Cosa ho imparato in 2 anni a Londra

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Federica Bianchi condivide la sua esperienza dei primi tempi a Londra.


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Cosa facevi in Italia?

Studiavo per la magistrale in lingue e lavoravo come commessa a chiamata presso una catena di negozi.

A chiamata, ci tengo a sottolinearlo, poteva voler dire lavorare 0 ore in una settimana oppure 40… non c’era un minimo.

Ogni tre mesi mi licenziavano per poi riassumermi, così da non dovermi dare l’indeterminato.

Nel negozio eravamo due aiuto-commesse, due chiamate (livello aiuto-commessa) ma nessuna commessa e, pur essendo a chiamata, aprivamo e chiudevamo il negozio, stavamo alla cassa, facevamo gli ordini, prendevamo e “sbollavamo” il carico, facevamo il training ad eventuali nuove arrivate e ci era anche affidata la chiusura fiscale con tanto di soldi depositati in banca!

Cosa ti ha spinto al trasferimento verso Londra?

Ho sempre sognato Londra, fin da quando avevo dodici anni.

Per questo ho studiato lingue: per il mio sconfinato amore verso l’Inghilterra!

Quando ho deciso di trasferirmi una mia cara amica era già lì (è lei che mi ha aiutato con la casa); in effetti avevo cercato lavoro essenzialmente per avere i soldi per potermi trasferire a Londra.

Poi a 28 anni, durante una visita alla mia amica, ho anche conosciuto un ragazzo… e questo ha accelerato le cose.

Mi sono chiesta: “se non ora quando?”.

Ci descrivi il giorno della partenza?

Non mi sono davvero resa conto di che cosa stavo facendo finché non sono arrivata in aeroporto.

Il giorno della partenza (12/1/12) lo ricordo come eccitante ma anche un po’ triste, insieme.

Lasciavo gli amici e la famiglia, mi ricordo che mia madre in aeroporto aveva gli occhi lucidi e così mio padre… e anch’io, ovviamente.

Ci vuole coraggio, ad emigrare, anche se non si va troppo lontano.

Perché poi è vero che le distanze sono “brevi” ma quando lavori non puoi certo rientrare quando vuoi.

Per esempio, io non sono riuscita a rientrare per due Pasque e un Natale.

Cosa dicevano famiglia e amici della tua partenza?

Lo sapevano, lo hanno sempre saputo.

In un certo senso erano “rassegnati” al fatto che prima o poi sarebbe successo!

Certo, considerata la situazione in Italia non è che ci fosse molto a trattenermi: io avevo un lavoro, ma era a chiamata e probabilmente a scadenza… non penso si possa fare l’aiuto-commessa dopo i 29 anni e io ne avevo già 28.

Come sono stati i primi tempi?

I miei primi tempi a Londra sono stati veramente travagliati.

Sinceramente, non sapevo bene dove andare a parare… visto che avevo lavorato in un negozio pensavo fosse quella la strada da seguire, ma in realtà non era così.

Il punto, a Londra, è che non devi adattarti a fare quello che senti di dover fare, ma devi seguire la strada di ciò che VUOI fare.

Mi spiego meglio…

Il mio primo lavoro fu in una catena che vendeva cioccolato.

Sarei dovuta partire come supervisor, ma alla fine non fu così perché il mio inglese non era ancora a livelli ritenuti ottimali dal manager (che, se posso dirlo, era anche una persona decisamente razzista).

Il contratto, di nuovo, era una specie di chiamata. Non passò un mese che me ne andai, e trovai lavoro in un caffè a St. Pancras.

Luogo freddissimo, paga minima (£6.19), un turno cominciava alle 6 (sveglia: 4.30) e l’altro finiva verso le 9.30 di sera.

Ci sono stata 10 mesi, poi pensavo di aver trovato di meglio…

Un caffè ad Euston, questa volta al caldo, orari decenti (7 del mattino, 5 di sera – dalle 8 alla 1 nel weekend), £7.50 all’ora.

Ma il proprietario era veramente un pazzo e infatti la gente non faceva che andarsene: nei due mesi in cui sono rimasta lì, oltre a me, se ne sono andate almeno quattro persone, tra cui la responsabile dell’area caffè e quella della cucina. Era aprile.

A giugno c’è stata la Bakery (altri tre mesi), lavoro che mi piaceva un sacco.

Una bakery è praticamente un forno dove si fanno pane, pizza, focacce, torte ecc…

Io stavo in vendita e facevo torte.

Aprivo l’area vendita alle 8 e la chiudevo alle 6 e poi restavo a pulire sia l’area vendita che quella di produzione.

Lavoravo 10-11 ore al giorno, 4 giorni la settimana. Non avevo nemmeno mezz’ora di pausa, ma mi pagavano £9 all’ora.

Cominciai a giugno e poi a settembre avrebbero dovuto mettere una macchina del caffè e cominciare a fare anche le colazioni.

Ma non la misero, non avevano soldi, e così finii per essere in esubero.

E infine, a dicembre, trovai il mio ultimo (grazie al cielo!) lavoro nel retail!

In un negozio dove facevamo jacket potatoes.

Durò un mese e mezzo, poi chiuse per fallimento.

A febbraio tutti i miei averi erano circa £200.

Non avevo altro.

Per fortuna i soldi che non poteva darmi il mio datore di lavoro me li diede, per legge, lo stato inglese.

Come hai superato i momenti difficili?

Sono stata aiutata dalla mia famiglia, supportata moralmente dai miei amici, e ho chiesto aiuto allo stato inglese.

Se proprio devo dirlo, ho chiesto i benefits per tre volte, anche quelli per la casa, e tutte e tre le volte per circa due mesi: nel passaggio tra il caffè e la bakery, tra la bakery e la jacket potatoes e quando il mio ultimo datore di lavoro nel settore retail è fallito.

Sono sempre stati molto gentili e disponibili: del resto io ho sempre lavorato e pagato le tasse e li ho chiesto solo quando ero davvero in difficoltà, non appena arrivata.

Finito il lavoro in bakery, comunque, la mia nuova coinquilina (all’epoca), italiana anche lei, mi domandò perché mi arrabattassi in un settore che evidentemente non era il mio e non cercassi di intraprendere, invece, la strada dell’insegnamento.

Per cui quando andai al Job Centre chiesi di essere inserita in un corso come assistente all’insegnamento (teaching assistant); richiesta che venne accolta celermente e gratuitamente.

Lì capii che, a differenza dell’Italia, quella strada è percorribile anche senza troppe qualifiche.

Che pure io ho, essendo laureata.

In sostanza quello che conta è l’esperienza con i bambini, che io avevo avendo fatto la babysitter in Italia, ma era molto lontana (2010).

Però tutti, insegnanti e anche addetti del Job Centre, mi spingevano a seguire quella strada.

Dissi di sì al lavoro delle jacket potatoes perché avevo bisogno di soldi e perché volevo pagarmi altri corsi come teaching assistant… ma quando anche quel lavoro fallì, mi misi a cercare seriamente come nanny (tata o babysitter che dir si voglia).

Di cosa ti occupi adesso?

Ho cominciato a fare la nanny a Marzo di quest’anno.

I primi due lavori erano temporanei, ma quello attuale è un lavoro stabile: £10 netti all’ora, tasse pagate, contratto regolare,

30h la settimana, mi portato anche in vacanza con loro!

Ho anche cambiato casa per essere più vicino al lavoro, in una zona migliore della precedente.

Faccio volontariato: ho cominciato dove abitavo prima come insegnante dopo-scuola per delle bambine tra i 6 e i 9 anni, e continuo adesso in una biblioteca per bambini come assistente bibliotecaria.

Sto anche studiando per diventare teaching assistant; quando mi sentirò un po’ più sicura di me, visto che all’attuale lavoro solo di pomeriggio, chiederò alle scuole qui vicino se abbiano bisogno di aiuto una mattina a settimana, così da poter ottenere l’esperienza per poi cercare davvero lavoro nell’ambito.

Qui cercano moltissimi insegnanti e se entri come teaching assistant la scuola può decidere di pagarti il training da insegnante vero e proprio.

Cosa faresti di diverso se potessi tornare indietro?

Non perderei un secondo del mio tempo col retail, o al massimo giusto i primi mesi per perfezionare la lingua, ma mi butterei subito nella carriera da nanny.

La cosa “ironica” è che quando ho accettato il lavoro che svolgo attualmente sono stati loro a contattare me e non io loro, tramite un sito dove avevo messo il curriculum. E c’era anche un’altra famiglia che mi voleva, quindi ho dovuto scegliere…

Adesso so che se ho bisogno di lavoro posso trovarlo in meno di una settimana, perché con la mia esperienza, le mie referenze e il mio parlare tre lingue sono richiestissima.

Il retail è stata una grossa perdita di tempo: non mi piaceva, non era ciò che volevo, lo facevo perché pensavo di non poter aspirare a nulla di meglio.

Mi ha aiutato moltissimo a migliorare l’Inglese, ma non c’era davvero motivo di dedicargli due anni della mia vita, anche perché attualmente ci sono così tante persone disponibili a lavorare nel settore che vieni trattato di conseguenza.

Che consigli daresti a chi vuole seguire le tue orme?

Venite a Londra con abbastanza soldi da potervi mantenere 1-2 mesi, perché non è detto che troviate subito casa-lavoro o entrambi.

Venite anche con un livello di inglese abbastanza buono.

A parte il mio primo manager, mi sono sempre trovata bene con l’inglese perché l’ho studiato per anni.

Se venite qui senza sapere la lingua vi tagliate le gambe da soli.

Infine osate.

Uscite dall’ottica italiana del “per fare questo devo prima fare questo, questo e quello”.

Non vi buttate giù da soli.

Provateci!

Io ho sprecato i primi due anni dietro al nulla perché non avevo un’idea precisa di cosa servisse, davvero, in UK per poter entrare in una scuola.

Se sentite di avere le capacità fatevi valere.

E se vi manca l’esperienza fate volontariato: sul CV conta tantissimo, è un’esperienza grandissima che si può fare in diversi ambiti, e vi aiuterà a trovare lavori sempre migliori. Un ottimo sito, a questo proposito, è Do-It.

Grazie Federica e buon proseguimento a Londra!

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Comments

  1. Federica Bianchi says

    Se volete farmi domande potete farlo… io su Facebook sono Federica Elizabeth Bianchi e anche su skype.
    Però ditemi prima chi siete con un messaggio privato, sennò di base non aggiungo estranei. Ma se vi “identificate” nessun problema 😉

  2. Alessandra says

    Ciao Federica!! mi piacerebbe contattarti via mail o fb per porti alcune domande sulla tua esperienza. Leggere questo post è stato molto importante per me, vorrei poter seguire la tua strada ma non so esattamente come iniziare…ecco mi piacerebbe avere qualche consiglio. 🙂

  3. silvia3623 says

    Ciao! La tua intervista è molto interessante e di ispirazione! Ma mi sono sorte alcune domande, c’è modo di potertele fare? Grazie mille!

  4. Federica Elizabeth Bianchi says

    Purtroppo molti, come me, partono dal basso anche per avere dei soldi in tasca… visto che a Londra soprattutto non puoi permetterti di non lavorare. Il punto è cercare di uscirne il prima possibile e non restare lì, altrimenti si vive ben miseramente. Il mio consiglio, come detto sopra, è di seguire le proprie aspirazioni.
    Fare il commesso va bene, ma mentre si cerca incessantemente dell’altro.

  5. Monica Tedde says

    Complimenti per la grinta Federica! Sei riuscita a trovare il tuo talento in terra straniera e a farlo fruttare!

  6. sonia says

    hai ragione, c’è il rischio che ti passi una intera vita per il ritmo frenetico di quella cittat’ facendo lavoretti che ti diano l impressione di star bene, ma poi avendo poco tempo liberi per se stessi

  7. magicsign says

    Vivo a Londra ormai da un anno e mezzo e posso garantire che questa metropoli puo’ da un lato regalaravi un mondo di opportunita’, un buon stipendio e una buona qualita’ di vita dall’altro puo’ consumarvi fino all’osso senza pieta’. In una citta di quasi 9 milioni di abitanti aspettatevi di essere un numero e di essere trattati come tali. Per fortuna il mio percorso non e’ stato cosi travagliato come Federica, fin da subito ho potuto inserire nel mondo dell’IT ma non sono mancati i momenti difficili per i primi 2-3mesi, non dal punto di vista economico ma sul fatto che il passaggio Italia-Londra non e’ leggero e bisogna sforzarsi per i primi tempi a farsi piacere molte scomodita’, ma la vita e’ una scala no ? Personalmente se dovessi fare un lavoro di basso livello come commesso,barista metropoli come Londra sarebbero li ultimi posti al mondo che sceglierei, semplicemente per il fatto che arrivate a pelo con quelle categorie di salari.

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