Da Torino a Sapporo: ho aperto una pasta-ya

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Ermanna condivide il percorso che l’ha portata da Torino a Sapporo dove, insieme al marito giapponese, ha aperto una pasta-ya.

Qual è il tuo passato in Italia?

Mi chiamo Ermanna Ariano, da sposata mi chiamo 池亀 七 Ikegame Nana.

Ikegame ha i kanji di Laghetto e Tartaruga e dato che nessuno si ricorda il mio nome intero qui mi chiamano Nana.

Nana è tra l’altro un nome femminile giapponese piuttosto comune, significa 7, che porta anche fortuna come numero, per cui il mio nome giapponese in pratica è “sette tartarughe di laghetto” ^o^

Sono nata in Italia, a Torino, nel 1962, ho fatto il liceo classico e mi sono poi laureata in Lettere Moderne, Storia, con una tesi sui bilanci medievali di certe castellanie fra il 1250 e il 1350.

Con una laurea così non è che potessi fare molte cose e alla fine, a 30 anni, con un concorso sono entrata a lavorare come bibliotecaria a Palazzo Nuovo dove appunto ci sono le facoltà di Lingua, Lettere e Filosofia.

Ho lavorato per l’Università per 16 anni e nel frattempo mi sono sposata, ho divorziato, avuto qualche fidanzato, molti gatti e un paio di cani, fatto viaggi interessanti, preso il brevetto di volo per aliante e nautico.

Mi sono anche iscritta ai corsi liberi che si tenevano proprio all’Università per studiare lingua e cultura giapponese perché avevo perso la testa per un antico romanzo scritto intorno all’anno 1000 da una nobildonna di Corte, Murasaki Shikibu: il Genji monogatari che leggevo e rileggevo…e continuo a rileggere.

Naturalmente ho iniziato a fare viaggi in Giappone durante le vacanze innamorandomi letteralmente di questo Paese.

Cosa ti ha portata in Giappone e che conoscenza della lingua avevi prima di partire?

In Giappone definitivamente (almeno spero) mi ha portato il matrimonio con un indigeno, un ingegnere della Mitsubishi conosciuto in chat.

Si trattava di una chat linguistica, lui voleva imparare l’italiano e io fare un po’ pratica del molto teorico giapponese imparato ai corsi dell’Università. All’inizio comunicavamo in inglese più o meno (il mio inglese fa pena) con poche parole in giapponese. Nel giro di 3 mesi ci siamo innamorati così sono andata un mese a Yokohama e vedere un po’ com’era ed era che abbiamo deciso di sposarci perché non essendo più così giovani (45 anni io e 54 lui) non c’era tempo da perdere.

La conoscenza linguistica era basica direi, con due anni soli all’Università io non ero riuscita a imparare abbastanza da parlare correntemente…smozzicavo qualche frase e leggevo qualche kanji.

Insomma una cosa penosa ma riuscendo in qualche modo a farmi capire non mi sono fatta grandi problemi.

Come hai trovato il lavoro di insegnante di italiano?

Vicino a casa c’era un Centro studi per stranieri con insegnanti giapponesi volontari e io mi ci sono iscritta per vedere di imparare qualcosa.

Nel giro di un mesetto, scoperto che mi piaceva cucinare, un’insegnate mi ha chiesto se potevo insegnare a cucinare a lei e a delle sue amiche che volevano imparare cucina italiana per una modica cifra ovviamente.

Ho accettato e andavo a fare lezione a casa di una delle signore a 5 o 6 allieve per volta.

Poi la voce si è diffusa e altre signore a gruppetti da 3 a 15 (queste signore affittavano una vera aula cucina) mi hanno chiesto di fare lezione anche a loro. Alcune di queste signore parlavano già abbastanza bene italiano, andavano a lezione da un insegnante di italiano giapponese nello stesso Centro per stranieri.

Mi hanno chiesto se potevano venire anche a lezione di lingua. Siccome io odio la grammatica ho detto che potevamo fare “conversazione” usando frasi relative alla loro ultima lezione in modo che facessero una specie di ripasso, ovviamente con qualche spiegazione grammaticale se fosse servita. Le lezioni devo dire che sono state azzeccatissime: in salotto, offrivo un caffè e un dolcetto e si chiaccherava rigorosamente in italiano.

Col tempo ho avuto 15 allieve di lingua e 27 di cucina.

Vorrei riportare un fatto che mi ha molto dato da pensare. Un gruppo di signore un giorno si è presentato con la bustina dei soldi troppo piena. Ho fatto notare che avevano sbagliato, era praticamente il doppio di quel che mi dovevano e una imbarazzatissima mi ha detto: “E` perché quando facciamo cucina parliamo italiano!” “Parliamo italiano oltre inglese e giapponese” le ho detto io “perché così voi fate ripasso e anche perché io non posso ancora parlare bene giapponese salama” (così ha anche imparato il significato di “salama”).

Ritieni che sia una strada praticabile per vivere in Giappone per persone con una diversa situazione personale?

Francamente non lo so se si guadagnerebbe abbastanza da vivere da soli e ottenere il visto.

Inoltre credo che la cosa per me abbia avuto successo perché ho messo su un “salotto” in casa mia, le signore venivano molto volentieri, studiavano e facevano i compiti ma lo spirito era molto amichevole (infatti mi sono fatta delle care amiche che mi sono venute qualche volta a trovare qui a Sapporo e che ora mi mancano), da incontro salottiero a ciacolare… questo è un modo che può funzionare per una signora ma per un uomo non so.

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Le mie allieve erano tutte donne con tempo libero e interessi in tantissimi campi.

Yokohama è una città molto vitale così come Tokyo. Ci sono infinite occasioni di visitare mostre e musei, andare a teatro, ritrovarsi in bei parchi etc.. la relazione con le allieve si era trasformata in quasi tutti i casi in relazione amichevole. E questo genere di sviluppo dipende molto dalle persone sia dall’insegnate che dal genere di allievi che si ha.

Però potrebbe funzionare, al momento ad esempio so che le mie amiche che non hanno un’insegnante di cucina o una madrelingua che possa far fare pratica di italiano. Certo i miei prezzi era proprio popolari, del resto io facevo le lezioni gratis di giapponese, mi sarei vergognata a chiedere il prezzo corrente.

Ora abitiamo a Sapporo, in Hokkaido, con due bei cani, uno shiba nero, Maro, che viene da Yokohama (era stato abbandonato oltre il recinto dello Shinkansen!) e un mix hokkaido -labrador, pensiamo, Yukita che è venuto a vivere con noi di sua spontanea volontà.

Il 3 gennaio di quest’anno mio marito era a fare una passeggiata con Maro e lui li ha seguiti a casa, è entrato, ha mangiato e poi si è messo a dormire sul sofà e alla sera è salito al piano di sopra perché gli piace dormire nel lettone con noi. Ci accompagnano ogni giorno al lavoro.

Abbiamo aperto una pasta-ya che sarebbe una specie di trattoria dove serviamo pasta italiana tradizionale.

I giapponesi sono abituati a soba-ya udon-ya e ramen-ya (i ramen di Sapporo sono famosissimi) tutti locali dove si mangiano diversi tipi di pasta, noi abbiamo scelto di usare la stessa formula solo che proponiamo ai clienti spaghetti e tagliatelle italiani.

Per intenderci niente spaghetti con uova di pesce e alghe e a prezzi ragionevoli, e naturalmente nel nostro locale i cani sono i benvenuti.

Abbiamo moltissimi clienti con cagnolini perché a Sapporo ci sono dog cafè ma nei ristoranti normali non è possibile portare cani e questa è una delle pochissime cose che non mi piacciono della città… anzi praticamente l’unica.

Sapporo come posizione ricorda un po’ Torino, la mia città, perché è circondata da montagne e ha vicino il mare.

Certo è molto più vasta e in parte questo dipende dal fatto che, a parte il centro che come tutte le città giapponesi è un ammasso di grattacieli, è per lo più formata da quartieri di casette, non ci sono molti palazzi, e comprende incredibili parchi naturali grandissimi.

In alcuni di questi parchi ci sono persino gli orsi e spesso si sente al telegiornale che sono stati avvistati vicino alle case.

Nel parco vicino a casa nostra orsi non ce ne sono ma ci sono molte volpi e anche io, portando i cani a passeggio, ho avuto modo di vederne che gironzolavano letteralmente dietro casa.

Sapporo è una città curiosa per essere giapponese perché non ha niente di tradizionale, è completamente moderna, infatti è nata nel diciannovesimo secolo, nel 1871 per la precisione, su un progetto urbanistico fatto da americani.

Le strade sono tutte parallele e perpendicolari e anche questo mi ricorda Torino (nata su un accampamento romano).

A Sapporo si tengono ogni anno due festival importanti: il festival della neve, in inverno, che vede sorgere nel centro della città enormi, bellissime, costruzioni di ghiaccio e il festival della birra, in estate, perché qui si fa una delle birre più famose del Giappone, la birra Sapporo appunto.

Rispetto le altre grandi città giapponesi Sapporo ha la grande fortuna di non sentire di solito terremoti troppo forti, di non avere la stagione delle piogge e i tifoni e di avere un clima abbastanza fresco anche in estate…in inverno però è il gelo totale, ci sono molti mesi pieni di neve e la temperatura scende anche 20 gradi sotto zero.

Un altro aspetto fantastico che rende Sapporo una città con una qualità di vita, secondo me, superiore anche a Tokyo e Yokohama è l’altissima qualità del cibo che è venduto oltretutto a prezzi ragionevolissimi. In primo luogo il pesce e poi frutta, verdura e formaggi sono ricercati in tutto il Paese.

Purtroppo passando quasi tutto il tempo al ristorante non sono in grado di dare informazioni sulla vita culturale della città, quando stavamo a Yokohama era un delirio di mostre e esposizioni interessantissime nei musei che ora mi mancano.

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