SCRIVERE IL CV IN INGLESE

Un ingegnere meccanico in viaggio tra Europa e Stati Uniti “sfiorando lo spazio”!

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Simone Rocca ha scelto di fuggire dalla precarietà del settore della ricerca italiano per tentare l’avventura internazionale, con migliori prospettive professionali e nuovi stimoli personali.

Oggi vive a l’Aia in Olanda ed ha deciso di dedicarci un po’ del suo tempo per parlare della sua esperienza.

Intervista a cura di Alessandro Dalsasso, un architetto che vive a Melbourne con uno Sponsor Visa.

Ciao Simone e benvenuto su Italiansinfuga! Per rompere il ghiaccio, puoi raccontaci gentilmente un po’ chi sei e di cosa ti occupi.

Ciao e grazie per l’interesse che mi rivolgete. Sono originario di un paese situato nelle montagne del Trentino. Ho studiato a Padova dove mi sono prima laureato in ingegneria meccanica e ho poi ottenuto il dottorato in misure meccaniche. Ora ho 33 anni e vivo da qualche anno all’estero.

La situazione lavorativa italiana non si presenta favorevole a persone ambiziose e qualificate, ma spesso ci si chiede cosa spinga veramente a lasciare il nostro (Bel)paese. Per te, è stata solo una necessità professionale o più che altro una scelta di vita?

Io credo che per me, come forse nella maggioranza dei casi, si sia trattato di una serie cause concomitanti. Comunque, la ragione principale che mi ha spinto a lasciare l’Italia è stata la curiosità e la voglia di conoscere nuove realtà, sia dal punto di vista professionale che personale.

A 24 anni andai a Boston per redigere la tesi di laurea. Fu un’esperienza fondamentale, ma anche quella che comportò le più grandi difficoltà: la lingua, l’integrazione in un nuovo ambiente, la tesi… Tutte cose che si superano e che aiutano per le esperienze successive.

Dopo essermi laureato preferii svolgere il dottorato in Italia piuttosto che negli Stati Uniti, principalmente per poter svolgere la mia attività di ricerca nel settore spaziale piuttosto che in quello delle neuroscienze.

La passione per lo spazio mi ha portato prima in Olanda all’Agenzia Spaziale Europea, poi a Parigi al centro di ricerca aerospaziale francese ed infine alla selezione per astronauti europei che si è tenuto nel 2008-2009. Quest’ultima è stata un’esperienza certamente unica. Purtroppo, dopo mesi di test e selezioni ed essere comunque rientrato nei migliori 45, ho dovuto accettare il verdetto e rinunciare a volare nello spazio!

Ora lavoro all’Ufficio Europeo Brevetti a L’Aia. E’ un lavoro che riassume un po’ tutte le esperienze tecnico-scientifiche e linguistiche che ho sviluppato negli anni precedenti e allo stesso tempo mi dà la sicurezza lavorativa che non avevo mai potuto trovare prima.

Difficilmente un ricercatore riesce ad avere contratti a lungo termine, anche se ormai è difficile per chiunque! E’ questa una realtà del nostro tempo o forse è una situazione a cui noi Italiani non siamo ancora abituati? Come invece accade in altri paesi con mercati lavorativi più flessibili. Pensi che questo sia uno stimolo per mantenere un alto livello qualitativo ed avere sempre nuove motivazioni o, al contrario, uno stress ed un impedimento alla programmazione di un futuro e magari alla creazione di una famiglia?

Io penso che sia possibile avere motivazioni e risultati e allo stesso tempo avere un posto di lavoro stabile, la possibilità di programmare il futuro e tempo per la famiglia o per i propri interessi.

Mi rendo conto che questa non sia spesso la realtà, ma penso che questo sia perlomeno l’obiettivo che ci si dovrebbe porre a livello di progresso sociale. Non credo si possa chiudere il ricercatore in un laboratorio sotto la minaccia del precariato con la motivazione che così facendo ne gioverà il suo impegno e magari anche la sua creatività!

Un ingegnere meccanico in viaggio tra Europa e Stati Uniti “sfiorando lo spazio”!

Un ingegnere meccanico in viaggio tra Europa e Stati Uniti “sfiorando lo spazio”!

Foto: Ladydog22 su Flickr

Trasferendosi all’estero spesso ci si lega ad altri stranieri. Si vive con loro, si esce con loro e si studia la lingua con loro. Le difficoltà di comunicazione e la necessità di ricercare nuovi punti di rifermento, avvicina persone al contrario così diverse. All’inizio questo può aiutare ma il rischio a lungo andare è quello di non riuscire mai ad integrarsi veramente e di vivere con gli autoctoni come “separati in casa”. Come hai vissuto tu la fase dell’ambientamento e, se l’hai superata, come ci sei riuscito?

Sicuramente queste sono situazioni che si incontrano vivendo all’estero e soprattutto se ci si trasferisce continuamente ogni uno o due anni come ho fatto io.

La mia prima esperienza, negli Stati Uniti, è stata da questo punto di vista la più difficile. Poi credo si impari ad integrarsi e i modi sono abbastanza scontati: imparare la lingua, frequentare le persone del luogo, evitare di chiudersi in gruppi di espatriati. Nei due anni che ho vissuto a Parigi, ad esempio, il fatto di condividere l’appartamento con una ragazza francese mi ha particolarmente aiutato sia ad imparare la lingua che a conoscere tanti altri Francesi con i quali sono restato amico.

Dall’altra però, con l’obiettivo di volersi integrare a tutti i costi ed il più in fretta possibile a volte ci si dimentica da dove si viene e si chiudono i contatti con il proprio paese di origine. Quanto ti manca l’Italia? Ti tieni informato su quello che avviene nella tua nazione (politica, cronaca, sport,…). Torni spesso a casa?

La mia famiglia, i miei amici e l’Italia mi mancano sicuramente. Fortunatamente la tecnologia ci aiuta a ridurre le distanze: grazie ai voli low-cost e ad internet riesco a mantenere dei contatti regolari con l’Italia. Allo stesso tempo sono sempre molto interessato all’attualità italiana, soprattutto alla politica, se non altro perché all’estero ci chiedono sempre cosa combiniamo in Italia!

Può capitare che il viaggio inizi un po’ “alla cieca”! Si parte conoscendo solo la propria meta (a volte nemmeno quella…) e con pochi soldi in tasca. Si può riuscire però ad organizzare meglio le cose anche dall’Italia e magari possedere già una proposta di lavoro concreta. Certo avere dei titoli di studio e esperienza lavorativa è fondamentale, ma quali sono i tuoi consigli a chi volesse intraprendere questa via?

Da questo punto io sono sempre stato fortunato: prima di partire avevo sempre già il lavoro pronto. Nel mondo della ricerca questo è piuttosto normale, anche se richiede una lunga preparazione, anche più di un anno in alcuni casi. Per questo ammiro chi parte con poche certezze e molto coraggio!

Non so dare grossi consigli, io mi sono sempre appoggiato alle istituzioni europee come appunto l’Agenzia Spaziale Europea, le borse di studio Marie Curie dell’Unione Europea, Ufficio Europeo Brevetti. Tali organismi sono appositamente pensati per gli espatriati e di conseguenza danno parecchie garanzie ed agevolazioni.

Riuscendo a stabilirsi in un luogo in maniera più o meno stabile, si incontrano però tutta una serie di difficoltà soprattutto di carattere burocratico. Esistono, all’estero, organi che aiutino gli Italiani a risolvere problemi quali la compilazione della denuncia dei redditi, la stipulazione di un’assicurazione sanitaria e di un fondo pensionistico?

Sotto questi punti di vista sicuramente l’Europa non è ancora molto unita. Le più grosse difficoltà si possono trovare nell’avere il riconoscimento dei diritti pensionistici maturati in Italia. Io ho trovato un valido aiuto nelle agenzie delle ACLI all’estero che sono ovviamente specializzate nel gestire i problemi degli espatriati.

Dover studiare in un’altra lingua non è per nulla semplice e richiede un impegno extra. Per questo, spesso si rischia di perdere quel desiderio di informazione ed apprendimento che magari si avrebbero in una condizione più agevole. Tu hai mai pensato di iscriverti a qualche corso? Studiare un’altra lingua (diversa da quella del posto), aumentare il tuo grado di specializzazione, dedicarti ad un nuovo settore, magari per coltivare qualche sogno lasciato nel “cassetto”.

La mia professione attuale mi permette gestire in maniera flessibile il mio tempo di lavoro. Questa è un’opportunità che non va sprecata e che mi permette di fare libere scelte riguardo ai miei interessi ed al mio tempo libero.

Oltre a studiare l’olandese ed il tedesco, sto per cominciare un master in diritti umani e tematiche ambientali. Comunque queste sono scelte strettamente personali, e probabilmente indipendenti dalla situazione di Italiano all’estero.

Inoltre, pensi che in tal senso, all’estero ci sia più qualità nell’insegnamento o in Italia mancano solo le condizioni per lavorare bene nel settore dell’istruzione?

Le mie esperienze personali confermano quanto espresso dalle classifiche internazionali sulla qualità delle università italiane. Sicuramente in molti altri paesi si può lavorare e studiare meglio che in Italia.

Chi parte e vive all’estero per diversi anni difficilmente riesce a rientrare stabilmente in Italia. Credi anche tu che questo sia un viaggio senza ritorno? Vedi ancora l’Italia nel tuo futuro?

Spesso con altri Italiani all’estero ci chiediamo perché non possiamo avere le stesse possibilità professionali in Italia. Purtroppo abbiamo la consapevolezza che nella maggior parte dei casi il rientro sarebbe possibile solo in cambio di parecchie rinunce. Quindi anch’io non prevedo di ristabilirmi in Italia.

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commenti


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  • http://www.facebook.com/tomaso.bulligan Tomaso

    Complimenti per l’intervista.

    Mi ritrovo in pieno nelle ultime considerazioni: chi lascia l’Italia, difficilmente vi farà ritorno. Ho vissuto cinque anni in Lituania e sono tornato in Italia da altrettanti. Avevo la certezza che, con il mio CV…

    Ma se è difficile accettare la situazione italiana per chi ci è sempre vissuto dentro, è impossibile per chi vi ritorna dopo aver conosciuto altre realtà. E le valigie si riempiono di nuovo.

  • Riccardo

    Bella intervista, stile “the sky is the limit”!


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