Vivere da freelance in giro per il mondo
Luca Panzarella ha studiato scienze della comunicazione all’Università di Palermo, sua città di origine.
Poi si è trasferito a Roma per quattro anni dove ha studiato Marketing e Art Direction e poi ha iniziato a lavorare come User Interface e Web designer.
Inizia così un viaggio che lo porta in primo luogo nel mondo delle startup e poi, dopo quattro anni di una vita che a parenti ed amici sembrava già “abbastanza incasinata”, Luca ha voluto partire senza conoscere nessuno verso Londra un anno e mezzo fa.
Luca ha appena pubblicato un e-book dal titolo ‘Vivere Freelance‘ e potete seguirlo su Lucapanzarella.it.
Abbiamo registrato una intervista con Luca che potete ascoltare qui sotto. Ho anche parafrasato la stessa per chi preferisce la lettura.
Perché hai scelto Londra?
Innanzitutto perché Londra è la capitale europea più importante nel mondo del Web.
La molla che mi fece partire fu la possibilità di utilizzare il programma Erasmus per giovani imprenditori che mi consentiva di andare a lavorare a Londra pagato (poco) dalla comunità europea.
La sfortuna volle che più o meno una settimana prima dell’inizio del programma un problema burocratico inceppò il tutto. Siccome io avevo già detto a tutti che andavo a Londra, avevo già comprato il biglietto e avevo già fatto le valigie decisi comunque di partire.
Ormai mi ero autoconvinto di andare a Londra e quindi non volevo rinunciare.
La sorpresa fu che molte persone nel mondo lavorativo a Roma mi avevano detto che se andavo a Londra il rapporto lavorativo non sarebbe continuato mentre in realtà una volta arrivato a destinazione ciò non avvenne e continuai a lavorare con loro.
Il lato positivo fu ovviamente la possibilità di arrivare a Londra con un minimo di stabilità economica.
Lavorando a distanza con l’Italia però non riuscì ad avere l’introduzione a Londra che auspicavo perché, ad esempio, non avevo un ambiente lavorativo dove potevo conoscere nuove persone.
Quindi sei arrivato a Londra in piena crisi economica?
Sì e tutti me lo dicevano però ho scoperto che la crisi è relativa.
Il valore che hanno le parole è molto diverso a seconda della cultura. Quando un italiano dice crisi non è la stessa crisi che intende un inglese.
Sicuramente la Londra che ho visto io era in un periodo di recessione a detta delle centinaia di persone che ho incontrato e che erano lì già da tempo. Nonostante ciò quelli che operavano nel mio campo avevano budget che erano 3-4 volte il budget che avevo in Italia. Questo era in netto contrasto con la parola crisi che veniva utilizzata in Italia.
La crisi che ho visto io a Londra non era così disastrosa dal punto di vista italiano. Ha ovviamente aiutato il fatto che il mio settore è molto in voga in una città come Londra.
Il primo lavoro a Londra come l’hai trovato?
Ho scoperto che ci sono due modi principali per trovare lavoro.
Uno è quello di utilizzare il sito Meetup dove puoi scegliere di andare ad un incontro di soli Web designer ad esempio. Se incontri ogni sera un gruppo di persone del tuo settore è inevitabile che dopo un po’ trovi qualcuno che voglia lavorare con te.
Dopodiché ho mandato meno di una decina di curriculum alle agenzie del mio settore consigliatemi dalle persone che incontravo a questi Meetup.
Trovai così il mio primo contatto lavorativo che aveva, all’epoca, 22 anni mentre io ne avevo 26. Era a capo di una start up finanziata con £ 100.000. Fu un rapporto instaurato sulla base di due persone che avevano la stessa visione del mondo lavorativo e che avevano voglia di lavorare insieme. Durante il primo colloquio di lavoro parlammo pochissimo delle mie competenze elencate sul curriculum, parlammo di cosa ne pensassi del suo software e di cosa volessimo fare nel giro di qualche anno. Tutte conversazioni alle quali non ero abituato.
Il perché l’ho scoperto più tardi. All’estero, soprattutto negli Stati Uniti, è molto più importante la motivazione che ti spinge a fare le cose. Durante i colloqui di lavoro vogliono capire perché vuoi fare certe cose.
Sono culture che ti spingono sempre a chiederti il perché stai facendo le cose che stai facendo e che cosa vuoi fare in futuro.
E dopo Londra, l’America?
Sì, dopo sei mesi a Londra, entrai in contatto con una persona che voleva andare a San Francisco. La cosa che mi colpì fu che io ci misi 20 e passa anni per uscire dalla Sicilia e ho deciso di andare da Londra a San Francisco più o meno nel giro di un giorno. Con la stessa leggerezza con la quale uno decide di andare al cinema stasera perché poi tanto si torna a casa. Questa è una cosa che ho imparato in soli sei mesi londinesi.
Avevamo già dei contatti lavorativi lì e ho detto “perché no”?
Anche perché la vita londinese è talmente frenetica e ricomincia “ogni settimana” e quando vai via da Londra per tre mesi e poi torni è come se fossi stato lì da sempre. Tutto è cambiato e sarebbe cambiato anche se fossi rimasto lì nel frattempo.
Quindi partire da Londra non è stato un trauma così grosso come lo sarebbe stato partire dall’Italia?
Esatto. Ti abitui così tanto al cambiamento che ti sembra la condizione naturale in cui vivere. Mi ricordo che facevamo ogni settimana un sacco di feste agli amici che partivano e allo stesso tempo per gli amici che tornavano.
Questo a lungo andare è un ritmo di vita difficile da sostenere. Tanti vanno a Londra, ottengono il massimo dalla permanenza e poi decidono se rimanere oppure spostarsi.
Cosa avete poi fatto a San Francisco?
Abbiamo cercato e trovato casa nel giro di quattro giorni.
Conoscevo poi già tutte le tecniche per conoscere nuove persone: ho utilizzato Couchsurfing, ho utilizzato Meetup e quindi nel giro di un paio di settimane è come se io vivessi lì da da tantissimo tempo.
Una volta che hai un’esperienza di ricominciare la tua vita è molto più facile ripetere l’esperienza più o meno dove vuoi.
Abbiamo cominciato in parte a lavorare per l’Europa con differenze di fuso orario molto complicate da gestire. Dall’altro lato ho conosciuto per la prima volta il mondo delle start-up a Silicon Valley.
Avevo conosciuto questo mondo già a Roma ma l’esperienza di San Francisco è stata molto diversa. In California la mia disponibilità ad offrire consulenza veniva vista come strana “è un qualcosa che si faceva anni e anni fa”. Il concetto di lavorare per qualcun altro piuttosto che credere nella propria idea e svilupparla è un modo di vivere alieno alla cultura di Silicon Valley.
San Francisco è una realtà anomala rispetto al resto del mondo. Forse c’era pure più crisi che a Londra però la sua marcia in più è l’ottimismo e il modo più autonomo delle persone nel condurre la propria vita.
Io a San Francisco non ho mai mandato un curriculum però sono riuscito ad ottenere un colloquio di lavoro. Avevo solo un visto turistico quindi non avrei potuto lavorare ma l’imprenditore che voleva lavorare con me mi disse “non preoccuparti, se tu lavori con noi facciamo affidamento ad uno studio legale che può aiutare per cambiare il visto”.
Per quel che riguarda il salario, io gli ho chiesto “qual’è la tariffa oraria?”. Lui mi ha detto “spara un numero”.
Io non sapevo cosa dire e dissi “facciamo $ 50 l’ora”, lui scrive su un taccuino questo numero e poi ride.
Gli faccio “perché ridi?” e lui mi risponde “è troppo poco!”
Ci fu un minuto di silenzio durante il quale non sapevo assolutamente come rispondere.
Poi lui mi fa “adesso ti spiego. Io voglio della gente motivata. Più noi ti paghiamo, più tu sarai motivato.”
Questo ragionamento così lineare, così logico, non mi era mai passato per la mente, né da dipendente, né da imprenditore.
A che paga alludeva quindi?
La cosa bella è che lui mi disse “ti consiglio di chiedermi almeno 70-80 dollari l’ora”.
Da italiano uno pensa “ma questi qui sono veramente buoni o sono stupidi?”
Secondo me n’è uno né l’altro. È un motivo prettamente egoistico. In questo modo loro tagliano fuori quelli che non sono disposti a fare i sacrifici che ti chiederanno.
Se sei un junior e stai un po’ imbrogliando sulle tue capacità lavorative, dal primo giorno sarai costantemente sorvegliato su quello che effettivamente stai producendo. Se hai mentito su quello che sei in grado di fare, non solo vieni cacciato fuori nel giro di un’ora (in America si può) ma ti bruci la reputazione in tutta la Silicon Valley.
Questo dà vita ad un rispetto reciproco tra le parti dove nessuno imbroglia nessuno per una questione di convenienza personale non perché c’è la voglia di fare del bene.
Quando scopri questa cosa ti cambia il mondo e la percezione del lavoro che avevi fatto in 10 anni fino a quel momento.
Sei rimasto quindi a San Francisco?
No! Alla fine non presi quel lavoro. Alla fine del colloquio lo abbracciai ringraziandolo perché capii che non era quello che volevo fare.
Un po’ condizionato dalle persone che incontravo e mi dicevano “la consulenza, vecchia storia” ed erano invece orientate ai progetti, agli investimenti e alla possibilità di cambiare la propria vita e la vita degli altri, cominciavo ad avere in testa progetti che volevo sviluppare.
Dopo tre mesi quindi tornai a Londra per alcuni mesi per poi andare in Australia per vedere una cultura diversa, continuando a lavorare per l’Europa.
Hai continuato a lavorare con l’Europa e con l’Italia ovunque tu fossi?
Esatto. Al tempo era l’alternativa che preferivo per condurre il tipo di vita che volevo condurre. Non ero ancora pronto a confermare il mio impegno a qualcuno promettendo loro che sarei rimasto nello stesso luogo per i prossimi due-tre anni.
Trovai un biglietto andata e ritorno per l’Australia a £ 600, la cifra che pagavo per l’affitto per una stanza a Londra. Quindi decisi di rinunciare ad affittare una stanza a Londra e spendere i soldi per andare in Australia.
In Australia ho utilizzato Couchsurfing e AirBnB. Ho viaggiato quindi un po’, conoscendo Melbourne, Sydney e poi Cairns, vicino alla barriera corallina. Qui con $ 20 a notte affittavo una sistemazione in mezzo alla giungla.
E continuavi a lavorare?
Sì. La mattina australiana corrispondeva alla notte italiana e quindi o andavo a vedere la città o andavo al mare. Poi lavoravo il pomeriggio e la sera fino a quando non uscivo.
Ormai da un paio di anni non riesco più a distinguere cosa è il tempo lavorativo e il tempo libero. Raramente prendo una vacanza vera e propria.
Da qui hai poi iniziato il tuo ultimo progetto che è quello di scrivere un libro che si chiama “Vivere freelance” che hai appena pubblicato. Ce ne parli?
In questi ultimi sei anni di consulenza tra Italia, Londra e Stati Uniti ho fatto tante scoperte che ho pubblicato nel mio blog personale. Lì parlo delle esperienze di vita che ho fatto fuori Italia e faccio un paragone tra la mentalità italiana e quella all’estero.
Il progetto dell’e-book è focalizzato sulla sfera lavorativa delineando quali sono le tappe per diventare un free-lance.
Io adoro scrivere e quindi ho incluso sia materiale tipo guida how-to sia capitoli di narrativa narrando la storia di questo ipotetico free-lance che inizia da Roma senza alcun contatto e con tutti i dubbi sul come trovare clienti, se deve spostarsi di città ecc. dopo un anno va a Londra, trova lavoro lì, fa un anno lavorativo li, tira le somme, torna in Italia e decide finalmente di… la storia finisce lì con idealmente l’inizio della vita lavorativa di chi legge.
C’è un capitolo che si chiama “lavora per tanti soldi oppure gratis”. Cosa vuoi dire?
Soprattutto in Italia sono dovuto ricorrere a compromessi. A volte il lavoro non era quello giusto, a volte la paga non era quella giusta. Quando il 100% delle offerte lavorative sono di questo tipo ti abitui a fare compromessi quindi il lavoro che fai magari non ti piace completamente però meglio di niente.
Da quando sono andato all’estero ho capito che è semplicemente un modo di vivere “italiano” o comunque dei paesi dove c’è scarsità di lavoro.
Ho imparato che il nostro tempo è importantissimo, è la cosa più preziosa che abbiamo. Se proprio devo lavorare, secondo me, è importante che io lavori su dei progetti dove io stia effettivamente creando valore, cambiando la società anche in maniera minima. In questo caso i soldi non sono importanti, chiaramente bisogna sopravvivere, il motivo principale per il quale lavoro è che sto creando qualcosa che prima non c’era e sto cambiando la vita alle persone che utilizzano il mio lavoro come ad esempio con l’e-book.
Se invece non mi stai chiedendo di fare tutto ciò, allora mi devi pagare tantissimo che è un po’ l’approccio americano. Così tra due, tre o cinque anni avrò abbastanza soldi per potermi concentrare su progetti personali.
Ognuno di noi ha uno o più talenti, spesso inespressi. All’estero vedo molto più spesso casi di persone che percorrono la loro strada.
Ad esempio c’è un ragazzo che vende on-line disegni di gattini a $ 10 e ne ha venduti fino adesso 1355. Magari il valore di questa iniziativa per la società non è molto alto però ammiro la capacità di tirare fuori un qualcosa che prima non c’era. Più gente ci sarà che fa esperimenti del genere più ci saranno quelli ai massimi livelli che effettivamente cambieranno il mondo.
È più facile fare il free-lance all’estero piuttosto che in Italia?
Chiaramente è più facile vivere all’estero. Ci sono molti più lavori che si aprono e si chiudono. Mi ricordo i messaggi che mi mandavano i recruiter a Londra ed avevano paura a propormi un lavoro che durasse un anno dicendo “scusami se ti faccio questa proposta ma c’è solo questo”. Avevano paura perché un anno lavorativo a Londra è tantissimo e un grande professionista può fare esperienze in tre-quattro aziende diverse e alla fine di quell’anno ha collezionato una serie di competenze che lo rendono ancora più competitivo.
Quindi Londra è sicuramente strutturata per questo tipo di lavoro, per il free-lance.
Con tutti i suoi lati negativi anche. E’ possibile dopo cinque anni essere nella stessa situazione del primo anno. Per tanti quindi questa è una condizione temporanea.
Credo che il vantaggio di essere free-lance è che fai talmente tanti esperimenti che alla fine è molto probabile che tu deciderai di aprire una nuova impresa o magari unirti a qualcun altro.
Come consiglieresti di gestire la dinamicità della vita da free-lance?
La cosa principale che può aiutarti è circondarsi di persone che hanno già fatto il passaggio a free-lance. Il vedere la tranquillità di chi l’ha già fatto ispira fiducia. Parlando con loro capirete che il salto verso il free-lance non è così grave, traumatico. Il tutto è molto più dinamico di quanto non pensiate.
Come bisogna gestire la propria motivazione come free-lance?
C’è una frase che mi piace: “moltissime persone sanno cosa fanno, pochi sanno come lo fanno e quasi nessuno sa perché lo fa”.
Chiedersi perché fai quello che fai è una delle domande più difficili da farsi ma può aiutare a riallineare le proprie priorità.
Si sta facendo qualcosa che non è in linea con i tuoi valori è probabile che tu stia per mollare quello che stai facendo anche se non lo sai.
Tu come hai fatto trovare i tuoi valori?
Ho un atteggiamento da kamikaze. Ho scoperto che riesco facilmente a recuperare le situazioni di emergenza.
Ad esempio, la prima volta che mi sono spostato da Roma a Londra il consiglio tipico che mi veniva dato era “cerca di capire com’è la situazione lì, cerca di farti un po’ di contatti lavorativi e dopo vai”. Questa cosa con me non funziona.
Al contrario sono ottimo nelle emergenze. La prima cosa che ho fatto è comprare il biglietto senza nemmeno avere una casa pronta a Londra. Una volta comprato il biglietto è urgente trovare casa. Una volta trovata casa, siccome la pago, è urgente trovare un lavoro.
Mi metto sotto pressione. Non so se può funzionare per tutti però riesco in questo modo a fare le cose.
Mentre le volte che ho passato il tempo progettare non è servito a nulla. Gran parte delle cose che avevo progettato non funzionavano nel mondo reale.
Che consigli daresti a chi si trova in Italia in una situazione simile alla tua quando dovevi ancora partire?
Cominciate a seguire le persone che lo hanno già fatto.
Chiedetevi se l’espatrio è l’obiettivo principale della vostra vita in questo momento. Se lo è, deve essere la prima cosa alla quale pensate quando vi svegliate al mattino. Poi è veramente facile trasferirsi.
Cominciate già a pensare e comportarvi come volete essere tra due o tre anni. Convincetevi immediatamente che potete farcela.
Grazie Luca!
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