London School of Economics: l’esperienza (e i consigli) di un italiano in fuga

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Abbiamo incontrato a Londra Roberto Orsi, che sta facendo un dottorato in Relazioni internazionali presso la London School of Economics.

32 anni, originario di Saluzzo, in provincia di Cuneo, Roberto si è laureato in Giurisprudenza all’Università di Torino. Ha vissuto prima ad Amburgo (tra il 2005 e il 2006), poi a Londra (2006-07), è quindi tornato in Germania – a Francoforte – nel 2008, e dal settembre dello stesso anno risiede stabilmente nella capitale inglese. In questa intervista abbiamo ripercorso la sua interessante esperienza in Germania e nel Regno Unito, e abbiamo cercato di fare un po’ di chiarezza nel caos economico, politico e sociale nel quale siamo ormai immersi. Con la speranza che queste considerazioni aiutino gli italiani che stanno meditando la “fuga” a fare scelte più consapevoli.

Intervista di Andrea Muzzarelli

Ciao Roberto, quand’è che hai pensato per la prima volta di lasciare l’Italia?

Ho cominciato seriamente a pensare di lasciare l’Italia nel 2001, quando ancora frequentavo la facoltà di Giurisprudenza a Torino. Mi resi conto che non sarei mai riuscito a realizzare nulla nel posto in cui mi trovavo, né in termini professionali, né in termini di vita personale. Così nacque l’idea di trovare una via d’uscita all’estero, e mi misi peranto a imparare il tedesco, precisamente con questa intenzione. Per un occhio attento, non era difficile capire che l’Italia era un paese in crisi profonda già dieci anni fa. In un certo senso, la situazione odierna del nostro paese non è che la prosecuzione delle tendenze di lungo corso già riconoscibili allora. E forse anche prima.

Alla fine hai deciso di trasferirti in Germania. Che ricordi hai di questa esperienza?

La mia esperienza di vita e di lavoro in Germania ha avuto un impatto sul corso degli eventi nella mia vita difficile da sovrastimare. La Germania, la cultura tedesca e specialmente una buona padronanza della lingua mi hanno aperto prospettive sorprendenti. Paradossalmente, non sarei qui a Londra a lavorare e studiare presso la LSE – una delle università di studi sociali migliori al mondo – se non mi fossi prima di tutto concentrato sulla Germania, il vero cuore del nostro continente, l’autentica fucina di molte delle idee centrali del nostro tempo. Per questo consiglio sempre vivamente a tutte le persone interessate a formarsi una vera cultura, e in modo particolare ai miei studenti, di imparare bene la lingua di Goethe. Certo, la Germania non è un paese facile, e l’impatto fu a suo tempo duro, soprattutto da un punto di vista psicologico, particolarmente per una persona come me, che viene dal profondo della provincia italiana ed era abituata a uno stile di vita completamente diverso. Tuttavia, si impara presto a godere degli aspetti positivi della società teutonica: tutto (o quasi) funziona, e due-tre piccole arrabbiature in meno ogni giorno, rispetto all’Italia, moltiplicate per 365 fanno alla fine una qualità di vita notevolmente migliore.

Come ti è sembrato l’ambiente lavorativo e culturale tedesco rispetto a quello italiano?

I tedeschi sono estremamente ambiziosi. L’ambizione (Ehrgeiz) è al centro della vita del tedesco. Questo ha molti vantaggi, ma anche alcuni lati non del tutto positivi. I vantaggi sono soprattutto riflessi nell’efficienza e nell’alta qualità dei servizi e dell’organizzazione del lavoro. In Germania si punta sistematicamente all’eccellenza e al funzionamento razionale della propria attività, qualunque essa sia. Paradossalmente, in Germania si lavorano meno ore che in Italia, ma la produttività è molto più alta grazie alla pianificazione e all’approntamento di tutte le infrastrutture necessarie allo svolgimento di qualsivoglia mansione. A differenza dell’Italia, non si improvvisa e non si spende metà del tempo cercando di far funzionare cose che non funzionano. I lavoratori a qualunque livello devono ottenere certificati di abilitazione a precise mansioni attraverso un sistema di apprendistato (Berufsausbildung), svolto presso le aziende e lavorando per davvero, garantendo così una competenza e una qualità molto elevate. Tutta questa organizzazione comporta però anche degli svantaggi. Innanzitutto, l’ambizione del tedesco lo porta a concentrarsi quasi esclusivamente sulle questioni economiche e di prestigio sociale, trascurando altri aspetti della vita. Per mia esperienza, la quasi totalità delle conversazioni che si ascoltano in Germania riguardano il lavoro, la carriera, il denaro, gli esami universitari, le tasse. Questo può a lungo andare incidere negativamente sulla percezione che si ha del paese. In secondo luogo, una macchina così organizzata e complessa come il mercato del lavoro in Germania è necessariamente poco flessibile: difficilmente si può ottenere un posto di lavoro senza aver preventivamente frequentato corsi e specializzazioni ottenibili quasi esclusivamente in Germania. Un’altra importante caratteristica della Germania è l’alta qualità della vita culturale che, per quanto anch’essa in declino rispetto allo splendore del Kaiserreich e di Weimar, rimane comunque la più florida del continente.

Cos’è che alla fine ti ha portato alla London School of Economics?

Molte cose diverse, che in qualche modo si sono combinate per portarmi qui. Sostanzialmente mi resi conto, mentre lavoravo in Germania, che avevo bisogno di ulteriori qualificazioni a livello accademico. Nel frattempo, avevo realizzato che la professione legale che mi accingevo a intraprendere non era quello che realmente volevo. Così decisi di frequentare un master in Relazioni Internazionali presso la London Metropolitan University. Qui ebbi la fortuna di conoscere il professor Peter Gowan, un uomo davvero eccezionale purtroppo scomparso nel 2009. È stato lui a indirizzarmi verso la prosecuzione dei miei studi a livello di dottorato, e dopo una serie di peripezie sono finalmente riuscito ad approdare alla LSE.

Vivi a Londra da alcuni anni. Che idea ti sei fatto di questa città e della Gran Bretagna in generale?

Sono naturalmente in grande debito con questo paese, e con Londra in particolare, per tutte le cose che ho imparato qui negli ultimi anni. Intellettualmente, sto vivendo un’esperienza davvero straordinaria. Ma sono anche consapevole che questo è solo l’aspetto migliore della città, ovvero ciò che resta in fondo dell’antica grandezza di questo paese, ancora visibile nelle sue tradizioni accademiche, vero motivo per il quale sono qui. Sono invece alquanto critico rispetto alla sorta di “esperimento sociale” che è la Londra di oggi, e in generale sono davvero scettico sul futuro nel Regno Unito in generale. Al di là di una sfavillante facciata di glamour, Londra è sempre di più un mosaico di comunità su base etnica e religiosa, non di rado in astio tra di loro, quasi completamente dipendenti dal sistema del welfare. Non per niente è stato coniato il termine Londonistan. La qualità della vita, se non si è abbastanza ricchi da vivere nel quartieri giusti, è bassa. Il degrado, materiale e sociale, è pressoché onnipresente e in continua ascesa. È interessante notare come il progetto della Cool Britannia degli anni di Blair, la Londra capitale “global” di un mondo “global” si sia tramutato in un incubo, materializzatosi nelle recenti rivolte urbane. Non c’è nulla di cool nell’esperimento multietnico e multiculturale che è la Londra di oggi. L’élite che controlla questo paese, e che oggi esprime direttamente il governo nella persona di David Cameron, ha riconosciuto apertamente il fallimento del progetto (“il multiculturalismo è fallito”), che rischia di compromettere la stabilità politica di quella che è e rimane, senza alternative, la base territoriale necessaria per la presecuzione in sicurezza dei loro affari finanziari. Insieme al resto dell’Europa, è chiaro che questo paese necessita di una profonda riforma della sua demografia, sia in termini quantitativi che qualitativi, ma questo rimane per il momento un tema tabù. A parte le grandi città, il resto del Regno Unito è un paese molto bello, con splendidi paesaggi, spesso curati maniacalmente, ma è anche un deserto industriale il cui futuro economico rimane quantomai incerto. La Gran Bretagna ha vissuto di finanza fino al 2008: la City era il suo unico vero motore economico di un certo peso. Dall’inizio della crisi il paese vive stampando sterline e alimentando il debito pubblico. Non so fino a che punto questo potrà durare.

Consiglieresti la LSE a un giovane italiano interessato a studiare all’estero?

Assolutamente sì. La LSE consente di vivere un’esperienza di studio, di lavoro e di vita che in Italia non è minimamente ripetibile. La quantità di eventi, anche pubblici e completamente gratuiti, ai quali è possibile partecipare è assolutamente straordianaria. Qui vengono a parlare i più grandi studiosi di scienze sociali, di politica, di economia, di sociologia del mondo. Ho avuto modo di ascoltare e vedere direttamente ministri e capi di stato. Inoltre, la LSE ha risorse poderose in termini di organizzazione (la più grande biblioteca di scienze sociali del mondo) e di didattica.

Dal momento che sei un esperto in relazioni internazionali, vorrei chiederti una previsione da qui a cinque anni sull’Italia e l’Europa a livello politico-economico.

Parlando di tendenze di lungo periodo in atto, è mia convinzione che i prossimi decenni, non solo i prossimi anni, saranno caratterizzati dall’emergere con sempre maggiore evidenza e prepotenza delle questioni demografiche in molte, diverse sfumature sia in Italia, sia in Europa e nel mondo. In Italia e in Europa, l’invecchiamento della popolazione e la denatalità rendono impossibile una prosecuzione sulla strada del welfare così come lo conosciamo. L’immigrazione, come ampiamente dimostrato dalle esperienze dei paesi del Nord Europa, può essere solo in minima parte una risposta, e solo a condizione che chi immigra sia non integrabile (parola-slogan sostanzialmente priva di significato), ma assimilabile al paese ospitante. La seconda tendenza in atto da prendere in considerazione è chiaramente l’evolversi della situazione politico-economica caratterizzata da quella che denominiamo comunemente “globalizzazione” e dalla sua crisi attuale. La mia impressione è che nel giro di poco tempo, massimo due anni, saremo preda di una gravissima crisi finanziaria e fiscale, come non abbiamo mai affrontato almeno nelle ultime due generazioni. In particolare per l’Italia, è matematicamente impossibile che un paese come il nostro riesca a mantenere in piedi lo stato sociale e, contemporaneamente, possa abbattere un debito di 1.900 miliardi di euro, né che possa riuscire a pagare interessi sempre più onerosi. Nei prossimi anni dunque affronteremo un autentico tsunami economico-finanziario, che in Italia avrà un impatto profondo su quelle che sono ancora oggi, nonostante tutto, le grandi sicurezze dell’italiano medio: dal suo conto in banca alla casa di proprietà. L’Italia, come in realtà molta parte dell’Europa e dell’Occidente, può nel prossimo futuro scegliere a grandi linee tra una catastrofe inflazionistica e una deflazionistica. Io credo che si sceglierà la prima, perché alcune istituzioni (lo stato in primis, e poi le grandi banche e i grossi gruppi) potrebbero anche riuscire a sopravvivere, e perché sarebbe più gestibile da un punto di vista politico. Tuttavia, ci sono anche motivi per essere ottimisti: in un paese come il nostro, il crollo che sta per arrivare avrà anche effetti liberatori di forze a lungo soppresse, porterà molto probabilmente a un cambiamento politico, e forse a ridiscutere le fondamenta stesse della nostra comunità nazionale. Tra cinque anni saremo certamente nel mezzo della transizione, probabilmente nella sua fase più difficile e dolorosa. In tutto questo, il futuro dell’Europa come Unione Europea è quantomai incerto. Sono necessarie drastiche riforme sia dell’Unione, sia soprattutto dell’euro, che palesemente non ha mai funzionato come nelle previsioni. Il problema è che non abbiamo più tutto questo tempo a disposizione.

Cosa potrebbe portare l’Italia a un vero punto di svolta?

Credo che siamo ormai arrivati al punto di svolta. Il vero cambiamento è già in atto, e si traduce nel continuo peggioramento dei conti dello stato. Come osservavo in precedenza, l’inevitabile bancarotta sarà il culmine della svolta politica, e non solo dell’Italia, ma di tutto l’attuale sistema capitalistico occidentale, date le dimensioni dell’economia italiana e del suo debito. Machiavelli disse che un uomo dimentica prima la morte del padre che la perdita del proprio patrimonio. Sono personalmente convinto che in Italia, in Europa e nell’Occidente tutte le cose non cambieranno sino a quando gli individui non saranno toccati nell’unica dimensione rimasta (oltre quella della persona fisica) che ancora li mantiene all’interno di un legame sociale: il denaro. Gli italiani scopriranno che il loro destino non può essere disgiunto da quello del paese, e scopriranno che per decenni hanno vissuto all’interno di una gigantesca illusione, che si estende ben oltre il semplice “berlusconismo” e coinvolge in qualche modo tutto il nostro modo di pensare la politica, l’economia, la società e la nostra vita personale.

Se l’Italia ha ormai ben poco da offrire ai giovani, quali sono i paesi verso i quali potrebbe essere interessante dirigersi?

Questa è una domanda difficile. Se parliamo di singoli individui che si trasferiscono all’estero, è probabile che, nonostante tutto, i paesi nordici faranno meglio dell’Italia. Tuttavia, date le dimensioni della crisi, è più facile prevedere che il flusso di giovani italiani (e greci, e spagnoli, e portoghesi etc…) in fuga dal proprio paese diventerà un torrente in piena. Non esiste tuttavia alcun mercato del lavoro in Europa, e forse nemmeno altrove, che possa assorbire così tante persone. Prendiamo il caso di Londra: è certo una delle prime destinazioni che possono venire in mente, a causa della prossimità geografica, della lingua ormai universale, e della presenza di molti connazionali. Ma Londra non può assorbire tutti, specie in un momento come questo, quando anche qui l’economia è in crisi, e i posti di lavoro scarseggiano. Tutto dipende dalle qualificazioni e dal livello di specializzazione. Ma venire qui senza sapere esattamente cosa cercare, che era quasi la regola dieci anni fa, è tutto sommato sconsigliabile. Inoltre, data la precaria situazione internazionale e il continuo peggioramento delle relazioni internazionali, non è impossibile che gli stati comincino ben presto a erigere barriere contro l’immigrazione anche dal Sud Europa. Paradossalmente e contrariamente al credo liberal sui grandi benefici dell’immigrazione, i paesi che faranno meglio nel prossimo futuro sono probabilmente quelli in cui è quasi possibile immigrare, o comunque non è possibile immigrare in massa, come Australia, Nuova Zelanda, Canada e, in genere, i paesi orientali. Ma per chi ha una specializzazione sufficiente, potrebbero esserci degli spiragli.

Progetti per il futuro? Lascerai la Gran Bretagna quando avrai finito il dottorato?

Il futuro è quantomai incerto. Dopo cinque anni nel Regno Unito, sarei lieto di cambiare paese, imparare una nuova lingua, conoscere una cultura differente. Ci sono teoricamente varie possibilità. Innanzitutto tornare in Germania, cosa che non mi dispiacerebbe affatto data l’alta qualità della vita e le ottime tradizioni accademiche. Poi la Scandinavia, un gruppo di paesi che sta espandendo notevolmente il settore universitario. Sto anche pensando alla possibilità di un “piano B” che mi porti, almeno per qualche anno, in Asia orientale. Questo pensiero mi sorge ogni qualvolta inizio a considerare le tendenze in atto nel lungo periodo in relazione alla mia vita. Se penso che il “picco” della mia produzione accademica verrà tra 15-20 anni, in quale mondo vivremo allora? Con molta probabilità, in uno in cui la macro-regione Asia-Pacifico sarà ancora più prominente di quanto non lo sia oggi. Avrebbe quindi perfettamente senso cercare esperienze di vita, studio e lavoro laggiù. Sempre che mi concedano un permesso di soggiorno.

Grazie Roberto, e in bocca al lupo per la tua carriera accademica!

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commenti





  • Paul

    Articolo e Riflessioni di Roberto sono molto interessanti. Le previsioni per il futuro sono molto probabili ed in linea con le mie (mi ha sorpreso quanto, pensavo di essere uno che vedeva troppo nero).

  • Federico Triolo

    Buonasera Roberto,
    sono uno studente del 3 anno di economia e commercio. A Bergamo, da “emigrato” come è stato lei, saprebbe inidirizzarmi in qualche stato o università per conseguire la pesialistica e perchè no il master ad un costo univeristario contenuto?. La ringrazio!.
    Federico

  • alice

    per risolvere il problema in italia ci vogliono investimenti.
    Capisco che per chi è stato sempre abituato a teorizzare tutto questa praticità sia troppo luminosa.

    È vero che non conosciamo il futuro.

    È certo che il popolo italiano è un paese d’individualisti
    ed e questo il vero problema.
    Si pensa poco alle conseguenze di un’azione in relazione alla comunità.

    Ma ciò che salverà l’italia é l’artigianalita.
    Una cultura radicata e
    profonda difficile da
    esportare da globalizzare.
    È un modo di pensare.

    Siamo sopravvissuti a molti invasori e il nostro territorio è sempre stato suddiviso in pezzettini.
    Nonostante ciò abbiamo una lingua comune
    Tra le più belle.
    Forse la più bella
    É un paese di grande bellezza e docezza e tutto questo non può essere sottovalutato.

    Vogliono il rigore?
    Non è il nostro territorio ideale….
    Come faremo?
    Sopravviveremo.
    Ci mangeranno?
    Ci sfrutteranno?
    Sono mostri immensi quelli che ci vengono incontro.

    Pensate a Davide e Golia.
    Troveremo la fionda e abbatteremo il gigante che ci vuole stritolare -l’economia-

    Il vecchio continente ha gli stessi nostri problemi.
    Non sono evidenti come da noi
    Ma sono gli stessi
    È un domino
    E i potenti lo sanno
    E stanno cercando di puntellarsi a vicenda.

    L’altro grave problema è la classe politica una manica di debosciati pronti a fare come l’economia mondiale fruttare e speculare fruttare e speculare.

    La politica ci vuole la politica và fatta ma la politica deve pensare alla società.
    Al suo bene primario che é il guadagno della politica stessa.

    Soluzione:
    Dal basso Ogniuno si prenda cura del proprio vicino
    Essere sentinelle per gli altri che ci stanno vicini
    Dall’alto:
    Cercare investimenti
    Non speculare ma lavorare per creare Ricchezza.
    Parallelamente la politica deve far decadere moltissimi privilegi e toccarsi il portafoglio.
    Per ottenere l’unico vero guadagno l’elettorato, il paese, l’europa.

  • Amanda

    l’Asia? li’ si che la qualità della vita è alta.. in bocca al lupo!

  • Amanda

    La solita lamentela dell’italiano che lascia il paese perchè stanco delle inefficienze e dell’inadeguatezza del sistema.. tutte chiacchiere sentite e risentite! chiunque vorrebbe vivere in un paese che funzioni bene, con un livello elevato di welfare!, ricco e senza debito.. ma signori miei! se le cose non funzionano bisogna lavorare per cambiarle! dovrebbe essere questo il vero motivo di andare a studiare fuori! cosa volete farci con tutti i titoli e le qualifiche che raccogliete a destra e a manca???? non credete che sia il caso di farle fruttare????? mi dispiace ma il vero fallimento siete VOI che vi lamentate sensa contribuire veramente!!

  • buiopesto

    Cominciamo con lo scaricabarile, dai! Tanto é solo un gioco: ci si insulta un poco a vicenda e non ci si fa del male. Quindi io dico che il fallimento sei TU (con le maiuscole e un sacco di punti esclamativi)!!!! Sei tu e tutti quelli che non fanno lo sforzo di riflettere e ció nonostante sbraitano e postano commenti sgangherati. Dove starebbe la “lamentela”? Se avessi letto attentamente vedresti che Orsi fa un’analisi argomentata e non una lamentela. Vuoi un esempio di lamentela, eccoti: “Eh signora mia, tanto si sa che sono tutti uguali!”. Se non riesci a vedere la differenza fra un ragionamento e una lamentala sei in vantaggio: vincerai sempre tu a scaricabarile.

    Ti faccio anche notare che Orsi si dimostra capace di analizzare vantaggi e svantaggi delle altre societá con le quali é entrato in contatto (Germania e Londra). Mentre una lamentela suonerebbe circa cosí “Eh signora mia, in Germania sí che le cose funzionano, mica come qua da noi”.

    E per chiudere (per il momento) tieni presente che non di rado gli emigrati contribuiscono alla crescita sociale e economica del luogo di origine. Economicamente: le rimesse degli italiani all’estero o dei meridionali al nord hanno permesso a molte comunitá locali di continuare ad esistere e, in alcuni casi, di prosperare. Socialmente: quanto imparato da altre culture puó servire a rendere l’Italia un paese migliore. Purché ci sia ancora gente in giro capace di ascoltare invece di inveire a casaccio e di giocare a scaricabarile.


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