Davvero ci sono schiavi italiani in Australia?

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Discutiamo con Clara Vetruccio di Dreamin’Australia dei recenti articoli apparsi sulla stampa italiana che dichiarano che migliaia di giovani italiani lavorano in condizioni di schiavitù nelle fattorie australiane.

Il tutto è nato da un servizio di ‘Four Corners’, serio programma giornalistico da parte dell’emittente statale ABC, relativo alla condizione di sfruttamento in cui trovano alcuni giovani con il visto vacanza lavoro.

Consiglio vivamente la visione del servizio (spero si possa vedere anche al di fuori dei confini australiani).

Il lavoro in fattoria dei ragazzi con il visto vacanza lavoro è legato all’ottenimento di 88 giorni di lavoro nell’Australia rurale che consentono la richiesta di un secondo visto vacanza lavoro.

Chi non punta a un secondo anno di permanenza non deve lavorare in fattoria.

Bisogna sottolineare alcune cose al riguardo.

Innanzitutto la maggior parte dei giovani e delle giovani intervistate erano di Taiwan.

Solo due ragazze erano inglesi e non c’era alcun italiano.

Ciò non vuol dire che nessun italiano si sia trovato in situazioni simili ma una così alta presenza di asiatici è legata alla loro scarsa o nulla conoscenza delle lingua (molto peggio degli italiani) che consente ai criminali di sfruttarli.

Durante il servizio si sente uno dei gestori di un ostello imprecare “basta, non portatemi più europei” (perché è più probabile che protestino se sfruttati).

In secondo luogo, le persone che gestiscono il “traffico” di giovani sono loro connazionali. Soprattutto con quelli che non parlano inglese, ci vogliono persone che sappiano comunicare con loro e il tipico agricoltore australiano non parla il mandarino o il coreano.

Il servizio non estrapolava però la situazione illustrata a tutto il settore.

E’ quindi difficile se non impossibile affermare che tutti i raccoglitori di frutta e verdura siano in condizioni di schiavitù o sfruttamento.

Chiariamo subito, lo sfruttamento, gli abusi e le violenze vanno denunciati e i colpevoli puniti ma attenzione a far apparire che tutto il settore sia così come descritto nel servizio.

I giornali italiani hanno poi compiuto salti mortali arrivando alla cifra di decine di migliaia di giovani italiani in condizioni di schiavitù nei campi australiani.

Diciotto mesi fa feci un’analisi della percentuale di Italiani che ottenevano il secondo visto vacanza lavoro era del 13%.

E’ possibile che questa percentuale sia salita nel frattempo ma, se anche fosse, non arriviamo a decine di migliaia di giovani italiani in fattoria e di questi la maggior parte non si trova in condizioni di sfruttamento.

Lavoro duro? Sì.

E’ meglio lavorare in città? Per tanti certamente.

Schiavitù (moderna o altro)? No.

Clara conosce moltissimi giovani italiani che hanno lavorato nelle farm e sottolinea che “non sono degli sprovveduti”.

Consiglia a chi si viene a trovare in condizioni “sospette” di partire subito e non lasciarsi sfruttare.

Inoltre che la vita in fattoria nell’Australia rurale è molto dura a causa del clima e della lontananza e spesso l’agricoltore stesso non fa una grande vita (ragion per cui c’è stato un grande spopolamento durante l’ultimo secolo a favore delle città).

Clara giustamente sottolinea che i ragazzi (italiani e non) con il visto vacanza lavoro non sono “migranti” alla stregua di quelli che stanno attraversando il canale di Sicilia ma stanno partecipando ad un programma di scambio culturale.

Fare una vacanza con la possibilità di integrarla con un lavoro se si vuole.

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L’accordo consente ai giovani australiani di fare lo stesso nelle nazioni con le quali l’Australia abbia l’accordo.

Clara consiglia vivamente di prendersi una macchina magari condividendo il costo in due.

In questo modo sarete indipendenti e, appena vedete che la paga tarda ad arrivare oppure le condizioni di lavoro e di vita non sono all’altezza, potete partire verso la destinazione successiva.

Senza macchina invece sarete in balia di trasporti pubblici scarsi o inesistenti e vi troverete bloccati a centinaia di chilometri dalla ‘civiltà’.

La seconda regola è di evitare di dare troppa retta agli annunci su internet.

Poi bisogna fare attenzione ai working hostels. Ostelli dove i ragazzi affittano un letto e poi, in teoria, vengono messi in contatto con gli agricoltori.

Spesso gli affitti dei working hostels sono altissimi e il lavoro non si materializza magari perché è la stagione sbagliata per la raccolta, perché oggi piove, perché oggi non c’è bisogno di te…

Clara consiglia di chiedere informazioni agli amici che hanno già fatto l’esperienza e di leggersi la Harvest Trail messa a disposizione dal governo australiano che spiega cosai si raccoglie, dove e quando.

Tanti arrivano in Australia con l’idea di togliersi il “problema” delle farm subito mentre Clara consiglia invece di passare sei mesi per ambientarsi, lavorare in città oppure viaggiare e poi chiedersi se veramente si voglia fare un secondo anno di visto vacanza lavoro.

Spesso si scopre che non si vuole passare un secondo anno in Australia con quel tipo di visto e il lavoro in fattoria all’inizio della permanenza in Australia diventa uno spreco di tempo.

Ecco alcune interviste che ho fatto a italiani che hanno fatto l’esperienza del visto vacanza lavoro in Australia.









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