Tacos a colazione

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Mi chiamo Michael Di Pietro e ho 28 anni, ho passato gli ultimi sei mesi della mia (per ora ancora corta) vita in Messico, nel Distrito Federal, e questa è la storia con cui sto cercando il mio angolo di felicità.

Il 3 dicembre 2014 il capo dell’agenzia di comunicazione per cui lavoravo mi chiama nel suo ufficio per parlare.

Alla fine del discorso il risultato è che vuole offrirmi una posizione più importante e un aumento dello stipendio.

In quel momento una qualsiasi persona normale avrebbe accettato quelle condizioni decisamente vantaggiose e fatto i salti di gioia.

Dopo tutto non è proprio questo che cercano le persone?

Un buon stipendio, un lavoro fisso e sicurezza?

In quel momento la mia mente si è bloccata e una serie di immagini hanno iniziato a percorrerla in maniera abbastanza disordinata, fino a quando sono riuscito a pronunciare queste parole: “Grazie, ma io devo andare, questa non è la mia vita”.

È più o meno così che è iniziato il mio viaggio, la ricerca del mio angolo di felicità.

Così ho lasciato l’agenzia per cui lavoravo, la mia città d’adozione, Bologna, molti dei miei amici e sono tornato qualche mese a Venezia, città dove ho vissuto dai 2 ai 22 anni.

Avevo bisogno di pace, di tranquillità e del calore della mia famiglia per prendere una delle decisioni più importanti della mia vita.

Quello era il luogo giusto.

Da quando ho lasciato la casa dei miei genitori a 22 anni la mia vita ha iniziato a riempirsi di cose che una persona che cresce e vive tutta la vita nello stesso posto nemmeno si immagina.

Un biglietto d’aereo di sola andata mi porta a Londra, dove capisco veramente che la mia strada è il viaggio, devo trovare il modo di viaggiare, conoscere, perdermi per il mondo, ma ancora non so come.

Sei mesi dopo torno in Italia, ma non a Venezia, mi fermo a Bologna, la città meno italiana d’Italia.

In due anni prendo la laurea magistrale in comunicazione e sono pronto a mollare tutto di nuovo, conoscere nuove persone, vivere nuove esperienze, non mi importano i soldi, voglio vivere.

E invece a volte la vita si nasconde, e quello che vedi sono solo finte possibilità, false promesse, e pagliativi sterili.

I tre anni successivi sono stati una rincorsa verso il nulla, verso un lavoro che non ti ripaga mai degli sforzi che fai, ti ruba più della metà delle ore di cui stai sveglio ogni giorno e non ti dà le soddisfazioni che meriti.

Arrivano i soldi, la sicurezza, ok, ma la mia felicità?

La voglia di perdersi per il mondo?

No, io non posso fare questa vita, non ce la posso davvero fare.

Quando ho preso la decisione di mollare il lavoro e comprare un biglietto per il Messico mi sono preso del pazzo, dell’immaturo, ma anche del coraggioso.

Spesso mi è stato detto: “Io non avrei mai il coraggio di fare quello che hai fatto tu”, io rispondo sempre che non è vero, rispondo sempre che forse se non si arriva al punto di rottura è perché alla fine ci va bene quello che facciamo, perché nel momento in cui la paura di fare per sempre una vita che non ci piace è più forte della paura dello sconosciuto, quella forza ti arriva.

A oltre 9 mesi di distanza da quel 3 dicembre e 6 mesi dal mio qui arrivo in Messico le cose hanno iniziato a prendere una strada diversa, non quella che ti dicono di prendere, ma quella che tu decidi di percorrere.

Lontano da tutto ciò che conosci, dalla zona di confort succedono cose che mai si potrebbero immaginare.

Qualcuno potrebbe semplicemente dire che succede la vita.

I primi mesi sono stati duri, senza lavoro e mantenendosi con piccoli progetti online, senza permesso di soggiorno, conoscendo la lingua in maniera abbastanza imperfetta e quasi nulla della cultura locale.

Poi le cose cambiano se davvero si crede in sé stessi.

Ho iniziato quel percorso che mi ha fatto diventare uno di quei cosiddetti Nomadi Digitali, uno di quelle persone che possono lavorare in qualsiasi parte del mondo, basta avere una connessione e un computer.

Il mio campo è quello dei Social Networks, sono un cosiddetto Social Media Specialist/Manager, insomma, faccio comunicazione digitale, con i miei orari con i miei clienti in Europa, Stati Uniti e Messico e soprattutto posso farlo da casa mia, oppure da una spiaggia in Costa Rica o in un lago dell’entroterra messicana.

Quando stavo in Italia mi “pettinavo” (come direbbe Ligabue) lo stomaco di gastroprotettori…li ho messi in valigia per sicurezza, ma per ora lì sono rimasti.

Non solo, ho avuto il coraggio di pubblicare il mio primo romanzo (Un pomeriggio come tanti), togliendomi quella paura del giudizio che per anni mi ha tenuto per mano quando stavo in Italia.

Scrivo un blog per raccontare questo mio viaggio, e questo meraviglioso paese che mi fa innamorare ogni giorno.

Purtroppo molte persone, soprattutto in Europa, hanno molti pregiudizi negativi verso il Messico, e devo essere onesto, li avevo pure io.

Quello che non mi sarei mai immaginato è che avrei trovato davvero parte di me stesso in questo paese e www.tacosacolazione.altervista.org mi serve anche a questo, per dire al mondo che il Messico non è solo nascotraffico e omicidi ma è cultura, è tradizione, è un ecosistema unico al mondo, è una magia che dopo 6 mesi non sono ancora riuscito a spiegarmi.

Non so come potrà andare avanti questa mia storia, l’unica cosa certa è che non tornerei mai indietro.

Non riuscirei più a fare una vita senza libertà.

Dopo sei mesi nel DF sto progettando la fuga ai Caraibi, portandomi come sempre dietro il lavoro e continuare questa mi personale ricerca della mia dimensione e di conoscenza del mondo.

E poi chissà, Sud America, Australia, India…l’idea è quella di mettersi sempre alla prova e cercare nuove sfide.

Di una cosa mi sono accorto in questo mio periodo di “esilio”, prima ho parlato di cercare “il mio angolo di felicità” come fosse un luogo fisico, e questo pensavo quando sono partito: viaggio e cerco il mio posto del mondo.

No, non è così per me, quell’angolo di felicità secondo me ce lo portiamo dentro da sempre, il viaggio, le persone che incontri nel cammino, le esperienze, i luoghi, i colori che il cielo può avere ad una latitudine diversa da quella a cui siamo abituati a vederlo, sono ciò che lo riempiono!

Come dice una vecchia canzone dei Negrita: “C’è che ormai che ho imparato a sognare, non smetterò!” e nessuno di noi dovrebbe mai smettere di farlo! Un saluto da questo “angolo di felicità” 😉

Michael

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