Cervello in fuga dal web

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Articolo di Silvia Rizzello da Montreal.

Un tempo, non molto lontano, l’emigrato partiva.

Aveva una valigia carica di sogni, aspettative, tanta voglia di ricominciare, e non poche difficoltà, specie di comunicazione, sia con i nuovi concittadini del paese prescelto che con i parenti e gli amici lontani.

Oggi, chi emigra parte sempre con la valigia, i sogni, le aspettative e la voglia di tanto tempo fa, ma altrettanti aggeggi che gli semplificano la comunicazione sia in loco che, soprattutto, a distanza.

Chi è un cervello in fuga* dall’Italia – e probabilmente da qualsiasi altro paese – quando parte, mette in fuga anche tutto il bagaglio di tecnologia che è smart-phone, pc, tablet, e affini, ovvero il web 2.0 dei social network, della messaggistica istantanea, del voip e dei vari blog.

E se il cervello in fuga non possiede ancora nessuno di questi aggeggi o ce li ha, ma non aggiornati con le applicazioni più utili a distanza (whatsapp, skype, facebook, twitter in primis; altre ed eventuali come viber, tango, google voice, etc.), si attrezza per tempo.

Perché, lunga o corta che sia la trasferta, il cervello in fuga deve essere ben connected con il resto del mondo, in particolare il suo, quello che ha lasciato.

Passo successivo.

Il cervello in fuga informa parenti ed amici del proprio status “online” invitandoli a fare altrettanto.

Di solito con gli amici la cosa è abbastanza semplice, visto che con la maggior parte di loro già comunica attraverso le varie applicazioni; ma se si tratta di un parente o amico poco pratico di tecnologia la cosa si complica.

In questi casi, è possibile che il cervello in fuga usi il telefono in soluzione voip, come skype che offre pacchetti per tutti i gusti: dal kit minuti, alle chiamate illimitate ai fissi, al semplice pagamento a consumo.

Poi, una volta istruiti a distanza adepti esperti e non, si inizia con le videochiamate.

E se ci si è trasferiti oltre oceano tocca anche far conciliare i fusi orari con il lavoro, le abitudini e gli impegni di ognuno nella vita di tutti i giorni.

E non sono poche le volte in cui si perdono almeno dieci minuti, spesso sul più bello, a dire: ”No, aspetta. Non ti sento bene. Riprova. Ti sento male”; “Ok, aspetta tu. Riprovo io. Spengo un attimo e ti richiamo”.

Magari si strilla pure; come se alzando la voce la linea si possa riprendere per magia.

E cosa dire dei luoghi e degli shock culturali (novità) da far vedere a parenti ed amici?!

Per questo, oltre agli smart-phone, c’è Instagram pronta a catturare e condividere a distanza e quickly la propria vita in fuga.

In quell’immagine color seppia si immortala qualsiasi cosa, dal cibo al monumento-simbolo, al cambio delle stagioni.

Si vogliono cogliere tutte le proprie emozioni con le relative sfumature, persino le più nascoste.

Questa infinita e amata tecnologia è sicuramente una grande ricchezza.

Con un click ci facilita le relazioni e le mantiene vive a distanze impensabili e, soprattutto, costituisce la quinta essenza dell’odierna mobilità, specie quella migrante.

Tuttavia, ogni tanto, vale la pena disconnettere il proprio cervello in fuga.

Perché quel sapersi e sentirsi sempre e comunque vicino ai propri affetti che, per carità, sono imprescindibili, può far perdere di vista i luoghi, la cultura, e le persone reali del paese in cui stiamo vivendo il nostro presente per un futuro più rassicurante.

Prima, quando l’emigrato arrivava nel paese straniero, doveva darsi da fare per forza.

Non aveva scelta, anche perché non solo gli affetti erano lontani, ma li sentiva di rado.

Oggi, un cervello in fuga potrebbe smarrirsi proprio nell’infinita rete dei suoi cari contatti online.

Rischia di non vivere appieno il proprio tempo perché troppo legato alla nostalgia del ricordo, degli affetti che, seppur vicini virtualmente, restano comunque lontani chilometri e chilometri.

Ma quando un cervello in fuga inizia ad avvertire lo spettro di questo smarrimento, spesso per evidenti difficoltà linguistiche e/o culturali, conviene giocare d’anticipo per non restare “straniero” a vita.

Il segreto è: cogliere l’attimo di un nuovo, e seppur talvolta faticoso, quotidiano.

In loco e al tempo presente.

* Per cervello in fuga qui si intende qualsiasi essere umano pensante in fuga obbligata dal proprio paese, a prescindere dalle competenze scientifiche, intellettuali o altro che potrebbe possedere oppure no.

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commenti





  • lettore

    2minuti del mio tempo persi…

  • wif

    ottimo post, invece! meno web e più lavoro per integrarsi.

  • MM

    Sono d’accordo su tutto…Come mia seconda esperienza all’estero, posso dire che il mio costante contatto e comunicazione con famiglia/amici mi rende l’integrazione qui molto piu difficile. La prima volta non avevo tutto cio e paradossalmente mi sono integrata mooolto piu velocemente.

  • wif

    Comunque un modo per integrarsi c’è: limitare internet ecc. a certe fasce orarie.
    Anche l’età gioca un ruolo importante. Più si è giovani (e curiosi) e più semplice è l’integrazione.


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