In giro per l’Europa con una laurea e l’Inglese

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Alessio Madeyski è un laureato in Biologia Molecolare che non riesce a stare fermo! Ha vissuto a Roskilde (Danimarca), Parigi e Barcellona e sta meditando di andare altrove. Ecco la sua storia.

Quali sono le possibilità di lavoro all’estero per un laureato in Biologia Molecolare?

Le possibilità per un laureato in Biologia Molecolare sono sicuramente più facili da reperire all’estero che in Italia, anche se ultimamente con questa crisi economica che ci sta colpendo, anche i finanziamenti nelle università estere hanno subito dei tagli notevoli.

La strada più ovvia da seguire dopo la laurea è un dottorato di ricerca della durata di 3-4 anni (chiamato Ph.D). All’estero, i capi di laboratorio tendono a risponderti alle mail senza alcun problema: magari per dirti che non hanno posto nel proprio laboratorio, ma almeno sai che la tua candidatura è stata presa in considerazione.

In Italia, le mail sono ancora qualcosa di misterioso per molti professori (forse è abbastanza scontato vista l’età che spesso hanno) e quindi il procedimento è molto più difficile. Dopo aver preso contatto per mail, generalmente si viene chiamati per un colloquio in loco e poi arriva l’eventuale “assunzione”. Un’altra possibilità è quella di entrare a lavorare in un ambiente privato (case farmaceutiche, aziende di biotecnologie…): le modalità lavorative sono completamente diverse dall’ambiente pubblico ma, se tutto va per il meglio, si ha una maggiore sicurezza economica.

Hai lavorato e vissuto in Danimarca, Francia e Spagna: ci fai un confronto?

La Danimarca è stata dura nei primi mesi. Le persone, l’ambiente, il clima e forse la lontananza da casa per la prima volta hanno giocato un ruolo sicuramente importante. Dopo 2-3 mesi però ho iniziato ad apprezzare molti aspetti della vita nordica, che tutt’oggi mi mancano, tipo la cultura dell’andare in giro in bicicletta, il clima primaverile-estivo che era una goduria, l’inverno rigido che ti permette di riflettere molto dovendo stare a casa “forzatamente”.

La Francia: io parlo per Parigi, perché è lì che ho vissuto per 11 mesi. Io adoro Parigi, è una città che amo definire una “bomboniera”, ti incanti solo a vedere le case che costeggiano la strada. I parigini sono persone particolari, a tratti schive e un po’ sostenute. Non amo i pregiudizi che di solito si fanno sulle varie popolazioni, ma ho notato nei parigini la tendenza a mantenere un atteggiamento sostenuto con gli stranieri.

Dopo Parigi, ho passato 5 mesi a Barcellona. Io faccio parte di quella categoria di persone a cui non piace Barcellona. Mi spiego: la trovo una città meravigliosa per andarci in vacanza magari 3-4 giorni, almeno per vederla una volta, ma viverci è’ un’altra cosa. Questo è dovuto alla eccessiva somiglianza con la cultura italiana (senza considerare il fatto che Barcellona è strapiena di Italiani): se vado via mi aspetto di trovare qualcosa di diverso dall’Italia.

Come hai fatto per la lingua?

In tutte le mie esperienze ho sempre parlato in inglese.

Ci sono due aspetti da considerare: il primo è che per fortuna nell’ambiente dei laboratori l’inglese è per forza di cose la lingua universale e quindi se si sa quello non si incontrano problemi. La seconda cosa è negativa: proprio per questo motivo, non sono stato spronato a studiare il francese, lo spagnolo o il danese. vuoi per pigrizia, vuoi perché non avevo tempo, ho sempre parlato l’inglese anche nella vita di tutti i giorni fuori dal laboratorio.

Quello invece che consiglio è di imparare la lingua della nazione in cui si va, perché solo così si può veramente sentirsi parte di quel paese. Per quanto riguarda l’importanza della lingua inglese, be’… è già stato detto di tutto e di più ma consiglio a tutti di studiarlo per bene e soprattutto parlare, parlare, parlare. Una cosa che ho trovato molto utile è vedere le serie tv in lingua originale con i sottotitoli, e questo ha aumentato di molto il mio vocabolario e il mio accento.

Cosa hai imparato su te stesso vivendo all’estero?

Ho imparato che ogni paese ha i suoi problemi. Io ero uno di quelli che criticava per partito preso l’Italia, ma poi girando l’Europa ho capito che ogni nazione presenta delle cose che non vanno e che sono assolutamente da criticare (personalmente parlando).

Sicuramente l’Italia è indietro su molte cose, come nel campo delle tecnologie a portata del cittadino, la burocrazia, il concetto di internet, l’importanza di essere connessi al mondo, ma è anche vero che ho visto molti italiani all’estero che ce l’hanno fatta. Questo è dovuto al carattere tipico dell’italiano: magari goffamente è in grado di abituarsi a qualsiasi cosa ed ad adattarsi.

Da me stesso ho imparato che bisogna sempre dare il massimo, non conta in che Paese ti trovi. Io critico molto l’Italia, ci sono delle cose che proprio non sopporto. Sono anche del pensiero che non tutti possono prendere ed andarsene, altrimenti le cose non cambieranno mai in questo Paese, che in fondo tutti amiamo. Una cosa che ho scoperto è anche che adoro essere riservato: questo lato l’ho scoperto in Danimarca, dove ho speso moltissimo tempo con me stesso, in una sorta di solitudine però fortemente voluta. E questa “solitudine riflessiva” (come la chiamo io) me la porto ancora dietro.

Che consigli daresti ai giovani Italiani che vogliono andare all’estero?

Il consiglio che do è FATE ESPERIENZA ALL’ESTERO.

Non perdetevi in trafile, pensieri, paure, andate e provate. Oggigiorno si può in caso tornare a casa senza spendere molto e in pochissimo tempo ovunque si vada. Se poi non fa per voi, non c’è alcun problema, almeno ci avete provato.

Ma ricordate che una qualsiasi esperienza, anche la più negativa, vi cambia: magari ve ne accorgerete con il tempo, ma vi cambia.

Parlate e imparate l’inglese.

Abbiate spirito e voglia di conoscere altre culture, altri modi di fare e lavorare. Una esperienza all’estero ti fa maturare in un momento, vi stacca un po’ dalla famiglia, e vi permette di arricchire il vostro patrimonio culturale e professionale. Non importa se avete una laurea di 5 anni e trovate solo un posto come fattorino. Da lì poi sarà più facile crearvi in network di persone e quindi trovare la strada più giusta per voi.

Grazie del contributo Alessio!

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commenti





  • Gianfranco

    Complimenti, Alessio!

    Mi hai fatto sorridere quando ho letto di Barcellona: la penso come te. L’ho visitata, l’ho trovata bellissima ma, appunto, troppo simile all’Italia e piena di italiani (e se vado all’estero, tanto vale…). Non credo potrei mai sceglierla come citta’ in cui vivere!

    Saluti e ancora complimenti!

  • http://renatodagostin.com renatodagostin

    Complimenti Alessio ! Parole stimolanti che in molti dovrebbero seguire e togliere le paure a volte sciocche che bloccano dallo spingersi e creare.

  • Licia

    Mi appresto a lasciare l’amata terra danese per la francia. Il salto è ampio. Il bisogno di tornare ad una cultura più simile alla nostra, lasciando, forse, i comfort dell’esistenza apparentemente agiata e quieta di qui.
    E comunque dopo due anni in dk, che decida di tornare o no, il nord mi ha trasformato, o per meglio dire, ha scolpito certi caratteri che già erano “poco italiani”. a volte però, di fronte a certi modi-vichinghi ed a pensieri diretti e senz’anima il pensiero di casa torna, perchè credo non potrò mai assorbire totalmente una cultura così diversa.

    buona fortuna a tutti i viandanti

  • http://cityglimpse.wordpress.com Alessio

    Grazie a Renato e a Gianfranco!

    @Licia: so cosa intendi, ma sono anche convinto che il carattere diretto dei nordici abbiano reso quei paesi quello che sono, cioe’ avanti in tutto. poi, la cultura “mediterranea” e’ completamente diversa, niente da dire.

  • Licia

    già concordo pienamente con te.

  • http://cityglimpse.wordpress.com Alessio

    scusate l’errore di ortografia.

    **abbia

  • david

    è una bella descrizione la tua. Ed è la tua esperienza, diversa da quella di altre persone…ma ci noto l’entusiamo e la voglia di non scoraggiare gli altri, cosa che invece altri fanno spesso, specie chi vive o ha vissuto nei paesi nordici. Tu dici di aver fatto bene con l’inglese, altri, altre , mi han detto che senza le lingue del posto sei solo un potenziale pizzaiolo. MI sembra un ragionamento razzista a priori…e si sa, molti dei nostri(o meglio, delle nostre) connazionali a nord, lo diventano se magari trovano marito in svezia o vicino.
    io ho studiato scandinavistica , seppure anni e anni fa, ma non credo troverei difficoltà, l’inglese lo conosco e i ltedesco pure (ho fatto lett. tedesca all’univ). Per un lungo periodo, otto mesi, ho provato a fare domande da qui, ma invano. Sono convinto che sia necessaria la presenza in loco per farsi vedere e conoscere. Ovvio, secondo che settore la lingua del luogo è fondamentale, ma io credo che se uno ha veramente voglia…insomma, la mia laurea (lingue) è poco spendibile anche qua, passare da un ufficio a un negozio come commesso, o magari a un albergo non mi dispiacerebbe affatto…credi sia imossibile a nord? io credo di no, se uno ci mette il cuore.


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