SCRIVERE IL CV IN INGLESE

La nazione senza sfumature di grigio: o la si ama o la si odia

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Marco Patella vive a Tokyo dove si occupa delle vendite, marketing e PR della Nastro Azzurro.

Come ti si è presentata l’opportunità di andare a lavorare in Giappone?

La mia avventura in Giappone nasce veramente per caso: sapete quando si chiude un capitolo della propria vita e bisogna decidere il prossimo passo?

Ecco, dopo la laurea (in Economia Aziendale) mi sono trovato a dire “…e adesso?”.

Prima di piantare radici da qualche parte ho, dunque, voluto provare un’esperienza lavorativa all’estero, e così ho spedito il mio CV a tutte le istituzioni italiane all’estero (Ambasciate, Camere di Commercio, ICE ecc.).

Letteralmente ovunque: Venezuela, Russia, Kuala Lumpur… non avevo ben chiaro cosa volessi fare, volevo soltanto vedere un po’ di mondo.

La prima risposta fu dalla Camera di Commercio Italiana in Giappone: cercavano qualcuno che si occupasse di un progetto sulle energie alternative, argomento della mia tesi di laurea.

E così sono arrivato per la prima volta nel Paese del Sol Levante.

Non nascondo che l’imprinting che ho avuto con il Giappone fu pessimo: mi persero il bagaglio all’aeroporto, trovai una bufera di neve al mio arrivo, non parlavo il giapponese ed il mio inglese scolastico mi precludeva anche la comunicazione più basilare (nota per il lettore: al contrario di ciò che si potrebbe pensare in Giappone l’inglese si parla abbastanza poco).

Dopo quella breve esperienza, però, mi innamorai di questo paese unico, dove la modernità e la tradizione si sposano in un equilibrio che ha della magia, dove nei treni che corrono a 400 km/h puoi vedere persone vestite con il tradizionale yukata, dove si possono ammirare dei veri robot e dove si celebra ogni anno la meraviglia per la bellezza dei ciliegi in fiore.

Penso infatti che il Giappone sia un paese che non abbia sfumature di grigio: o lo si ama o lo si odia.

Più di questo, però, credo che mi abbia colpito il fatto di aver conosciuto persone davvero in gamba, dalle quali volevo solamente imparare: per uno che, come me, viene dalla campagna, Tokyo è di certo un ambiente molto stimolante, che ti mette la voglia di andare avanti.

Verso il termine del mio contratto presso la Camera di Commercio Italiana mi arrivò anche una risposta dall’ICE di Bangkok, che mi offriva uno stage presso la loro sede.

L’opportunità di vivere un altro paese era molto allettante ma ero piuttosto indeciso sul da farsi, quindi chiesi consiglio al mio capo di allora, il quale mi chiese “tu cosa vuoi fare? Vivere in Giappone?”.

Può sembrare banale, ma mi diede uno dei consigli più importanti che abbia mai ricevuto: se sai dove vuoi andare è inutile girare intorno alle cose, investi tutte le tue risorse per andare dritto al tuo obiettivo.

Ovviamente il primo passo per vivere in Giappone è parlare la lingua giapponese (potrebbe mai un, diciamo, Vietnamita vivere in Italia senza parlare italiano?), quindi tornai a Tokyo per poter imparare la lingua ad un livello sufficientemente buono che mi permettesse di lavorare.

Di cosa ti occupi?

Sono nel campo della birra. Nello specifico sono il brand ambassador in Giappone della Nastro Azzurro. Lavoro in un’azienda giapponese, la Nippon Beer, azienda specializzata nell’importo di da tutto il mondo.

In realtà il brand Nastro Azzurro appartiene ad una multinazionale con la quale abbiamo un contratto di esclusiva, per cui tutta la Nastro Azzurro che si può trovare in Giappone è importata da noi.

Io seguo il brand a 360 gradi: mi occupo quindi di farlo conoscere, di venderlo ai vari distributori, di proporlo ai ristoratori, di organizzare eventi…insomma spazio dalla vendita, al marketing, al PR.

È un lavoro piuttosto impegnativo che richiede un livello linguistico almeno business, tanta motivazione, ed una buona capacità di saper organizzare il proprio tempo, ma anche molto divertente e che mi da diverse soddisfazioni.

Per esempio nel 2013 abbiamo collaborato al lancio della nuova Ferrari 458 Speciale, al quale hanno partecipato anche Fernando Alonso e Kobayashi Kamui. È stato davvero interessante vedere dal vivo quelle persone che solitamente vedi soltanto in televisione.


Che conoscenza del giapponese hai? Sei in grado di interagire senza problemi in ambito lavorativo?

Premetto con il dire, per chi già non lo sapesse, che la lingua giapponese è molto complessa: in realtà la grammatica è molto più semplice della nostra, e per noi italiani anche la pronuncia non è complicata.

La difficoltà consiste più che altro nel creare un vocabolario nuovo, sopratutto perchè la lingua giapponese è molto espressiva e comprende una miriade di sfumature, quindi per poter parlare ad un buon livello occorre una conoscenza di molti vocaboli.

Dall’altra parte della medaglia, scrivere e leggere sono un altro paio di maniche: dopo qualche mese in Giappone chiunque è in grado di imparare qualche frase e poter lavorare in un ristorante.

Altra cosa è, invece, scrivere una e-mail commerciale.

Detto ciò, penso che chiunque abbia studiato una lingua straniera sia d’accordo con me quando affermo che l’apprendimento sia una questione di tempo e di dedizione (i giapponesi stessi hanno impiegato anni a scuola per imparare tutti i caratteri che conoscono, come si può pretendere che in due anni un italiano – adulto – ne possa imparare quattromila?), e che il solo fatto di essere nato in un certo paese non significhi necessariamente conoscerne alla perfezione l’idioma (ogni giorno leggo cose scritte da ragazzi/e italiani/e, molti dei/delle quali in possesso di una laurea, completamente sgrammaticate e con i verbi coniugati in modo incorretto).

Vivere in un paese asiatico richiede una buona conoscenza della lingua locale, oltre che dell’inglese, e per noi è come ritornare bambini: dobbiamo letteralmente ricomiciare dall’ABC.

Ricordo la mia prima lezione di giapponese, abbiamo cominciato da “io mi chiamo…”. Ammetto che sia stato un po’ frustrante a volte avere in testa dei concetti e non avere i mezzi per esprimerli, ma sono cose che bisogna mettere in conto prima di intraprendere questo genere di strada. A tal proposito, ricordo un proverbio molto carino: tutti vorrebbero stare in cima alla montagna, ma il gusto sta tutto nello scalarla.

Chi decide di intraprendere lo studio di una lingua straniera che utilizza caratteri diversi dal nostro alfabeto (arabo, cinese, koreano ecc.) dovrebbe concentrarsi di più nella parte in cui si è più deboli, ossia la scrittura e la lettura: ovviamente un taiwanese è molto più avvantaggiato di un italiano nello studio della lingua giapponese come, al contrario, un italiano è più avvantaggiato dello stesso taiwanese nello studio della lingua spagnola.

Io personalmente ho fatto diversi esami di lingua con risultati anche apprezzabili (i vari JLPT, BJT ecc.), ma dopo essere entrato nel mondo del lavoro devo dire che hanno un peso decisamente marginale, per non dire nullo.

Per esempio, conoscete il CILS od il PLIDA? Se uno straniero si presentasse ad un colloquio di lavoro in italia e dicesse di avere il livello B2 del CILS pensate che al datore di lavoro potrebbe importare qualcosa?

Quel che voglio dire è che gli esami linguistici dovrebbero essere un traguardo personale, certo, ma non l’unico obiettivo: il fatto di possedere il livello N1 del JLPT (il più alto) – piuttosto che il massimo punteggio dell’IELTS – non ti garantisce di trovare un lavoro, anzi, i giapponesi non hanno nemmeno idea di che cosa sia.

Dopo cinque anni a Tokyo, il mio livello di giapponese mi permette di lavorare senza difficoltà (nel mio ambito, almeno).

Devo anche ammettere di avere imparato molto da quando sono entrato alla Nippon Beer, poichè tutti i miei colleghi sono giapponesi ed ogni giorno devo scrivere un report in giapponese, oltre che leggere articoli di giornale…in pratica il 95% del mio lavoro è in lingua locale.

A volte mi capita di parlare inglese, l’italiano, invece, non lo utilizzo praticamente mai, se non quando parlo con la mia fidanzata (che è giapponese). Però non posso dire che il mio livello linguistico sia perfetto, anzi, ben lungi! Per arrivare al livello che vorrei la strada da percorrere è ancora tanta…

Credo che quasi tutto dipenda dall’obiettivo che ci siamo preposti di raggiungere. Forse un ragionamento speculare potrebbe essere più facile da capire: immaginiamo di essere uno straniero in Italia.

Poter essere in grado di leggere il retro di una confezione di detersivo o la Divina Commedia sono due livelli ben differenti.

Sono certo che la cosa importante per qualunque tipo di studio (che sia una lingua straniera, un’arte marziale, uno strumento musicale…) sia di cercare di imparare ogni giorno un pochino, cercando di capire i propri errori e correggerli. Margine di crescita ce n’è sempre, quindi spero proprio di poter migliorare ancora.

Quali sono le realistiche prospettive lavorative per uno straniero che non parla giapponese?

Per quanto riguarda la realtà lavorativa in Giappone bisognerebbe innanzitutto distinguere il paese dello straniero in questione: se sei inglese madrelingua, un lavoro da insegnante lo trovi in due giorni a Tokyo.

Purtroppo dell’italiano importa poco a pochi, quindi una posizione da insegnante di lingua è abbastanza faticosa da trovare.

Ad ogni modo, la cosa più difficilie è senza ombra di dubbio ottenere il visto lavorativo (difficoltà che, per fortuna o purtroppo, i nostri colleghi espatriati all’interno dell’UE non conoscono): immaginiamo di essere un’azienda, e che uno straniero ci faccia a fare domanda per una posizione da impiegato.

Fargli un visto lavorativo equivale a fargli da garante, ossia: io azienda XXX decido di mettere la faccia davanti al governo giapponese dicendo che voglio il Sig. Pinco Pallino per una serie di motivi.

Ovviamente, oltre alla responsabilità, questo si traduce anche in un costo per l’azienda.

Quindi prima di cercare un lavoro dobbiamo pensare a cosa possiamo effettivamente offrire a quella azienda di concreto.

Per esempio, anche con una laurea in economia io non potrei mai e poi mai lavorare in una banca perchè, a parità di titoli di studio, un giapponese avrà sempre un livello linguistico più alto del mio e non avrà bisogno di essere sponsorizzato.

D’altra parte un pizzaiolo italiano, solo per il fatto di essere italiano, avrà sempre un valore aggiunto ovunque vada e quindi troverà lavoro più facilmente.

Nella mia esperienza un italiano che non parla giapponese potrebbe trovare lavoro in Giappone se:

1 – mandato nella filiale locale dalla sede principale in Italia. In questo caso la lacuna della conoscenza linguistica deve essere colmata con una grande esperienza lavorativa alle spalle.
2 – coniugato con uno/a giapponese: con un visto matrimoniale è possibile svolgere qualunque tipo di impiego, ma senza una conoscenza linguistica è molto difficile avere un ruolo di responsabilità all’interno di una qualunque azienda.
3 – facesse il recruiter in una di quelle aziende straniere dove si parla prevalentemente inglese (in Giappone il lavoro degli stranieri è di insegnare la propria lingua oppure il recruiter, nella stragrande maggioranza dei casi).

Molti degli italiani che conosco lavorano nel ramo della ristorazione, per i motivi sopra elencati.

Però bisognerebbe fare anche un altro tipo di considerazione: cerco un lavoro SOLO per vivere a Tokyo, o cerco un impiego che mi dia una prospettiva di crescita professionale futura? Pensare “va beh, inizio come cameriere ed intanto imparo la lingua lavorando per poi cercare altro” non funziona perchè:

A – una lingua complessa come il giapponese non la si impara ascoltandola dagli altri, è necessario studiarla profondamente, soprattutto la lettura e la scrittura.
B – Un visto per lavorare da cameriere è impossibile da ottenere per i motivi di cui sopra (non serve nessuna particolare skill per fare il cameriere. Altro discorso è il pizzaiolo, però).
C – il fatto di cambiare varie aziende e di avere un vasto background lavorativo, che da noi è indice di crescita, in Giappone è interpretato come sinonimo di poca affidabilità: meno aziende si cambia, meglio è (non a caso quasi tutti i giapponesi restano fino alla pensione nella stessa azienda).

Ribadisco: ottenere un buon lavoro in un paese così competitivo è difficile, specialmente senza la conoscenza della lingua giapponese o delle specifiche competenze. Tuttavia non è impossibile se si è fortemente motivati e si sa dove si vuole arrivare.

Quale approccio è il migliore per trovare lavoro in Giappone?

Sul “come” trovare aziende direi di affidarsi di certo ad internet: ci sono un sacco di siti web dove cercare lavoro. Ancora una volta, quasi tutti questi siti sono in giapponese, quindi lo studio della lingua è un must.

Oltre ad internet, o le varie aziende di recruitment in Giappone c’è Hello Work.

Non saprei come poterlo definire, è una sorta di ufficio governativo.

In pratica ci si registra all’ufficio (gratuitamente), e si cerca in un database – aggiornato quotidianamente – una serie di lavori.

Se ce ne piace qualcuno, si stampa la scheda e si va a parlare con uno degli impiegati, il quale ci darà dei consigli e valuterà se l’impiego in questione può essere adatto a noi o meno.

In caso positivo, chiamerà l’azienda che abbiamo scelto e ci organizzerà un colloquio.

Lo sportello per gli stranieri è a Shinjuku, se ci andate portate i miei saluti a Takahashi-san ed a Sato-san.

Avere un curriculum “standard” non è una buona idea: l’ideale sarebbe farne uno personalizzato per ogni azienda a cui decidiamo di rivolgerci.

Pensate che i giapponesi quando partecipano alle varie career fair preparano a casa i vari curriculum lasciando in bianco la parte “perchè vuoi lavorare per noi”, e la riempiono a mano al momento, modificando la motivazione in base all’azienda cui si rivolgono.

Da italiano capisco che possa essere una scocciatura, ma provate a pensare a quanto contento potrebbe essere chi leggerà i vostri documenti nel vedere che il vostro curriculum è stato personalizzato per loro. Di certo crea un valore aggiunto.

La cosa difficile è il momento del colloquio. Dovrete arrivare puntuali, tenendo presente che dal momento in cui arriverete all’azienda, al momento in cui inizierà il colloquio passerà qualche minuto.

Pertanto arrivare 15 minuti prima è forse troppo presto, ma 5 minuti prima è troppo tardi per iniziare il colloquio all’orario stabilito: la puntualità è indice di rispetto e di professionalità, in qualunque paese ci troviamo.

Il colloquio va affrontato assolutamente in completo scuro (nero, blu o grigio) sia per gli uomini che per le donne, camicia bianca e cravatta per gli uomini. Niente barba, orecchini od altro.

L’importante è avere un’aria sobria. Cercare sempre di rispondere alle domande in modo diretto cercando, poi, di argomentare un po’ (a questo proposito, dovreste cercare di prepararvi a casa delle risposte a possibili domande, tipo “cosa sai di noi?” oppure “cosa potresti portare a questa azienda?”).

Al momento del colloquio verrete fatti accomodare in una stanza ad attendere il vostro interlocutore e vi verrà offerta una bibita (solitamente acqua o tè). È preferibile berne un po’ solo dopo chi vi sta di fronte, in segno di rispetto.

Stereotipi da smontare sul mondo del lavoro in Giappone?

Purtroppo sono molto pochi. L’immagine che abbiamo noi del Giappone probabilmente è quella del periodo della bolla economica, quando gli impiegati andavano a lavorare con il primo treno del mattino e rincasavano la sera con l’ultimo treno.

I tempi sono ovviamente cambiati parecchio da allora e la vita in Giappone non è cara come potremmo pensare. Le uniche cose che sono effettivamente costose sono i treni (che però sono perfetti, puliti e puntuali) e gli affitti (il Giappone è un paese prevalentemente montuoso, e lo spazio edificabile è quello che è…ovviamente non può essere economico).

Uno degli aspetti che mi ha affascinato molto di questo paese è come le antiche tradizioni siano vive ancora oggi. Anche in ambito lavorativo.

Infatti, come un tempo il samurai era fedele al suo padrone fino alla morte, anche oggi nello stesso modo questo spirito vive nella mentalità degli impiegati, che non cambiano mai lavoro fino alla pensione, al massimo una sola volta nella loro vita.

Per una qualche regola implicita della società giapponese, questa “fedeltà” è anche espressa dal numero di ore che si passano in ufficio.

In effetti spesso l’efficienza degli impiegati è davvero bassa: perdono ore in ufficio a fare letteralmente niente, solo perchè “si deve”.

Anche al sottoscritto è stato fatto presente più di una volta che le ore che passa in ufficio non sono sufficienti.

Un’altra cosa che ho notato è che il Giappone è un paese ancora piuttosto chiuso, o meglio, conservativo. Lo è sempre stato per motivi storici e geografici, e solo adesso sta iniziando ad aprirsi. Anche in una realtà lavorativa è la stessa cosa: uno straniero non potrà mai inserirsi al 100% all’interno di un’azienda locale. Non ancora, almeno. Forse nel caso di realtà lavorative più grandi (le varie Panasonic, piuttosto che Hitachi) la storia è diversa, non saprei rispondere.

Ad ogni modo, l’azienda giapponese è come una famiglia: il capo è come un padre, e come tale non fa mancare nulla ai suoi dipendenti. Premesso che uno stipendio medio in Giappone ti permette di vivere da solo in maniera molto più che dignitosa, quando si lavora bene arriva un bonus. Dal punto di vista del capo, i dipendenti sono persone che lo aiutano a mandare avanti la sua attività, pertanto è lui che paga i trasporti e l’assicurazione medica a noi. L’anno scorso il nostro capo ha chiamato un sarto e ha fatto fare sette camicie a mano per ogni dipendente. Insomma, se è vero che da un lato bisogna dare tanto, è anche vero che dall’altro lo si fa volentieri e che c’è la meritocrazia.

Che consigli daresti agli italiani che stanno pensando al Giappone?

Per prima cosa mettete in preventivo lo studio della lingua.

Consiglierei un corso full time di almeno un anno (chi scrive ha superato il JLPT N2 in 15 mesi, partendo da zero).

Studiare lavorando non è pensabile perchè non permette di concentrarsi bene nè in una nè nell’altra cosa (non ci si lamenti se poi il proprio tè sa di caffè).

Inoltre, se il vostro obiettivo è davvero quello di imparare la lingua, cercate di non trovare amici italiani con cui uscire abitualmente, piuttosto cercate amici giapponesi e di abitare in share house.

Armatevi di tanta pazienza perchè i rifiuti che riceverete ai colloqui di lavoro si conteranno nell’ordine delle centinaia, se non delle migliaia.

I colloqui di lavoro saranno sempre in lingua giapponese, quindi dovreste essere almeno in grado di raccontare la vostra storia, le vostre esperienze ed i vostri progetti in giapponese. Anche nelle aziende “internazionali” c’è quasi sempre una parte di colloquio in lingua locale, per valutare il vostro livello linguistico.

I giapponesi iniziano la ricerca di lavoro almeno un anno prima della laurea, quindi non pensiate di venire qui e di trovare lavoro nel giro di qualche settimana. Certo, può capitare tutto, ma è molto difficile.

Il Giappone ha standard molto alti rispetto ai nostri: la conoscenza della lingua italiana non rappresenta di per sè una competenza, e non interesserà al 99% delle aziende alle quali vi rivolgerete. E nemmeno un inglese scolastico sarà sufficiente. Persino la laurea qui è uno standard (tutti i commessi del Mc Donald ne hanno una), quindi pensate bene a che cosa potete davvero offrire.

L’ideale sarebbe un MBA o un dottorato, piuttosto che una buona esperienza lavorativa in un dato settore.

La cosa più importante è di sicuro di cercare di capire gli usi ed i costumi locali, soprattutto quando ci sembrano strani. Anche noi in vorremmo che gli stranieri in Italia fossero più rispettosi delle nostre tradizioni, quindi cerchiamo di essere i primi a farlo.

Grazie Marco e buon proseguimento in Giappone!

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commenti


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  • Pier Silverio

    Wow, articolone di sostanza, complimenti sia per esso che per la vita scelta ed ottenuta!


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