Mamme nel deserto in Kuwait

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Mimma e Drusilla vivono in Kuwait dove curano il blog ‘Mamme nel Deserto‘.

Cosa vi ha portato in Kuwait?

Il lavoro dei marito, un treno su cui aveva senso salire e il desiderio di un’esperienza estera.

Come è diversa rispetto all’Italia l’esperienza di mamma (e dei bambini) in un Paese del Golfo arabo?

Entrambe non abbiamo grandi termini di paragone con l’Italia perchè siamo partite che i nostri figli erano piccolissimi.

Possiamo raccontare la nostra esperienza di mamme e com’è essere bambini qui in Kuwait.

Per loro è il paradiso: clima eccezionale, che ci permette di giocare all’esterno per più di otto mesi all’anno; tanti amichetti; ottime scuole internazionali che offrono programmi studiati per stimolare i bambini; tante attività e proposte per loro; una mamma h24 che in Italia non avrebbero avuto.

Essere mamma in Kuwait vuol dire prima di tutto insegnare ai figli il significato e l’importanza di un arrivederci, gestire la lontananza dei cari.

Significa coltivare l’italiano e le proprie tradizioni, soprattutto quando si vive in un paese islamico, dove non esistono il Natale, la Pasqua e le festività in generale sono diverse.

Significa confrontarsi con mamme di tutto il mondo, culture diverse, arricchire il bagaglio culturale e ricevere indicazioni di stile di educazione diversi.

Il Kuwait è un paese kids oriented, dove le famiglie e i bambini hanno la priorità.

Quali sono stati i momenti difficili e come li avete superati?

In generale tutti i cambiamenti sono difficili e portano con sè sacrifici e rinunce.

I primi tempi sono i più faticosi perchè si vive uno stravolgimento, tutto ciò che si conosce cambia e si deve imparare come affrontare la nuova vita.

Inizialmente si ha come la sensazione di vivere in un immenso deserto, attorno a noi solo sconosciuti, una cultura lontana dalla nostra che porta con se problemi nuovi e una diversa mentalità, la città sembra lontana e tante sono le prove che bisogna affrontare per raggiungerla.

Abbiamo capito che le chiavi per affrontare un grande cambiamento come questo sono una buona dose di ottimismo, tanta serenità e magari pensare di vivere in una vacanza prolungata.

Che non vuol dire sottovalutare le difficoltà, ma semplicemente regalarsi il lusso di sbagliare, di non spaventarsi.

Poi concentrarsi sui bisogni dei figli, distoglie l’attenzione dalle nostre mancanze aiuta e poi a nostro avviso ci sono piccoli trucchi pratici che ti permettono di conoscere persone, avere informazioni, suggeriamo sempre di iscriversi ad un club privato, frequentare associazioni, cercare gruppi in facebook o su instagram.

Purtroppo sui giornali si trova quello che è già accadatuto, il passato.

Mentre sui social network si parla di presente o futuro, si incontrano persone con le tue stesse esigenze o si recuperano le informazioni utili per fare quello che si vuole.

Quali miti bisogna smontare sul Kuwait e sui Paesi del Golfo?

Prima di tutto occorre spiegare dov’è il Kuwait. Che non è Dubai ma nemmeno Arabia Saudita.

Il primo mito da sfatare è che chi viene qui a lavorare non è ricoperto d’oro.

Sicuramente gli stipendi sono migliori, spesso nel pacchetto si hanno dei buoni benefit, la tassazione è ottima (non c’è).

Ma non c’è nessuno che mette da parte per te un gruzzoletto, tocca ricordarselo e prendere i dovuti accorgimenti.

La vita è un pò più cara rispetto all’Italia, anche se la benzina costa solo 15 centesimi di euro.

Il Kuwait è un posto semplice, easy, probabilmente per molti noioso.

E’ vietato l’alcool e quindi non esistono locali e vita notturna, al massimo si può andare al ristorante, sicuramente non si può fare una passeggiata in centro storico e i marciapiedi scarseggiano.

Ma qui amano gli italiani!

Un altro stereotipo da sfatare è la condizione della donna. Non viviamo segregate in casa, nemmeno le donne locali. Qui si può guidare e lavorare.

Le condizioni di sicurezza sono buone, le fonti di pericolo e l’attenzione che suggeriamo nel muoversi sono identiche rispetto ad altre città.

La donna kuwaitiana è spesso la regina della casa, naturalmente aiutata da maid e driver, possiede borse griffate e indossare l’abaya è una scelta. In una recente classifica sui paesi arabi, il Kuwait, è risultato uno dei primi paesi in cui le donne arabe hanno tanti diritti e opportunità.

Un altro stereotipo è che l’arabo non sia acculturato. Qui il 98% della popolazione arriva a laurearsi. Tutti parlano almeno l’inglese e a volte anche altre lingue. Spesso vanno a studiare all’estero.

Che consigli dareste a famiglie che stanno prendendo in considerazione una destinazione come il Kuwait (o simile)?

Di cogliere al volo questa opportunità!

Esistono ottime cliniche che è una delle preoccupaizoni principali di un genitore, non ci sono malattie pericolose, anzi per ottenere il visto definitivo occore seguire un protocollo piuttosto lungo e dimostrare di non avere tante malattie, quali epatite, hiv, filaria.

Sono più preoccupati loro che gli espatriati portino malattie che il rischio di avere malattie strane qui.

Il livello scolastico è elevato, esistono ottime scuole private. E’ sicuramente un luogo adatto alle famiglie.

E’ cambiata la vostra opinione dell’Italia a seguito della vostra esperienza all’estero?

In generale, diciamo di no.

Sicuramente viviamo con più pathos la situazione economica e politica del nostro paese, perchè tutti i nostri familiari vivono in Italia e perchè guardare da lontano accresce il desiderio di ribellarsi. Ora siamo però più fiduciosi.

Ciò che non ci piace è la cultura del lamento e l’approccio spesso troppo pessimista e a volte negativo che gli italiani stanno assumendo. Non ci piace quando gli espatriati vengono definiti “gente fortunata”.

Guardando l’Italia da lontano, dall’esterno abbiamo imparato ad apprezzare tutta la bellezza, le innumerevoli risorse e la professionalità di tanta gente.

E’ facile per una donna espatriata trovare un lavoro in Kuwait?

In generale sta diventando sempre più difficile per un espatriato trovare lavoro presso società kuwaitiane. Queste danno priorità ai locali, che hanno curriculum pazzeschi, avendo tutti l’università pagata e spesso anche l’accesso gratuito ad ottimi campus in America.

Ci vogliono skills altissimi, super specializzati per poter essere presi in considerazione. E per le donne i criteri di selezione sono anche più numerosi.

Chiaramente è una società maschilista e i pochi ottimi posti non vengono certo dati facilmente a donne expat.

Abbiamo amiche che hanno rinunciato perché le offerte erano meno qualificanti dei loro lavori precedenti, senza contare le difficoltà di conciliare il lavoro con gli orari pessimi della scuola. Forse è più facile trovare buone possibilità professionali in società straniere.

Discorso diverso per le donne inglesi, o con passaporto inglese, che per il solo fatto di essere madrelingua, per esempio, vengono assunte nelle scuole internazionali, che in Kuwait sono ottime e numerose.

In generale la donna expat si reinventa e in questo il Kuwait è generoso. Se hai un po’ di spirito imprenditoriale e di curiosità non è difficile creare il tuo business.

C’è chi si costruisce un laboratorio di gioielli in casa, chi si propone al centro sportivo come insegnante di danza, oppure organizza corsi ludici; chi apre scuole di cucina, o diventa personal shopper e chi fa l’illustratrice e impartisce lezioni di italiano agli arabi.

E voi, avete abbandonato del tutto l’idea di cercarvi un lavoro?

Noi apparteniamo alla categoria di quelle che si sono rienventate.

Abbiamo aperto il blog Mamme nel deserto.

Nato come hobby, per raccontare questa esperienza e perché diversi amici ce lo chiedevano, alla fine è diventato il nostro lavoro.

Espatriare è tornato “di moda” e, dal gran numero di lettori che abbiamo raggiunto, abbiamo capito che questa parte di mondo incuriosisce tanto.

Il blog è diventato il nostro lasciapassare per essere invitate agli eventi e per costruire collaborazioni con magazine o progetti riguardanti la vita all’estero.

Ora per esempio, sempre grazie al blog, una associazione kuwaitiana ci ha contattate per proporci di collaborare all’organizzazione di eventi locali.

Ma ora dopo tre anni in Kuwait, vi sentite un po’ kuwaitiane?

Più che kuwaitiane abbiamo preso alcune abitudini che ci semplificano la vita.

Ad esempio usufruire il servizio dell’omino delle borse al supermercato; considerare normale che ci sia sempre qualcuno che ti apre le porte e quando sei accompagnata da un bambino e un passeggino è decisamente comodo; mettersi sul ciglio della strada per fermare un taxi, salire, contrattare il prezzo e spiegare la strada; andare al ristorante senza preoccuparsi di prenotare un seggiolone e portare l’intrattenimento perché quasi tutti i locali forniscono matite colorate e fogli per disegnare oppure tanti hanno anche la kids room; fermarsi davanti ad un bakala o a negozietti con accesso diretto sulla strada, suonare il clacson due volte e attendere che l’omino arrivi per servirti.

Oppure abbiamo preso delle abitudini che sono lontane dalla nostra cultura di provenienza: trovare normale iniziare la giornata con il canto del Muezzin alle 5.30 del mattino; brindare con coca-cola o birra analcolica; sorpassare a destra sulle strade a tre corsie; urlare “yalla, yalla, GO!” al semaforo; non fare la raccolta differenziata e buttare tutto nello stesso bidone della spazzatura; vivere per nove mesi l’anno in infradito e bermuda (rigorosamente sotto il ginocchio); fare lo struscio sulla Gulf Road; divertirsi a sfogliare giornali e controllare il lavoro del censore, che a volte si dimentica di cancellare con l’indelebile la pancia o la scollatura della modella.

Grazie Mimma e Drusilla e buon proseguimento nel deserto!

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Comments

  1. Barbara says

    Concordo con Paolo. Magari se sentivamo i mariti (che lavorano, portano a casa soldi, benefit x scuola, casa ecc) sarebbe stato piu’ interessante. Ora, con i soldi in saccoccia, tutte le difficoltà possono diventare possibilità. E magari c’è anche una tata a servizio in casa. Queste expat a ruota..mah…

  2. wif says

    Infatti! Vivere qualche anno in questi Paesi è un’occasione unica anche per i figli e, magari, anche aggiornarsi loro stesse.

  3. Samuele Kurtz says

    Ma sai come si vive in Kuwait?

    Novecentomila kuwaitiani ( circa..) si dividono i proventi dell’estrazione del petrolio, tolto il miliardo di dollari al giorno che spetta al re come appannaggio. Poi, le varie famiglie, ( potrebbe essere usato il termine tribù, ma in senso positivo) si spartiscono le varie risorse: trasporti, commercio, vettori navali etc.

    Sotto di loro vivono circa tre milioni eduecentomila tra tecnici stranieri, operai, camerieri e servi. Questi non avranno mai un permesso di soggiorno indefinito, possono essere cacciati via dal paese in 48 ore.

    Ho vistolicenziare in pubblico un general manager, perchè aveva commesso un errore in una mail, non richiedendo alcuni documenti.
    Chiamato dal suo ufficio, e licenziato, cioè buttato fuori dal palazzo su due piedi. Lacrimava come un vitello-

    Quello che non vi hanno detto, è che in Kuwait non c’è più acqua potabile, ed il gas flaring immette nell’atmosfera un miliardo e duecento milioni all’anno di metyri cubi di gas non assimilabile a gas per uso industriale. Ciò produce un tasso di anidride solforosa di 140 parti per milione, e secondo l’OMS, nessuno dovrebbe essere esposto a quel tasso per più di due ore al giorno, ed anche saltuariamente, per non parlare delle polveri sottili e del NOX, che spesso supera la soglia di misurazione degli strumenti.

    Nonostante questo, avere un progetto da realizzare in questi paesi è assolutamente entusiasmante. Pensate che all’aereoporto, c’è un distributore automatico di lingotti di oro puro , fino al peso di un chilo.
    Non esiste tassazione, i conti correnti sono davvero segreti, solo,il re, puo dare l’autorizzazione ad accedere ad un contom corrente, ma per motivi di sicurezza nazionale, non altro.
    Se avete idee, ma buone, questo è il vostro paradiso.
    Se sapete solo lavorare a basso livello, cercate di non pensarci nemmeno, potreste vedervela brutta. Non esistono diritti sindacali e si viene licenziati ed espulsi in 48 ore.

    Come lo so? Io sono uno dei progettisti del più avanzato impianto di potabilizzazione mai realizzato, e penso che se faccio il bravo ed il progetto arriva a completamento, mi converto e divento musulmano.
    Magari trovo una vedova da sposare…….

  4. Pier Silverio says

    Mettiti nei loro panni. 1) Da donna, quei paesi non facili, psicologicamente 2) OVVIAMENTE ci vanno solo se il loro reddito familiare sarà significativamente migliore che in Italia (come faremmo tutti) 3) Se la tua ragazza/moglie domani arrivasse a casa e ti dicesse “Andiamo a vivere in Kuwait, lavorerò solo io solo guadagnando più che entrambe messi insieme qui, tu potrai fare quello che vorrai” tu cosa faresti?
    Grazie al *beep* che la vita che fanno è l’equivalente (per noi) di un livello medio alto: tu ci andresti per una vita di livello basso o medio-basso? In alcuni loro articoli notano comunque di avere un tenore di vita inferiore a quello della maggior parte degli occidentali lì con loro.

    Infine, loro, donne assennate, hanno capito che se si ha una famiglia si ragiona insieme, si pianifica insieme, e che il fatto che solo un genitore lavori ha parecchi aspetti positivi (soprattutto per i figli).

    Sugli aspetti negativi (semi-schiavitù, no raccolta differenziata, figli che vivono più con le maid che con le mamme) immagino che abbiamo scritto altri articoli. Sono d’accordo con te che comunque NON sono cose da poco.

  5. Paolo says

    Ma che articolo e’?!! Queste fanno le mantenute. E non fare la raccolta differenziata e’ diventata una buona cosa perché stanno in Kuwait ?? E l’ “omino” come lo chiamano loro, e’ una persona ed e’ spesso un immigrato asiatico che prende 4 soldi e viene trattato come un servo nei Paesi del Golfo. Ed infatti aprire le porte cos’e’ altro se non servitù’ ? Stessa cosa per i maid e i driver della “donna kuwaitiana” menzionati nell’articolo. Mah… Queste sembrano tanto della signore della borghesia italiana.

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