Il giornalismo anglosassone? E’ aperto alle possibilità e ai giovani

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Gli studi londinesi del network americano CNBC si trovano al sesto piano di un modernissimo ed elegante edificio a pochi passi dalla cattedrale di St. Paul.

E’ qui che abbiamo incontrato Angela Antetomaso, giornalista romana che lavora nella capitale da ormai quindici anni. Laureata in Lingue e Letterature straniere all’Università La Sapienza di Roma, Angela inizia la sua carriera in Italia, ma ancora giovanissima riesce a coronare il sogno di volare a New York per lavorare con la CNN.

Passata nel 1996 a Bloomberg Television, poco tempo dopo viene inviata a Londra per lanciare il canale italiano di Bloomberg. Nel 2000 Enrico Mentana la sceglie come volto di Class CNBC, la rete televisiva tematica creata da Canale 5, Class Editori e CNBC, e le affida la conduzione dello spazio riservato all’economia all’interno del Tg5.

Dal 2003 Angela collabora per Class CNBC, CNBC Europe e CNBC Usa con interviste e programmi in lingua inglese.

Intervista di Andrea Muzzarelli (@amuzzarelli)

Ciao Angela, grazie per averci regalato un po’ del tuo tempo. Nel 1995 hai lasciato l’Italia per New York: quanto ha contato quell’esperienza per la tua carriera?

Angela Antetomaso

Angela Antetomaso

E’ contata tantissimo. In Italia collaboravo già con alcuni giornali, ma il mio sogno era sempre stato quello di lavorare alla CNN, così avevo mandato il curriculum. Quando mi hanno chiamata per un internship (non pagato) di tre mesi, mi sono trovata catapultata in un mondo incredibile! Mi hanno infatti assegnata all’ufficio all’ONU della CNN quando era in corso l’Assemblea Generale. Così sono passata dalle piccole collaborazioni che facevo in Italia a un lavoro che mi ha messa a contatto con molti dei più importanti capi di stato dell’epoca, da Bill Clinton a Fidel Castro. Scaduti i tre mesi mi hanno rinnovato l’internship, e in seguito mi hanno assunta. Al principio ho fatto ovviamente piccole cose, ma nel tempo mi hanno affidato compiti via via più impegnativi. Nel suo insieme, è stata un’esperienza gratificante (durata oltre un anno) che mi ha cambiato la vita. Mi ha “costruito” non solo come professionista, ma anche come persona.

A quei tempi avevi già una buona conoscenza dell’inglese?

Sì, lo parlavo già abbastanza bene. Avevo fatto diversi periodi di studio a Londra, cercando di frequentare soprattutto inglesi per non cedere alla tentazione di parlare la mia lingua!

Hai lasciato Roma anche perché pensavi che in Italia non avresti avuto le stesse opportunità che a New York?

Forse non ero del tutto consapevole del fatto che in Italia avrei incontrato maggiori difficoltà a fare carriera. Ho scelto quella strada soprattutto perché volevo lavorare all’estero, e in particolare alla CNN.

Pensi che nel mondo giornalistico americano e inglese ci sia più meritocrazia rispetto all’Italia?

Per la mia esperienza, sì. Nei paesi anglosassoni se sei bravo vai avanti, se non lo sei no. L’ho riscontrato sia alla CNN sia a Bloomberg che alla CNBC, a New York come a Londra. Naturalmente non è una strada spianata, c’è una forte competizione. Ma ti vengono lasciati degli spazi, e se hai delle capacità ti sono concesse le opportunità per dimostrarle.

Il giorno in cui, nel novembre del ’95, fu assassinato il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, mi trovavo in studio. Era un sabato ed era Bank Holiday, per cui non c’era nessun giornalista che potesse essere chiamato per andare a fare un’intervista. Il mio capo disse: “Mandiamo Angela, può farla lei.” Inizialmente c’era molto scetticismo (anche da parte mia… ), ero spaventata e non sapevo se sarei stata all’altezza. Ma andò tutto per il meglio. Mi trovavo al posto giusto nel momento giusto, e fare bene quel lavoro mi permise di ottenere il rinnovo dell’internship. Quando poi si aprirono nuovi posizioni fui assunta, e mi fu procurato il visto necessario per rimanere negli USA.

E’ vero che la stampa anglosassone è più libera e svincolata dai gruppi di potere rispetto a quella italiana?

La mia impressione personale è che i media anglosassoni abbiano una certa propensione ad attaccare senza peli sulla lingua, e che in generale ci sia effettivamente meno soggezione nei confronti del potere.

Per lanciare il canale italiano di Bloomberg ti sei poi trasferita a Londra, dove vivi ormai da parecchi anni. Che rapporto hai con questa città?

Adoro Londra. Me ne sono innamorata sin dalla prima volta che ci sono venuta per studiare. Ho subito pensato che, una volta laureata, avrei fatto tutto il possibile per trasferirmi qui e cercare lavoro nel mondo giornalistico (in particolare nella televisione). Le circostanze mi hanno inizialmente portata a New York. Ma quando dopo circa un anno sono passata a Bloomberg e mi è stato chiesto di venire a Londra per lanciare il canale televisivo in lingua italiana, il mio sogno si è realizzato.

Quindi preferisci Londra a New York?

A Londra mi sento a casa. New York è certamente una metropoli di grande fascino, ma la cultura è un po’ diversa dalla nostra. E sei anche molto più lontano dall’Italia.

Quali opportunità formative e lavorative pensi che Londra possa offrire in campo giornalistico?

Le stesse opportunità che sono state concesse a me quindici anni fa. Nel mondo anglosassone puoi partire da zero e ottenere eccellenti risultati. Conosco una persona che ha cominciato come lavapiatti e, dopo qualche anno, è riuscita ad aprire un ristorante e ad avere successo. Penso che la stessa cosa valga più o meno in tutti i campi, politica compresa. E’ un mondo molto più aperto ai giovani e alle possibilità.

Hai qualche scuola da suggerire in particolare?

Penso che la scuola migliore sia la pratica sul campo, facendo un internship in un grande giornale o in un grande canale televisivo e accettando di non essere pagati e di fare le cose più umili. Stare insieme a veri professionisti che ti dedicano anche solo pochi minuti per spiegarti i segreti del mestiere è un’opportunità straordinaria.

Ritorniamo all’Italia. Dall’ultimo rapporto Istat emerge il ritratto di un paese che fatica a riprendersi dalla crisi. Debito pubblico fuori controllo, stagflazione, crisi della classe politica…

Il nostro Paese è fantastico sotto molti punti di vista, ma ha bisogno di essere più aperto ai cambiamenti. Da italiana lo capisco, perché anche io sono così. Tuttavia, quando i cambiamenti arrivano e vedi che le cose migliorano, abbracciare l’opportunità è la cosa più bella e giusta da fare.

Secondo te l’Italia può tornare a essere un “paese per giovani”?

Spero che possa presto tornare a esserlo. In Italia abbiamo tantissime persone valide, che meriterebbero più opportunità. Bisogna certamente dare credito ai “senior” che valgono, ma è anche necessario lasciare spazio ai giovani che vogliono imparare. E occorre costruire la cultura del “voler imparare”, perché ci sono purtroppo tante persone che si adagiano sul “tanto non troverò mai lavoro” e lo usano come un alibi per non misurarsi con le difficoltà. Decidere di trasferirmi a New York per me è stato tutt’altro che facile: ho lasciato il lavoro, la famiglia, gli amici, la mia terra. Ed ero molto spaventata dal fatto che mi sarei trovata in un mondo che non conoscevo, con una lingua diversa dalla mia…

Alla fine, però, sono esperienze che ti consentono di farti le ossa, e che – se hai voglia di lavorare – ti possono veramente dare tanto. Capisci, impari e vedi tantissime cose che difficilmente potresti conoscere rimanendo nel tuo “piccolo mondo”.

In conclusione, cosa consiglieresti a un giornalista che stia pensando di lavorare all’estero?

Di partire! E di fare un periodo di prova, più o meno lungo. Alla fine, si può sempre tornare in Italia per reinserirsi nel mondo del lavoro con una marcia in più.

Grazie mille Angela, e buon proseguimento!

Andrea Muzzarelli è un giornalista e traduttore freelance che si è recentemente trasferito da Bologna a Londra. @amuzzarelli


  • Francesco

    «Penso che la scuola migliore sia la pratica sul campo, facendo un internship in un grande giornale o in un grande canale televisivo e accettando di non essere pagati e di fare le cose più umili. Stare insieme a veri professionisti che ti dedicano anche solo pochi minuti per spiegarti i segreti del mestiere è un’opportunità straordinaria». Mi auguro che questo consiglio sia rivolto a chi intende andare fuori da questo paese di merda (altro che fantastico). Infatti la collega in America prima di essere assunta ha lavorato gratis per un anno. Io in Italia lavoro gratis da DIECI anni e ogni tanto, dopo 1200 articoli pubblicati, mi vedo erogare 100-200 euro come compenso per prestazioni occasionali, cumulando un ‘reddito’ annuo che non arriva a metà della pensione di mia madre (insegnante di scuola primaria: diploma di 4 anni, due anni di supplenza, concorso pubblico e subito in ruolo). Se non facessi altro, ovviamente in nero o a progetto, non saprei come campare.
    Ah, in questi dieci anni mi sono passati davanti tanti ragazzini assolutamente inesperti, incompetenti e senza nemmeno un giorno di gavetta alle spalle (nemmeno un articolo non dico pubblicato, ma scritto) che sono stati assunti dalla sera alla mattina, perché erano figli di colleghi o raccomandati dal politico o dal magistrato di turno. D’altronde in televisione c’è gente che ha iniziato la carriera giornalistica dopo aver partecipato a un reality show… E che dire di Beatrice Borromeo?

  • Francesco

    Ovviamente intendevo in un anno a metà della pensione di mia madre MENSILE. Non sto scherzando!

  • Silvia

    Sono d’accordissimo con Francesco. Vivo la stessa situazione, e forse dovremmo scappare di corsa…lavorare gratis per un anno non mi spaventa proprio, ormai. Quello che mi da più fastidio è l’arroganza di certa gente, che pretende la consegna dei pezzi alla velocità della luce e poi, quando chiedi il tuo denaro, ti tratta come se gli avessi sputato in faccia. Ormai sembra quasi normale lavorare gratis e che tu debba pure ringraziare, con tutti quelli che non lavorano…Che paese del caxxo…

  • Alb.

    Francesco, sono PERFETTAMENTE in linea con te. Insopportabile la corsia preferenziale di bambinetti con zero esperienza, zero pubblicazioni e zero talento che al primo “mi piacerebbe fare il giornalista” vengono spediti in redazioni nazionali… La Borromeo, poi, è il caso più scandaloso, perchè di “far gavetta” al Fatto Quotidiano esordendo come REDATTRICE (miraggio per tutti noi, coi tempi che corrono) sono capaci tutti. Persino lei, pare…Ora mi trovo bene dove sono, colleghi gentili e competenti, retribuzione più che positiva, ambiente stimolante e professionale. Però, quando penso agli squilibri del mestiere… Lasciamo perdere!