Da Londra a Bologna
Questo è un guest post di Andrea Muzzarelli, autore di molte interviste per conto di Italiansinfuga.
Dopo nove mesi di permanenza a Londra, ho deciso di rientrare in Italia. Le ragioni che mi hanno portato a fare questa (non facile) scelta sono numerose. Quando sono partito lo scorso marzo speravo – con una buona dose di ingenuità – che nel corso dell’anno l’economia inglese sarebbe migliorata. Confidavo nel fatto che i contatti di cui ero già in possesso mi avrebbero condotto a qualcosa di concreto. Mi illudevo anche di potermi eventualmente “riciclare” in un lavoro diverso dal mio. Ed ero convinto del fatto che mai e poi mai avrei sentito la mancanza dell’Italia.
Come spesso succede nella vita, sono stato smentito dalla realtà dei fatti. Quella che sembrava una pur modesta ripresa si è trasformata in una seconda recessione (con il non marginale contributo dell’austerity portata avanti dal governo Cameron-Clegg). I contatti che avevo si sono rivelati, quantomeno sul piano lavorativo, del tutto infruttuosi. Le decine e decine di curriculum che ho inviato alle job agency sono rimaste senza risposta. Poi ho parlato con un paio di giornalisti che vivono e lavorano a Londra da più di dieci anni: entrambi mi hanno spiegato che un’esperienza (anche di parecchi anni) fatta nel mondo editoriale/giornalistico in una lingua diversa da quella inglese non vale praticamente nulla. Se a questo elemento si aggiungono l’immensa concorrenza e la crisi della carta stampata, ci si rende conto di quanto difficile sia il quadro complessivo.
Un altro aspetto che ho decisamente sottovalutato è il dato anagrafico. Ho trentasei anni, un’età alla quale non si vedono più le cose come quando di anni se ne hanno venti. Uno comincia a rendersi conto di non essere eterno, magari ha i genitori abbastanza anziani (è il mio caso), bene o male la gavetta l’ha già fatta e non ha molta voglia di ripartire da zero o quasi. Nel tempo ha consolidato legami difficili da sacrificare… Penso che rifarsi una vita all’estero a questa età sia molto più difficile. Per queste e altre considerazioni, alla fine ho deciso di rientrare in Italia, con l’obiettivo di continuare a lavorare come freelance. Ma ognuno, s’intende, è un caso a sé. E per chi svolge lavori più “esportabili” del mio non dubito che ci possano essere maggiori opportunità.
Nonostante tutto, devo riconoscere che l’esperienza a Londra è stata interessante e preziosa. Non è stato tempo buttato via, anzi: è stato tempo guadagnato. Ho avuto l’opportunità di vedere il mio Paese da un’angolazione diversa, e di rivalutarne certi aspetti. Ho conosciuto persone straordinarie, con le quali è nata una sincera amicizia. Ho migliorato il mio inglese (superando anche l’esame IELTS) e ho frequentato un breve ma utile corso alla London School of Journalism. Ho conosciuto più a fondo una delle metropoli più affascinanti del mondo. E ho ridato ossigeno a un cervello (il mio) annebbiato da troppi anni di lavoro routinario. Tornando indietro, non esiterei un istante a rifare la stessa scelta.
Si tratta di un’esperienza che consiglierei non solo a chi progetta (o, semplicemente, vagheggia) un trasferimento più o meno definitivo all’estero, ma anche a chi ha bisogno di prendersi una pausa per capire meglio cosa desidera fare – o, meglio, essere – nella propria vita. Serve molto meno coraggio di quanto si possa pensare, ed è essenziale una piccola dose di sana incoscienza. A prescindere dal modo in cui ci piacerà poi etichettare questa esperienza – “fuga”, “periodo sabbatico”, “avventura”, “espatrio”… – sono convinto che, alla fine, si tratterà sempre di un importante momento di crescita personale.
