Le difficoltà dell’emigrazione: voi ce la fareste?

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Iris (nome d’arte) ha recentemente disdetto l’iscrizione alla Italiansinfuga Newsletter.

Mi ha fatto sapere che, secondo lei (e mi trova d’accordo), non vengono trattate abbastanze storie di Italiani all’estero che sono emigrati senza laurea.

Le ho quindi chiesto se fosse disposta a condividere la sua storia di emigrante senza titoli universitari e che ha incontrato alcune difficoltà in un decennio all’estero.

Molto gentilmente Iris risponde alle mie domande, rivelando lati molto personali della sua storia.

Ci descrivi il tipo di lavoro che facevi in Italia?

In Italia feci la “decoratrice alla mano di ceramiche artistiche” per 12 anni e mezzo e smisi quando decisi di espatriare.

Se potessi tornare indietro, cercheresti di ottenere ulteriori titoli di studio in Italia prima di emigrare?

Se potessi tornare indietro, per prima cosa andrei all’università (lingue straniere), come in realtà avrei voluto fare, ma i miei s’intromisero nelle mie scelte, così a 16 anni dovetti andare a lavorare…

Altra cosa che farei è lasciare l’ex Bel Paese a 20 anni, non a 30 come ho fatto. A quell’età, a meno di non avere un bel gruzzolo e una bella qualifica, diventa più difficile.

Lo “spirito incosciente” e d’adattamento dei venti inizia a mancare: non vuoi rischiare più di tanto, diventi più brontolone, hai meno entusiasmo. Se, come me, hai alle spalle un passato in una famiglia impossibile che della vita non ti ha insegnato nulla, allora devi fare i conti anche con il “riassestamento della psiche”, come lo chiamo io.

Se sopravvivi a questo continui, altrimenti torni a casa.

Tanti aspiranti emigranti dicono di essere disponibile pure a lavare i piatti pur di emigrare. Tu che l’hai fatto, ci descrivi l’esperienza e le sensazioni? Come hai gestito il fatto che fosse un lavoro strettamente legato al guadagno piuttosto quelo che volevi fare nella vita?

Siccome sono partita principalmente per motivi familiari e personali, l’idea di passare da un lavoro d’arte ad uno più umile non mi spaventava più di tanto. Cercavo di crescere interiormente ed aprirmi alla vita: ciò che la mia famiglia mi aveva sempre impedito di fare.

Per me comunque non è stata una esperienza “troppo bella”. Oltre a fare i conti con la mia “immaturità”, ho dovuto lavorare in un ambiente malsano dove io ero l’unica ragazza (la cleaner/kitchen-porter). Il resto dello staff erano, in maggioranza, Italiani aggressivi, attaccabrighe con tutti specialmente con la chef e seconda (entrambi Inglesi) perchè donne…

Perciò, immagina da un ambiente colto ed istruito, finire in una sorta di “letamaio” dove tutti sono contro tutti dal mattino alla sera, sentire schiamazzi, insulti, porcherie tutto il giorno. E’ avvilente e non arrichisce per nulla, anzi!

Gestire un compromesso come quello di dover lavare piatti all’estero per mantenersi è stato difficile. Forse, se non fossi stata spinta da seri problemi di famiglia, non sarei nemmeno partita o sarei partita ma in maniera diversa. Nel mio caso, ero davanti ad un lungo cammino sui carboni ardenti che ho dovuto attraversare, volente o nolente, se non volevo farmi infilzare dalle forche messe dietro la mia schiena (leggi: il mio passato).

In seguito presi il diploma di ristorazione opzione cucina in Francia ma anche lì più o meno c’è lo stesso ambiente!!!

Dopo quanto tempo lasciasti Londra? Perché la Francia?

Stetti un anno e mezzo a Londra la prima volta con una prima idea di espatrio dall’Europa (verso il Brasile), poi optai per la Francia per continuare con le ceramiche (in Francia hanno una grande tradizione come la nostra), dopodichè sarei partita per le Americhe.

Purtroppo non andò così: dovetti fare i conti con la disonestà di certi transalpini, mi ritrovai senza soldi e con lavori precari, oltre ad un lungo soggiorno di sette anni per problemi economici che non mi consentivano di viaggiare come volevo io. In compenso adesso ho un diploma di stato francese (chef senza esperienza in cucina!), la patente, la mutua, il welfare, il monolocalino tutto francese e… il francese come seconda lingua! Non è sempre stato tutto brutto, intendiamoci, ma con un lavoro stabile sarebbe stato un po’ più tranquillo..

Ritornata a Londra, hai ripreso a studiare. Ci parli più in dettaglio dei City and Guilds?

Ora, a 39 anni, le ceramiche sono oramai obsolete. Bisogna che mi riconverta in un lavoro più moderno restando sempre sul creativo e ho trovato i “city and guilds“: sono in pratica corsi rivolti a tutti (primo lavoro o riconversione) per ottenere la conoscenza e la qualifica necessaria per il lavoro che vuoi fare. Questi diplomi sono, a quanto pare, tenuti in considerazione dai datori di lavoro. Non sono solo un pezzo di carta ufficiale, servono a qualcosa ed a qualcuno.

Pensi che le difficoltà che hai descritto nella tua avventura di emigrazione siano legate alla mancanza di titoli di studio, alla tipologia di lavoro che vorresti fare o ad altro?

Senza dubbio ho avuto (ed ho) un sacco di difficoltà a trovare lavoro a causa della “troppa specificità” della mia qualifica. Sono specializzata nel decoro dell'”antico savona”, decoro tradizionale ligure che ovviamente non esiste da nessun’altra parte del mondo!

Il resto (gente che incontri, amici, amori, conoscenze, situazioni) dipende dai posti dove vai. In Francia ho abitato in tre regioni diverse: la ‘migliore’ è stata la Costa Azzurra; la peggiore la Franco-Catalogna, non per il posto che è bellissimo, ma per la gente “particolare” che vi abita!

Incontra altri Expat in Italia e all'estero

Cosa hai imparato su te stessa vivendo all’estero?

Che sono parecchio dura come persona. Nonostante le tante difficoltà, soprattutto in Francia, sono sempre riuscita (almeno finora) a rialzarmi e combattere di nuovo, anche se ci sono stati momenti recenti in cui non ci credevo più di tanto (ogni tanto lo sconforto e la mancanza di fiducia viene meno, ma vorrei vedere un altro nella mia situazione!!!).

Inoltre, non mi sono mai pentita della mia scelta di vivere all’estero. E’ pur sempre una vera esperienza di vita, che aiuta a lavorare su se stessi e, per fortuna, ripulisce dai preconcetti e dall’ignoranza con cui veniamo tirati su noi Italiani.

Le cose che invece NON rifarei mai più sono:

  • aspettare i 30 per partire (è anche vero che ne ho avuto motivo ma se evitavo era meglio),
  • andare in Francia (pur avendo conosciuto anche persone in gamba, i più di loro sono veramente malintenzionati!),
  • ritornare in Italia (purtroppo lo feci e scappai di nuovo a gambe levate dopo aver visto in quale degrado economico e culturale era piombata!)

Tutto sommato, se paragonato ad altri Italiani (e stranieri) che ho visto e conosciuto in giro, mi è andata bene (finora). Nonostante la mancanza di una valida qualifica che non mi ha permesso un vero lavoro, non mi è mai mancato un tetto, nè il cibo, mentre ne ho visti vivere in strada e finire alcolizzati (in Francia).

Cosa consiglieresti a chi volesse seguire le tue orme?

Se posso dare dei consigli a chi se ne vuole andare:

  • andarsene quando si è ancora nei 20, cioè nel pieno dell’energia, dell’incoscienza e dello spirito di adattamento,
  • non stare coi propri connazionali, o comunque non limitarsi a loro, altrimenti si è partiti per niente,
  • continuare fino all’università per lavorare all’estero: chi merita è ancora tenuto in considerazione…
  • le difficoltà esistono sempre e comunque, conviene imparare ad affrontarle. Non, come ho visto fare io da Italiani, che “scappano” perchè vogliono vivere “diversamente” e poi al primo pianto di parente o fidanzata tornano indietro con la coda tra le gambe. Se siete messi così e non riuscite a staccarvi dai subdoli sensi di colpa insinuati dal vostro entourage, restate dove siete!

Grazie Iris ed in bocca al lupo!

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