Un salto nel buio, un’avventura…e qualche errore di valutazione

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Laura Mazzolini è recentemente partita alla volta del Canada utilizzando il visto vacanza lavoro.

Potete seguire e contattare Laura sul suo sito GoingMyOwnWay.com

Ho 33 anni e una laurea in Lettere Moderne.

Sono partita dall’Italia verso il Canada a fine settembre di quest’anno con un visto working holiday visa che, per gli italiani dura solo 6 mesi, al contrario delle altre nazioni europee.

Ho lavorato nell’editoria per 5 anni e, dopo aver perso il lavoro a luglio, ho deciso di anticipare la mia partenza, inizialmente prevista per la primavera 2012. La decisione è stata spontanea, anche se difficile. Ho dovuto lasciare l’appartamento che condividevo con il mio ragazzo da oltre due anni, ho dovuto spiegare a tutti la mia decisione che è stata classificata da alcuni come “un colpo di testa”, altri mi hanno detto che ero troppo “vecchia”, mentre altri hanno capito che mi stavo dando l’opportunità per comprendere davvero cosa c’è fuori dai confini italiani e cosa volevo per la mia vita.

Laura Mazzolini

Laura Mazzolini

Sì, perché la maggior parte delle persone che parlano male dell’estero e che mai lascerebbero l’Italia, in realtà non si sono mai mossi da casa e quindi non ne sanno nulla. Basano le loro critiche su esperienze di seconda mano o su cose che hanno sentito. Oppure, magari, sono stati in vacanza in qualche meta turistica e sono andati in giro come matti alla ricerca del caffé espresso…scene che ho visto veramente, purtroppo!

Quando la mia carriera lavorativa è arrivata ad un vicolo cieco, mi sono resa conto con disappunto che riciclarsi in Italia è estremamente difficile. Soprattutto se si è in possesso di un curriculum umanistico. Resta sempre la scuola, ma anche quella è diventata un’opzione di precariato a vita e senza nessuna garanzia!

Quando non hai esperienza in un campo, se hai superato i 30 anni sei troppo grande per vantaggi economici al tuo datore di lavoro e non puoi essere assunto come stagista. Quindi semplicemente non vieni selezionato, a meno che ovviamente tu non sia figlio di qualcuno con un cognome importante. Oppure devi essere disposto ad accettare compromessi degradanti o a lavorare gratis, anche per anni talvolta.

Complice la crisi economica che si è abbattuta in questi anni sul Belpaese…ma non solo. Nella migliore delle ipotesi ti vengono proposti contratti ridicoli per 3-4 mesi, con salari al limite della decenza. Allo scadere, è probabile che tu venga sostituito, perché il continuo turn-over alle aziende conviene e perché c’è sempre qualcuno più disperato di te disposto ad accettare condizioni peggiori. Senza continuità e il tempo per “imparare una professione”, la triste conclusione è che il dilettantismo, anche in settori delicati e “sensibili”, è molto diffuso.

Io sogno di scrivere per mestiere. Ho lavorato come freelance e pubblicato due libri, ma di soldi ne ho visti pochi e per pagare l’affitto e la benzina, nell’arco della mia vita lavorativa, ho molto spesso dovuto fare un secondo e un terzo lavoro. E già sono stata tra i “fortunati” che non hanno dovuto pagare per pubblicare.

Così ho deciso di provare a riciclarmi all’estero e fare quello che amo…in un’altra lingua, l’inglese. Ma dovevo capire se davvero ero in grado di vivere fuori dal mio paese natale. E dovevo anche darmi l’opportunità di migliorare le mie conoscenze linguistiche.

Quindi ho fatto il primo passo, ho intrapreso l’esperienza che desideravo da una vita: un periodo prolungato all’estero.

Volevo vivere in un paese straniero, non solo fare la turista. Motivo per cui, forse con un po’ di incoscienza, ho voluto conoscere il Canada nel periodo peggiore, l’inverno. Insomma, capire se poteva essere il paese per me. Dove cominciare a costruire qualcosa.

Montreal

Montreal

L’idea iniziale era quella di partire da Montreal, passare per Toronto, dove ho degli amici, per arrivare alla costa ovest e vedere Vancouver. Volevo sentire sulla pelle la sensazione di ogni luogo e decidere di fermarmi dove mi sarei sentita bene.

E in questo senso l’incontro con Montreal è stato una folgorazione, motivo per cui non mi sono più spostata. Qui ho conosciuto persone fantastiche, mi sono fatta nuovi amici, ho frequentato e sto ancora frequentando corsi di lingue.

Ma fare networking è stata la chiave di tutto. Ho anche trovato lavoro, dopo un paio di mesi di ricerca (e di sofferenza). Purtroppo sono partita non sapendo il francese e non avendo una professione “spendibile”, per cui mi sono trovata svantaggiata. Avevo sottovalutato probabilmente le difficoltà, ma anche questo mi è servito. In ogni caso, ho cominciato a lavorare in un ristorante italiano. Nel frattempo sto cercando di inserirmi come Linguistic Tester nel campo dei videogames che a Montreal è uno dei settori trainanti. Forse ce la farò a trovare uno sponsor prima dello scadere del mio visto, forse no.

Ho cominciato la procedura per ottenere il permanent resident visa, con il quale potrò tornare in Canada tra circa un anno e mezzo. Questi i tempi delle ambasciate.

Non so se Montreal sarà la mia meta definitiva per la vita, ma vorrei vivere qua almeno per un paio d’anni. Ritrovare la dignità nel lavoro e magari coltivare anche qualche hobby. Se dovrò tornare in Italia, approfitterò di questo periodo per migliorare le abilità che poi mi saranno utili per inserirmi in Quebec e senz’altro manterrò i contatti con gli amici canadesi.

Ma cosa più importante: ora so con certezza che l’Italia non fa più per me, non la sento “casa” per la mentalità fatalista e il poco dinamismo che troppo spesso si respira. E anche perché è il paese dei sogni infranti, dove ragazzi di vent’anni non progettano neanche più una carriera o cercano la realizzazione, ma semplicemente si adattano a fare quello che trovano per tirare avanti. E viene detto loro che si devono anche sentire fortunati.

Qui è molto diverso. Montreal è la città più “europea” del Canada, nel senso che ha comunque monumenti e palazzi antichi, rispetto ad altre città del nord-America, e che la presenza di europei è molto nutrita. Anche solo attraversandola in metropolitana si entra in contatto con una comunità multiculturale, dinamica e vibrante, dove la tolleranza e il rispetto sono alla base dei rapporti.

E se dai qualcosa alla comunità con il tuo lavoro, prima di tutto hai salari adeguati che permettono di vivere serenamente e, in secondo luogo il merito viene riconosciuto, premiato e pagato.

Ho notato però che conta molto l’approccio che hai, un po’ come negli Stati Uniti. Sapersi “vendere”e presentare in modo positivo è la carta vincente per ottenere fiducia e quindi, a fronte di capacità, per ottenere una chance. Una volta ottenuto un lavoro ci sono una serie infinita di agevolazioni.

Un esempio? Per studiare francese, dato che ho un visto regolare e un lavoro, pago pochissimo (55 dollari per due mesi al Centre St-Louis). Ho letto anche di università finanziate dal governo che pagano i residenti non francofoni per studiare la lingua. È una politica del Quebec per salvaguardare la cultura francese e per aumentare la capacità di adattamento degli individui nella società.

Le condizioni in cui sono partita io non erano le migliori e probabilmente questo primo viaggio mi è servito più che altro per mettermi alla prova e capire se “faceva per me”. Non sono un ricercatore plurilaureato con dottorati e master riconosciuti all’estero. Sono in molti nella mia stessa condizione, semi-professionisti in qualche ambito difficilmente spendibile. E molti si lasciano scoraggiare dai dubbi e dalle paure e alla fine non partono. Perché temono che finirebbero per fare un lavoro anche peggiore. Io credo, nonostante tutte le difficoltà e anche se dovessi in futuro restare in Italia, che un’esperienza come quella che sto facendo sia uno dei regali più belli che potessi ricevere. La conoscenza di sé, prima di ogni altra cosa, è la chiave per ottenere la vita che si desidera e la vera conoscenza si ottiene solo con la sperimentazione e anche con gli errori.

Laura Mazzolini (GoingMyOwnWay.com)

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