Rimpatrieranno i posti di lavoro dalla Cina?

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Hal Sirkin, managing director del Boston Consulting Group, prevede che l’aumento del costo della manodopera in Cina e in altre nazioni causerà il “rimpatrio” di circa due-tre milioni di posti di lavoro nel settore manifatturiero negli Stati Uniti durante i prossimi 10 anni.

Secondo Sirkin la Cina era un’ottima destinazione nel 2001 quando il costo della manodopera era di 58 centesimi all’ora ma questo è cresciuto rapidamente e quindi le ditte statunitensi stanno prendendo in considerazione la possibilità di far tornare posti di lavoro negli Stati Uniti.

È in atto un cambiamento di natura fondamentale per quel che riguarda la relatività economica tra Stati Uniti e Cina. La produttività negli Stati Uniti è cresciuta in modo drammatico: l’economia produce 2,5 volte quello che produceva nel 1972 con il 30% in meno di manodopera. Inoltre, i salari stanno crescendo molto più velocemente in Cina (15-20% all’anno) rispetto alla crescita negli Stati Uniti.

Viene inoltre previsto che questi posti di lavoro, una volta rimpatriati, rimarranno negli Stati Uniti.

Sirkin sostiene anche che le aziende capiscono il valore del marchio ‘Made in the USA’ agli occhi del consumatore. Gli Stati Uniti hanno leggi e standard di qualità che contribuiscono a evitare le preoccupazioni relative alla sicurezza che spesso accompagnano i prodotti fatti in Cina.

Questa è una previsione quindi solo con il tempo saremo in grado di sapere se veramente le aziende rimpatrieranno veramente lavori manufatturieri.

Detto ciò è interessante prendere in considerazione la possibilità che un trend in atto da decenni possa arrestarsi o per lo meno rallentare. Va sottolineato che l’aumento di produttività sembra essere il fattore principale che combatte l’aspetto del costo del lavoro. Bisogna quindi lavorare più intelligentemente e più duramente.

Pensate che questo possa avvenire anche in Europa e in Italia? Oppure pensate che sia troppo tardi ed i posti di lavoro perduti non torneranno più?

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commenti





  • http://danieleb.myopenid.com/ Daniele, Napoli

    teoricamente se un’azienda ha difficoltà a vendere i suoi prodotti in una nazione o in un’area geografica è logico che trasferisca lo stabilimento di produzione altrove. E può darsi che dove si trasferisce vi sono i minerali o altro che servono per la produzione. Spesso lasciando il centro di progettazione e sviluppo dov’era.
    Alcune aziende, invece, trasferiscono la produzione un po’ qui ed un po’ lì solo per sfruttare le persone o le agevolazioni fiscali o controlli carenti sull’igiene e la sicurezza di chi lavora.
    Teoricamente se un’aziende trasferisce il proprio stabilimento altrove, al suo posto, in poche settimane, dovrebbero sorgere cooperative o negozi o altre aziende che consentono a chi è stato licenziato di lavorare (qualcuno direbbe la propria dignità di persona, ma mi sembra un po’ esagerato dire che una persona ha dignità solo se lavora). Purtroppo così non è. Ed allora, realisticamente, auguriamoci che anche in Italia, in Europa, qualche azienda, nel suo “sporco giro di walzer” ritorni da noi [lasciando morire di fame qualcun altro. Perché è di questo che si tratta: mors tua, vita mea].

  • Gabriele Antonini

    La curva di sistematico abbassamento dei livelli di stipendi e diritti dei lavoratori a cui stiamo assistendo in tutta Europa sicuramente presto incrociera’ la curva contraria di molti dei paesi emergenti e allora le aziende torneranno, per convenienza, in Europa. Non credo che di questo ci sia da rallegrarsi un gran che visto che aziende di questo tipo non forniscono alcuna garanzia di stabilita’ del lavoro e, visto il costo della vita medio in Europa, si avranno sempre piu’ lavoratori con un salario di “sopravvivenza”


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