana tra locali e divertimenti vari, qui in Arabia durerebbe poche settimane.

Viceversa, è una location ottima se si lavora nel settore petrolifero, dove l’esperienza professionale, come si può immaginare, è di alto livello, specialmente in questi anni di rapidi cambiamenti del mercato.

Inoltre, lavorando in Saudi si impara a comprendere le tradizioni e le differenze della cultura araba, e questo amplia senza dubbio la propria rivendibilità professionale in un territorio che comprende 22 stati e quasi 340 milioni di abitanti.

Che consigli dareste a chi sta pensando di fare un’esperienza lavorativa in Arabia Saudita?

Fare attenzione a non lasciarsi ingolosire solamente dall’offerta economica.

Purtroppo abbiamo numerosi esempi di fallimenti, anche di amici italiani, scappati dopo pochi mesi perché la propria situazione famigliare non tollerava la quotidianità in Arabia (abbiamo trovato sei motivi più di altri che impattano la qualità quotidiana della vita).

Come ricorda spesso Valentina, il calendario musulmano dice che viviamo nel 1437: in Europa in quegli anni si usciva dal Medioevo e l’America non era ancora stata scoperta.

Saudi di oggi a volte è un po’ quell’Italia medioevale.

Quattro requisiti sono fondamentali per vivere in Arabia con successo: Umiltà, rispetto, flessibilità e Santa Pazienza.

Di certo aiuta anche avere anche degli hobby sportivi (dal windsurf al basket), musicali o culturali, utilissimi per trascorrere i caldi weekend estivi con 50 gradi rinchiusi in casa.

Ci sono dei vantaggi ad essere di nazionalità italiana nella vita in Arabia Saudita?

La reputazione degli italiani nel mondo arabo è senza dubbio elevata.

Matteo l’ha definita la “Regola del C.A.L.C.I.O.”: tra tutte le qualità italiane che nel Golfo funzionano bene (creatività, loquacità, essere gli “arabi d’Europa”, cibo, etc), l’avere alcune delle squadre calcistiche più rinomate al mondo di certo ci rende più simpatici e a volte apre delle porte inaspettate.

Di tutti gli occidentali siamo ritenuti, a torto o ragione, i più vicini culturalmente al mondo arabo.

Grazie e buon proseguimento in Arabia Saudita!

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