Da un lavoro che detestavo in Italia a un lavoro che amo a Parigi

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parigi
Articolo di Stefano Fratini.

Come ho scritto privatamente ad Aldo, l’intervista nasce dalla necessità di condividere la mia esperienza al fine di dare a chi è indeciso il coraggio necessario per lasciare un Paese che non ci ha dato nulla, che forse non ci merita.

La mia esperienza per darti la forza, la spinta, la voglia di andartene!

Io, eternamente grato ad Italiansinfuga perché solo leggendo assimilando le storie di chi ce la fatta, sono riuscito a farcela!

In Italia mi sono laureato in lettere Moderne (3+2).

Avevo l’ambizione di fare l’insegnante, nel contempo ho sempre lavorato, sono stato il cosiddetto studente/lavoratore.

Dopo gli studi ho cercato invano di entrare nel mondo dell’insegnamento nonostante mio padre – professore di Filosofia – me lo sconsigliasse!

Non ho mai superato il concorso per entrare nella graduatoria TFA (tirocinio formativo attivo) e ad oggi forse ti dico meno male: sarebbe stato un vero calvario!

L’ultimo lavoro che ho fatto prima di lasciare lo stivale è stato in una sorta di Call-center, ufficio, gestione servizi clienti soprattutto in ambito turistico, ma la società per cui lavoravo appaltava ogni sorta di ‘customer service’.

Avevo un contratto a tempo indeterminato ma questo non mi ha impedito di licenziarmi da un lavoro che detestavo.

Non ne potevo più, mi sentivo sprecato, avendo una forte consapevolezza dei miei mezzi, non potevo sciupare i miei talenti nella piccola provincia italiana… aggiungo che lavoravo non nella mia città Pescara ma ad Ancona.

Il mio contratto lo definivo una gabbia mentale perché quando hai un indeterminato ci pensi mille volte prima di scappare: io ci ho pensato e ripensato mille volte, poi mi sono dimesso!

All’inizio i miei pensieri di espatrio erano indirizzati verso l’Inghilterra sia per la lingua sia perché avevo già lavorato nella terra d’Albione.

Poi però per caso un caro amico mi parla di Parigi e della possibilità di lavorare anche senza molta esperienza nel settore della ristorazione.

Così optai per questa destinazione, scelta azzeccata.

Dunque la Francia per caso, non parlavo francese e a parte alcune esperienze passate in pizzeria, non avevo mai lavorato seriamente nella ristorazione.

Per quanto concerne le risorse disponibili prima di partire: uscivo da un lavoro che per quanto detestassi, comunque mi ha fatto guadagnare, quindi a Parigi ero partito con una discreta somma, ma coi soldi non si comprano i lavori!

In linea di massima avevo denaro per restare due mesi senza lavorare.

Non ricordo esattamente, ma avevo circa 1500/2000€.

Consiglio sempre di partire si con la valigia di cartone, ma sempre con una discreta somma di denaro.

L’impatto con Parigi è stato positivo.

Le differenze culturali con l’Italia ci sono ma non sono così invalidanti per cominciare una nuova vita.

L’unica vera difficoltà iniziale è quella d’inserirsi nel loro sistema: senza un contratto di lavoro non puoi aprire un conto corrente, senza una busta paga nessuno ti affitta stanze e/o appartamenti, senza il c/c non potrai abbonarti ad una compagnia telefonica-salvo le prepagate semestrali-.

In sostanza direi che l’impatto con la burocrazia, il sistema francese non è stato indolore, anzi ho piuttosto faticato per mettermi appieno in regola.

Lavoro a Parigi senza aver mai scritto e presentato un cv!

Lavoro in cucina, ho iniziato dal basso, ‘mi sono sporcato le mani’, ho fatto carriera meritocratica – quello che mi mancava in Italia – ed alla fine sono diventato ‘secondo di cucina’.

Io in Italia ho fatto quasi sempre lavori d’ufficio, ma ho una passione: cucinare e Parigi mi ha permesso di fare della mia passione un lavoro.

Verso l’Italia ho sentimenti contrastanti: è il mio Paese, sono molto legato alla mia città natale – Pescara – ma ora per me l’Italia rimane il Paese delle vacanze.

In Francia lavoro, nello stivale vacanzeggio.

Del mio Paese detesto l’immobilismo, l’assenza di meritocrazia, la mancanza di coraggio della gente; io non ne potevo più e non avendo la pretesa di cambiare il mio paese, ho preferito sentirmi vivo altrove.

L’Italia mi manca. Ma sostanzialmente non mi ha dato nulla.

Perché dovrei tornare in Italia?? Per il sole e il mangiar bene?? Non basta.

All’estero guadagno il doppio – letteralmente -, la qualità della vita è decisamente migliore e soprattutto la domanda lavorativa non manca- almeno nel mio settore.

Se avessi saputo che sarebbe stata così dura, forse allo Stefano di allora avrei consigliato di riflettere abbastanza prima di partire…

Sono partito con la voglia di avventura di un ventenne e la matura consapevolezza di un trentenne.

A fronte di tutto quello che è stato il mio percorso qui, i miei consigli allo Stefano di allora potrebbe farlo desistere, allora gli dico di trovare la forza per fare le scelte le più sagge possibili.

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Comments

  1. shoryumike says

    OMG: troppe assonanze con la mia storia personale! Eccetto per la laurea, che mi son sempre rifiutato di conseguire in Italia (specie essendo costretto a frequentare quella del Sud).
    Pizzeria, poi? Esattamente quel che faccio!
    Se lo scopo dell’articolo era quello di gasare e, concedetemi, quasi di ” irraggiare ” il lettore, attraverso luce di speranza e consapevolezza, al contempo, beh: devo dire che c’è riuscito in pieno!
    Ti stimo! Grazie, ma proprio dal profondo! 😀

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