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Londra? E’ una Babilonia che non finisce mai di sorprenderti

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Abbiamo incontrato Enrico Franceschini, corrispondente da Londra del quotidiano “la Repubblica”, per parlare del suo ultimo libro, “Londra Babilonia” (Laterza Editore).

Enrico Franceschini

Enrico Franceschini

Franceschini ha lasciato l’Italia trent’anni fa per andare a New York. Dopo un anno straordinario (raccontato in modo ironico e nostalgico in un altro suo bel libro, “Voglio l’America”), si è affermato come corrispondente estero, trasferendosi in seguito a Washington, Mosca, Gerusalemme e, infine, Londra. Metropoli della quale dichiara di essersi inaspettatamente innamorato. Il giornalista sembra condividere in pieno la celebre affermazione di Samuel Johnson: essere stanchi di Londra significa essere stanchi della vita. E ci parla anche di NyLon, una megalopoli che si affaccia sulle due sponde dell’Atlantico e che potrebbe presto diventare realtà…

Intervista di Andrea Muzzarelli

Ciao Enrico, cominciamo dal titolo della tua ultima fatica. Ti sei ispirato al famoso “Hollywood Babilonia” di Kenneth Anger o hai voluto piuttosto citare il primo ministro Benjamin Disraeli, il quale una volta definì Londra “una moderna Babilonia”?

A tutti e due. Londra è una Babilonia di razze, lingue, religioni, come la intendeva il primo ministro Israeli, ma è anche una capitale di vizi, stravaganze, eccessi, manie, follie, come la Hollywood di quel famoso libro. Insomma, a Londra c’è tutto, ed è questo che la rende speciale.

Immagino che scegliere l’angolazione giusta per affrontare un tema potenzialmente sconfinato come questo non sia stato facile…

Su Londra si potrebbe scrivere un’enciclopedia, e sarebbe lo stesso incompleta. Allora ho scelto di raccontarla attraverso le cose che ho visto io e che più mi hanno colpito: la cultura multietnica, le sue varie “tribù”, naturalmente inclusi gli italiani, la sua ora fantastica gastronomia, le sue incredibili notti, la fiaba dei Windsor, in cui per caso ho avuto la fortuna di entrare brevemente, e così via.

Londra Babilonia

Londra Babilonia

Il libro è, tra le altre cose, una dichiarazione d’amore per questa città. Che cos’è che ti ha conquistato più di ogni altra cosa?

Il fatto che Londra è come una donna di cui ti innamori perché non riesci mai a catalogarla del tutto, a racchiuderla in una sola definizione. Londra è antica e moderna, è tradizione e avanguardia, è grande business e controcultura, è vizio e virtù, distacco e passione. Ti sorprende sempre. E per innamorarsi non c’è niente di meglio che essere continuamente sorpresi, perché diventa impossibile annoiarsi.

C’è qualche luogo comune su Londra che vorresti sfatare e qualche aspetto poco conosciuto che meriterebbe invece di essere scoperto?

Luoghi comuni da sfatare: non c’è la nebbia, non piove sempre, non fa quasi mai freddo. Tra gli aspetti poco conosciuti metterei l’East End, un immenso affascinante quartiere di locali notturni, bar e hotel “hip”, ristoranti innovativi, che i turisti frequentano poco, ma che forse conosceranno meglio dopo le Olimpiadi del 2012, perché lì si sta costruendo il villaggio olimpionico.

Parliamo un po’ dei nostri connazionali a Londra. Quanti sono oggi gli italiani che ci vivono, quali lavori svolgono prevalentemente, come si integrano con gli inglesi e le altre comunità…

In città sono 35mila, con i sobborghi 130mila, e questi sono solo i residenti ufficiali e permanenti: se ci aggiungi gli studenti e gli stagisti e i visitatori occasionali, sono almeno il doppio. Se poi ci aggiungi le orde di turisti, in certi periodi, a Pasqua e in estate, Londra sembra una città italiana. Gli italiani di qui fanno tutti i lavori: banchieri, avvocati, medici, ricercatori, commercianti, insegnanti, commessi, camerieri. Si integrano mediamente molto bene, tranne due tribù un po’ buffe che io nel libro definisco gli “anglomani” e gli “italo-spazzatura”, prendendoli affettuosamente in giro.

Come ha reagito la città alla crisi del 2008? Pensi che a distanza di tre anni si possa parlare di ripresa?

Sta reagendo meglio di altre parti della Gran Bretagna, perché può contare su due polmoni che non smettono mai di respirare: la City e il turismo.

Quali sono i settori economici che offrono oggi le maggiori opportunità di lavoro?

Potrei dare la stessa risposta della domanda precedente, ma preferisco dire: tutti. A Londra è più facile trovare lavoro che in Italia, ma bisogna mandare in giro tanti curriculum, fare tanti colloqui e impegnarsi sodo. Senza dimenticare che è anche più facile perdere il lavoro qui che in Italia, perché è un mercato più flessibile e deregolato.

Un consiglio a chi sta progettando di trasferirsi a Londra.

Mettere in conto che, se non hai vissuto in precedenza in un paese di lingua inglese, all’inizio si farà fatica a comprendere e farsi comprendere. Ma ci sono talmente tanti stranieri a Londra, in pratica un abitante su due, che la vera lingua franca della metropoli non è l’inglese, bensì, come lo definì il principe Carlo, il “broken English”, l’inglese sgrammaticato degli immigrati: una lingua, quella, in cui ci si comprende perfettamente fin da subito – fra stranieri, s’intende.

Tra Italia e Gran Bretagna, quanto meno dal Settecento in poi, c’è sempre stato un legame culturale particolare, e ancora oggi sono tanti gli inglesi che dichiarano il loro amore per il nostro Paese. A tuo avviso, qual è la visione dell’Italia e degli italiani che predomina oggi tra gli inglesi?

Amano l’Italia, tanto è vero che tutti quelli che possono si comprano una casetta in Toscana, Puglia, Sicilia e via dicendo. Ma giudicano gli italiani, pur bravissimi nella lirica, in cucina, nel vestire e nell’arte della dolce vita, un po’ poco seri sotto altri punti di vista, fin troppo noti per doverli qui citare.

Con il termine “NyLon” ti riferisci a un’ideale megalopoli che congiungerebbe Londra e New York…

Due rive della stessa città, separate da un oceano anziché da un fiume. Si somigliano molto, si fanno concorrenza, c’è tanta gente che ha famiglia in una e lavora nell’altra facendo il pendolare. L’anno prossimo la Ryan Air lancerà un servizio di voli a basso costo fra le due città e allora NyLon comincerà a diventare realtà.

Dal momento che hai vissuto parecchi anni in entrambe le città, ci diresti cosa le lega e cosa le differenzia maggiormente tra loro?

Multietniche, tolleranti, dinamiche, creative: ecco in cosa si somigliano. New York ha più energia, ma è anche più claustrofobica e stressante, perlomeno secondo me.

New York, Washington, Mosca, Gerusalemme, Londra… Da quando hai lasciato Bologna nel 1980 non ti sei ancora fermato. Sei in perenne “fuga” dall’Italia o sei semplicemente troppo innamorato del tuo lavoro per tornare?

In Italia torno ogni volta che posso e continuo ad amarla, nonostante tutto. Ma dopo trent’anni in giro per il mondo credo di sentirmi veramente a casa soltanto in un aereo: insomma, con i piedi in due staffe. A Londra mi sento italiano, in Italia mi sento un po’ straniero. E’ il destino degli espatriati.

Grazie Enrico, e buon proseguimento!

Andrea Muzzarelli è un giornalista e traduttore freelance che si è recentemente trasferito da Bologna a Londra. @amuzzarelli

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  • http://informatico-migratore.blogspot.com/ StefanoM

    Ottima intervista, e bellissima la frase di chiusura.

  • PaolaP

    Intervista molto stimolante. Comprerò il libro e spero in un futuro non lontano di potermi immergere nella vibrante e frenetica London, da lavoratore.


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