Intervista a Claudia Cucchiarato di Vivo Altrove

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Intervistiamo oggi Claudia Cucchiarato, autrice dell’ottimo libro “Vivo altrove. Giovani e senza radici: gli emigranti italiani di oggi“, pubblicato nel 2010 da Bruno Mondadori, in cui si raccontano storie di giovani italiani che si sono trasferiti all’estero, principalmente in altri paesi nell’Unione Europea, per motivazioni lavorative o semplicemente per “cambiare vita”.

Cercando di spiegare le loro motivazioni e le loro sensazioni.

Claudia nasce a Treviso, ha 31 anni, abita e lavora a Barcellona, in Spagna.

Claudia, grazie per questa intervista. Innanzitutto parlaci un po’ di te: qual è stata la tua carriera universitaria e lavorativa? Come mai hai deciso di trasferirti in Catalogna?

Claudia Cucchiarato

Claudia Cucchiarato

Grazie a voi. Ho studiato Scienze della Comunicazione a Bologna, all’esperienza di studentessa fuori sede si è aggiunta, nel 2001, un’importantissima esperienza Erasmus di nove mesi proprio a Barcellona. La città mi ha letteralmente incantato. Per la prima volta mi sono sentita completamente a mio agio, come non mi ero mai sentita fino a quel momento. Ho deciso quindi di finire gli studi in Italia, mentre lavoravo in una radio bolognese per ottenere il tesserino da giornalista, e di richiedere una borsa Leonardo subito dopo la laurea, di nuovo per Barcellona.

Sono riuscita a farmi accettare nella redazione di uno dei giornali più importanti della città, La Vanguardia, e, anche in questo caso (in un contesto lavorativo, dopo quello universitario), mi sono sentita accolta, rispettata, valorizzata e stimolata. Da lì in poi, per me non ha più avuto senso cambiare città o tornare in Italia.

Quali sono state le differenze principali che osservi tra la vita spagnola e la vita italiana? Lo stile di vita catalano è riconducibile a quello italiano (sempre euromediterranei siamo) oppure alcune differenze sono insormontabili? Insomma, a parte l’evidente differenza linguistica, a Barcellona è mai capitato che ti “dimenticassi” d’essere all’estero oppure si tratta proprio d’un altro mondo?

Da qualche anno non mi sento più all’estero a Barcellona, perché ormai questa è la mia città e la Catalunya è il mio Paese. Mi sento più straniera in Italia in alcuni casi. Ci sono comunque molte cose che non arriverò a condividere mai totalmente, come per esempio l’attaccamento alla lingua e alla cultura catalana: checché ne dicano, credo sia veramente difficile per un italiano arrivare a comprendere fino in fondo la voglia di indipendenza che questo popolo ha, le ragioni storiche e politiche. Posso capirla, rispettarla e anche sostenerla, ma non sarà mai la mia lotta. Dall’altra parte, sento molto più miei alcuni tratti del modo di vivere della gente di questa terra che molti dei tratti che caratterizzano il cosiddetto italian way of life. Mi infastidisce moltissimo lo sprezzo delle regole, la scarsa considerazione e il quasi nullo rispetto che in Italia abbiamo nei confronti di ciò che è pubblico. Non riesco più a sopportare la sfacciataggine e la maleducazione di chi risponde al telefono o riceve allo sportello di un ufficio pubblico.

Le differenze insormontabili tra l’Italia e la quasi totalità dei restanti paesi d’Europa credo siano soprattutto queste: la difficoltà di vivere in modo sereno in una società che sia considerata tale, come un insieme di persone che convivono rispettando regole condivise.

Parlando sempre della tua situazione, senti la mancanza dell’Italia? Provi solo una comprensibile nostalgia della tua famiglia oppure ti manca proprio la società italiana?

Mi mancano moltissimo la mia famiglia e i miei amici, ma con poche ore di volo e qualche decina di euro posso tornare a trovarli più o meno quando mi pare. Mi mancano alcune persone splendide, sensibili, intelligenti e profondamente indipendenti che vivono in Italia, che ho conosciuto in questi anni e che rispetto moltissimo. Tutto il resto, la società, la burocrazia e la televisione italiana soprattutto, non mi mancano per niente.

Quali secondo te sono i pregi e i difetti principali del vivere in Spagna rispetto a vivere in Italia? So che nella penisola iberica c’è record di disoccupazione ed è quasi impossibile trovare un lavoro se non si è specializzati. Confermi?

Difficile rispondere perché i cliché sono sempre in agguato. Non mi piacciono gli stereotipi e se vivi a Madrid, a Siviglia, a Bilbao o a La Coruña le cose cambiano, e di molto. Tuttavia, io credo che la differenza più lampante tra Italia e Spagna sia che qui si tende ad avere uno spirito molto più pratico di fronte ai problemi. Mi piace il loro modo di risolvere questioni che noi, tra mille “vedremo” e “magari”, ci metteremmo molto di più a prendere anche solo in considerazione.

Il tempo che gli spagnoli si risparmiano nell’indecisione, lo investono in qualità della vita. Vivere bene per loro è quasi un diritto, da conquistare ritagliando i momenti non necessari di lavoro o nel lavoro stesso. Quando lavorano lo fanno in modo efficiente, poi si fa la fiesta o la siesta, che ovviamente sono molto più appetibili, e quindi non si lavora a sufficienza, nemmeno per creare lavoro per gli altri…

Secondo me questo modo di vivere sarebbe ideale per tutti, se non fosse che anche la Spagna rientra in un modello economico di dimensioni globali, e spesso la qualità della vita si scontra con esigenze di lavoro non compatibili. Per questo siamo messi così, con il tasso di disoccupazione più alto d’Europa. Un peccato.

Invece per quanto concerne diritti civili e tolleranza, gli spagnoli sono davvero così avanti rispetto agli italiani, come si pensa?

Pare strano anche a loro che in Italia stiamo ancora a discutere se e con chi ti puoi sposare. Se e come vuoi poter morire. Se e come vuoi poter abortire… Sinceramente ormai pare strano anche a me. Credo che il grado di apertura o chiusura di un popolo vada di pari passo con il grado di paura che ha la gente nei confronti del “diverso”. Si tratta solo di politica, in fin dei conti, proprio quello che manca in Italia ormai da troppo tempo.

E’ davvero curioso, secondo me, che molti giovani europei decidano di trasferirsi in Spagna, il paese UE con più problemi lavorativi, pur di vivere in un ambiente più aperto e tollerante, meno “bacchettone” e moralista. Conosci molti stranieri a Barcellona (non necessariamente italiani) che hanno lasciato la propria terra per questi motivi?

Tantissimi. La differenza tra loro e noi italiani è che loro a Barcellona ci vengono per anche altri motivi, non solo l’apertura culturale, la tendenza a lasciarti fare quello che ti pare, perché agli spagnoli in generale cosa gliene frega se esci con una persona del tuo stesso sesso o sequell’inverno hai deciso che ti vesti come ti piace e non come dice la copertina di Io Donna? Di solito i nordici (e quindi tutti gli altri europei) in Spagna ci vengono perché qui c’è il sole, si mangia bene, i prezzi sono accessibili… insomma, tutte cose che abbiamo anche in Italia. Ma in Italia non ci vanno, e torniamo da capo. Non mi sembra per niente curioso questo fatto, mi sembra preoccupante semmai, per l’Italia.

Spesso all’estero si formano associazioni o comunità d’italiani, o altri emigranti, che tendono a creare “gruppo” attorno ad una certa cultura in una certa città. Vediamo ad esempio sul tuo sito web VivoAltrove.it il collegamento alla pagina web dell’Associazione Pugliesi in Spagna, oppure il gruppo Italiani a Madrid. Come giudichi questa “abitudine” a cui gli italiani (correggimi se sbaglio) sono particolarmente avvezzi? Non credi che questo raggruppamento identitario possa essere deleterio sotto certi aspetti? Emigrare e poi cercare e trovare una Little Italy sul luogo non porta al rischio di non ambientarsi ne’ integrarsi nel paese in cui ci si trova?

Credo sia naturale. Certamente oggi questo fenomeno di raggruppamento è molto meno diffuso rispetto a qualche anno fa. Naturalmente, dopo qualche anno in terra straniera, si sente sempre il bisogno di ritrovarsi con persone che parlano la tua stessa lingua, che hanno i tuoi stessi problemi e gli stessi codici. La differenza è che al giorno d’oggi questo passo si tende a fare più tardi possibile, quando ormai ci si è ambientati abbastanza (quasi tutti gli italiani che ho intervistato per il libro e che si raccontano nel mio blog dicono di andarsene proprio per non aver più nulla a che fare con i propri compatrioti, ma immancabilmente dopo qualche tempo si mettono a cercarli).

Mentre nel secolo scorso associarsi o trovare una Little Italy era la prima cosa da fare dopo essere espatriato.

Credi che forse l’emigrazione di giovani italiani verso gli altri paesi d’Europa sia troppo mitizzata sotto certi aspetti? Le statistiche dicono, ad esempio, che il 75% dei nordamericani vive in uno stato diverso da quello in cui è cresciuto, ossia che tre cittadini su quattro si sono trasferiti dal Nebraska all’Oklahoma, dal Montana al New Jersey, ecc ecc. Insomma negli Usa e in Canada cambiare stato nella vita è assolutamente normale. In Europa questo fenomeno non è così radicato: credi che in fondo trasferirsi ad esempio da Milano a Londra, o da Berlino a Parigi sia uno shock così grande per un giovane nel 2011?

La differenza tra l’Europa e gli Stati Uniti è che l’Unione Europea non è esattamente uno stato federale, ci sono anche tante lingue molto diverse tra loro, siamo un’unione molto giovane, in cui circolano merci e denaro, ma le persone circolano con più difficoltà… Credo che le due situazioni non possano essere paragonate. Detto questo, non credo che ci sia nessun mito: l’emigrazione dei giovani italiani nell’UE è un fatto, un vero e proprio esodo che semmai è sottostimato e sottovalutato, a volte anche coscientemente ridicolizzato. Avremo anche meno problemi a emigrare rispetto a chi se ne andava un tempo con la valigia di cartone. Ma proprio per questo dovrebbe preoccuparci che quasi nessuno venga a vivere in Italia e tutti i giovani italiani che possono (e di solito sono i più capaci) se ne vanno a gambe levate.

Molti giovani italiani lasciano l’Italia per l’Europa perché si rendono conto che nel mondo del lavoro italiano la meritocrazia è quasi totalmente assente. L’economista Roger Abravanel, nel suo best seller Meritocrazia (Garzanti 2008), scriveva che “la famiglia italiana, ad oggi probabilmente la più forte in Occidente, rimane il più grande nemico del merito”. Sei d’accordo con questa affermazione? Perché?

Molti giovani italiani scappano proprio dalla famiglia, spesso oppressiva e invadente. Non so se sia il loro nemico, non nel mio caso, per esempio. Credo che ce ne andiamo da una mentalità vecchia e insostenibile. Da una sensazione di immobilità cronica. Da una cultura diffusa del malaffare e del menefreghismo. Ma non sono tutti bamboccioni quelli che rimangono. Ce ne sono tanti che lottano e sopportano. Ci sono anche tanti bamboccioni che vivono all’estero da anni e risultano ancora residenti a casa di mamma e papà. Quindi, le famiglie hanno spesso parte della colpa nella svalutazione del merito. Ma la colpa più grande è della politica, o l’assenza di una politica che si degni di progettare un minimo di futuro per tutti, non solo per i giovani.

Cosa ne pensi del progetto Erasmus? Esistono giudizi molto estremi su questo programma: da una parte c’è chi lo definisce “una farsa”, dall’altra invece alcuni lo considerano “una via eccellente per creare i primi veri cittadini dell’Unione Europea”. Qual è la tua opinione?

La seconda. Può anche essere una farsa. Probabilmente è stato inventato per far studiare e basta. Io non credo. Credo che l’Erasmus sia soprattutto una lezione di vita, non una lezione universitaria in stile italiano del tipo: io dico, tu prendi appunti, impari a memoria e ripeti. Chi fa l’Erasmus impara a fare cose che probabilmente non avrebbe imparato a fare mai, soprattutto in Italia, vivendo a pochi chilometri da casa di mamma e papà. Si convive con persone che provengono da tutto il mondo. Si impara una lingua. Si impara a divertirsi in un contesto culturale diverso. Si impara anche a fare i panni a volte, o a fare la spesa in un supermercato che non vende pasta. Tutto questo non lo insegna nessuna università. E sono tutte cose che rendono una persona più indipendente, meno impaurita e quindi più libera. Se questo è lo spirito con cui si è formata l’UE, rendere i suoi cittadini più liberi, credo che non ci sia scuola migliore che l’Erasmus per impararlo.

Venendo invece alla tua attività editoriale, da dove è nata l’idea di scrivere il libro “Vivo altrove”? E’ stato più difficile scriverlo o trovare qualcuno disposto a pubblicarlo? Come stanno andando le vendite di “Vivo altrove”? Sei soddisfatta? L’editore è felice d’aver scommesso sul tuo volume?

Vivo Altrove

Vivo Altrove

L’idea di scrivere Vivo Altrove è nata proprio dalla mia esperienza personale, per questo il titolo è anche un’affermazione. La mia storia non c’è nel libro, eppure si può leggere tra le righe. La spinta, sotto sotto, è stata anche questa: attraverso le storie di persone che avevano fatto un’esperienza simile alla mia, ho cercato di spiegare ai miei amici e famigliari perché in tanti ogni giorno decidiamo di andarcene dall’Italia, pur non dimenticandoci mai da dove siamopartiti. Non è stato difficile né scriverlo (avevo a disposizione centinaia di storie di persone che non vedevano l’ora di raccontare la propria esperienza, perché non si sentono rappresentate né ascoltate dal Paese in cui sono nate), né pubblicarlo (è stata una specie di continuazione dei reportage che avevo pubblicato sullo stesso argomento ne La Vanguardia e ne La Repubblica).

Io sono soddisfatta, ma non mi rendo bene conto di come sia il risultato finale. Credo che le vendite stiano andando molto bene. Al di sopra delle aspettative, sicuramente, visto che io sono un’autrice junior, alla prima pubblicazione. Non ero nessuno e una casa editrice prestigiosa come Bruno Mondadori ha scommesso su di me e sulla mia idea. Devo dire che molto ha influito l’aiuto di un mio ex professore dell’Università di Bologna, senza la sua intercessione non sarei mai riuscita ad ottenere udienza in questa casa editrice.

Un’ultima domanda per salutarti. Qui siamo su ItaliansInFuga.com, chi visita questo sito web, se non le valigie pronte, ha almeno la testa già in viaggio lontano dallo Stivale. Che consigli daresti a tutti i giovani che stanno seriamente riflettendo sulla possibilità di lasciare l’Italia e trasferirsi in un altro paese europeo?

Andare subito e non scoraggiarsi alle prime difficoltà. Partire e conoscere un posto diverso non sarà mai negativo, per nessuno. Sarebbe poi bello, però, che dall’estero queste persone avessero voglia di tornare o di fare qualcosa da fuori perché l’Italia diventi un Paese appetibile, anche per l’arrivo di altre persone, magari europee, che cercano solo un po’ più di apertura e senso civico, oltre al sole e alla pizza. Ci sarebbe da iniziare subito perché c’è molto lavoro da fare, sia dentro che fuori.

A cura di Davide Chicco

Dave è nato a Genova ed al momento è studente di dottorato (Phd) in ingegneria informatica presso il Politecnico di Milano. Lo potete seguire su http://www.davidechicco.it

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commenti





  • http://www.filippopescuma.com Filippo Pescuma

    Ciao ragazzi, mi fa piacere che ci siate…dando notizie e raccontando esperienze di italiani che ce l’hanno fatta mi date la forza e la speranza di sperare che anch’io prima o poi ce la farò a scappare dall’Italia (non per la nazione che è una delle più belle al mondo) ma per coloro che ne fanno una delle peggiori.Attualmente sto valutando seriamente la possibilità delle isole Canarie (sono un fotografo-grafico pubblicitario) e sono stanco di sentirmi dire:” Ha, se tu fossi in…saresti molto più apprezzato!” perciò se avete esperienze relative alle Canarie le apprezzerò molto.
    Vi saluto cordialmente.
    Filippo Pescuma

  • Paolo

    Bella intervista! Complimenti Aldo e grazie Claudia.
    “Credo che ce ne andiamo da una mentalità vecchia e insostenibile. Da una sensazione di immobilità cronica. Da una cultura diffusa del malaffare e del menefreghismo.” “Ma la colpa più grande è della politica, o l’assenza di una politica che si degni di progettare un minimo di futuro per tutti, non solo per i giovani.” Questa è la verità, la mancanza di prospettive, di un futuro. Il nostro futuro lo hanno venduto per il privilegio ed i guadagni di una minoranza che governa il Paese solo per sè stessa. Claudia, sei una che ha capito tutto dell’Italia. Grazie.

  • gabri

    Libro interessante, molto ben documentato e corredato da dati e statistiche precise e aggiornate. Ho apprezzato in particolare la precisazione iniziale nella quale l’autrice sottolinea che l’emigrazione italiana non è composta solo dai cosiddetti “cervelli in fuga”, ma da molti giovani che accettano lavori umili e poco qualificanti pur di poter vivere fuori da un paese che opprime e soffoca ogni possibile visione di futuro


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