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Rainer Strack, esperto di risorse umane, spiega perché nel 2030 la maggior parte delle economie più avanzate avranno più lavori disponibili che persone in grado di soddisfare questa richiesta di manodopera.

La migrazione giocherà un ruolo importante nella soluzione del problema.

Vi invito caldamente a guardare il video (ci sono i sottotitoli in Italiano).

Traduzione dell’intervento da parte di  Silvia Colombo e rivista da Anna Cristiana Minoli.

Il 2014 è un anno speciale per me: 20 anni come consulente, 20 anni di matrimonio, e tra un mese compirò 50 anni.

Questo significa che sono nato nel 1964, in una piccola città in Germania.

Era una grigia giornata di novembre e la gravidanza era oltre il termine.

Nel reparto maternità dell’ospedale erano tutti davvero stressati perché in quella grigia giornata di novembre erano nati molti bambini.

Infatti, il 1964 è stato l’anno con il più alto tasso di natalità in Germania: più di 1,3 milioni. L’anno scorso è stato solo di 600 000, quindi la metà.

Quello che vedete qui è una piramide dell’età della Germania e quel puntino nero in alto sono io.

In rosso, potete vedere la potenziale popolazione in età lavorativa, quindi persone tra i 15 e i 65 anni, e in realtà a me interessa solo quest’area in rosso.

Ora facciamo una semplice simulazione di come questa struttura dell’età si svilupperà nei prossimi due anni.

Come potete vedere, il picco si sposta verso destra e io, insieme ad altri nati nel baby boom, andrò in pensione nel 2030.

Comunque non ho bisogno di previsioni dei tassi di natalità per prevedere quest’area in rosso.

L’area in rosso, quindi la potenziale popolazione in età lavorativa nel 2030, è scolpita sulla pietra già adesso, eccetto i più alti tassi di migrazione.

E se confrontate quest’area in rosso del 2030 con l’area in rosso del 2014, è molto, molto più piccola.

Quindi prima che vi mostri il resto del mondo, cosa significa questo per la Germania?

Quello che capiamo da questa figura è che l’offerta di lavoro, cioè chi fornisce lavoro, diminuirà in Germania, e lo farà in modo significativo.

E invece la domanda di lavoro?

Qui la questione si fa complicata.

Come saprete, la risposta preferita dei consulenti a ogni domanda è: “Dipende”.

Quindi io direi: “Dipende”.

Non volevamo fare previsioni sul futuro. Altamente ipotetiche.

Abbiamo fatto un’altra cosa. Abbiamo analizzato la crescita del PIL e della produttività in Germania negli ultimi 20 anni, e abbiamo calcolato il seguente scenario: se la Germania vuole che PIL e produttività continuino a crescere, possiamo calcolare direttamente quante persone servirebbero alla Germania per sostenere questa crescita.

E questa è la linea verde: la domanda di lavoro.

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La Germania affronterà una grande carenza di talenti molto rapidamente.

Mancano otto milioni di persone, cioè più del 20 per cento dell’attuale forza lavoro, quindi grandi numeri, davvero grandi. Abbiamo calcolato alcuni scenari e il quadro appariva sempre così.

Per colmare il divario, la Germania deve aumentare la migrazione in modo significativo, avere più donne nella forza lavoro, aumentare l’età pensionabile, a proposito, l’abbiamo appena abbassata quest’anno, e deve attuare tutte queste misure allo stesso tempo.

Se la Germania fallisce in questo, andrà incontro alla stagnazione.

Non ci sarà più crescita.

Perché?

Perché non ci sono lavoratori che possono generare questa crescita. E le aziende cercheranno i talenti altrove.

Ma dove?

Abbiamo simulato l’offerta e la domanda di lavoro per le 15 pù grandi economie del mondo che rappresentano più del 70 per cento del PIL mondiale e il quadro generale entro il 2020 appare così.

Il blu indica un surplus di manodopera, il rosso indica un deficit di manodopera, e in grigio ci sono quei paesi che sono al limite.

Quindi nel 2020 vediamo ancora un surplus di manodopera in alcuni paesi, come l’Italia, la Francia, gli Stati Uniti, ma questo quadro cambierà notevolmente entro il 2030.

Nel 2030, affronteremo una crisi globale della forza lavoro nella maggior parte delle economie più grandi, inclusi tre dei quattro paesi BRIC.

La Cina, con la sua ex politica del figlio unico, sarà colpita, così come il Brasile e la Russia.

A dire la verità, la situazione in realtà sarà ancora più impegnativa.

Quella che vedete qui è una media dei numeri.

Abbiamo tolto la media e abbiamo diviso i numeri in diversi livelli di competenze e abbiamo scoperto che i deficit erano più alti per le persone con grandi competenze e che c’era un parziale surplus per lavoratori con meno competenze.

Quindi oltre alla carenza di manodopera, in futuro affronteremo anche una grande discrepanza tra le competenze e questo significa grandi sfide in termini di istruzione, qualifiche, sviluppo delle competenze per i governi e le aziende.

L’altra cosa che abbiamo analizzato erano robot, automazione e tecnologia.

La tecnologia cambierà questo quadro e incrementerà la produttività?

La risposta sintetica sarebbe che i nostri numeri includono già una crescita significativa della produttività spinta dalla tecnologia.

Una risposta lunga sarebbe così.

Prendiamo ancora la Germania.

I tedeschi hanno una certa reputazione nel mondo quando si tratta di produttività.

Negli anni ’90, ho lavorato nel nostro ufficio di Boston per quasi due anni e quando me ne sono andato, un socio anziano ha detto, letteralmente: “Mandami più tedeschi, lavorano come delle macchine”.

Era il 1998.

Sedici anni dopo, probabilmente direste il contrario. “Mandami più macchine. Lavorano come i tedeschi”.

La tecnologia rimpiazzerà molti lavori, lavori abituali.

Non solo nel campo della produzione, ma anche gli impiegati sono a rischio e potrebbero essere rimpiazzati da robot, intelligenza artificiale, big data o automazione.

La domanda chiave non è se la tecnologia rimpiazzerà alcuni di questi lavori, ma quando, quanto velocemente e fino a che punto?

Oppure, in altre parole, la tecnologia ci aiuterà a risolvere questa crisi globale della forza lavoro? Sì e no.

Questa è una versione più sofisticata di “dipende”.

Prendiamo come esempio l’industria automobilistica perché più del 40 per cento dei robot industriali sta già lavorando lì e l’automazione è già avvenuta.

Nel 1980, meno del 10 per cento del costo di produzione di un’auto era determinato da parti elettroniche.

Oggi questo numero è più del 30 per cento e arriverà a più del 50 per cento entro il 2030.

Queste nuove parti e applicazioni elettroniche necessitano di nuove competenze e hanno creato nuovi posti di lavoro come l’ingegnere dei sistemi cognitivi che ottimizza l’interazione tra conducente e sistema elettronico.

Nel 1980, nessuno aveva la più pallida idea che questo lavoro sarebbe esistito.

Infatti, il numero totale di persone coinvolte nella produzione di un’auto è cambiato solo lievemente negli ultimi decenni nonostante i robot e l’automazione.

Cosa significa questo?

Sì, la tecnologia rimpiazzerà molti lavori, ma vedremo anche molti lavori nuovi e nuove competenze all’orizzonte e ciò significa che la tecnologia aggraverà il divario tra le competenze. E il fatto di togliere la media rivela la sfida cruciale per i governi e le aziende.

Quindi le persone con più competenze, i talenti, saranno la cosa importante nel prossimo decennio. Se sono loro la risorsa scarsa, dobbiamo capirli meglio.

Sono disposti a lavorare all’estero? Quali sono i lavori che preferiscono?

Per scoprirlo, quest’anno abbiamo effettuato un sondaggio globale tra più di 200 000 persone in cerca di lavoro in 189 paesi.

La migrazione è certo un provvedimento chiave per colmare il divario, almeno nel breve periodo, quindi abbiamo fatto domande sulla mobilità.

Più del 60 per cento di queste 200 000 persone in cerca di lavoro è disposto a lavorare all’estero.

Per me, è un numero sorprendentemente alto.

Se prendiamo gli impiegati dai 21 ai 30 anni, questo numero è ancora più alto. Se dividete il numero per paese, sì, il mondo è mobile, ma solo parzialmente.

I paesi meno mobili sono la Russia, la Germania e gli Stati Uniti.

Dove vorrebbero spostarsi queste persone?

Il settimo paese è l’Australia, dove il 28 per cento pensa di spostarsi. Poi Francia, Svizzera, Germania, Canada, Regno Unito e la scelta principale nel mondo sono gli Stati Uniti.

Quali sono le preferenze lavorative di queste 200 000 persone?

Cosa stanno cercando?

Di una lista di 26 argomenti, il salario è solo all’ottavo posto.

I primi quattro argomenti riguardano la cultura.

Il quarto è avere un ottimo rapporto con il capo; il terzo è avere un ottimo equilibrio tra lavoro e vita privata; il secondo è avere un ottimo rapporto con i colleghi; e la principale priorità al mondo è essere apprezzato per il proprio lavoro.

Quindi, vengo ringraziato? Non solo una volta all’anno con la tredicesima ma tutti i giorni.

E adesso la nostra crisi globale della forza lavoro diventa molto personale.

La gente cerca apprezzamento.

Non cerchiamo tutti apprezzamento nel nostro lavoro?

Ora lasciate che colleghi i punti.

Affronteremo una crisi globale della forza lavoro che consiste in una carenza generale di manodopera più un’enorme discrepanza tra le competenze più una grande sfida culturale.

E questa crisi globale della forza lavoro si sta avvicinando molto velocemente.

Adesso siamo al punto di svolta.

Quindi cosa possiamo fare noi, cosa possono fare i governi, le aziende?

Ogni azienda, ma anche ogni paese, ha bisogno di una strategia di persone e di agire immediatamente e questa strategia di persone comprende quattro parti.

Primo, un piano per prevedere l’offerta e la domanda di diversi lavori e diverse competenze.

La pianificazione della forza lavoro sarà più importante di quella finanziaria.

Secondo, un piano per attrarre persone eccezionali: la generazione Y, le donne, ma anche i pensionati.

Terzo, un piano per istruirli e sviluppare le loro competenze.

Ci aspetta una grande sfida di sviluppo delle competenze.

E quarto, un piano per tenere le persone migliori o in altre parole per realizzare una cultura dell’apprezzamento e delle relazioni.

Comunque un fattore cruciale di fondo è cambiare il nostro atteggiamento. I dipendenti sono risorse, non costi, non numeri, non macchine, neanche i tedeschi.

Grazie.

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