SCRIVERE IL CV IN INGLESE

Vedere l’Europeo in Sud America

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Vivere all’estero vuole anche dire vedere le partite della Nazionale in un ambiente e atmosfera totalmente diversi da quelli nei quali siamo cresciuti in Italia.

Stefano Frigerio (@StefFrigeri0) ci descrive cosa vuol dire vedere gli Europei in Sud America.

Vedere le partite della nazionale è un diritto irrinunciabile ovunque ci si trovi.

I miei ricordi calcistici consistono della vittoria del mondiale tedesco e di un lungo mix di delusioni (Usa’94), amarezza (il biscotto del 2004) e rabbia (arbitro Moreno, Corea 2002) in tutte le altre competizioni internazionali.

Ci sono invece due capitoli dolenti della nostra storia sportiva recente che non mi provocano le stesse sensazioni: la finale persa con la Francia al golden goal e l’eliminazione con la Spagna ai rigori dello scorso europeo.

In ambo i casi mi trovavo in Australia, a studiare la prima volta e con la working holiday visa la seconda.

Numeri alla mano vivere all’estero è meno stressante anche dal punto di vista del tifoso.

Oggi vivo il cammino azzurro dal Cile con grande fermento.

Sono un ragazzo di poche pretese: televisore, un buon numero di amici e la possibilità di esprimermi liberamente. Non tollero le immagini a scatti degli streaming, figurarsi le telecronache scritte.

Abbiamo un televisore nella nostra area ma il mio capo, brillante specialista del mondo digitale e persona comprensiva, mi permette di uscire quando gioca l’Italia.

Rispetta il fatto che gli chieda permesso con largo anticipo, apprezza che mi offra di contarlo come una mezza giornata di ferie e sospetta che mi inventerei una riunione con qualche amico connivente pur di scappare.

Le partite di inizio del girone, quelle delle ‘spalle al muro’, quelle ad eliminazione diretta, quelle del ‘ci qualifichiamo se’, tutte generano le stesse emozioni indipendentemente da dove ci si trovi.

All’estero l’esperienza possiede connotati surreali ed il quarto di finale di domenica contro l’Inghilterra mi ha fornito una ulteriore dimostrazione.

Risveglio calcolato in tempo per accogliere un buon gruppo di amici. Calcio di inizio alle 12:45 EST di una soleggiata domenica invernale a Santiago, condizioni perfette per una parrilla.

Italiani schiacciati in un rapporto tre a nove, inglesi non pervenuti e pazienza se la birra precede il primo caffè della giornata.

La telecronaca è terribile: i commentatori menzionano il catenaccio e di sbagliano nella pronuncia di almeno un paio di giocatori. Gioiamo per ogni passaggio di Marcisio e fremiamo con le scorribande di Magghio. All’ammonizione di Barzaghli ci informano che non figura nella lista dei diffidati e fortunatamente neanche Barzagli.

Ad aumentare la temperatura ci si mettono gli invitati stranieri. < Siete fortunati perché l’Uruguay non gioca gli Europei> insinua un amico di Montevideo.

La partecipazione del Giappone al campionato sudamericano nel ‘99 è più valida di qualsiasi mia argomentazione geo-socio-economico-politica. Nessuno ha la freddezza di verificare su Wikipedia che la federazione sudamericana invita sempre due squadre per raggiungere il numero di dodici. Al contrario la mia spiegazione sul perché le nostre magliette siano azzurre convince tutti al primo colpo.

La tensione rimane costante per tutti gli interi 120 minuti ed i rigori sono la solita lotteria. Il tempo di ristabilire il battito cardiaco e vedere un paio di replay del cucchiaio di Pirlo e qualcuno ha già cambiato canale per la semifinale del torneo clausura del Cile.

In questi momenti penso che perdere contro Germania o Spagna non sarebbe così drammatico. Mi risparmierei la dietrologia sulle scelte del commissario tecnico a patto di non collegarmi a Gazzetta.it per un paio di settimane. Il peggio che potrebbe capitarmi sarebbe lo sfottò di qualche amico.

Allo stesso tempo dovessimo vincere la finale gioirei solo a metà: un carosello di un auto non è molto divertente oltre che pericoloso specialmente se non avete una bandiera con voi. Finirei per chiamare qualche amico in Skype e gli rovinerei una delle feste migliori della sua vita.

Mi pentirei di non trovarmi in Italia. Avrei un coppa in più nel mio palmares di tifoso ma non sarebbe un titolo vinto sul campo.

L’estasi della vittoria del 2006, il tricolore, il paese in piazza, il bagno collettivo nella fontana mi emozionano ad anni di distanza e mi fossi trovato dall’altra parte del mondo non sarebbe stata la stessa cosa.

Qualsiasi sia la sensazione mi piacerebbe viverla.

Forza azzurri

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