Storia di un’insegnante di Italiano in Germania

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Sabrina Ceraso è dovuta partire dalla Calabria per mancanza di lavoro ed ha avuto l’opportunità di insegnare italiano in Germania dove ha anche imparato molto sugli emigranti di prima, seconda e terza generazione.

Ecco la sua storia.

Il telefono squillò a lungo, ero in un’altra stanza avevo appena finito di chiacchierare con mia sorella, nella mia testa pensai probabilmente Alessandra si è dimenticata di dirmi qualcosa, invece fu una telefonata di quelle che ti cambiano la vita.

L’emozione mi lasciò senza parole. Con voce chiara si presentò il Dirigente del Consolato di Friburgo, alle dipendenze del Ministero degli Affari Esteri, mi contattava per una cattedra di italiano nella scuola primaria di Konstanz, città a sud della Germania al confine con la Svizzera. Un solo giorno per decidere, un’infinità di dubbi, un’occasione da prendere al volo.

La decisione all’apparenza poteva sembrare una forma di evasione dal sistema scolastico italiano, una scelta scaturita da aspettative deluse per via di manovre politiche per certi versi inaccettabili.

A causa dei bruschi tagli economici, non ero riuscita ad ottenere neanche uno stralcio di supplenza. Nonostante gli anni di servizio ero rimasta senza lavoro, una realtà tipicamente italiana che rende tutti noi, giovani insegnanti, precari nel mondo della scuola, ancora di più oggi “senza abilitazione bisogna arrangiarsi!”.

Eppure il motivo di questa scelta va al di là del legittimo desiderio di dare una svolta al mio lavoro; per me quest’esperienza ha rappresentato qualcosa di molto più profondo, un’opportunità come poche di mettersi in gioco unendo tutte le energie per sfidare se stessi.

Si trattava di avere la fortuna di poter rappresentare la nostra nazione, di far conoscere la nostra cultura, la nostra lingua, di approfondire le mie conoscenze linguistiche, di arricchirmi ogni giorno di esperienze nuove stando a contatto con persone diverse, dalle quali avrei imparato tanto.

In effetti, ho avuto la possibilità di osservare con i miei occhi posti differenti, scontrarmi con mentalità opposte alla mia, toccare con mano una realtà così lontana dall’Italia e dalla Calabria.

Sono giunta alla consapevolezza dell’immenso valore dell’emigrazione italiana in Germania, apprezzo gli enormi sacrifici di tutti coloro che con tanta amarezza hanno lasciato il loro paese adattandosi alla durezza e alla rigidità teutonica.

Ho capito inoltre, quanto l’Italia sia unica nel mondo nonostante i suoi difetti e l’idea di paese ricco e felice che ne hanno all’estero.

Intraprendere questo viaggio per me è stato come seguire una legge interiore, un qualcosa che ti infonde gioia per quello che fai, che ti rende felice ad ogni sguardo di un papà fiero delle parole d’italiano che il figlio pronuncia. Ti senti artefice di un piccolo miracolo della memoria.

Per non parlare poi, del sorriso di ogni bambino che ti racconta dell’Italia, delle vacanze al mare, delle storie narrate dai nonni, del desiderio di una vera pizza italiana.

Durante le lezioni gli sguardi assorti dei miei alunni erano rivolti con curiosità alle immagini delle nostre più belle città italiane: Roma, Firenze, Venezia, Palermo. Leggevo nei loro occhi il desiderio di conoscerne la storia, esprimevano chiaramente la voglia di entrare in contatto con l’arte, la musica, la letteratura italiana.

Conservo molti ricordi che rivedo davanti i miei occhi, sul fermo immagine riesco a scorgere profondi momenti di solitudine, la lontananza dagli affetti e dal proprio paese. Un enorme vuoto interiore che condividi e colmi attraverso le persone che incontri, attraverso le loro esperienze che diventano le tue.

Il giorno della partenza lo ricordo ancora, mi trovavo a Roma in aeroporto, quando incontrai il primo angelo che mi aiutò in questa mia avventura.

Il signor Lettera, ricordo il suo nome anche se non l’ho più rivisto. Mi fece compagnia per tutto il viaggio, mi raccontò della prima volta in cui da ragazzo per lavoro aveva scelto di lasciare il suo paesino in Abruzzo per raggiungere la Svizzera. Una storia di emigrazione come tante, ma che in periodo di crisi era divenuta ancora più triste.

Il signor Lettera padre di famiglia, con grande dignità mi confessò, di essere stato mandato in mobilità dall’azienda per la quale aveva lavorato per più di venti anni. Approfittando della scomoda situazione aveva deciso di scendere per qualche giorno in Italia per far visita ai suoi genitori.

Molto gentilmente si offrì di accompagnarmi alla stazione tedesca di Basilea, perché in territorio Svizzero sono presenti due linee ferroviarie rispettivamente quella tedesca la Badischer Bahnhof e quella svizzera Bahnhof SBB.

Io avrei dovuto prendere il treno nella stazione tedesca, in questo modo sarei arrivata direttamente nella città di Konstanz. Venne a prenderci la moglie, una distinta signora svizzera, mi guardò all’inizio con diffidenza, poi chiacchierando si dimostrò gentile e disponibile. Aspettarono con me fino all’arrivo del treno, ci scambiammo i numeri di telefono, promisi di avvisarli del mio arrivo a Konstanz. Dopo quella telefonata non ho più avuto loro notizie.

Sul treno si sedette accanto a me un ragazzo che dall’aspetto sembrava italiano, mi disse di parlare solo spagnolo, io purtroppo conosco soltanto poche parole, così cercai di fargli capire quella che era la mia richiesta e lui promise di aiutarmi dicendomi, che alla stazione di Konstanz sarebbe venuta a prenderlo la sua fidanzata e lei mi avrebbe indicato la fermata dell’autobus per raggiungere l’ostello in cui avrei alloggiato fino a quando non avrei trovato una stanza per la mia permanenza.

Riuscii a prendere l’autobus, quando scesi alla fermata pioveva a dirotto. Un signore mi mostrò l’ostello sulla riva del lago. Era un vecchio faro tutto illuminato con all’interno una gran confusione: scolaresche, giovani provenienti da svariate regioni della Germania, studenti universitari, uomini d’affari, donne anziane che avevano deciso di girare il lago in bicicletta.

Ero divertita da quell’ atmosfera, ero l’unica italiana, dividevo la stanza con altre tre ragazze tedesche, osservavo i loro modi strani di mangiare, i loro sguardi inespressivi, facevo finta di leggere un libro, ma in realtà ero curiosa di ascoltare i loro discorsi.

La mattina seguente mi recai in centro città, in un negozio di telefonia. Con una Sim card tedesca telefonai al Consolato per informare del mio arrivo.

Parlai con il Dirigente, che con tono deciso mi disse: “Bene Frau Ceraso, oggi alle due si terrà il primo collegio docenti, chiami la sua collega e si organizzi per venire a Friburgo”. Mi dettò il numero della Sign.ra RosaMarina un nome un po’ buffo dalle nostre parti, fortunatamente riuscii a contattarla.

Con un marcato accento veneto, mi diede un appuntamento e intorno alle undici partimmo in macchina, in compagnia di un’altra collega di nome Eva.

Attraversammo tutta la foresta nera, per interi chilometri vidi solo alberi, un paesaggio surreale. Iniziai ad immaginare i boschi di Hänsel e Gretel che avevo fantasticato da bambina, quei luoghi così verdi, ma allo stesso tempo così solitari, mi avevano trasmesso un senso di malinconia. Per fortuna arrivammo abbastanza puntuali in città, il tempo di un caffé e raggiungemmo la sede del Consolato.

Fu un’emozione indescrivibile, il momento in cui per la prima volta varcai la soglia di quell’enorme portone blindato, in alto si leggeva la scritta “Consolato d’Italia”, ricordo un’accoglienza squisita da farmi sentire come a casa (intendo in Italia ovviamente), i colleghi erano un po’ sorpresi di vedere una ragazza forse dall’aspetto troppo giovane per il carico di lavoro che si prospettava. Mi raccomandarono di tenere duro, mi garantirono il loro sostegno in caso di necessità.

Alla fine del collegio, il Dirigente mi strinse la mano augurandomi un grande in bocca al lupo. Avevo firmato un contratto per il MAE, confessai a me stessa e al Dirigente a bassa voce, che in quell’istante si era appena realizzato un sogno.

Il giorno seguente impegnai tutto il mio tempo alla ricerca di un alloggio temporaneo. Non potendo restare all’ostello mi recai all’università. Strappai dalla bacheca alcuni bigliettini con i numeri di telefono di studenti che offrivano un alloggio, ne contattai qualcuno, ma per ottenere un appuntamento bisognava aspettare un’intera settimana.
A quel punto andai in centro per comprare il giornale e dare uno sguardo agli annunci. Non trovai niente di interessante, il tempo stringeva e l’indomani avrei dovuto lasciare l’ostello.

Le prime ombre del buio si addensavano sulla città, dai finestrini dell’autobus il mio sguardo fu attratto per un istante da un enorme insegna rossa, “Pizzeria romana”.

L’autobus si fermò un po’ più avanti della pizzeria, scesi e percorsi la strada tornando indietro.

Mi fermai davanti la porta del ristorante, feci un gran respiro e con una buona dose di coraggio entrai. Silenzio, la pizzeria era vuota, mi salutò una cameriera alla quale chiesi se era possibile poter parlare con il proprietario.
Molto gentilmente andò a chiamarlo, uscì un ragazzo dalla porta della cucina, mi presentai con voce tremante e lui rispose: “Fontana!”.

Gli domandai se parlava italiano, rispose: “No! mi dispiace, ma capisco italiano, mia moglie è italiana”.

Scoprii in seguito che la moglie aveva origini Calabresi, sua mamma era nata a Catanzaro, una città che paradossalmente oggi vive l’esperienza speculare dell’immigrazione.

Nel frattempo cercavo di osservarlo per capire se potevo fidarmi e a quel punto chiesi: “Ha per caso una stanza per me?
Sto cercando un alloggio”.
Lui mi guardò dalla testa ai piedi mi fece alcune domande e poi disse: “Si! è al piano di sopra, se vuole gliela faccio vedere”.

Salimmo dal retro del locale era un piccolo appartamento che avrei dovuto dividere con due ragazzi Kurdi. Decisi di accettare, la stanza era vuota ma pulita, a volte quando rivedo quell’immagine nella mia mente, non posso che pensare a quanto sia stato faticoso, soprattutto per i primi emigranti arrangiarsi in alloggi di fortuna è così difficile cominciare, ma Cesare Pavese ci insegna che è bello vivere perché vivere è cominciare, sempre in ogni istante.

In realtà, forse è da quello spazio vuoto che decisi di riempire, che ha avuto inizio la mia esperienza in Germania.
Serwar, il ragazzo Kurdo che si era affacciato dalla sua stanza, incuriosito della presenza di una giovane italiana, si offrì di cedermi il suo materasso, lui avrebbe dormito sul tappeto, mi spiegò che in Kurdistan rientra nella loro cultura. Quel gesto non lo dimenticherò mai, un giovane ragazzo della mia età appena conosciuto, proveniente dal lontano Oriente, un paese sicuramente non fortunato come il mio nella difficoltà mi aveva offerto tutto quello che poteva offrirmi in quel momento.

Ringraziai della disponibilità, risposi di non preoccuparsi, perchè sarei ritornata non appena il Signor Fontana avrebbe trovato un letto anche per me. Tornai in ostello per l’ultima notte e il mattino seguente traslocai in quella che fu “la mia casa” in Germania, mi piace definirla con questa espressione, perché mi sono sentita veramente accolta fin dal primo giorno.

Mi mancano tanto i miei amici Jusef e Serwar, mi aspettavano impazienti la sera dalla finestra, la cena pronta sul tavolo, il posto apparecchiato anche per me, contenti di farmi assaggiare i loro tipici piatti Kurdi, provavo grande tenerezza nei loro confronti, quella tristezza che spesso leggevo nei loro occhi, mi lasciava senza parole era come se la povertà del loro paese di origine continuasse a vivere dentro di loro.

Dentro di me, seppur consapevole che avrei potuto trovare una casa più comoda, non ho mai avuto il coraggio di abbandonare quella che è stata la mia seconda famiglia, era bello sentire il calore del focolare domestico in quella fredda atmosfera tedesca.

Quando i miei due amici invitavano anche i loro amici di altre nazionalità, mi sentivo avvolta in un universo senza confini, un magico incontro di culture, persone e mondi, così distanti ma così vicini.

Non dimenticherò mai il giorno della mia partenza, sentivo Serwer scappare continuamente in bagno. La sera prima era uscito con due suoi amici tedeschi e avevano bevuto, quando mi recai in cucina per salutalo era seduto su una sedia con la testa poggiata sul tavolo, lo guardai e gli dissi che lui non poteva imitare i ragazzi tedeschi, perché lui apparteneva ad un altro mondo.

Serwer mi abbracciò forte e guardandomi con occhi gonfi di lacrime, rispose queste parole: “Beata te, tu sei Italiana, tu puoi tornare in Italia, io non potrò mai tornare al mio paese”.

Alcune frasi le capisci solo con il tempo, quando ripensando ai tuoi vissuti, comprendi che la nostalgia, che si vive durante lunghi periodi di permanenza lontano dalla tua terra, non è solo dell’emigrante che ha costruito una rete di relazioni e di identità nel nuovo mondo, la nostalgia riguarda luoghi mai visti e radici negate.

L’esperienza d’insegnamento nella scuola tedesca non è stata facile, il sistema scolastico in Germania è molto selettivo per non definirlo classista, questo aspetto, infatti, rende estremamente difficile la promozione sociale di chi parte da condizioni culturali svantaggiate, e in molti casi a scuola i figli delle famiglie italiane hanno molte difficoltà.
Spesso, perché non parlano o non capiscono il tedesco, o perché parlano un tedesco dialettale e sgrammaticato, così finiscono per essere confinati nelle scuole che non danno accesso all’università.

Dalla mia esperienza ho percepito la sensazione di precarietà degli alunni italiani dovuta ad un’integrazione forse non avvenuta completamente pur essendo molti degli alunni cittadini tedeschi a pieno titolo. In diverse classi, ho avuto la sensazione che per alcuni, l’insegnamento della lingua italiana è percepito in maniera sbagliata, come se rappresenti solo un obbligo imposto dai genitori.

Mi è capitato di assistere a dialoghi in classe tra fratello e sorella che si esprimevano in tedesco, come se, oltre alla mancanza d’interesse esistesse un muro, un rifiuto che forse nasce da un bisogno di farsi accettare dagli altri ragazzi tedeschi.

Per questi ragazzi, figli di italiani, sentirsi integrati a tutti gli effetti all’interno della scuola tedesca spesso, vuol dire annullare la propria identità, vuol dire recidere i legami con le loro origini.

Un problema serio, che ho cercato di risolvere coinvolgendo i genitori, affinché con il loro aiuto in qualche modo, riuscissi ad aprire un dialogo tra padri e figli, alla luce di un rapporto più adulto ed evoluto.

Ho cercato di insegnare ai bambini, di smettere di pensare in categorie rigide ed impermeabili, di non curarsi dei pregiudizi, ma di sentirsi persone come gli altri, alle quali anzi è stato affidato un compito importante conservare il patrimonio culturale e linguistico del loro paese di origine.

Con questa visione ho spiegato come la lingua madre meglio consente di apprendere la lingua straniera, perchè costituisce la pietra miliare della propria identità etnica, e soprattutto oggi nello scenario attuale nell’ambito dell’Unione Europea, sarà per loro utile in futuro.

Ognuno di noi è una somma di identità, non ci esauriamo in una sola appartenenza: siamo spugne, pronte ad acquisire radici nuove che si intrecciano alle radici vecchie.

Tutti, consapevoli o meno, ci costruiamo nell’arco della vita un’identità. Essa, trae origine dal luogo o dai luoghi in cui si è vissuti, dalla fanciullezza, dalla famiglia, dall’educazione, dai maestri, dai compagni, dagli amici, dalle consuetudini, dalla lingua che si parla, dall’ambiente della scuola, del lavoro e dello svago, dai rapporti sociali, dal grado di integrazione con gli altri.

L’identità, si costruisce giorno per giorno e crea in ciascuno una mappa di persone e di luoghi, di rapporti con l’ambiente esterno, che indirizzano la propria vita e ne condizionano i comportamenti. L’identità è un’ancora, una boa, un riferimento indispensabile per non sentirsi perduti, estranei, alieni. La crisi identitaria, vissuta dagli emigranti in terra straniera è percettibile nella lenta, inesorabile deprivazione verbale che si instaura in chi è sempre sul confine tra lingua madre, lingua nazionale e lingua della comunicazione socializzata.

Gli italiani residenti all’Estero devono sentirsi più ricchi culturalmente, in quanto portatori di un patrimonio di conoscenze originario, e ripensando alla propria identità anche attraverso la memoria, dovrebbero riuscire a ricomporre pian piano i pezzi della propria famiglia, che si ricollegherà naturalmente al paese e all’intera comunità d’origine.

In questo modo, in ciascun emigrante, avrà origine una sorta di antropologia soggettiva, che non è consapevolezza dello sradicamento, ma è capacità critica dell’importanza della memoria delle origini, della centralità della cultura e del riscatto come bisogno concreto della comunità migrante.

Ho insegnato la lingua e la cultura italiana fin dal primo giorno con l’entusiasmo di chi crede nel profondo valore dello scambio culturale, nelle mie intenzioni c’è sempre stata la voglia di tornare in Italia con un bagaglio più ricco di conoscenze, così ho cercato di mettere ogni giorno, tutto l’impegno e l’amore che ho per il mio lavoro.

In alcuni momenti, non è stato semplice, potrei definirla veramente un’importante palestra di vita, e se l’imprevedibilità e il peso della precarietà che viviamo nell’attuale mondo della scuola, mi ha portato via dall’Italia, offrendomi questa opportunità, mi reputo fortunata per essermi sentita a volte, come un punto di riferimento per una ristretta comunità d’italiani che vive in un piccolo angolo di mondo.

Oggi ancora più di prima, ho imparato che bisogna stare al passo con i tempi, a tal punto che nell’era dell’insegnamento nel mondo globale, alla professione dell’insegnante sono richieste: maggiori competenze in tutti i campi del sapere è necessaria una forte dedizione allo scambio e al confronto oltre ad una grande capacità di riuscire con determinazione a vincere le nuove sfide.

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Foto: ntn6 su Flickr

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Comments

  1. ANGELO says

    Il racconto pur emozionante non mi e’ piaciuto.. alla fine e’ sempre la stessa storia da emigrante, dove l’Itaila e’ il paese migliore del mondo, e gli altri paese sono un povero contorno. Ragazze tedesche con viso “inespressivo” foresta nera con soli alberi, il loro modo “strano” di mangiare…
    Io viaggio da bambino, e ho imparato ad apprezzare gli altri paesi e soprattutto a non ragionare da emigrato, ma da cittadino del paese dove vivo in quel momento.
    Io ho lasciato l’Italia, e non mi sono pentito affatto, ho trovato posti piu’ belli e meno belli, abitudini differenti certo, ma non marziane, alle quali e’ facilissimo adeguarsi se si ha una mente aperta, ma non ho mai trovato in nessun paese dell’europa occidentale, il malaffare, la maleducazione, il poco amore per il proprio paese (paesaggi devastati, persone che buttano ogni cosa per terra ed altre 10000000000 nostre “buone abitudini), la corruzione, il degrado etc etc, che non mi fanno in nessun modo venire voglia di rientrare neanche per dei brevi weekend.
    Vivo attualmente in un paese civile e civilizzato, cosa molto difficile da comprendere per chi ha questa visione mistica della nostra povera nazione.

  2. Alex says

    Perché non leggi i siti web norvegesi, finlandesi, islandesi, irlandesi e tedeschi? Inoltre cosa c’entrano Irlanda e Germania coi Paesi nordici?

  3. antea colella says

    Salve, vorrei sapere come si fa ad andare ad insegnare italiano all’estero:se ci sono requisiti specifici e quali operazioni compiere per stabilire i contatti diretti.Sono interessata all’area del nord Europa soprattutto Norvegia Finlandia Islanda Irlanda. Anche Germania.

  4. Alex says

    Fulvio, concordo. Inoltre le succitate lingue bisogna saperle a livello madrelingua, a livello di seconda lingua sono solo fuffole.

  5. elisa says

    Salve,
    ringrazio tutti dei commenti… sono contenta di aver suscitato profonde riflessioni che aprono un confronto tra noi “migranti”, persone, incessantemente in viaggio.
    L’opportunità di Insegnare Lingua e Cultura Italiana viene offerta dal Ministero degli Affari Esteri, è necessario però essere inseriti nelle graduatorie, che vengono redatte ogni tre anni dalle rappresentanze consolari (max due), nelle quali si è presentata domanda.
    Bisogna attendere l’emanazione di un apposito decreto che uscirà l’anno prossimo, ad ogni modo tutte le informazioni sono disponibili sul sito Ministero degli Affari Esteri, se qualcuno ha bisogno di chiarimenti può inviarmi un messaggio sulla mia pagina facebook.
    Un caro saluto a tutti gli amici di italians in fuga!
    Sabrina

  6. federica says

    Sabrinaaaaaa ??? l’ abbiamo persa e non sapremo mai come ed a chi ha esattamente presentato la sua candidatura…peccato !!!

  7. valentina says

    Un racconto stupendo…e vero! mi sono commossa quando hai raccontato dei ragazzi Kurdi che ti aspettavano per la cena..ognuno cerca di farsi una sorta di famiglia come può. La domanda per insegnare all’estero l’hai fatta al Mae o al Ministero degli Affari Esteri?

  8. federica says

    bellissimoooo…..!!! mi sono commossa, brava !!
    Posso chiederti please a chi e con quale modalità hai presentato la domanda per insegnare ?? anche io sono una insegnante e voglio uscire da questa prigione italiana, grazie
    Federica

  9. Fulvio says

    Negli anni ’80 andava di moda il francese. Tutti lo imparavano, si trasferivano in Francia, andavano ad insegnare italiano in Francia. Alla fine, il mercato si saturò, e non c’era più posto per nessuno. Adesso sapere il francese è utile quanto conoscere il siciliano…

    Negli anni ’90 andò di moda l’inglese. Iniziò la corsa all’Inglese. Tutti si trasferivano a Londra e simili, ad insegnare italiano in Inghilterra. Alla fine, mercato saturo anche lì. Sapere l’inglese oggi non è più un vantaggio, ma è dato per scontato.

    Negli anni ’00 fu il turno dello spagnolo. Tutti volevano trasferirsi nella Spagna di Zapatero, tutti volevano insegnare italiano in Spagna. Oggi, con oltre 140.000 mila italiani emigrati in Spagna e con la crisi economica di quel paese, lo spagnolo non è più considerato un plus nei curriculum, in quanto lingua poco utile.

    Negli anni ’10 sarà il turno del tedesco. Gente che ha sempre schifato questa lingua e questa cultura, adesso si è fiondata ad impararlo soltanto perchè è l’unico paese che offre qualche chance di lavoro all’interno dell’Unione Europea. Ma già sono 1 milione gli italiani che vivono in Germania, e di insegnanti di italiano (lingua davvero poco utile al mondo d’oggi) non ne hanno proprio più bisogno.

    La mode dettate dalle possibilità di lavoro, come vedete, non durano più di 10 anni. Le lingue si imparano per passione, e non perchè offrono sbocchi lavorativi.
    Se poi la lingua che si parla è anche quella di un paese in cui c’è tanto lavoro, ben venga, ma non deve essere il motivo principale.

    Dico questo perchè vedo sempre più persone che affermano di conoscere 3 o 4 lingue (chissà a quale livello) e lamentarsi di non trovare lavoro. Poi vengo a sapere che le lingue che parlano sono lo spagnolo, il francese e l’inglese… Ma che si aspettano? Il mondo è pieno di spagnoli madrelingua, francesi madrelingua, inglesi madrelingua. Sono lingue iperinflazionate con cui non si cava più un ragno dal buco. Gli immigrati del nordafrica vi passeranno sempre avanti se cercate un lavoro inerente al francese; così come non potrete competere con gli immigrati del sudamerica per lo spagnolo e con quelli dell’India per l’inglese.

    Se avete studiato queste tre lingue per passione è un conto, ma se lo avete fatto solo per le mode dei vari decenni, allora non meritate neanche di trovare un lavoro inerente ad esso…il trucco sta nel differenziarsi, non nel seguire il solito torrente delle mode del momento…

  10. César says

    Ciao Sabrina, vorrei chiederti alcune cose nello specifico, ci potremmo contattare via mail?

  11. sherly says

    Sono rimasta molto colpita da questo racconto intimo ed emozionante. D’altronde qui’ é spiegata davvero bene il rapporto che gli italiani di seconda o terza generazione hanno con il loro paese d’origine. Ho potuto vedere le stesse situazioni in Belgio, in Vallonia, che fu un’importante regione miniera nel periodo post bellico. Grazie per aver condiviso questa esperienza con tutti gli italians in fuga!

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