La laurea non fa di voi ‘cervelli in fuga’

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Interessante spunto da un post su Facebook da parte di Mattia Musiello.

Mattia vive in Danimarca dove fornisce informazioni attraverso il suo blog Vivere in Danimarca.

Il commento su Facebook nasce da una certa frustrazione relativa alle richieste da parte di chi si presenta con una laurea convinto che essa spiani la strada verso un lavoro.

Mattia mette in evidenza come la laurea (nel senso generico del termine) ormai non fa più la differenza soprattutto in un contesto europeo.

A volte la laurea non serve per posizioni di lavoro che richiedono diversa esperienza e diversa formazione e per le quali esiste una lacuna di manodopera. Un mestiere è meglio che una laurea.

A volte invece è semplicemente il biglietto d’ingresso per potersi proporre per una posizione il lavoro.

Immagino che questo sia anche dettato dal fatto che magari l’ottenimento della laurea in Italia sia un qualcosa ancora relativamente ‘raro’ e contribuisca a far sentire l’aspirante emigrante un “cervello in fuga”.

Purtroppo in un contesto europeo avere la laurea è “quasi” la norma.

In base a dati Eurostat, la percentuale di persone oltre i venticinque anni con una laurea è la seguente nelle varie nazioni europee (2012):

  • Regno Unito 37,3%
  • Norvegia 36,6%
  • Estonia 36,1%
  • Irlanda 35,3%
  • Lussemburgo 35,2%
  • Finlandia 34,5%
  • Cipro 34,1%
  • Svezia 33,7%
  • Islanda 33,1%
  • Svizzera 32,3%
  • Danimarca 30,5%
  • Belgio 30,4%
  • Paesi Bassi 29,5%
  • Lituania 29,3%
  • Lettonia 27,2%
  • Spagna 26,9%
  • Francia 25,9%
  • Germania 25,6%
  • Slovenia 23,7%
  • Polonia 21,8%
  • Bulgaria 21,5%
  • Grecia 21,2%
  • Ungheria 21%
  • Austria 18%
  • Repubblica ceca 17,3%
  • Slovacchia 17,2%
  • Croazia 16,3%
  • Portogallo 15,4%
  • Malta 14,0%
  • Romania 13,3%
  • Italia 12,9%
  • Turchia 12,7%

Come potete vedere la posizione dell’Italia è tutt’altro che invidiabile.

Questo fa dei laureati italiani delle mosche bianche in Italia ma una persona normalissima all’estero.

Si tratta poi di prendere in considerazione la tipologia di laurea se stiamo parlando di inserimento nel mondo del lavoro.

Alcune sono più richieste, altre meno.

E non dimentichiamoci della posizione delle università italiane nelle varie classifiche delle migliori università al mondo…

Tutto ciò può sembrare crudele verso i laureati italiani ma penso sia importante non illudere nessuno sulla facilità di trovare lavoro all’estero grazie al famoso pezzo di carta.

Voi cosa ne pensate?

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commenti





  • GT

    Perchè c’e qualcuno che si considera un cervello da solo? seriamente.

    é una definizione sbagliata e vecchia propagandata per due scopi:
    1) far passare l’idea che l’emigrazione e limitata solo ad alcuni individui (accademici, ricercatori, veri geni ecc.) che se ne vanno per seguire un’ ambizione (con un po’ di irrequietezza e ingratitudine verso il paese) e non perchè vivono in un paese che affonda
    2) se non sei un genio super laureato non di devi neanche provare ad andartene.

    La realtà è che i veri “cervelli” se ne sono andato da un pezzo, ora è in pieno svolgimento l’ondata dei “normali specializzati/istruiti” (che lo sanno di essere normali) e che cercano di spendere quella specializzazione/istruzione sui mercati del lavoro esteri e stanno iniziando a partire tutti gli altri.

    Nessuno si considera un “cervello in fuga” da solo.
    Il discorso del sig. Mausiello con quel finale mi fa riflettere al massimo su Sig Mausiello.

  • Giuseppe Macario

    Aldo ha centrato il punto. In qualunque classifica internazionale, le università italiane ottengono valutazioni negative nella stragrande maggioranza dei casi (incluso l’ateneo plurisecolare più grande d’Europa), oppure non riescono neppure ad entrare in graduatoria. Perfino certe università africane riescono a fare di meglio. Come fa l’Italia a non vergognarsi?

  • rocco

    in qualsiasi statistica siam sempre agli ultimi posti, crescendo capisci in che razza di paesi si è vissuto, bello si, ma molto indietro almeno nel contesto europeo

  • Riccardo

    Sinceramente capisco poco l’astio del Sig. Mausiello verso i “pretesi” cervelli in fuga. Se loro stessi non si rendono conto che una laurea non basta a garantire un buon impiego, sarà il mercato del lavoro a farglielo capire. In Italia come altrove. Parlando invece per esperienza personale, io mi sono accorto che la laurea puo’ essere semmai un piccolo trampolino di lancio, magari se ben utilizzata puo’ fornire qualche contatto grazie all’argomento di tesi scelto o alle relazioni intrattenute con i professori. Quello che conta veramente sono le competenze professionali e linguistiche, più che il “sapere” importa il “saper fare”. E se quel “saper fare” che avete è particolarmente ricercato perché raro, beh ragazzi, siete sulla buona strada.

  • Northern Lights UK

    Infatti la definizione ‘cervelli in fuga’ non è traducibile poichè non esiste equivalenza in altre lingue (io almeno non l’ho mai sentita, correggetemi se sbaglio!). Quindi st’etichetta è stata appicicata dal governo italiano a un fenomeno tutto italiano e persiste anche nella tassazione…. se sei un laureato di alto livello, torni dall’estero dopo tot anni, credo che non paghi tasse per due anni… se sei un laureato sfigato le paghi… ora, c’è verso essere più discriminatori? Purtroppo tutte queste etichette che ci mettono addosso limitano solo noi, e all’estero poi ne paghiamo le spese……

  • T3tra88

    A dir la verità il brain drain è tutt’altra cosa, titolo inappropriato.

  • Riccardo

    piccola nota (dato che voglio fare l’antipatico). l’espressione fuite des cerveaux esiste in francia (exode des cerveaux in québec) e indica il flusso migratorio di ricercatori universitari e scienziati dal paese di origine a un paese estero con lo scopo di trovare migliori condizioni lavorative.

  • http://brividocosmico.wordpress.com/ Verenen Joe Martinelli

    Forse è vero che avere una laurea non fa di una persona automaticamente un chissàchi o una cosa rara ecc.
    Ma è ben vero che alcune mansioni non le puoi fare se non hai almeno una laurea triennale.
    Questo vale anche solo per fare gli impiegati in alcuni settori. Quindi a volte la laurea è semplicemente un requisito necessario per poter concorrere ad alcuni posti di lavoro o ad alcune mansioni.
    Di certo non puoi fare il medico solo grazie alla tua esperienza, nè l’avvocato, nè l’insegnante (ad esclusione di scuole private e simili). Ma spesso, appunto non sei ritenuto idoneo neanche come impiegato o sportellista.
    A me è capitato più volte di sentirmi dire “hai tutte le capacità e abilità che cerchiamo, ma non possiamo mettere una col diploma a comandare gente con la laurea, e poi per questa mansione dovresti essere…”certificata”..”. E non è capitato solo a me. Altrove semplicemente te lo mettono nei requisiti così almeno ti regoli prima.
    E’ vero che conta il saper fare soprattutto, ma a volte certi saperi necessitano di una certificazione chiamata laurea. Poi il resto si vedrà sul campo.
    Non possiamo essere tutti artigiani, informatici, tecnici, o che altro…ognuno potrà ben seguire (o tentare di seguire) la sua strada, in base a quello per cui è più portato o che lo appassiona? Non capisco quindi tutta questa avversione verso i laureati. Se uno ha intrapreso una certa strada e si vuole informare se in un determinato luogo può avere speranze di successo secondo il suo profilo, che male c’è?

    Poi forse è vero che in italia c’è ancora una visione un po’ troppo “mitica” della laurea, e spesso chi si laurea è considerato (a torto) migliore di chi fa lavori manuali o che lavora in genere, e forse sarebbe ora di pensare veramente cosa uno vuole fare perchè gli interessa/ha sbocchi/è utile/gli piace e non “perchè fa figo e la famiglia può bullarsi”, ma questa è un’altra storia.

  • Marcellino

    Mi permetto di dissentire circa la presunta percezione catastrofica che all’estero si ha delle lauree italiane. Per mostrare un esempio, il Politecnico di Torino nel ranking Arwu di Shangai é stabilmente nel range delle 51-75 universitá migliori al mondo per ingegneria. Tale dato statistico é confermato dal fratto che non sia inusuale la presenza di italiani laureati in quell’ateneo in grandi multinazionali operanti nel settore IT o meccanico/energetico in giro per l’europa, come nei gruppi di ricerca di facoltose universitá americane (spulciate i gruppi di ricerca dall’elettronica alla fisica delle alte energia di MIT, Stanford, ecc…). Io da ingegnere vivo e lavoro in Francia (ho trovato lavoro senza alcuna difficoltá dall’Italia…), e qui la laurea presso i Politecnici di Torino (soprattutto) e Milano permettono, se si conosce il francese, le stesse opportunitá di lavoro dei laureati locali di Grande école. L’esempio é replicabile anche per altre realtá. La differenza sta tutta in quel che si studia e in come ci si laurea, come del resto capita in ogni altro paese. Vi sono americani laureati in lettere in universitá anche prestigiose che vivono servendo caffé (ne ho conosciuti avendo vissuto per un annetto da quelle parti).
    Consiglio? Studiare ingegneria (informatica la piú richiesta ovunque nel mondo attualmente), fare il maggior numero di esperienze possibili all’estero, laurearsi col massimo. Questo permetterá se si ha l’interesse di poter iscriversi a un corso di dottorato in pressoché qualunque universitá mondiale o di trovare lavoro ovunque in europa, lingua permettendo (non per i dottorati).

  • Ilaria

    mi sembra anacronistico parlare di “cervelli in fuga” credo piuttosto che oggi chi prova a fare un’esperienza fuori dall’Italia, al di là della crisi economica che ovviamente incide, lo faccia anche per confrontarsi con altre realtà europee ed extra-europee, oggi come oggi molto piu’ vicine rispetto a 20 anni fa, dove internet e i vari lavori nati a seguito del suo “avvento”, social network e voli low cost non esistevano. Tutte questioni che hanno cambiato il modo di percepire i confini nazionali.
    Aggiungendo il fatto che il livello di inglese italiano è pari a zero e il penoso ultimo posto delle nostre università, credo che nasca sempre di più la necessità di un espatrio, senza considerarsi necessariamente “cervelli in fuga”.

  • Lorenz

    Vabè ragazzi ma cosa dobbiamo fare ? Espatriare tutti per andare a studiare all’estero? Capite pure che non è la cosa più semplice del mondo:..

  • http://brividocosmico.wordpress.com/ Verenen Joe Martinelli

    Marcellino, sante parole e il tuo caso non è unico.
    Purtroppo il sistema italiano è fatto in modo sballato, e in certe classifiche non emergono certi dati, per via degli accorpamenti dei dipartimenti, degli atenei, soppressione (sulla carta) di certe facoltà ecc. ecc. Tutte cose che non fanno emergere i meriti di cui parli (in alcune classifiche, forse non in tutte), ma che diluiscono la media dei dati in peggio

  • Scettico

    Il problema però che non tutti gli italiani si vanno a laurere in certi corsi ancora validi del Politecnico di Torino. Devi considerare la situazione nazionale nel suo complesso, non soltanto qualche caso di eccellenza (che comunque si può trovare anche fuori da Torino). Anche se, permettimi di dire, essere tra il 50esimo e 75esimo posto non mi pare proprio una posizione di vetta… però, certo, fa meno brutta figura rispetto alla posizione n. 300, 500, o non classificata, di tante altre università.
    Comunque concordo perfettamente con te quando dici che, fondamentalmente, conta quello che si studia e (soprattutto) come lo si studia. Posso anche laurearmi a Pescara (con tutto i rispetto per i pescaresi), ma se, per capacità e volontà personale, ho studiato come si deve, saprò comunque mostrare di sapere dove mettere le mani. In fin dei conti, se c’è una cosa che l’università italiana ti insegna meglio di qualunque altra università del mondo, è proprio l’arte di arrangiarsi da soli.

  • Marcellino

    Apprezzo il suo commento, proverò ad articolare meglio il mio pensiero per risponderle. Tante di queste classifiche prendono in considerazione non solo le conoscenze che si acquisiscono durante il corso degli studi, ma anche qualità di strutture, campus, salari post laurea ecc.. I laureati italiani devono inserirsi principalmente nel mercato di lavoro italiano, assai difficile attualmente. Oltretutto le università italiane dispongono di finanziamenti ridicoli rispetto agli atenei statunitensi e ai maggiori europei, rendendo la competizione su molti aspetti molto ardua. La classifica ARWU dona più importanza ai risultati di ricerca ottenuti dalle università, e il piazzamento del poli di Torino, proprio per i limitati laboratori e mezzi di cui possiede rispetto a tanti altri atenei, e` eccellente. Tra i primi 50 posti le uniche università europee per ingegneria risultano infatti essere Cambridge, Imperial di Londra, EPF Losanna, Manchester e Oxford.
    Come ho descritto nel mio commento l’ateneo e` importante, ma ancora piu` importante e` cosa e come si studia. Il che vale per tutti i paesi. Laurearsi a Oxford con meno di un 2:1 rende il proprio piazzamento sul mercato del lavoro inglese molto più incerto di chi si laurea altrove con magari un 1st. Idem per chi si laurea negli States, anche a Stanford con un GPA sotto il 3.5 per le grandi multinazionali o 3.0 per le altre aziende la vita e` dura. Ci sono le dovute eccezioni, ma sul mercato anglosassone e non solo la prestazione e` molto più importante dell’Ateneo in se. Idem per il corso scelto. Non e` vero che chi si laurea in lettere, filosofia ecc. fatichi solo in Italia. Le difficoltà ci sono per tutti in tutto il mondo. Laurearsi in filosofia a Cambridge a mio avviso non assicura un bel niente. Farlo molto bene potrebbe permettere una carriera accademica, ne sono certo, o anche un impiego in grosse multinazionali in determinati ruoli, ma sono eccezioni ovunque, anche negli USA.
    Quindi, se ci si laurea in Italia e si pretende di emigrare e di trovare un lavoro di elite, bisogna farlo con determinati studi svolti in un certo modo. Posso assicurarle che l’handicap diventa minimo rispetto agli altri. Dalle banche d’affari londinesi ai colossi industriali tedeschi ci sono centinaia di laureati italiani. Se le università italiane facessero cosi` schifo le assicuro che Airbus, EDF, JP Morgan ecc.. non assumerebbero nessun italiano, invece…
    Se ci si laurea male si emigra in paesi dove tutti i locali laureati con scarsi risultati sono disoccupati o impiegano parecchio a trovare un impiego. Se ci si laurea in facoltà poco fruibili si emigra in paesi dove i laureati autoctoni o fanno lavori sottopagati o se molto bravi fanno ricerca nei loro settori o se bravissimi e fortunatissimi fanno i consulenti ecc.
    Il Politecnico di Torino e` un esempio,ma vale per tante altre università italiane, sono d’accordo. Idem per ingegneria, caso semplice di laurea che offre molte opportunità, ma conosco molti economisti italiani all’estero con buoni lavori, cosi` come fisici, matematici, addirittura geologi ecc..
    Il tutto per affermare: la colpa, se non si trova lavoro fuori o dentro l’Italia, di sicuro non e` solo del nome dell’ateneo scritto sul vostro attestato.

  • Northern Lights UK

    Non hai fatto l’antipativo, infatti avevo scritto correggetemi se sbaglio ;) Sono vissuta in Francia anni fa, ma dev’essere nata nel frattempo ;) cmq, indica ricercatori e scienziati, non automaticamente tutti i laureati (come viene usata nel senso italiano, perlomeno a livello giornalistico)

  • http://www.facebook.com/Telesociologo Enzo Corsetti

    Come qualcuno giustamente nota, il problema è nella definizione stessa di “cervelli”, che se decidiamo di attribuirla ai laureati tout court non possiamo poi contestarla soltanto se il titolo di studio diventa inflazionato. In tal caso si dovrebbe dire: è finita la pacchia anche per i cervelli in fuga, ma cervelli restano. Diversamente, cosa fa di qualcuno un cervello? forse il tanto decantato PhD, il dottorato di ricerca? …e quando anche quello sarà inflazionato, cosa porremo al di sopra? Il problema semmai è l’estrema eterogeneità dei sistemi formativi e del mercato del lavoro… Tant’è che anche qui dove si parla e di numera di “laureati”, s’intende triennali o quinquennali? Il problema semmai è questa corsa sfrenata ai livelli di formazione da esibire, anziché sulle competenze e capacità…

  • rocco

    se penso a mio padre con la sola terza media, che ha vissuto la fine della seconda guerra mondiale, ma sa fare tutto praticamente , sa mettere mani ovunque, sono sicuro che lui espatriando anche in questi tempi ed anche prima avrebbe facilmente trovato lavoro ed anche ben pagato, rispetto oggi ad un laureato che esce senza esperienza pratica ma con tante nozioni che non sempre sono aggiornate al giorno di oggi.

  • Sil

    La definizione di “cervello in fuga” non mi è mai piaciuta: esistono persone ambiziose, determinate, volenterose e qualificate (la laurea è una qualifica, come lo sono anni di esperienza, conoscenza delle lingue, certificati etc) che l’Italia non valorizza. L’Italia è ancora ingessata dalla cultura del “posto fisso”, che nel pubblico significa “lavoro a vita con stipendio garantito” e nel privato (dove mi trovo attualmente) “lavoro sicuro ma senza crescita fino a quando il 45enne sopra di te non andrà in pensione”. Una persona giovane con le caratteristiche che ho elencato sopra capisce che andando all’estero (soprattutto nei paesi anglosassoni), pur prendendosi dei rischi, riusciebbe a 1. guadagnare di più 2. ottenere promozioni senza aspettare i 40. 3. migliorare il proprio stile di vita etc, tutto questo nonostante la mancanza del posto fisso. Non si tratta di cervelli in fuga, ma semplicemente di giovani ambiziosi che cercano meritocrazia. La laurea ovviamente può aiutare (in UK nei form di applicazione guardano pure i voti del diploma che se non sono nei loro punteggi è già un casino…), ma nei paesi come USA o UK dove ci si laurea a 23 anni con spesso già esperienze lavorative alle spalle, un 110 e lode italiano di 26 anni senza esperienza e con “l’inglese scolastico” non è per niente competitivo. Se oltre alla laurea si ha un’ottima conoscenza dell’inglese, esperienze lavorative all’estero e tanta voglia di rimboccarsi le maniche per emergere, allora le cose cambiano, ma anche in questo caso non si tratta di “cervelli in fuga”.

  • Scettico

    Vorrei brevemente rispondere di nuovo perché è sempre un piacere parlare con interlocutori svegli ed aggiornati (scusami se all’inizio del precedente intervento ho dimenticato di digitare qualche parola o lettera, ma era mattina presto).
    Il tuo discorso non fa una piega, ma a me sembra che qui nessuno ritenga i giovani italiani più stupidi, più svogliati, o più impreparati rispetto a chi frequenta Cambridge o Stanford (ok, nel tuo post non ci sono queste parole, ma le uso io per farmi capire meglio). L’intelligenza è distribuita equamente in qualunque parte del mondo. E non è neppure stato detto che tutti i docenti siano sfaticati o incompetenti, il che sarebbe ovviamente falso. Quindi anche un italiano intelligente e preparato può riuscire benissimo a farsi assumere dai vari Airbus ecc. che giustamente hai citato.
    Sul fatto che in Italia esistano dei casi di eccellenza non ci piove, ma, ahimé, non sono affatto la maggioranza. Si tratta per lo più di iniziative isolate e, come concordi anche tu, con mezzi a disposizione molto scarsi, per non dire ridicoli, rispetto ad altre università d’oltralpe o d’oltreoceano.
    Sono anche d’accordo che alcuni dei parametri considerati dalle classifiche possano essere opinabili o comunque più appropriati per contesti diversi da quello italiano ecc., ma resta il fatto che qualche motivo ci dovrà pur essere se mediamente (ripeto: mediamente) sfiguriamo brutalmente in tutte le classifiche, indipendentemente dai rispettivi autori (spesso dislocati in parti del mondo completamente diverse, e senza alcun collegamento l’uno con l’altro). Evidentemente, da fuori, il sistema universitario italiano viene visto così. Ripeto: non mi riferisco al singolo ragazzo fenomenale e fortunato che viene assunto da Airbus. Questa eventualità è certamente possibile, ma non rappresenta la maggioranza degli italiani!
    Infine, nessuno mette in dubbo che, se il mercato del lavoro italiano è in condizioni così penose, non hanno colpa né le università né tanto meno gli studenti. Ciò non toglie, tuttavia, che certe carenze o storture croniche delle università possano, e debbano, essere corrette. Se nessuno ha mai avuto voglia di farlo, o di eleggere qualcuno in grado di farlo, l’unica possibile “colpa” va attribuita al popolo italiano nel suo complesso.

  • wif

    Caro Mattia, hai pienamente ragione!
    Hai fatto bene a sfogarti, non se ne può più di tutti questi che una triennale si sentono “dottori”. Ma per favore… A parte che le lauree italiane di ora sono come le superiori dei tempi miei.
    Sono d’accordo anche con Aldo – all’estero la laurea ce l’hanno tutti. Solo in Italia tutti si sentono fichi perché hanno il pezzo di carta.
    Con questo ora non si impermaliscano ingegneri & Co. che pensano di essere gli unici ad aver studiato al Politecnico (poi arriva uno fresco del MIT, magari di quei cinesi col calcolatore in testa, e ti attacchi al tram).
    Buon proseguimento!

  • wif

    In molti Paesi un sacco di gente di lauree ne ha 2 o 3, magari in materie diverse, più un PhD e un post.doc. Poi arriva l’italiano che si crede chissà chi perché ha la sua laurea incorniciata in salotto… e lo fanno nero.

  • wif

    La laurea non è più il biglietto per l’upper class (se lo è mai stato – forse negli anni ’60…)

  • Federico Caloisi

    Io il discorso sul se ci si laurea male si emigra in paesi dove i laureati sono disoccupati o sottopagati non lo condivido affatto, hai qlche dato statistico da mostrare? parli per esperienza personale? amici? guarda io vivo e lavoro in romania da un anno, per una multinazionale indiana. ho vissuto un anno in inghilterra a londra prima di trasferirmi e ti posso assicurare che a londra ho incontrato italiani con e senza laurea che si sono recati li proprio perche confidavano in una facilita’ maggiore nel trovare impego..che poi la realta fosse molto piu complessa lo scoprivano solo una volta giunti li. anche da un punto linguistico tutti spacconi che dopo un mese credevano di possedere la lingua inglese perfettamente.. Qui in romania gli sforzi sono molteplici, devi saperti adattare continuamente e fare i conti con la solitudine molto piu che in citta europee gettonatissime dove trovi rifugio nella comunita’ italiana appena ti manca casa. Non solo. Qui si fa i conti con una societa’ sofferente, dove laureati percepisocno stipendi piu bassi che nel resto d europa, pur essendo molto qualificati e parlando un inglese ottimo, che hanno una forza d animo che noi italiani ci sognamo..dai quali si puo imparare insomma anche sotto il profilo umano..ormai poi molti gruppi internazionali fanno investimenti in paesi europei che hanno proprio le caratteristiche della romania: costo del lavoro basso e qualificazione buona, o comunque non inferiore ai coetanei europei di paesi piu sviluppati, che quindi rendono il rischio di investire in questa realta’ tutto sommato contenuto. Oltre il gruppo per cui lavoro io basti considerare realta’ come G2, tour operato internazionale, che sta sacrificando agenzie in paesi come la francia perche trova piu vantaggioso economicamnete investire qui a bucarest con lavoratori laureati, poliglotti e che non si lamentano se il week end viene richiesto di lavorare..

  • Marcellino

    Gentile Federik, se leggi con attenzione il mio post sottolineo semplicemente che in settori molto tecnici, soprattutto sul mercato anglosassone, se si vuole trovare lavoro più facilmente i risultati accademici sono importanti. Ho anche detto che finendo bene in Italia le differenze con i laureati di università prestigiosissime svaniscono. Per quanto riguarda la competizione sull’ammissione di dottorato mi sembra assolutamente scontato. Conosco italiani che da normalissime università italiane fanno il dottorato a Berkeley o a Oxford. Per quanto riguarda grosse e prestigiose aziende ho solo detto che ci sono laureati ‘autoctoni’ che faticano se finiscono male. Ho vissuto negli Stati Uniti, ti assicuro che senza un GPA di 3/4 non puoi rispondere alla maggior parte delle offerte di lavoro. Per le multinazionali più grosse addirittura il limite si sposta a 3.5. Discorso simile in UK, controlla tu stesso le offerte per ingegneri neolaureati, trovamene una che non richieda almeno il 2:1. Io mi sono laureato bene, e senza fatica dall’Italia ho trovato lavoro nella più grande azienda produttrice di energia in Francia. Sono convinto che se avessi ottenuto risultati diversi avrei fatto più fatica. Poi ognuno e` libero di pensarla come vuole, se secondo te un ingegnere neolaureato con 90 trova senza fatica fuori dall’Italia al CERN, a Google, alla Rolls Royce o in qualunque altro gruppo importante va benissimo cosi`.

  • alice

    Non ho capito il commento del signor Musiello.
    Quando mai i laureati italiani si sono sentiti “cervelli in fuga” o superiori ai colleghi europei?
    Nella mia facoltà (economia), l’umore dei laureandi/laureati è pessimo! Ci prendiamo in giro da soli, ci chiediamo in quale fast food andremo a lavorare, cosa faremo con questa carta straccia…
    Sì, si è parlato di andare all’estero e spesso e volentieri ci siamo chiesti come sarebbe possibile battere i colleghi francesi, inglese, tedeschi, ecc. giovani, niente fuori corso e con già anni di esperienze alle spalle

    Ma il signor Musiello ha frequentato l’università? Dire che è come fare le superiori 10 anni fa è a dir poco ridicolo. E se è così facile e inflazionato, come mai il numero degli immatricolati diminuisce di anno in anno? Certo che è una passeggiata parlare senza cognizione di causa.
    Signor Musiello, sappiamo tutti che, una volta andati all’estero, dovremo sputare sangue… altro che “dottori”!!

    Tutti contro i laureati, ci credo che poi uno non ce la fa a rimanere qua. Non ci bastavano i politici a darci dei bamboccioni, choosy e sfigati!!! LOL

  • Mauro A.

    Una laurea e un visto non fanno un cervello in fuga. D’accordissimo. Facciamo però dei distinguo. Esistono lauree e lauree, ed esistono lauree che danno la possibilità di avere un mestiere e altre in cui il mestiere te lo devi creare. Un ingegnere, un architetto, un medico possono lavorare immediatamente. Un ingegnere e un architetto magari è bene che facciano esperienza ma hanno un mestiere. Non è così per chi si laurea in legge, economia, ecc. Io sono laureato in economia e mi son fatto 3 anni di tirocinio per imparare il mestiere e anche dopo che ho iniziato ho dovuto imparare strada facendo. Altro discorso per le lauree come scienza dell’educazione o dell’informazione che danno a mio parere giusto un po’ di cultura ma non hanno sbocchi lavorativi. Paragonare però tutte le lauree di oggi alle scuole superiori di 10 anni fa è esagerato. Certo una triennale in qualche laurea forse…
    Mauro A.

  • Marco

    Aprire un blog per dare consigli a chi vuole partire e poi “sfogarsi” in questo modo e’ un controsenso.
    Si sa che nel momento che metti su un blog,soprattutto in questo periodo, verrai tartassato di domande, invece di “sfogarsi” non sarebbe meglio dare qualche consiglio vero?
    Altrimenti inutile tenere un blog.
    Ad ogni modo in diversi paesi europei non avere una laurea puo’ rendere piu’ difficile trovare un lavoro, uno dei pochi campi che fa la differenza e IT.
    Detto questo condivido il post di Aldo, ma non capisco tutta questa “rabbia” di gente che apre blog per “dare consigli” agli italiani e poi quando questi gli chiedono consigli si arrabbiano e iniziano con le solite storie …

  • wif

    Veramente in inglese tale definizione esiste eccome e si dice “brain drain” ;-) Ciao

  • wif

    http://www.merriam-webster.com/dictionary/brain%20drain

    Prego leggere definizione dal Merriam Webster… ;-)

  • T3tra88

    Studiando economia dell’immigrazione credevo di non averne bisogno, ma per curiosità sono andato a leggere.
    La definizione conferma ciò che dico. Il brain drain è la fuga di persone con capitale umano (ovvero istruite in un determinato paese) che vanno all’estero, quandagnando e pagando le tasse in quest’ultimo. Dal punto di vista economico, un Paese ha pagato (in parte più o meno consistente) per istruire una persona, e non ne ha un ritorno economico. Il danno economico è elevato.
    In italiano la traduzione “fuga di cervelli” lascia intendere che chi scappa debba essere necessariamente un cervellone stile Einstein e su questo topic si generano sempre inutili flame e fraintendimenti.
    In realtà, dal punto di vista del fenomeno, anche se partisse un ingegnere svogliato che ha perso la laurea triennale a 35 anni, si tratta sempre brain drain.
    Per questo motivo, non mi stancherò mai di dire che la traduzione più appropriata sarebbe “fuga di capitale umano”. La parola cervelli, in italiano, porta fuori strada.

    Saluti.

  • T3tra88

    Il fenomeno del brain drain è diffuso in tutto il mondo ed era legato soprattutto nei paesi in via di sviluppo. E’ proprio in questi paesi che molto spesso l’accesso all’università è legato alla promessa di rimanere e lavorare nel paese per almeno X anni.

    Rilevante è anche il fenomeno nei paesi più sviluppati dove, oltre all’Italia, ci sono paesi come gli USA, con gli americani che preferiscono andare a lavorare in India o in Arabia Saudita.

  • T3tra88

    Il fenomeno del brain drain è la fuga di persone che si sono istruite in un Paese ma decidono di lavorare in un altro. Lasci stare la fuga dei cervelloni e dei geni, è solamente marginale e fuorviante. E’ più che altro un problema che va visto dal lato economico. L’Italia investe in educazone e l’emigrato paga le tasse altrove.
    Tornando ai suoi punti:
    1) chiunque può emigrare, ma se fugge una persona che ha studiato in Italia (magari nell’università pubblica) il danno può essere maggiore (ciò non significa che chi fugge è necessariamente un genio; anche se all’estero andrà a lavare i piatti, l’Italia ci ha comunque perso qualcosa)
    2) il fenomeno del brain drain riguarda anche persone con una certa professionalità, è pur sempre un danno economico per il paese.

  • T3tra88

    Il brain drain riguarda persone con un certo livello di istruzione, generalmente quella universitaria. Non è un’etichetta giornalistica. L’etichetta giornalistica è il fatto di far credere che il “brain drain” sia in realtà la fuga dei cervelloni e dei geni. E’ inevitabile che poi si scatenino flame contri i presunti tali.

  • Michele

    “Un mestiere è meglio che una laurea”

    Dipende di quale mestiere stiamo parlando.

    Innanzitutto l’errore più grande che la gente fa è quello di non pensare a ciò che vuole fare davvero nella propria vita, cioè a ciò che gli riesce bene, e quindi ai propri talenti, prima di prendere una direzione.
    Al contrario, la tendenza generale è quella farsi influenzare dal sistema scegliendo quindi una facoltà o un percorso di vita solamente per una prospettiva di lavoro / carriera maggiore o minore, piuttosto che per i reali desideri individuali.
    Detto questo non è assolutamente vero che un mestiere sia meglio di una laurea.
    Se voglio fare il liutaio, lo scrittore, il poeta, l’attore, il musicista, l’elettricista, il meccanico, l’idraulico, l’imbianchino (ottimo mestiere che da modo di pensare mentre si lavora, anziché spegnere il cervello) o in generale un lavoro artigianale o artistico che dir si voglia, la laurea mi è del tutto inutile.
    Se invece voglio fare il medico, l’avvocato, l’ingegnere, ecc. la laurea è essenziale!

    “In base a dati Eurostat, la percentuale di persone oltre i venticinque anni con una laurea è la seguente nelle varie nazioni europee (2012):
    Questo fa dei laureati italiani delle mosche bianche in Italia ma una persona normalissima all’estero.”

    Ecco: se io ho un talento e decido di non soffocarlo per non implodere, scelgo una direzione e persevero finché non raggiungo il mio obiettivo, che mi frega dei dati Eurostat?
    Inoltre il fatto che gli italiani laureati all’estero siano minori non fa affatto di essi persone normalissime all’estero. Semmai fa di loro persone non qualificate.

    “E non dimentichiamoci della posizione delle università italiane nelle varie classifiche delle migliori università al mondo”

    Questo non conta nulla.
    L’estero non è l’eden, e senza una specializzazione universitaria non ci sono prospettive di carriera da nessuna parte.
    Il che non vuol dire che con una laurea ci siano.
    Ma vuol dire che senza laurea non ci sono. Non se se rendo l’idea.
    Capire questa differenza è fondamentale.
    La laurea non garantisce nulla, ma la sua assenza garantisce ancor meno, se il desiderio di una persona è fare carriera in un contesto aziendale, quindi non imprenditoriale.
    L’estero in via di sviluppo conviene a chi ha un’attività imprenditoriale, e vuole abbattere i costi portando la propria azienda in un paese dell’est, dove la tassazione totale si aggira sul 20 % al massimo, non sul 60 / 80 come in Italia, un paese dalla classe politica totalmente fuori di testa, ed anche dagli italiani stessi, che fanno ben poco per cambiare le cose, a parte manifestare ogni tanto nelle piazze con gli Iphone in tasca.
    Il non laureato che va a Londra, commette una sciocchezza. Passera anni ed anni lavando piatti, servendo nei locali, imparerà l’inglese, ok. E poi? E poi nulla, tornerà a casa.
    Londra, Berlino, e in generale le città più evolute vanno bene per persone molto specializzate, possibilmente con una solida esperienza maturata in Italia e che cercano lavoro da qui, prima di partire (preferibilmente in area Itc, finance, marketing o similari) che desiderano una carriera di un certo tipo.
    Se uno vuole fare il barista, può farlo tranquillamente anche in Italia.

  • alessandra

    Purtroppo ci sono. Forse quelli della mia generazione, magari, precedente alla tua: voi ormai avete esperienza ‘indiretta’ di come vanno realmente le cose dopo la laurea; noi invece l’abbiamo dovuto scoprire. Credo che molti della mia generazione si sentissero arrivati solo per il fatto di avere un titolo. E uelli che sono andati all’estero, perché qua non avevano lavoro, l’hanno fatto (molti, non tutti) convinti che il proprio fallimento dipendesse SOLO dal mercato italiano e non anche, forse, dalla loro effettiva capacità. O anche solo dal fatto di non essere così rari e preziosi come credevano :)

  • wif

    Alla fine la laurea in un’università prestigiosa fa la differenza solo se hai già contatti e appartieni a un’élite. La differenza ormai la fanno le idee. Chi ha idee innovative è il benvenuto, ovunque. Avercela, però, l’idea…

  • wif

    Scusa, ho sbagliato io a postare il commento, volevo metterlo nei generici e non indirizzarlo a te. :-)
    Condivido tutto. Ciao

  • T3tra88

    Nessun problema :D spero allora che la spiegazione meno prolissa possa chiarire dubbi ad altra gente.
    Saluti.

  • Northern Lights UK

    Vero, uno dei motivi per cui ho aperto un blog e per gli italiani all’estero c’é solo una pagina di links…di altri blog! So che non avrei pazienza per dare info a tutti, quindi a sto punto… Se ci si deve arrabbiare meglio non darle proprio ;)

  • T3tra88

    Il brain drain è un fenomeno, e quindi non è una peculiarità di un singolo paese; esiste ovunque, ma ovviamente riguarda di più alcuni paesi piuttosto che altri.
    Ad oggi, la definizione universale è: fuga di capitale umano cresciuto (e magari istruito) in un paese (il paese ha investito in qualche modo su di lui), ma che lavora fuori dai confini nazionali (un altro paese beneficerà del suo talento, del suo brain).
    Questa è la definizione, che ovviamente è diversa dall’etimologia di una parola (“the term brain drain was conied ecc” non mi pare una definizione). Poi ogni paese la distorce come preferisce, ma su ogni libro di economia/sociologia/demografia troverai questa definizione.

  • Northern Lights UK

    Ahem se non vivi in UK…. Non puoi sapere che menzionare il Daily Fail come evidenza (per provare un tuo punto di vista, intendo) é come quotare Novella 2000 in Italia…. Dal punto di vista giornalistico il Daily Mail é zero, riporta persino notizie false (ahimé… come vedi tutto il mondo é paese per i giornali e le riviste!).Ti posso assicurare al 200% che il brain drain in UK inteso come viene inteso adesso in Italia non esiste. La maggior parte degli emigranti é in etá da pensione. Quelli che emigrano per lavoro perché sono cervelloni e prendono piú soldi all’estero sono veramente pochi, soprattutto per la grossa svalutazione di dollaro ed euro nei confronti della sterlina e della recessione economica globale. Adesso, paesi come Australia ed Usa preferiscono di gran lunga investire nei loro cervelloni, gli costa di meno ;) cmq… Come si dice, let’s agree to disagree ;)
    P.S. non potevo rispondere al tuo commento col link, é in moderazione al momento.

  • T3tra88

    Forse non ci capiamo, se continui a dire “come viene inteso in Italia” siamo su due binari diversi. A me non interessa come viene inteso in Italia, ma come viene inteso globalmente. E ti assicuro che, come viene inteso globalmente, esiste anche in UK. Non lo dice il daily mail, non lo dicono le statistiche di google (anche se danno un’idea), ma lo dicono i numerosi studi sull’emigrazione.
    Ripeto che parlo del fenomeno in sé e non della terminologia e delle varie interpretazioni che ogni paese da. Forse si trova qui il nostro “misunderstanding”.


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