Fare il giornalista nel sud-est asiatico

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Alessandro Ursic si è trasferito da alcuni anni a Bangkok, in Thailandia, da dove svolge la professione di giornalista freelance coprendo il sud-est asiatico.

Potete seguire Alessandro sul suo blog su LaStampa, su Twitter @aleursic o Linkedin.

Hai iniziato la tua carriera di giornalista in Italia?
Sì, dopo un anno in una tv locale di Trieste e la scuola di giornalismo a Milano, nel 2003 ho iniziato a lavorare a PeaceReporter.net. Dopo cinque anni ho scelto di lasciare l’Italia e di stabilirmi in Asia.

Alessandro Ursic

Alessandro Ursic

Cosa ti ha portato a Bangkok nel 2008?

La consapevolezza che in Italia mi sentivo legato era sempre più forte. Avevo superato i trent’anni, mi sono detto: ora o mai più. Rilanciarsi da qualche altra parte era ancora possibile. L’Asia, e il Sud-est asiatico, mi attiravano da tempo.

Anche se in Thailandia non c’ero mai stato, mi sembrava il posto giusto per iniziare a fare il giornalista freelance, dandomi un orizzonte temporale di almeno due anni.

Con che visto vivi in Thailandia?

Con il visto giornalistico, da rinnovare ogni anno.

Sei freelance, come trovi i vari assignments su cui scrivere?

E’ una lotta continua, come tutti: il declino economico del nostro Paese si sente nel settore mediatico, che vive di pubblicità e di vendite di copie. Però leggendo il più possibile, conoscendo persone, visitando posti, gli spunti per arrivare prima degli altri prima o poi vengono.

Quali sono le caratteristiche professionali e personali che bisogna possedere per fare il giornalista freelance come lo fai tu?

Serve avere una mente attiva costantemente, alla ricerca di idee e potenziali spunti.

E tanta disciplina: chi pensa che essere freelance è una figata perché non si hanno orari e si può andare in ferie quando si vuole, non sa di quel che parla.

Se non lavori, non guadagni.

Se ti capita l’articolo da scrivere e hai la febbre a 39, lo scrivi comunque.

Puoi programmarti le ferie, e poi ti capita una marea di lavoro in quei giorni e non te le godi.

Ci sono alti e bassi come dappertutto, ma sentirsi trattati con sufficienza da gente che in Italia scalda la sedie col sedere e prende un comodo stipendio con tutti i benefici di un contratto firmato in epoca da vacche grasse, ti rovina l’umore.

Servono determinazione, coraggio e perseveranza. Purtroppo, per lo stato delle cose in Italia, spesso non bastano.

Come sta cambiando il sud-est asiatico dal punto di vista economico?

Sta ovviamente crescendo, a ritmi del 5-6-7 per cento l’anno a seconda dei Paesi.

E’ una regione che, come nel resto dell’Asia orientale, sta passando attraverso la fase dello sviluppo disordinato, consumistico, capitalistico.

La gente ha più “fame”, è in fase di rincorsa.

Assistere alle beghe sindacali italiane, per un freelance senza tutele che vive in Paesi in cui ci si dà da fare per emergere, fa sinceramente pena.

Quali sono, secondo te, le opportunità ed i rischi per gli Italiani che vogliono andare a vivere nel sud-est asiatico?

Dipende dal lavoro, dall’orizzonte temporale, dalla conoscenza dell’inglese. Sicuramente stanno arrivando più italiani ora rispetto a tre anni, e spesso un modo per rimanere lo trovano.

I settori alberghiero e della ristorazione mi sembrano già saturi, ma continuano a richiamare gente. Piccole aziende possono trovare un loro spazio.

Se poi ci si apre all’ambiente internazionale, dipende anche dalle conoscenze che fai e dal modo di metterti in gioco.

Quanto rimarrai nel sud-est asiatico?

Bella domanda. L’orizzonte temporale di due anni è ormai saltato.

Qui sto bene, ho amici, abbastanza da lavorare, la mia vita è qui ora.

Tornare in Italia non è un’opzione, forse un giorno trasferirsi da qualche altra parte sì. Per un giornalista freelance, però, perdere la propria nicchia territoriale è sempre un rischio. Diciamo che mi do sicuramente altri due anni a Bangkok, ok?

Grazie Alessandro e buon proseguimento in Asia!

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