Come superare i momenti difficili all’estero

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Questo è un guest post di Francesca Isabella Bove, psicologa residente a Barcellona, che ci fornisce un punto di vista professionale su come superare i momenti difficili all’estero.

Partire è un po’ come morire?

Forse si, certo è che la scelta di vivere in un paese diverso da quello d’origine costituisce un’apertura verso un’esperienza intensa e ricca di cambiamenti. A volte la scelta è ponderata, altre obbligata, a volte si fugge altre si segue. In moltissimi casi chi sceglie di emigrare lo fa per chiudersi delle porte alle spalle ed averne di nuove davanti agli occhi, promettenti spiragli verso la realizzazione dei propri progetti.

Nella vastità delle motivazioni personali che spingono a preparare i bagagli..quelli grandi, si possono ritrovare delle “conseguenze” comuni a corto e lungo termine, sono i cosiddetti sintomi da stress migratorio. Detto così potrebbe sembrare qualcosa di bizzarro, evocare fantasie su rondini impazzite e stormi allo sbaraglio, beh in un certo senso il fattore disorientamento fa il suo gioco quando, soprattutto all’inizio, vengono a mancare quelle coordinate che per molto tempo ci avevano orientato dicendoci dove, come, con e per chi eravamo.

Emigrare costituisce quindi una crisi, una metaforica morte del conosciuto e una rinascita nell’esplorazione dell’estraneitá. Ne scaturisce una prima fondamentale regola: non negare l’estraneo, non fare finta che sia tutto come prima mentre non lo è, per duro che possa sembrare aprirsi all’estraneità di contesti, persone e situazioni alla fine premia sempre.

In fondo nella decisione di emigrare si riconoscono dei vantaggi relativi alla realizzazione di propri obiettivi di sviluppo personale, i quali alla lunga si rivelano superiori agli svantaggi ed alle perdite cui si puó andare incontro.

Andiamo ora a vedere nel dettaglio quali sono le emozioni e le sensazioni che si possono sperimentare durante il periodo di crisi/adattamento:

• Senso intenso di perdita generale del sé e delle relazioni importanti
• Sensazione perenne di confusione, non sapere dove andare o cosa fare
• Stati di ansia provocati dalla perdita delle relazioni e dei contesti sociali familiari
• Senso di impotenza
• Stati di ansia provocati dal senso di incertezza verso il futuro
• Disturbi fisici o somatoformi (dist. alimentazione, dist.sonno, frequente mal di testa, nausea, etc..)
• Senso di isolamento, tristezza e nostalgia (“home-sickness”)
• Senso di inadeguatezza/estraneitá nei nuovi contesti
• Evitamento costante di situazioni sociali, perdita di interessi e apatia
• Rabbia e aggressivitá verso la cultura ospitante e suoi membri
• Costanti fantasie sul ritorno o su come fare per anticiparlo
• Stati alterni di malessere e benessere

E’ importante tener presente che nella fase iniziale di permanenza all’estero, specialmente se si tratta di un trasferimento definitivo o per lunghi periodi, è assolutamente naturale sperimentare certi stati emozionali come alcuni riassetti fisiologici dovuti anche ai cambi spazio-temporali e climatologici. Un fattore che può incidere notevolmente è la presenza del coniuge/famiglia, il quale se da una parte costituisce un fattore protettivo rispetto all’isolamento dall’altra potrebbe acuire lo stress delle questioni pratiche (sistemazione, scuola dei figli, etc..).

Alcuni autori parlano a ragione di “lutto migratorio”(Achotegui, 2002), in quanto alcuni degli stati prima descritti sono anche gli stati che tipicamente si sperimentano a seguito di una perdita o meglio di una separazione da una persona cara o da qualcosa che consideravamo un punto fermo nella nostra vita. Anche le difese che di frequente vengono messe in atto per fronteggiare il malessere sono del tutto simili a quelle del lutto: si passa da stati di negazione intensa (“ non è cambiato nulla”), alla rabbia aggressiva o al contrario all’iperadattamento, fino ad arrivare alla progressiva elaborazione delle proprie emozioni e all’attivazione del processo di con-vivenza.

Il risultato di questo processo è mediato da alcuni predittori, quali l’età, lo status socio-economico, il livello culturale, il grado di conoscenza della lingua del paese ospitante, la qualitá di vita e dei rapporti che si avevano nel paese d’origine, la presenza della del/della compagno/a, il grado di assunzione della scelta ossia quanto il soggetto senta di aver maturato la decisione calcolandone i rischi o al contrario quanto si sia sentito in balía degli eventi. Infine sono importanti le prime azioni verso la ricerca di propri spazi vitali confortevoli e gratificanti, come anche un relativo interesse per la cultura ospitante.

A questo punto ci si potrebbe chiedere se ci sono delle azioni concrete e degli atteggiamenti che si possono adottare per superare con successo quei momenti di difficoltá. La risposta é sí! vediamone allora alcuni:

Reagire e vivere

• Smettere di lamentarsi: crogiolarsi nel ripetere ció che non ci fa stare bene ci fa stare peggio in quanto ci rende inconsolabili, chi si lamenta vuole solo lamentarsi ancora.
• Uscire dall’isolamento: vedere cosa c’e’ di nuovo lá fuori ci dá alternative e ci rende piú liberi
• Sforzarsi di imparare presto la lingua e conoscere i codici gestuali del paese ospitante: ci libereremo cosí dal peso di non poter comunicare al meglio esprimendo una gamma ampia di sentimenti e sfumature. Inoltre eviteremo di essere fraintesi.
• Darsi obiettivi a breve e medio termine: professionali, sociali, formativi.
• Affrontare un problema alla volta: fare una lista dei problemi ed iniziare a risolvere i piú semplici
• Esprimere le proprie emozioni siano esse di gioia o di tristezza: piangere ma senza piangersi addosso!
• Evitare di rifugiarsi nelle sostanze stupefacenti , nell’alcool o nei farmaci: le quali forse ci fanno uno sconto momentaneo sulla frustrazione salvo poi presentare il conto con gli interessi!
• Frequentare luoghi e persone nuove e che consideriamo positive per la nostra crescita
• Coltivare gli interessi di sempre ma esplorarne anche di nuovi..
• Ritrovarsi con le persone, invitare, farsi invitare..scambiare convivialitá
• Circondarsi di cose e gesti che ci fanno stare bene: una passeggiata nel verde, una musica, un bagno caldo..a volte basta davvero poco per tornare a centrarsi
• Ricordarsi che il nostro paese d’origine non é scomparso dalla Terra e che se proprio non vogliamo rimanere dove siamo un modo per tornarci lo troveremo
• Ricordarsi spesso dell’obiettivo che avevamo quando siamo partiti e del perché allora i vantaggi superarono gli svantaggi.
Chiaramente questi sono alcuni dei molti modi che ognuno puó cercare per migliorare la qualitá di vita nell’esperienza della migrazione. Consideriamo anche il fatto che alcuni gruppi particolarmente svantaggiati e con condizioni sfavorevoli in partenza e in arrivo nel paese ospitante devono ricevere un sostegno mirato alla comprensione delle loro peculiari esigenze, emotive e pratiche.

Inoltre é di vitale importanza non trascurare la persistenza di stati depressivi, confusionali o di isolamento (vedi sopra), in quanto una cronicizzazione degli stessi puó rendere estremamente arduo il recupero di una vita soddisfacente, fino ad essere causa del fallimento del processo migratorio. In questi casi é sempre opportuno parlarne con uno psicologo, anche lo stesso medico di base puó orientare verso la ricerca di un aiuto specialistico appropriato.

Francesca Isabella Bove

Psicóloga Responsabile di “International Psychologists Project”
www.ipp-service.org

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Comments

  1. Giorgia says

    Non posso sapere come mi troverò all estero ma tutte quelle sensazioni negative elencate sopra rispecchiano il mio attuale modo di vivere, qui in ITALIA ! Spero di liberarmene totalmente quando lascerò il mio paese !!!

  2. Stella says

    Io ero interessata a conoscere l’esperienza di emigrazione all’estero in senso pratico, sapere una psicoterapeuta nell’intenzione di stabilirsi all’estero, da dove comincia..

  3. Bruno says

    Andarsene
    è dura,anche se se ne ha abbastanza (come me) dell’Italia.
    Infatti le difficoltà all’estero ci sono, e non solo pratiche (danaro insufficiente a tirare avantiall’inizio, la lingua nuova da imparare almeno sommariamente….), ma ci sono anche problemi di natura psicologica, come giustamente sottolinea la Dott.sa Bove.
    Non mi devo sforzare molto a capire come ci si possa sentire in un posto nuovo che ti interessava tanto quando eri ancora in Italia, ma che ora ti si presenta con delle difficoltà che fanno male all’anima: il capire che non è tutt’oro quello che luccicava mentre eri ancora a casa e pensavi a come saresti stato bene una volta arrivato, il trovare che anche qui c’è gente che cerca di imbrogliarti, il sentirti indifeso e solo, il ricordo delle persone e delle cose belle (magari non tante, ma che pure tutti abbiamo!…)e che abbiamo lasciate in Italia….
    Allora si pensano tante cose, che si è sbagliato a partire, che è stata una follia, che tutto il mondo in fondo è uguale….e tanto vale tornare!
    Ma però io penso che se davvero si resiste e si cerca di ragionare con l’occhio un po dell’avventuriero, che credo non debba mancare mai a chi parte per vivere in un altro posto, allora le cose cambiano, e la tristezza interiore si dissolve, almeno in gran parte.
    Avventuriero intendo colui che accetta l’idea di essere un corpo estraneo in un mondo nuovo per lui, e che quindi sopporta i colpi della sfortuna e della solitudine come una cosa scontata, da preventivarsi, ed in fondo in un certo senso “giusta”, come una specie di biglietto di ingresso da pagare per entrare nello spettacolo della tua nuova vita.
    Penso che questa sia la maniera migliore di affrontare certe sensazioni che certo capitano a chi va a vivere all’estero.
    In fondo, li dove sei sei nuovo, tutto è possibile, nel bene e nel male, e comunque andrà e comunque ti sentirai, anche nei momenti peggiori, sarà stata una bellissima scommessa di vita!
    E poi, in realtà, non farcela penso sia davvero difficile: pensate solo tutti quei terzomondisti che sbarcano da noi senza niente e digiuni totalmente di lingua italiana…..Guardate quanti di loro ce la fanno, e molti costruiscono fortune in pochi anni (escludo ovviamente da questo novero coloro che fanno fortuna col crimine).
    Il segreto sta forse proprio nell’usare l’atteggiamento che ho descritto più sopra, e prendere l’emigrazione come una specie di deliziosa avventura sociale, come una specie di nostra seconda nascita. tutto sarà più facile e possibile, e la sofferenza molto minore!
    Almeno io la vedo così…..Non so voi….
    ….Un saluto a tutti!

  4. Ena says

    Io parte di questi sintomi li ho provati da quando mi sono trasferita a Londra 4 anni fa ma credo sia dovuto al fatto che non ci volevo davvero vivere per così tanto tempo, in realtà con il mio compagno inglese abbiamo fatto richiesta di visto per l’australia e così siamo rimasti per aspettare l’esito. Inoltre credo che dipenda anche da alcune caratteristiche personali e da cosa si trova nel paese che ci accoglie (avete presente l’inghilterra con il freddo, la crisi economica, carissima etc., non aiuta a sentirsi più felici) però purtroppo i sintomi sono reali e a volte è davvero durissima ma anch’io come tutti voi preferisco provare e soffrire piuttosto che lasciarmi ammorbare dal nostro bel paese che va alla deriva!!

  5. says

    Quoto Enoc e Fulviom. Mi viene il ribrezzo quando penso di dover vivere in sto paese… basta… ho raggiunto il mio livello massimo di sopportazione… piuttosto vado a vivere in mezzo all’africa più selvaggia o in mezzo ai ghiacci dell’antartide ma qua non resisto più…

  6. Conte says

    No, no critiche a parte, l’articolo centra piuttosto ben quali sono i malesseri legati a cambiare citta e stato e da pratici consigli su come affrontarli. Ci sto passando in questo momento e solo il vedere di non essere l’unico mi mette allegria.

  7. fulviom says

    Enoc mi hai rubato le parole di bocca. L’articolo sembra la descrizione, quasi in ogni sua parte, del mio stato d’animo nel paese di origine. Sarà grave?

  8. says

    concordo con i commenti sul fatto che pochi mesi non sono sufficienti per riscontrarsi nei punti elencati dall’articolo e comunque non e’ detto che accada, non e’ detto che si cada in uno di questi stati emotivi, secondo me l’avventura all’estero e’ un’avventura lavorativa, linguistica, culturale ma e’ anche un viaggio dentro se stessi per scoprire come ci relazioniamo con il diverso e scoprire noi stessi attraverso queste interazioni. Certo, non e’ facile, non e’ facile spesso perché magari il clima non e’ quello di casa, le abitudini dei colleghi, la lingua da imparare, una cultura diversa da interpretare, ed allora ecco il lamento, magari la negazione, che ben vengano se poi sollecitano una reazione. Non e’ detto che lamentarsi faccia sempre male, certo non dovrebbe diventare un umore perenne, ma può far capire che qualcosa non va e allora e’ meglio agire. Se quei punti possono sembrare comuni anche a chi si sposta all’interno del proprio paese, come per esempio da un paesino del sud magari andare a lavorare a Milano, all’estero le cose si complicano per le distanze da casa, per la lingua, per l’impatto con un mondo totalmente diverso che difficilmente sara’ l’immagine esatta di quello che si era pensato fosse e dal disincanto, dalle delusioni, possono nascere cattivi umori.
    Queste ovviamente sono opinioni personali, dettate dalla mia esperienza di italiano all’estero da 3 anni. Anche io nel primo anno son caduto in facili errori emotivi, l’importante e’ poi capire l’approccio sbagliato e migliorare, per avere sempre un sorriso e condividerlo per gli altri e soprattutto per sfruttare al meglio la bellissima avventura che si sta vivendo. In bocca al lupo a tutti;)

  9. says

    Scusate se me la canto e me la suono…

    Ma essendo stato pubblicato l’articolo on line, sto ricevendo delle mails di persone che mi precisano che stanno benissimo dove stanno (menomale) e che nell’articolo si danno consigli sbrigativi, dunque mi sento di scrivere un NOTA BENE a pié di pagina e di diffonderlo:
    Chiaramente quando l’articolo in questione é un “come fare” si finisce per fare liste che sembrerebbero i consigli della zia (copriti che fa freddo! mettiti la maglia di lana!). Anche se spesso dietro a quelle liste c´e’ della letteratura specialistica, tuttavia se l’articolo é divulgativo e non specialistico, l’ovvietá é sempre in agguato.Quindi sono d’accordo con le critiche ma solo in parte.
    Quando si presenta una persona dicendoci che odia il posto dove vive, che non fa che dormire e leggere il giornale del suo paese, piangere e pensare che ormai é condannato a vivere in una cittá che gli fa ribrezzo e parlare una lingua che non riesce ad imparare..la prima cosa che si fa, e dico la prima, é cercare di capire che sta facendo lí dove sta. Quali sono i suoi bisogni, che tipo di aspettative aveva quando si é trasferito, chi ce l’ha mandato (deve dare da mangiare ai figli rimasti a casa o è venuto a cercare “di meglio”, etc..?), quali sono i suoi obiettivi di sviluppo personale. In sintesi si fa un’analisi della domanda e si cerca di chiarire gli obiettivi consci e inconsci che hanno motivato la scelta o la non-scelta. Non sempre l’adattamento é la soluzione scontata al problema.
    Quelle esposte nell’articolo sono delle linee guida per chi desidera “superare” quindi “adattarsi”, per chi effettivamente ha giá chiaro quello che desidera e come lo desidera, pur continuando a soffrire per la separazione dal suo paese. In nessun caso si é preteso dettare soluzioni valide tout court in ogni contesto e situazione.
    Un saluto!
    Francesca

  10. Claudio says

    Un articolo veramente interessante e anche di aiuto nel pianificare l’espatrio. Dà molti spunti di riflessione e prepara per quello che potrebbe essere da affrontare dal punto di vista emotivo/psicologico.

  11. says

    Sicuramente cambiare città (indipendentemente che sia in altra nazione o meno) porta con se dei problemi logistici, ma questa lista mi pare molto esagerata.
    Io mi sono trasferito in Belgio da pochi mesi e come dice Enoc, forse provo + “Rabbia e aggressivita” verso l’Italia che non verso il Belgio (dopo tutto me ne sono andato per quel motivo).

  12. Enoc says

    E se uno prova tutte quelle emozioni e sensazioni negative, di crisi/disattamento… prima di emigrare e nei confronti del paese di origine? (Va utilizzato come sprone ulteriore ad emigrare oppure è un sintomo che dovrebbe scoraggiarci?)

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