Io mi chiamo Felice, sono Italiano e questa è la mia storia

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felice marano

Dietro ognuno di noi si cela qualcosa che va ben oltre la semplice apparenza che possiamo percepire.

Oltre i confini della nostra immagine si nasconde il risultato di scelte che ogni giorno condizionano la nostra vita e, per questo, anche quella degli altri. Scelte che consapevolmente difendiamo e portiamo avanti.

Scelte che sono talvolta condizionate dalla forte influenza degli altri e che, in ogni caso, incidono sulla nostra quotidianità e quella di chi ci sta intorno.

Ogni scelta è parte di un’interminabile rete che ci lega l’un l’altro, indissolubilmente.

Cosa ancor più singolare, dietro ogni scelta ed ogni singolo individuo si nasconde, in realtà, il forte potere delle storie.

Storie che possono essere considerate come una sorta di tecnologia cognitiva.

Storie che hanno l’immenso potere di influenzare il nostro percorso, di lasciarci senza fiato.

Racconti che ci fanno sognare, vivere e talvolta anche emozionare.

Siamo il frutto delle scelte che facciamo, delle persone che per caso incrociamo e di quelle che consapevolmente includiamo nella nostra vita.

Siamo il risultato delle storie che ogni giorno creiamo, ascoltiamo e delle scelte che compiamo e ogni giorno raccontiamo.

Mi chiamo Felice Marano.

Sono nato in un piccolo paesino nella provincia di Napoli chiamato San Gennaro Vesuviano.

Nell’Agosto del 2014, dopo varie esperienze internazionali, ho scelto di rivoluzionare ancoa una volta la mia vita, imbarcarmi in un areo e dirigermi nel lontano Brasile.

Un semplice passo avrebbe enormemente condizionato la mia  di storia, portandomi oggi qui, a condividerla con voi.

Prima della mia partenza vivevo in Qatar, nel Medio-Oriente, dove ho per qualche mese gestito una start-up la cui principale missione è quella di aiutare i giovani della capitale, Doha, a sviluppare il proprio talento, ampliare la propria leadership e crescere in uno spazio che stimoli creatività e competenze imprenditoriali.

Giorno dopo giorno ho avuto l’opportunità di mettere alla prova me stesso in un territorio assai diverso da quelli a cui ero stato sinora abituato, in un contesto alle volte difficile da comprendere.

Le opportunità di crescita e sviluppo personale non sono comunque mancate, specialmente per le grandi responsabilità rivestite all’interno della start-up.

Dopo alcuni mesi avrei deciso di cambiare radicalmente la mia vita e recarmi in Brasile per svolgere attività di volontariato attraverso AIESEC.

Presente in più di 124 Paesi al mondo e con più di 86,000 membri, AIESEC è  il più grande network internazionale gestito interamente da giovani studenti universitari che hanno come obiettivo il creare un impatto positivo attraverso esperienze di sviluppo della leadership.

A São Paulo do Brasil avrei svolto lezioni di conversazione inglese e management interculturale come volontario presso la FOC (Faculdade Oswaldo Cruz), una delle strutture universitarie più tradizionali del Paese.

L’esperienza mi ha permesso di confrontarmi con persone di cultura completamente differente, riuscendo ancora una volta ad aprire la mia mente verso modi di comunicare e percepire la vita completamente diversi da quelli a cui ero stato abituato.

Allo stesso modo la mia presenza rappresentava per i miei studenti e per i miei colleghi internazionali motivo di apertura e comprensione verso una realtà assai differente dalla loro.

Dopo ogni lezione tornavo a casa presto, specialmente nel primo periodo in cui tutto per me era così nuovo e talvolta appariva ai miei occhi assai insicuro, pericoloso, forse più per le influenze ricevute che per la reale situazione.

San Paolo (in portoghese São Paulo) ha una popolazione poco superiore agli 11 milioni di abitanti; è quindi la più vasta e popolosa città dell’Emisfero australe, nonché una delle metropoli più abitate a livello globale.

Il mio impatto non è stato semplice ma in pochi giorni avrei dovuto adattarmi a situazioni completamente nuove.

La mia vita era alla periferia della città in una zona in cui la maggior parte dei Paulistanos (abitanti di São Paulo) non avrebbe motivo di andare.

A pochi passi da casa vi erano favelas e comunità, realtà a cui non ero affatto abituato e che hanno lasciato un forte impatto dentro di me.

Ricordo il giorno in cui sarei dovuto partire per una conferenza e, per questo, avrei dovuto prendere un autobus alle 4.30 del mattino che mi avrebbe permesso di raggiungere la metropolitana così da arrivare molto presto alla principale stazione degli autobus. In quel momento la paura di uscire di casa era tanta.

In quei giorni avevo sentito più volte di ragazze violentate alla fine della strada o di malviventi aggredire persone alla fermata vicino casa.

Quel giorno avrei dovuto prendere l’autobus a qualche minuto da casa, vicino l’entrata di una favela, attraversando una strada non molto sicura a quell’ora.

Prima di uscire di casa, ricordo di aver passato qualche momento a camminare avanti e indietro, pensando e ripensando a quello che stavo per fare.

Continuavo a dirmi che sarei dovuto uscire di casa e affrontare la situazione, eppure, la paura era troppo forte.

Finisco chiuso in camera, a piangere.

Accetto la realtà dei fatti e la pericolosità del posto.

In fondo avevo autonomamente scelto di vivere in una realtà assai diversa dalla nostra e per questo me ne assumevo ogni responsabilità.

Sarei uscito di corsa, assai preoccupato, terrorizzato direi.

Vedevo persone correre in lontananza verso le favelas e pensavo ai malviventi. Ho sperato che l’arrivo dell’autobus fosse imminente e invece avrei dovuto aspettare un po’.

A São Paulo vivevo con una famiglia: mamma Angela, mio fratello Caio e Caco, la nostra piccola scimmietta.

Dopo le difficoltà iniziali, per me di essere in una casa completamente nuova e in una realtà a me totalmente estranea, per loro di avere uno straniero in casa, in pochi giorni saremmo diventati una vera e propria famiglia.

Insieme ci saremmo aiutati nelle difficoltà di tutti i giorni, anche sotto il profilo economico e nelle avversità più disparate.

Dopo il mio progetto all’Università ho iniziato a gestire come volontario un progetto AIESEC chiamato Millenium Project in partnership con l’Onu.

Scopo del progetto è quello di portare ragazzi stranieri in diverse scuole del territorio e aiutare giovani studenti a riflettere su tematiche a forte rilevanza sociale come la fame nel mondo, la situazione delle donne e così via.

In poco tempo mi sarei ambientato ad una vita completamente diversa.

Avrei trovato un ulteriore lavoro come professore d’Inglese presso una scuola privata e poi un lavoro part-time nell’ambito della selezione del personale.

Dal Qatar al Brasile mi sono ritrovato in pochi mesi ad avere una nuova famiglia, delle nuove abitudini, un nuovo lavoro, dei nuovi amici e specialmente tanta forza di volontà per cambiare il percorso verso cui stavo andando incontro.

Ho iniziato a mandare CVs a fare colloqui e desiderare un futuro diverso in una terra altrettanto diversa.

Pur guadagnando poco e vivendo in una situazione non semplice ho cercato di giocarmi tutte le carte che avevo a disposizione fino alla fine e, nonostante un po’ stavo per perdere le speranze, ho sempre avuto una forte positività dentro me che mi ha aiutato ad essere forte e credere in tutto quello che stavo facendo anche nei giorni in cui mi sentivo così lontano e così perso.

Due giorni prima di tornare in Italia vengo chiamato da una delle multinazionali più grandi del Brasile per fissare un appuntamento.

Dopo vari colloqui avevano pensato che il mio profilo era quello giusto da inserire nella loro azienda e per questo mi avrebbero fatto una proposta di lavoro.

Oggi sono in Italia, di ritorno per sistemare alcuni documenti e carte fondamentali per ottenere il visto di lavoro e trasferirmi definitivamente a São Paulo.

Ho 27 anni, appartengo ad una generazione a cui più volte viene messo il bastone fra le ruote.

Non ho mai mollato dal primo giorno in cui ho messo piede fuori casa per andare a vivere all’estero.

Fra qualche giorno sarò diretto nuovamente in Brasile per lavorare nell’area delle Risorse Umane Internazionali della BRF una delle più grandi imprese produttrice ed esportatrice di alimenti surgelati al mondo.

Narrare ci ha reso umani nella storia evolutiva e lo continua a fare anche nel mondo post-moderno.

Il mondo immaginario di una storia può essere una sorta di campo di addestramento, un luogo sicuro in cui possiamo allenarci a interagire con gli altri e apprendere le usanze e le regole della società.

Le storie hanno il potere di modificare i nostri parametri fisiologici e di conseguenza la chimica del nostro cervello, agendo anche sulle nostre azioni.

Esse hanno il potere di incantare, influenzare.

Le storie ci fanno sognare, ci regalano la forza di credere in noi stessi e di sentire assai più vicine le scelte di chi sentiamo essere lontano.

Le storie hanno il potere di connetterci l’un l’altro e di creare un forte impatto nel mondo in cui viviamo.

Io ho scelto di fare la mia piccola parte, scegliendo di essere promotore di un futuro migliore in cui è possibile essere sereni, garantire un futuro migliore ai giovani, più accettazione e più apertura verso le diversità.

Io mi chiamo Felice, sono Italiano e questa è la mia storia. E tu, quale storia hai da raccontare?

Se anche tu vuoi condividere la tua storia con me puoi scrivermi all’indirizzo felicemarano@gmail.com o su Facebook (Felice Marano).

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