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Dalle Foreste Messicane

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Dario Anelli è un trentenne veronese e da due anni vive a Aguascalientes, una cittadina del Messico centrale.

Condivide la sua esperienza sul blog ‘Dalle Foreste Messicane‘.

Gli lascio la parola.

Prima del Messico

Da bambino pensavo che avrei sempre vissuto a Verona, la mia città natale; immaginavo una carriera all’estero come una possibilità riservata solo a superstar poliglotte o ai diplomatici.

Dopo la laurea in scienze forestali conseguita nel 2005 a Padova, cercai un impiego nella mia regione, pensando che, l’inserimento nel mondo del lavoro, fosse semplice come un’iscrizione scolastica.

Mi sembrava molto strano che le aziende e gli enti del mio settore non fossero interessati a me. Forse la colpa era mia che mi facevo avanti in maniera troppo tradizionale inviando curriculum e lettere di presentazione.

«Vede? Ho la laurea, sono pronto. Da dove comincio?» No, non funzionava così, c’era la crisi economica e tante altre difficoltà che non ho mai compreso del tutto.

La prima volta in Messico

Nel 2006, in mancanza d’altro, partecipai al servizio civile con Legambiente a Verona. Facevo il giardiniere sui bastioni della città, insieme ad un un gruppo di volontari internazionali che cambiavano ogni tre mesi. Fu un’ottima esperienza; conobbi persone che avevano vissuto in Bolivia e in Africa, ragazzi americani, inglesi, francesi con i quali ebbi lunghe e piacevolissime conversazioni che ampliarono i miei orizzonti.

Venne poi un gruppo di ragazzi messicani con i quali mi trovai particolarmente bene e che, alla fine, mi invitarono a conoscere il loro paese.

Non avevo mai considerato il Messico prima di quell’incontro; per me era un paese come un altro ma, parlando con quei ragazzi, nacque in me una forte curiosità.

Mi chiedevo: «Ma perché questa gente è così positiva, ottimista e allegra?»

I messicani lavoravano in un centro di educazione ambientale ad Aguascalientes, una cittadina situata nel Messico centrale. Avrei potuto fare il volontario da settembre fino a dicembre. Ci andai e fu, senza dubbio, una bella esperienza.

Nel centro, coltivavo un orticello e facevo il compost con i residui organici della cucina del centro. Non sapevo lo spagnolo ma cominciai a impararlo.

Ad Aguascalientes inoltre, conobbi Daniela, la mia ragazza, e si sa, quando c’è l’amore tutto inspiegabilmente cambia.

Il ritorno nel limbo italiano

Tornato in Italia, mi assunsero a progetto come capo giardiniere in una villa veneta di Verona gestita da una ONG.
Si trattava in pratica dello stesso lavoro del servizio civile con qualche responsabilità in più.

Il trattamento economico, come capo giardiniere, fu inizialmente di 1000 euro al mese con contratto a progetto per poi arrivare a 1200 euro con contratto a tempo indeterminato. Economicamente stavo bene, potevo concedermi il lusso di una pizza il mercoledì quando c’era lo sconto e un paio di birre il sabato sera.

Mi consideravo fortunato perché vivevo in una casa dei miei genitori, ma avrei sicuramente avuto qualche buco di bilancio nel caso nefasto di una carie ai denti o un guasto al motorino.

Ogni tanto, specie quando litigavo con il mio capo, inviavo qualche curriculum ma senza mai ricevere risposta. Sembrava che tutte le imprese che contattavo fossero blindate.

I giorni passavano e mi rendevo conto di non riuscire più ad inventarmi niente; non avevo progetti, sogni, speranze. Sembrava che le possibilità si fossero esaurite; una giornata seguiva l’altra senza che cambiasse niente.

Dopo quattro anni di onorato servizio mi dissero che, da tempo completo, sarei passato a part time. Quella notizia mi fece capire che un capitolo della mia vita si chiudeva. Fu in quel momento che decisi di tornare in Messico. Non c’era una vera e propria ragione razionale a guidarmi, semplicemente sentivo che era la cosa giusta da farsi.

Messico, i primi mesi

La mia famiglia non prese molto bene la decisione, ma mi lasciarono fare. Nel 2010 feci un breve sopralluogo in Messico per scoprire come veniva rilasciato l’FM3, il permesso di lavoro. Tramite un conoscente, venni in contatto con un’associazione forestale locale che mi avrebbe assunto come tecnico forestale.

Nel gennaio 2011 partii definitivamente dall’Italia.

Gli inizi non furono dei più semplici.

Dopo qualche settimana fui colto dalla cosiddetta sindrome di Ulisse: ansia, sogni ricorrenti, smarrimento, senso di colpa, dubbi, caduta di capelli, perdita di peso. L’unico aspetto positivo è che finalmente vivevo con Daniela, la mia ragazza, e quindi non mi sentivo troppo solo e sperduto.

E‘ in quel periodo che iniziai a scrivere il mio blog: www.dalleforestemessicane.com. Dalla rete, qualcuno mi scriveva commenti incoraggianti.

Purtroppo l’associazione forestale si rivelò un covo di truffatori che, per qualche anno, avevano usato fondi statali per scopi personali. Il mio compito era quello di vendere sponsor ad aziende private per coprire l’orrendo buco di bilancio.

Credo fu il lavoro più umiliante che mi sia mai capitato di fare e, ancora una volta, non ci guadagnai niente.

Mandavo curriculum vitae a tutte le aziende che avevano a che fare con boschi e verde urbano ma senza risposta eccetto un vivaio del nord del paese che mi avrebbe pagato la metà di uno stipendio minimo per andare a fare rilevamenti fitosanitari in un territorio infestato dai narcotrafficanti, proposta questa che gentilmente rifiutai.

Mi proposi allora come insegnante di lingua italiana in varie scuole e come professore di biologia in altre.

Finalmente la ruota cominciò a girare.

Lavorai come educatore ambientale all’università, come maestro di biologia e di ecologia in un collegio tra i più disperati della città. Ricordo che il direttore mi pregava di dare consigli ai ragazzi su come sopravvivere in caso di invasione aliena… e non stava scherzando.

La cosa positiva è che lì conobbi un gruppo di maestri che poi sarebbero diventati amici.

Quando si stringono amicizie con la gente del posto è segnale che ci si sta integrando. Mi sentivo molto più sereno. La qualità della mia vita era buona. Avevo tempo per studiare, fare sport e uscire con i nuovi amici.

Come sono diventato maestro di italiano

Nel luglio del 2012 suonò il telefono; era l’Università Autonoma di Aguascalientes. Mi chiedevano se sarei stato disposto a dare un corso di italiano a partire da lunedì. Era venerdì pomeriggio. «Certo, perché no.» Risposi. «Allora passa da noi.» Avevo lasciato il mio curriculum quindici o sedici mesi prima. Alcuni mesi di silenzio da parte loro mi avevano fatto perdere ogni speranza.

Nel frattempo avevo imparato i rudimenti dell’insegnamento della lingua presso una nota scuola di lingue con la quale collaboravo saltuariamente.

Riuscii a dare un buon corso di italiano; gli studenti erano davvero contenti e anch’io sentivo quella che si dice «soddisfazione professionale».

Visto il buon lavoro il semestre successivo ebbi due gruppi e poi tre. Decisi di investire un po’ di tempo per professionalizzarmi. Divenni membro «dell’associazione messicana di italianisti» e poi feci un corso di certificatore degli esami internazionali di lingua italiana dell’università di Siena.

Gli studenti messicani sono molto curiosi e interessati all’Italia che considerano, forse esagerando, il paese della bellezza e cercano in esso fonte di ispirazione.

Quanto a me, con questo lavoro non mi sento «arrivato» ma è indubbiamente un buon punto di partenza e sono sereno.

Alcune considerazioni sul Messico

Il Messico ha tutte le caratteristiche di un bellissimo paese in via di sviluppo le cui risorse non sono equamente distribuite.

Sembra che lo stesso territorio sia abitato da società molto diverse per cultura, usi e visione della vita. Le idee più progressiste convivono con visioni conservatrici, l’innovazione tecnologica con l’analfabetismo, la ricchezza con la povertà.

Ciò che agli occhi di un europeo può sembrare il caos per un latino americano rappresenta la normalità delle cose.

A noi italiani il Messico fa bene principalmente per:

  • smettere di alzare la voce e polemizzare su tutto.
  • rimuovere quella crosta di pessimismo che ci fa sempre sospirare e fare a gara a chi è più disgraziato.
  • imparare a ballare.
  • goderci un po’ più il presente e lasciare da parte un futuro incerto.
  • rendersi conto che il lavoro è solo il lavoro.
  • approfittare delle maglie larghe del sistema messicano e giocarci la carta della creatività e della professionalità.

Le difficoltà, come avete visto, non mancano, specie all’inizio, ma con pazienza e la giusta determinazione si supera tutto… come in Italia… come dappertutto.

Buona fortuna!

Dario Anelli

Dario Anelli

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commenti


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  • Kaliel

    Grazie dario di aver esposto la tua progressiva esperienza. Augrui per il proseguo. Io 55 anni sono in procinto di fare la medesima scelta che hai fatto tu….da un’altra parte del mondo ma comunque in una realtà dove esistono ancora semplicità, spazi liberi, serenità… ecc. esiste molta povertà ma questo lo interpreto come uno stimolo ed una unica occasione per offrire il mio modesto contributo di aiuto ai nostri fratelli… ciao Kaliel

  • alessandro

    ciao dario mi chiamo alessandro e da 5 mesi sono in brasile… come cuoco italiano in due ristoranti…ero intenzionato a venire in messico…se puoi aiutarmi questo e il mio fb alessandro faedda..vedi la foto con la casacca da cuoco ciao e grazie

  • Ermanno

    stima!

  • Marco

    Dario anelli sei un grande continua cosi.


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