L’Australia vista da una nomade italiana

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Arianna Dagnino ed il marito Stefano Gulmanelli sono due giornalisti e scrittori italiani che dopo decenni di esperienza di vita all’estero sono approdati ad Adelaide, in Australia, dove stanno completando un PhD presso la University of South Australia.

Arianna ha gentilmente risposto ad alcune domande per condividere la propria esperienza di Adelaide, dell’Australia e degli Australiani.

Perché l’Australia?

Come dice mio marito Stefano, “per avere la testa in Asia mantenendo i piedi in Occidente”. Da giornalista, scrittrice e osservatrice sociale, considero l’Australia un ottimo ponte culturale tra l’Ovest europeo e l’Estremo Oriente.
La sua struttura sociale, politica, accademica risente fortemente dell’impronta anglosassone (e avendo due bambini in età scolastica il solo fatto che crescessero imparando l’inglese ci sembrava un atout non secondario) ma il fatto che il Paese sia inserito (geograficamente quanto economicamente) all’interno dell’area che include Indonesia, Cina, Singapore, Malesia (insomma il Sudest asiatico in pieno sviluppo) lo rende un luogo attraente per cercare di studiare e riportare (sui media italiani) nuove forme di interazione e di scambio inter-culturale.

Cosa hai imparato dell’Australia da quando sei arrivata?

Che tempi di lavoro e di vita più rilassati aiutano anche a nutrire la propria creatività. Questo è un Paese fortunato, ricco, dove le persone godono di una qualità della vita a buon dirittto invidiata da più parti ma dove queste stesse persone sembrano ancora tenere in conto il fatto che il lavoro è solo una componente della propria esistenza e che immolarsi al suo altare è controproducente. Io definisco gli australiani “i napoletani australi” per quella loro capacità di godersi la vita in tutte le sue componenti, inclusa la parte creativa. Non è un caso dunque che io sia riuscita a finire il mio romanzo “Fossili” (Fazi, in libreria in questi giorni) e ispirato ai nostri quattro anni in Sudafrica, non a Milano ma qui ad Adelaide.

Cosa ti ha sorpreso sia in modo positivo che in modo negativo?

Difficile veramente ormai “sorprendersi” di qualcosa quando da venticinque anni si è in giro per il mondo. Però mi ha colpito come quella tipica espressione australiana che qui si sente ovunque – “no worries” (nessuna preoccupazione) – sia in grado da sola di esprimere il carattere di un popolo. Loro – gli australiani – credono fermamente che tutto si aggiusta, che non c’è bisogno di affannarsi, dimenarsi, stizzirsi, innervosirsi di fronte alle piccole e grandi avversità della vita. Una soluzione prima o poi si trova. E se si riesce a mantenere un minimo di distacco emotivo e a riderci su (anche a denti stretti), tanto meglio.
Quanto agli aspetti negativi, anche qui più che una sorpresa è un’amara constatazione: vedere che anche in uno dei paesi più fortunati del mondo la gente abbia bisogno di ubriacarsi all’inverosimile.

Ci descrivi Adelaide?

Adelaide è uno dei più riusciti esempi di città-giardino. E se lo può permettere finché riesce a mantenere una popolazione di un milione e trecentomila abitanti su una superficie di 1826 kmq (A Londra in una superficie addirittura inferiore vivono 7,5 milioni di persone). La sua city è cinta di parchi, e i quartieri residenziali sono una sequenza di viali alberati e case monofamiliari con giardino. I condomini sono una rarità, così come d’altronde il traffico. Per questo Adelaide viene chiamata “la città dei venti minuti”, perché effettivamente in venti minuti puoi essere ovunque, dalle colline degli Eastern suburbs alle chilometriche spiagge sull’oceano.

Com’è la vita universitaria in Australia?

Comoda. Certo, impegnativa, perché comunque un dottorato di ricerca non è uno scherzo e gli standard sono alti – ma comoda. Sembra tutto facile, ben organizzato. Il campus universitario (io e Stefano siamo entrambi in quello di Magill, alla University of South Australia) è moderno, ben attrezzato (con tanto di piscina, campi da tennis, campo da calcio, palestra). I docenti sono preparati, aperti al mondo (non foss’altro per le altissime percentuali di studenti internazionali sia a livello di undergraduate che di PhD), l’impostazione è tipicamente anglosassone e chi studia qui entra di diritto nel circuito accademico internazionale.

La cosa più simpatica? Gli snack (tramezzini, pizzette, samosa, sushi, stuzzichini vari) che vengono serviti durante le conferenze accademiche il venerdì pomeriggio. Un modo per socializzare fra ricercatori, con tanto di calice di vino offerto da qualche winery della Barossa Valley o della McLaren Vale.

Pensi di rimanere finiti gli impegni accademici?

Io e Stefano abbiamo il tarlo del neonomadismo per cui difficile pensare di “fermarsi” un un posto per sempre. Certo è che qui abbiamo anche comprato casa…

Grazie Arianna ed in bocca al lupo, qualunque sia lo vostra prossima destinazione!

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