Attacco all’arma nera, Lago Atitlan, Guatemala

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Articolo di Stefano Frigerio.

Gli abitanti del Guatemala sono tra i piú gentili ed affabili che abbia incontrato.

Sempre educati ed interessanti.

Ma ogni tanto serve una sveglia.

A ricordare che sto viaggiando in un paese del terzo mondo in cui la maggior parte della popolazione maschile gira armata.

E lo stipendio minimo é di 7 euro al giorno.

Il lago Atitlan é una delle principali attrazioni turistiche del Guatemala.

A prima vista assomiglia al Lago di Como da cui provengo. Le montagne coperte di alberi terminano a picco nell’acqua salmastra. Mettendo bene a fuoco si evince come non esistano due luoghi piú distanti.

‘Non perderti l’alba dal naso dell’indiano’ mi aveva raccomandato Diego, un amico cileno ‘e connettati.’

Il profilo di un indio é facilmente riconoscibile dal villaggio di San Pedro in cui mi trovo.

La cresta della montagna disegna una cavitá orbitale ed un perfetto naso aquilino Maya.

Decido di rinunciare ad una guida locale.

Non per il prezzo ridotto di 100 Quetzales, 10E al cambio, ma perché la scalata é breve e poco impegnativa.

Per i venti minuti di cammino preferisco la compagnia del mio iPod.

Nessuna domanda, un tasto per cambiare disco ed uno per farlo stare zitto.

La prima sveglia, quella del mio orologio, suona alle quattro del mattino in tempo per il sorgere del sole.

Hezio, il mio compagno di viaggio brasiliano, si era tirato indietro durante la notte precedente.

‘Preferisco vedere l’alba dal display della tua macchina fotografica’ aveva confessato ‘ma metti pure il caffé sul mio conto’.

Il cielo é terso e ricco di stelle mentre cammino alla luce della luna.

Il primo bus del giorno mi lascia all’imbocco del sentiero per il prezzo di saldo di un Euro. ‘Non puoi sbagliarti’ chiosa l’autista infreddolito.

Troppo semplice penso, infilandomi le cuffie.

Cammino nel sentiero sterrato per quindici minuti ed imbrocco le due biforcazioni che incontro.

Scalo il collo dell’indiano, coperto di arbusti nemmeno fosse una barba di tre giorni.

L’odore dolce di hashish raggiunge il mio naso prima che le conversazioni in hebrew arrivino alle mie orecchie.

Mi arrampico sul mento ed incontro una comitiva di venti ragazzi israeliani in vacanza post servizio militare.

Saluto l’allegra brigata con ‘Shalom’ e mi defilo.

Non ho finito di regolare la mia reflex per la sessione fotografica quando un local mi tira per il braccio.

‘Sono 100 Quetzales’

‘Sono venuto da solo per non pagare 100 Quetzales. Io non pago nada. Preferisco non fare nemmeno una foto’ ribatto.

Non é possibile che me ne vada senza scattarne almeno una dozzina. Il cielo si sta macchiando di rosso incandescente e si prospetta un’alba per i posteri.

Lui non legge il mio bluff ‘Ok, fai 50 quetzalitos’.

Fisso i suoi denti d’oro e penso che posso permettermi 5E almeno per farlo stare zitto ed ascoltare Massive Attack.

Allungo una biglietto da 100.

‘Cinquenta de vuelto, cierto?’

‘Cierto’ fa lui.

Mollo la presa solo quando lui stacca gli occhi dalla banconota e fa contatto visivo coi miei.

Una ragazza di Tel-Aviv fiuta l’aria pesante. Mi legge nel pensiero e mi regala un sorriso ed un bicchiere di caffé fumante.

L’alba é di una bellezza struggente. L’acqua indaco del lago termina dentro un cielo che copre l’intero spettro di colori tra giallo e rosso.

Mi sto connettendo.

Dopo un’ora di pensieri sparsi, i colori sfumano dentro una nebbiolina biancastra che soffoca la poesia di pochi minuti fa.

Il gruppo inizia la discesa dietro la bandiera con la stella a sei punte.

Prima che mi ritrovi solo reclamo il mio resto.

I tre custodi sono nonno, padre e figlio a giudicare dai lineamenti facciali e dalle dentature metalliche.

Il figlio scrolla le spalle e mi direziona al padre che scrolla le spalle invitandomi a chiedere all’anziano.

Inizio a sentire l’odore nauseabondo della fregatura quando il vecchio mi regala la stessa scrollata tipica che devono davvero insegnare a scuola qui.

Il caffé che aveva aiutato la mia connessione inizia a mandarmi in corto circuito. Scuoto il vecchio per le spalle sperando forse che qualche banconota gli esca dalle maniche.

Il figlio inizia a preoccuparsi ‘Chiamo la polizia’.

Evito l’italico ‘Sono io che chiamo la polizia’ perché non ho un telefono cellulare. Da cinque mesi esatti.

L’uomo compone una sequenza di numeri a caso ed incalza repentino ‘C’é un gringo qui che sta creando problemas, venite a prenderlo’.

Lo invito a risparmiarsi il teatrino, perché sono le sei del mattino e posso immaginare i tempi di risposta della polizia guatemalteca.

Lui é un pó scosso ma termina la sua pessima interpretazione con ‘Adios’.

Quando chiude il suo scherzo telefonico é veramente alterato.

‘Basta’ grida ‘Carlitos, passami lo zaino.’

Il figlio, che si era limitato al ruolo di comparsa con denti incapsulati, raccoglie uno zaino mimetico dal suolo.

Apre la zip.

Sento il rumore di ogni dente della cerniera perché la scena si svolge al rallentatore.

Sgrano gli occhi e scorgo l’inconfondibile manico nero ed un paio di pollici di lama arrugginita.

I machete in Centroamerica sono come i coltellini svizzeri ad inizio anni novanta. Tutti ne hanno uno.

Le chiamano armi bianche ma il nome trae d’inganno. Hanno impugnature di plastica nera, lame nere e fodere con infinite variazioni sul tema ‘frange di cuoio nero’.

Fortunatamente mi trovo giá sul sentiero d’uscita e con un balzo sono fuori dalla sua portata.

Mi allontano rapido assicurandomi di non essere seguito.

Connettati mi aveva consigliato Diego.

Forse intendeva connettere un pugno col naso del custode.

Ho compiuto un numero incalcolabile di transazioni in questi mesi di viaggio. La maggior parte per somme minori di un Euro: noci di cocco, braccialetti portafortuna, tacos di pesce. Molte volte i venditori non avevano resto e mi hanno lasciato ad aspettare in mezzo ad una strada ad interrogarmi se mi avessero fregato.

Ogni volta sono tornati col resto esatto e scusandosi per l’attesa.

Continueró ad avere fiducia nel prossimo.

La lezione di oggi é di viaggiare sempre con banconote di piccolo taglio e scappare dalle armi da taglio.

Il mio viaggio continua, ancora intero, su:

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Lago Atitlan, foto Stefano Frigerio

Lago Atitlan, foto Stefano Frigerio

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Comments

  1. Stefano says

    Se ti puntano un coltellino svizzero non é la stessa cosa.
    Cerco sempre di evitare problemi peró a volte é difficile.
    Saludos

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