Tutto ciò che bisogna sapere per trasferirsi in Svizzera
Condividi!Giulio Sovran è un architetto italiano emigrato in Svizzera e ci racconta la sua esperienza. Giulio sta anche scrivendo un libro sul tema “come lasciare l’Italia” e cerca persone motivate a collaborare al progetto.
Contattatelo a: giulio.sovran@asp-poli.it
Prima di rispondere alle tue domande me ne pongo una io stesso: Perché andare a vivere in Svizzera?
Eric Weiner, nel saggio “La geografia della gioia”, parla della Svizzera (8/10) come uno dei Paesi più felici al mondo, assieme a Islanda (8.2/10), Canada (8/10) Australia (7,7/10). L’Italia (6,7/10), forse a causa della sua filosofia “stavamo meglio quando stavamo peggio”, non é piazzata un granché bene secondo le statistiche redatte da uno studioso della felicità come RuutVeenhoven (World Database of Happiness) che parla di società dei valori quali famiglia, relazioni sociali, religione, oltre che di stabilità economica e di welfare state.
Uno degli elementi cardine che connota la qualità della vita in Svizzera é l’onestà delle persone, la fiducia nel prossimo e il profondo senso di stabilità che pervade la vita quotidiana. É possibile che una barriera geografica come le Alpi abbia contribuito a marcare le differenze tra i due paesi. Stili di vita e mentalità sono agli antipodi e sarei propenso a definire la Svizzera la Nuova Zelanda d’ Europa.
Se in Italia dimenticare le tapparelle alzate in un “tranquillo” pomeriggio milanese, com’è successo a mia madre, significa farsi svuotare la casa, in Svizzera si può ancora lasciare aperta la porta di casa e non occorre un catenaccio in acciaio da cinque kg per bloccare una bicicletta. I bloster qui sembrano, piuttosto, braccialetti multicolori portafortuna.
Tuttavia è imprudente abusare della fiducia altrui. Io l’ho fatto e me ne sono pentito amaramente. Un venerdì come un altro. Partita di calcetto con gli amici bernesi in una palestra; tutti i nostri valori, come sempre, lasciati incustoditi negli spogliatoi: “tanto siamo in Svizzera!”. Finita la partita, il mio portatile Macintosh nuovo fiammante, lo ammetto, nemmeno troppo nascosto nello zaino, era scomparso. Il mondo mi cade addosso. Mi risveglio da un sogno durato più di tre anni. Sono uno stupido, mi dico. La denuncia alla polizia mi prende circa un quarto d’ora, i furti sono una merce rara, ma anche la Svizzera non é il paradiso.
Sono passate tre settimane, la polizia mi chiama sul cellulare: “Il suo portatile é stato ritrovato”.
La mia reazione? Una sola e semplice frase: “grazie Svizzera!come ho potuto dubitare di te?”
Puoi riassumere brevemente il percorso universitario/professionale che ti ha portato in Svizzera?
Sono un milanese, amante della mia Milano frenetica e dei suoi ritmi incalzanti. Non sopporto perdere tempo, immaginate la frase “il tempo é denaro” detta con il tipico, e spesso fastidioso, accento milanese.
Finito il Liceo artistico Caravaggio mi iscrivo alla Facoltà di architettura di Milano Bovisa. L’architettura é una passione che assorbe la maggior parte del mio tempo, ma detesto l’architettura che s’insegna in quella Università. In tempi record, per architettura (quattro anni e mezzo), conseguo la laurea specialistica e saluto l’Italia, senza rimpianti.
Avevo capito da tempo che oltre confine le cose sarebbero state differenti, le occasioni molto più stimolanti.Come spesso succede, lo scossone che fa crescere il giovane studente universitario é il programma Erasmus, nel mio caso, un anno di vita (2003-2004) trascorso alla T.U. di Delft, in Olanda e sei mesi di tirocinio presso uno studio di architettura de L’Aia; un’esperienza fondamentale per le mie scelte future.
Quasi la totalità degli studenti Erasmus, una volta finiti gli studi, si ripromette di andare a lavorare all’estero. Tuttavia se l’esperienza e le opportunità offerte dall’Erasmus si collocano in un contesto ambientale ed economico protetto, il campus universitario e la famiglia alle spalle, l’inserimento nel mercato del lavoro è ben altro discorso, un vero e proprio salto nel buio; anche se io l’ho vissuto e lo vivo come un’esperienza eccitante che si rinnova quotidianamente.
Il mio unico pensiero è stato dunque di finire gli studi il più presto possibile per andare a lavorare all’estero.
Perché ho scelto la Svizzera? Come spesso accade, per motivi sentimentali, non volevo allontanarmi troppo dall’Italia.
La meta più vicina? Losanna o Ginevra nella Svizzera francese.
Primo passo, la lingua. Durante l’ultimo anno di università mi sono iscritto aun corso serale di francese e comincio una ricerca a tappeto di tutti gli studi di architettura nella Svizzera francese ai quali invio altrettanti curricula.
Risultato: un colloquio di lavoro in francese maccheronico a Sion, nel cantone Vallese (sud della Svizzera), il giorno successivo al conseguimento della laurea. Un periodo di prova di tre mesi che si è tradotto in una bellissima esperienza lavorativa e di vita durata due anni (2006-2008).
Nel 2008 decido di trasferirmi a Berna, la capitale, nella Svizzera tedesca, quella dei così detti luoghi comuni, dove vivo e lavoro ormai da quasi due anni.
Conoscevi già il tedesco prima di arrivare a Berna?
Il tedesco, il francese, l’inglese e un po’ di olandese. Con il tempo ho scoperto l’amore per le lingue, intese come strumento di conoscenza e d’integrazione.
MoniOvadia, autore, musicista, attore di teatro, profondo conoscitore della cultura ebraica usa correntemente dieci lingue afferma: “tutti e nessuno sono portati ad apprendere una lingua; é soltanto una questione di metodo”, (opinione che non posso che condividere). Io penso che la volontà e la disciplina siano alla base dell’apprendimento. In questi anni ho messo a punto diversi metodi di apprendimento legati alle circostanze, al tempo e al denaro a disposizione.
Rispetto al francese o all’inglese, il tedesco é una lingua veramente ostica per un italiano. Ho iniziato a studiarla a Sion 6-8 mesi prima di cercare lavoro nella Svizzera tedesca, ho frequentato un corso serale, ma soprattutto, una volta tornato a casa dall’ufficio, ho studiato tutte le sere per circa un’ora. Benché al colloquio di lavoro non fossi ancora pronto per un dialogo professionale in tedesco, tempo un mese dalla mia assunzione, ho“obbligato” i miei colleghi a parlarmi solo in tedesco ed io a fare lo stesso con loro. Inoltre nei miei continui spostamenti la scelta di condividere con persone del posto l’appartamento mi ha consentito rapidamente di ottenere ottimi risultati in tempi rapidi. Dopo circa un anno e mezzo dal trasferimento a Berna parlo e scrivo correntemente in tedesco e capisco anche abbastanza bene il dialetto bernese. Eh sì, dovete sapere che lo svizzero tedesco usa abitualmente il dialetto svizzero tedesco anche sul posto di lavoro. Sarebbe come per un milanese trasferirsi in Sicilia e scoprire che la lingua ufficiale è il siciliano…
Ci descrivi la vita a Berna?
Facendo una proporzione aritmetica, potrei dire che Berna sta a Zurigo come Roma sta a Milano. Berna é la capitale, Zurigo é il business, è il vivere frenetico, come Milano. La contrapposizione tra Berna e Zurigo, come tra Roma e Milano, segna un confine immaginario tra i due cantoni; una frontiera linguistica reale (due dialetti) che si evidenzia in due modi distinti di salutare, Grüezi a Zurigo e Grüessech a Berna. I bernesi la chiamano “Grüezigrabe” (frontiera dei Grüezi).
Berna è una città di 125.000 abitanti, dal fascino architettonico ineguagliabile. Costruita in un’ansa creata dal fiume Aare su di un’altura, domina il paesaggio collinare circondato dai picchi alpini sempre innevati a sud. Berna è una città “lenta”; e così tutti in Svizzera si prendono gioco del modo flemmatico di muoversi e di parlare dei suoi cittadini. Il bernese non sembra stressato, si gode la vita (gemütlich), il tempo libero, gli aperitivi sotto le arcate, le cene nei numerosi e affollati ristoranti del centro storico.
Berna è una piccola città a misura d’uomo, con un centro storico ben caratterizzato dove si concentra una varietà di servizi tipici della grande città. Le limitazioni scoraggiano l’uso del mezzo privato. Possedere un’auto a Berna è più una scomodità che un valore aggiunto. La fitta rete di piste ciclabili permette di raggiungere ogni posto al massimo in dieci minuti anche a coloro che abitano in periferia. I mezzi pubblici urbani sono impeccabili per collegamenti e frequenza.
D’estate il cittadino bernese approfitta delle attrezzature ricreative e sportive collegate al fiume Aare. Gratuito è l’accesso alle piscine e agli spazi verdi che si affacciano sulle sue sponde. Lo svago preferito consiste nel tuffarsi nel fiume dai ponti, nuotare nelle acque a volte gelate, attraversare da una sponda all’altra, navigare da una cittadina all’altra su gommoni gonfiabili, utilizzando i trasporti pubblici che permettono la facile risalita del fiume.
In quanto a vita notturna non pensate di essere a Madrid o a Barcellona. Durante la settimana si rischierà di sentirsi un po’ soli per strada. Ma di locali notturni ce ne sono ed anche di gente disposta a divertirsi. Basta adattarsi agli orari locali che prevedono una sveglia mattutina a prova di “galline”, e l’ orario di inizio lavoro tra le 8.00 e le 8.30 (il mio tra le 7.00 e le 7.30). Di conseguenza la sera si va a nanna presto.
Berna è una città cosmopolita, gli stranieri sono numerosi, ben integrati e rispettano le regole del paese che li ospita. Il bernese tipo, oltre al tedesco, adora parlare in francese (il Canton Berna confina con diversi cantoni francesi), conosce l’inglese e, sorpresa, non è raro scovare bernesi che se la cavano bene anche con l’italiano. Non vi sentirete mai abbandonati a Berna. Chiunque vi vedrà in difficoltà per la strada sarà disposto a darvi una mano, la lingua? A vostra scelta!
Cosa offre la Svizzera che manca all’Italia?
La Svizzera offre una qualità di vita di gran lunga superiore alla media italiana, e Berna, in particolare, è una città decisamente più economica di Zurigo o di Ginevra. Il costo di un appartamento in periferia (10 minuti di bici dal centro), con soggiorno, cucina attrezzata e due camere da letto, si aggira intorno ai 900 € al mese. Condividere un appartamento può costare dai 300 ai 500 €. Come a Milano, direte voi. Si, ma lo stipendio mediamente è il triplo di quello che si percepisce in Italia.
La Svizzera offre tranquillità e sicurezza. La gente si fida ed è onesta. Nel caso perdiate un cellulare o un portafogli per strada, non è un fatto eccezionale che qualcuno ve lo riporti. Non è necessario guardarsi le spalle continuamente per evitare di essere raggirati, tanto nessuno proverà a farlo.
I servizi svizzeri sono impeccabili dalla Sanità, ai Trasporti, alle Poste. Il sistema sanitario è privato (il costo mensile si aggira tra i 100 e i 200 €), ben organizzato e di alta qualità, con tempi di attesa brevissimi. Negli uffici postali il cliente è servito mediamente entro cinque minuti. Attenti però: ultime statistiche registrano in quanto a puntualità dei treni un peggioramento del servizio. Pare che nel 2009 solo il 96% dei treni sia arrivato puntuale rispetto al 97% del 2008. Dati che, rispetto all’Italia, si commentano da soli!
Le tasse? In Italia si usa dire che le pagano solo i lavoratori dipendenti e gli stupidi (arrivano sino al del 50% dello stipendio), a fronte di servizi spesso scadenti. In Svizzera tutti (o quasi) pagano le tasse che variano da cantone a cantone (stato federalista), comunque si aggirano massimo intorno al 30% del reddito lordo.
Il denaro pubblico è gestito con il massimo della trasparenza. Se in Italia si parla di debito pubblico, nella confederazione svizzera è normale che i bilanci si chiudano in attivo; ho scoperto io stesso qualcosa che non avevo mai sentito prima: il “credito pubblico”. Sembra fantascienza, ma qualche anno fa è stato indetto un referendum (in Svizzera la consultazione popolare è usata di frequente) su come utilizzare le eccedenze del credito da tassazione!
E ora parliamo di regole.
Le regole di convivenza civile sono accettate e applicate di buon grado. Il cittadino è il primo a pretendere che si rispettino. Il suono del clacson, per fare un esempio, lo sentirete solo quando state facendo qualcosa di contrario al codice stradale, e non certo per sollecitarvi a ripartire allo scattare del verde, oppure per farvi notare da una bella ragazza che passa.
Ma anche la polizia stradale non scherza! Sappiate che non fa sconti a nessuno. L’avete fatta sporca? Allora pagate. Tempo due settimane dal mio arrivo a Berna alle ore 23 di un martedì sera ho collezionato in bicicletta un totale di 100€ di multa perché ho attraversato con il rosso tre semafori pedonali. Una pattuglia della polizia che mi stava seguendo, mi ha fermato prima del quarto semaforo, per fortuna… No, qui su certe cose non si scherza!
E sono sempre stato più fortunato di quel diciassettenne tedesco, fermato in bici con un tasso alcolico nel sangue troppo elevato il quale, oltre alla sanzione di 500€, per quindici anni non potrà condurre veicoli non motorizzati (di quelli motorizzati non se ne parla neppure) in Svizzera, skateboard incluso e sarà anche obbligato a pagare 30€ ogni volta che verrà sorpreso sul suolo svizzero persino alla guida di un triciclo!
Com’e’ il mondo del lavoro in Svizzera?
La crisi finanziaria mondiale ha colpito gravemente anche la Svizzera dove il tasso di disoccupazione è cresciuto dal 2,6 al 2,7%, un valore inferioresoltanto a Norvegia e Danimarca in Europa…
Parlare di lavoro?
In questo momento sto scrivendo (il mio Mac è rimasto a casa) dalla spiaggia di KohLipe, isoletta sperduta nel sud della Tailandia. Accanto a me un cocktail da 80 centesimi di Euro nella noce di cocco. Non ve lo descrivo, potrebbe farvi invidia. Una domanda coerente potrebbe essere: No, il lavoro mi aspetta a Berna dal primo Marzo. Approfitto di un mese di vacanza a Febbraio, tra Malesia e Tailandia, per consumare gli straordinari che ho accumulato l’anno scorso. Anche qui, come succede in ogni studio di architettura, si lavora molto. Per rispettare le scadenze, passo giornate (spesso nottate) intere in ufficio. Ma le ore eccedenti, vengono pagate o tradotte in giorni di ferie. Il lavoro ben retribuito mi consente di accantonare il denaro senza rinunciare a soddisfare i miei interessi. Cosa chiedere di più?
Parliamo ora della leggendaria precisione e puntualità svizzera.
Non esiste un luogo comune più vero. Anche per un ritardo di 10 minuti si usa telefonare. Dovrete abituarvi. In quanto a precisione, dopo quasi quattro anni di duro lavoro vengo ancora ripreso. Probabilmente in Italia sarei già pronto per dipingere delle miniature…Questo è lo “SwissMade”!
Che consigli daresti agli Italiani che vogliono emigrare in Svizzera?
Ragazzi,volete andare a lavorare in Svizzera? Provateci!
La soluzione più semplice sarebbe quella di cercare lavoro nel Canton Ticino. In realtà il mercato è già inflazionato dai lavoratori italiani frontalieri e le retribuzioni sono decisamente inferiori.
Il primo scoglio da superare per accedere al mercato del lavoro nella Svizzera “vera”, sono le lingue. La conoscenza del francese e del tedesco è indispensabile. Nonostante la scarsa conoscenza della lingua, per me è stato più facile spostarmi dalla parte francese a quella tedesca, avendo già maturato due anni di esperienza in uno studio di architettura a Sion.
La buona conoscenza del francese e/o del tedesco sono nella maggior parte dei casi obbligatori, dovendo competere con emigrati di madrelingua. Anche loro cercano condizioni lavorative migliori rispetto a Francia e Germania e hanno ben capito dove trovarle. Se lavorate nel business (consulenza, multinazionali, organizzazioni internazionali, ecc.) o nella ricerca, l’inglese potrebbe bastarvi; in tutti gli altri campi, armatevi di pazienza e studiate. Cercate di capire il mercato prima di mandare un curriculum “a caso”. Riceverete sicuramente una risposta (gli svizzeri rispondono sempre!), ma nel 99% dei casi sarà negativa.
Mancando di esperienza e di conoscenza delle lingue potreste proporvi a prezzi competitivi, proprio come fanno gli operai stranieri in Italia, Il datore di lavoro non potrà essere che contento di un lavoratore motivato e che costa meno. La cosa non ci piace? Queste sono le leggi della domanda e dell’offerta. In definitiva siamo tutti stranieri, salvo che in casa propria. Ma su questo argomento si aprirebbe un’altra serie di domande ben più spinose.
Una cosa certa è che si deve lottare.
Saggio sarebbe accontentarsi inizialmente di uno stipendio più basso e di condizioni contrattuali meno ambiziose pur di entrare nel mondo del lavoro svizzero. Avrete in questo modo la possibilità di apprendere la lingua locale, il modo di lavorare e, se sarete bravi, avrete la possibilità di far carriera. Perché in Svizzera vige una regola dettata da una parola spesso ignorata in Italia: meritocrazia.
E ricordate che anche se accetterete uno stipendio dimezzato e delle condizioni “sfavorevoli”, spesso e volentieri guadagnerete più di quanto vi avrebbero pagato in Italia.
Scusa l’ignoranza,ma un italiano, per vivere nella confederazione svizzera che non fa parte dell’unione europea, deve essere in possesso del permesso di soggiorno?
Giusto. La Svizzera non è parte dell’Unione Europea ma grazie a trattati economici bilaterali, per coloro che vogliono trasferirsi in Svizzera le procedure sono state semplificate.
Quattro anni fa, quando arrivai in Svizzera, il mio datore di lavoro, prima di assumermi, dovette dimostrare di non aver trovato, al momento, nessun cittadino svizzero con le mie stesse competenze. Oggi le cose sono più semplici per chi proviene da Paesi membri della Comunità Europea.
La Svizzera rilascia, oltre un periodo superiore ai tre mesi, in cui si è considerati “turisti”, un permesso di soggiorno solo a chi possiede un regolare contratto di lavoro. L’autorizzazione al soggiorno varia da uno a cinque anni,a seconda del tipo di contratto. La cittadinanza può essere concessa solo dopo dodici anni di residenza continuativa in Svizzera e il superamento di un esame di conoscenza linguistica, politica, geografica; qualche anno prima se sposate una/uno svizzera/o.
Ma voglio affrontare un altro argomento che mi sta particolarmente a cuore ed è quello della durata dei contratti di lavoro. Il sogno della maggior parte degli italiani oggi è quello di avere un contratto di lavoro a tempo indeterminato, il cosiddetto “posto fisso”, quello che nessuno potrà più toglierci, e che ci consentirebbe di accendere un mutuo trentennale. Purtroppo In Italia capita che il tanto sudato posto fisso significhi “cadesse il mondo, ormai nessuno me lo potrà più togliere”. In Svizzera il lavoro a tempo indeterminato è quasi la normalità, ma ciò non vuol dire che non si possa venire licenziati nelle tempistiche previste dalla normativa (1-2-3-6 mesi). L’efficienza da parte del lavoratore deve essere garantita. L’efficienza è un requisito indispensabile per mantenere un posto di lavoro, l’efficacia dei risultati conseguiti è una condizione per migliorare il profilo personale e di conseguenza le condizioni economiche. Altrimenti… Altrimenti sei libero di cercare qualcos’altro.
Il credito pubblico svizzero non è certo il frutto di un biglietto vinto alla lotteria…
Giulio Sovran
Tra le tante cose, sto scrivendo sul tema “come lasciare l’Italia”, cerco persone motivate a collaborare al progetto.
Contattatemi pure:
giulio.sovran@asp-poli.it
9 Responses to “Tutto ciò che bisogna sapere per trasferirsi in Svizzera”
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halnovemila on March 16th, 2010
Veramente interessante
Vorrei far notare che il cosidetto “posto fisso”, quello che “cadesse il mondo, ormai nessuno me lo potrà più togliere”, non è solo un’aspirazione di molti Italiani, ma è una velleità normativa, con la quale “il legislatore” ha “creduto” di poter piegare gli interessi e le necessità delle attività produttive e di servizio a favore di un ideologico “immaginario”.
Ovviamente il risultato non può che essere uno solo… a fronte del rischio, tutto Italiano, di non potere sostituire il lavoratore non idoneo (o non più idoneo) alla mansione per cui è stato inizialmente assunto, i potenziali datori di lavoro assumono il meno possibile.
Di conseguenza l’offerta di lavoro in Italia è ridotta al minimo, con relativo maggiore tasso di disoccupazione, e maggiore difficoltà di inserimento per coloro che, giovani, non avendo alle spalle referenze in grado di documentare le loro competenze, rappresentano per il datore di lavoro, un’incognita ed un rischio maggiore.
Ma si potrebbe dire che è di origine “normativa” pure la scarsa sicurezza “ambientale” di cui l’Italia soffre in paragone alla Svizzera.
Le normative (e l’amministrazione che ne deriva) svizzere ovviamente sono tali da consentire alle autorità il pieno controllo del territorio e dei suoi abitanti… chi delinque ha una certezza: “la pena”.
Ecco, la normativa Italiana è tale che “la certezza della pena” (ovvero di poter essere identificati e condannati), a partire dai reati più piccoli (come il furto di un notebook), è un’idea scarsamente credibile (gli stessi operatori di polizia sono demotivati e, in pratica, certi crimini vengono sistematicamente ignorati e non perseguiti) e, in mancanza di tale certezza, ovviamente i soggetti che si dedicano a delinquenza e criminalità aumentano proporzionalmente.
Oltretutto, in Italia, il controllo della popolazione residente (quindi, identificabilità e rintracciabilità delle persone sul territorio) è compito reso particolarmente difficile dal non indifferente ingresso illecito in Italia di persone non identificate/identificabili e senza fissa dimora che, sempre per cause “normative” (amministrative e giudiziarie), non vengono intercettate/identificate ai confini e/o efficacemente espulse.
C’è da credere che anche il sistema fiscale Svizzero sia decisamente più semplice di quello Italiano (dove, ad esempio, un lavoratore autonomo deve necessariamente pagare profumatamente un consulente fiscale “professionista” per riuscire a fare denuncia
dei redditi e pagare le tasse… e, colmo, il consulente fiscale, data l’incredibile complessità e contraddittorietà della materia, si tutela da eventuali errori con costosi premi assicurativi e, colmo dei colmi, se sbaglia a calcolare gli importi da denunciare al fisco… in ogni caso il fisco Italiano si rivale sul lavoratore autonomo e non sul consulente), e più semplice significa anche più trasparente e meno adatto a piegarsi a fini “di cassa” (in Italia il 99% delle sanzioni a seguito di controlli fiscali vengono sanati con patteggiamenti perchè il ricorso contro sanzioni illegittimamente erogate è praticamente impossibile… la stessa Agenzia delle entrate “sconsiglia” il ricorso e “caldeggia” il patteggiamento).
Io stesso, a distanza di 5 anni da quanto ho chiuso la partita IVA, continuo a riceve sanzioni per fantomatici ritardati pagamenti (vagamente indicati per natura e data, e quindi non verificabili con immediatezza), che, essendo di importi mediamente intorno ai 100Euro, preferisco pagare direttamente che non dovermi rivolgere ad un consulente (che comunque dovrei pagare) per intraprendere improbabili ricorsi.
Per di più, in Italia, le imposte su lavoratori autonomi, commercianti, imprese, sono calcolate in gran parte su redditi “presunti” (lo Stato, sa lui e decide statisticamente, quanto è il guadagno minimo di imprese e lavoratori indipendenti) generando quindi non indifferenti iniquità di tassazione che sono a favore di chi, “di fatto”, ha redditi superiori a quelli presunti dallo Stato, e chi “di fatto” li ha inferiori.
In sintesi la differenza sostanziale tra la bella “Svizzera” e l’Italia sta tutta nelle differenze normative…
le differenze normative dipendono dall’attività degli organi legislativi dell’Italia…
gli organi legislativi sono l’espressione delle preferenze politiche dei cittadini Italiani…
la preferenze politiche sono espressione della cultura…
La cultura Italiana è fortemente caratterizzata dal logo cattolico/comunista-socialista;
evidentemente la cultura Svizzera…
no.
Saluti.
Alessio
halnovemila on March 16th, 2010
Errata corrige
generando quindi non indifferenti iniquità di tassazione che sono a favore di chi, “di fatto”, ha redditi superiori a quelli presunti dallo Stato, e A SFAVORE di chi, “di fatto”, li ha inferiori.
Riccardo on March 17th, 2010
Grande! E bella la svizzera… ma pure il sudes asiatico ha il suo fascino…
Gran bel post, riassume un sacco di concetti;)
Concordo anche con halnovemila… non ho visto in nessun altro paese del mondo il posto fisso (neanche nel pubblico!), per cui se un soggetto non è PRODUTTIVO, NON è possibile licenziarlo…
Ma tant’è… me ne sarò andato dallo stivale anche io per qualche motivo, no?
Saluti
Riccardo
alaska29 on March 18th, 2010
Beh, suppongo che per partire con il programma Erasmus hai dovuto: 1) sapere l’olandese 2) avere una media voti alta. È così Giulio?
Elisa on March 18th, 2010
@alaska29
Non sono Giulio ma ti rispondo visto che ho fatto l’Erasmus anche io
Dipende un pò dalle università ma in teoria la conoscenza della lingua non te la dovrebbero chiedere (starà poi a te districarti all’inizio) proprio perché l’obiettivo dell’Erasmus è quello di mandare + gente possibile. Ogni paese fa le sue scelte. Ad es. in Spagna danno pochi contributi ma non ci sono quasi limiti di posti, da noi è un pò diverso, la borsa non è alta (ma nemmeno da buttare!) e i posti sono abbastanza ma non per tutti. Nell’Est Europa invece le borse sono molto alte (permettono di vivere in un paese con costo della vita + alto a chiunque), ma i posti limitatissimi, quindi in Erasmus ci arriva solo la crema.
La media voto non è stata discriminante nel mio caso, ma so che può esserlo.
Comunque non dare niente per scontato, informati bene alla tua università, o cerca in internet anche per borse Leonardo e Erasmus Placement. Le occasioni sono davvero tante e bisogna giocarsele tutte perché poi diventa sempre + difficile partire!
In bocca al lupo!
Anonimo on March 21st, 2010
Bella la Svizzera, ci ho vissuto e lavorato anch’io per 6 mesi…
Peccato che vi siete dimenticati di specificare che
– Il basso livello di tassazione e’ dovuto allo status di paradiso fiscale, per cui grazie ai depositi di criminali ed evasori fiscali, lo stato puo’ permettersi di mantenere tasse basse ma servizi pubblici di qualita’…quindi voi vi godete la vita alle spalle di paesi che si vedono sottrarre risorse fiscali (compresa l’Italia che tanto odiate).
Ma questo e’ meglio non sottolinearlo vero?
– La Svizzera e’ un paese ricco anche perche’ non ha dovuto ricostruire un bel niente dopo la WWII, visto che con la scusa della neutralita’ ha fatto accordi con Hitler (armi in cambio della non-aggressione), e non ha avuto praticamente ne’ perdite umane, ne’ materiali…per cui dopo la WWII, quando quasi tutta l’Europa (che almeno aveva combattuto, piuttosto che nascondere la testa sotto la sabbia) era stata rasa al suolo, e molti stati hanno dovuto ricorrere al piano Marshall, gli Svizzeri continuavano la loro vita quasi come se nulla fosse successo neglo ultimi 5-6 anni…i loro forzieri erano pieni come prima, anzi piu’ di prima della guerra.
– La Svizzera e’ un paese cosi’ bello per viverci che c’e’ uno dei tassi di suicidi piu’ alti d’Europa…
alex on March 22nd, 2010
Bellissima recensione, complimenti! In bocca al lupo x il tuo progetto!
sovransqs on March 31st, 2010
Volevo rispondere ad alcuni vostri quesiti:
1- Sulla questione “posto fisso” non posso che essere al 200% d’accordo con halnovemila e Riccardo
2- Erasmus: nei Paesi del nord Europa (da escludere a volte la Germania che è più rigida sulla questione tedesco) non è necessario conoscere la lingua locale, ma l’inglese. È vero che nella selezione per accedere a un’università all’estero giocano i fattori media esami e conoscenza dell’inglese. Io ho voluto scegliere una delle università (architettura/ingegneria) più rinomate in Europa (TU Delft), ma la mia facoltà di architettura offriva ben 96 posti Erasmus quell’anno (in tutta Europa), in totale credo ci fossimo meno di 40 iscritti, per quei 96 posti (!), quasi tutti concentrati su Delft e Barcellona. A Erasmus fatto, consiglio a chiunque di partire comunque, è un’esperienza che oggigiorno renderei obbligatoria per tutti gli studenti (certo le borse di studio italiane sono ridicole rispetto a quelle che offrono i Paesi del nord Europa agli studenti decisi a partire… stendiamo un velo), e potrebbe rivelarsi ancora molto più interessante, in facoltà a prima vista “secondarie” come Praga, Budapest, Atene, oppure in Germania, Francia, la scelta è enorme! Non bisogna fissarsi sulle grandi università “mitiche”. Ciò che conta è l’esperienza di vita in sé che, lontano dalle grandi università, potrebbe dimostrarsi ancora più “vera” e utile!
3- Questione tasse in Svizzera. Si sa, la Svizzera è il Paese neutro per eccellenza. Il Paese che tuttora costruisce rifugi anti-atomici sotto ogni nuovo edificio affinché ogni cittadino sia al “sicuro” in caso di guerra (non scherzo, ne sto progettando proprio uno in questi giorni al di sotto di una piccola palazzina). Paese neutro e Paese di banche, la storia di Hitler e di tutti i soldi “sporchi” nascosti in Svizzera non è una novità, non a caso le banche svizzere si trattano bene… A mio avviso la ricchezza della Svizzera risiede nel fatto che i residenti in Svizzera pagano le tasse, in Italia le tasse le pagano solo gli impiegati e gli onesti che pagano per mantenere tutto il Paese. È divertente vedere le statistiche e scoprire come un dentista a Trento dichiari 600.000€ l’anno e a Napoli guadagni solo 60.000€, ci sono stranezze tutte italiane… In questo modo le tasse sono più alte (serve qualcuno che paghi per tutti) e anche la gente onesta comincia a rifiutarsi di pagare per gli scarsi servizi che riceve. In Svizzera le tasse sono relativamente basse (legate al reddito e allo stato civile e numero di figli a carico), quasi tutti le pagano, lo stato si arricchisce e fornisce ottimi servizi. Mantenendo le tasse così basse gli investitori all’estero sono incentivati a investire o far crescere il proprio business in Svizzera, è un modo per attrarli. Nel bene o nel male, il circolo vizioso dell’economia si muove con un ordine ben preciso.
4- Sulla questione suicidi. È vero, il tasso è alto, come lo è in Norvegia o Giappone. Tutto si gioca su statistiche che mostrano da un lato la “felicità” (qualità della vita) degli abitanti di Paesi come Svizzera e Norvegia, dall’altro l’alto tasso di suicidi. Districarsi in questa giungla di dati è, per la mia formazione, troppo complesso.
Giulio
Michele on June 27th, 2010
M’intrufolo in una discussione che, presumo, coinvolge più i “giovani”, per il semplice fatto che ho conosciuto Giulio qui a Berna (mentre macinavamo chilometri in piscina nella pausa di mezzogiorno) e perché a Berna ci vivo anch’io, italiano d’origine e ora svizzero d’adozione e di fatto (ho entrambe le nazionalità). Tuttavia, non mi esprimerò su Erasmus poiché, quand’ero giovane, non ne ho mai sentito parlare (io sono del 1959 e, in più, non ho neanche proseguito gli studi al di là della maturità artistica).
Parlerò invece di cosa ha significato per me abbandonare l’Italia e di cosa finora ho conosciuto della Svizzera, vivendoci da 18 anni (di cui 7 in Cantone Ticino e 11 a Berna) e lavorando in un ufficio federale che, sotto certi aspetti, permette d’avere della realtà un punto di vista molto “panoramico”.
Anche se, quando sono partito dall’Italia, ero sposato con una donna svizzero-tedesca, avevo alle spalle già 13 anni di lavoro, avevo già un figlio (altri due sono nati poco dopo) e, dunque, mi trovavo in una situazione molto diversa da quella di Giulio, in un certo senso so di aver vissuto un’esperienza più simile alla sua che a quella di un emigrante italiano degli anni cinquanta o sessanta. E, forse, anche per questo motivo, posso affermare che, di Giulio, condivido quel fresco entusiasmo con il quale anch’io mi gettai alla scoperta di ciò che era “oltre” i confini di un Italia che sentivo ormai profondamente degradata e priva di dignità, Italia da quiz televisivo e da fanfaroneria volgare e vittimistica.
Quello che potrei dire ai giovani italiani che sono alla ricerca di un’esperienza rivitalizzante, sia umana che professionale, può riassumersi in una semplice constatazione: indipendentemente da quello che si trova e che si riesce a costruire, da fuori i confini, immersi in altri valori e reti sociali, il proprio punto di vista di “italiane e italiani” si arricchisce, il proprio senso critico si affina, gli orizzonti si dilatano ovvero, si acquisiscono degli “atout” che, nell’Italia attuale, sono merce rara e di difficile reperimento.
E, partendo da questo consiglio, vorrei puntualizzare solo alcuni elementi che, attraverso le risposte date all’articolo scritto da Giulio, mettono in evidenza l’ignoranza che pervade chi le cose le giudica senza averle conosciute, semplificando tutto con degli stereotipi o, come usa dire mia moglie, accomodando tutto nei propri cassettini ideologici.
Nel far questo, parto da quello che scrive l’anonimo sul tasso dei suicidi in Svizzera. Certo, ogni paese (come ogni persona) ha i suoi lati chiari e i suoi lati scuri e ogni sub-strato culturale reagisce alle difficoltà sostanziali dell’esistenza con sistemi e valori tra loro differenti. Come risponde Giulio, per giudicare interamente questi dati statistici occorrerebbe però padroneggiare ben altri strumenti che la semplice interpretazione quantitativa. Tuttavia, se la Svizzera si distingue per le scelte disperate (ma, tutto sommato, a loro modo “dignitose”) di persone incapaci ad andare avanti, cosa dobbiamo dire del tasso di omicidi e barbare faide che da decenni stravolge l’intera penisola con concentrazioni allucinanti nel sud Italia?
Ed anche l’osservazione sull’opportunismo svizzero durante la seconda guerra mondiale deve essere circostanziata poiché, se parliamo d’opportunismo, cosa si dovrebbe dire del ruolo dell’Italia fascista, quintessenza di una meschinità caricaturale seppur tristemente brutale? Entrare in guerra e allearsi con i nazisti in quel che il dittatore pensava poter essere il momento più opportuno nella fallace convinzione di limitare al minimo le proprie perdite ma poter infine pasteggiare voracemente sul tavolo dei vincitori? Dieci anni fa, la Svizzera ha pubblicato un rapporto dove, dopo anni di ricerche, ha ammesso le sue responsabilità (La Svizzera, il nazionalsocialismo e la seconda guerra mondiale – Rapporto Bergier, Armando Dadò Editore, ISBN: 88-8281-094-1, http://www.editore.ch/book/1161030239/it/). Al contrario, in Italia si crede ancora che il colonialismo da operetta da lei brutalmente messo in atto in Etiopia e in Eritrea fosse un gesto umanitario…
Di quello che Giulio ha scritto, i commenti si sono soprattutto concentrati sull’aspetto normativo svizzero e, più in particolare, fiscale e sulla questione della flessibilità sul lavoro. Da un lato, i due aspetti sono strettamente correlati. Occorre dire, quale prologo, che il sistema giuridico-normativo in Svizzera è di una chiarezza e di una sistematicità inconcepibili in Italia. A questo si aggiunga che le leggi e tutto il quadro applicativo di queste è disponibile nelle tre lingue nazionali. Le leggi, poi, hanno un titolo che concerne il soggetto delle stesse (non un numero e una data) e i regolamenti e le ordinanze d’applicazione sono ugualmente immediatamente identificabili. Una cura estrema (certosina, si potrebbe dire) è destinata poi alla redazione del testo e le traduzioni sono pressoché integralmente corrispondenti alla o alle lingue di stesura originali (sembrerebbe una banalità, ma andate a vedere come si lavora nella UE dove, di norma, si traduce su traduzioni, di traduzioni, di traduzioni…).
Questo preliminare, per dire che, in Svizzera, con tutti i difetti del sistema democratico come lo si conosce nel mondo occidentale, l’uso della democrazia come strumento civile ha qui un senso ed è incommensurabilmente facilitato. A questo si aggiunga il sistema federalista che, in parole semplici, significa: quasi totale autonomia fiscale, quadri normativi subalterni a quello federale ma indipendenti dal punto di vista applicativo, pianificazioni di spesa pubblica spessissimo al vaglio delle consultazioni popolari, maggiore consapevolezza delle lobby e degli interessi in gioco. E, a condire il tutto, un’elevata dose di pragmatismo e l’impegno generale messo in atto a livello nazionale, cantonale e comunale di non lasciare nessuno sotto la soglia della povertà.
Si dirà, con i capitali esteri che riempiono i forzieri svizzeri, tutto è possibile. Certo, quello è un aspetto che non si può ignorare ma anche altre piazze finanziarie godono di afflussi enormi di capitali senza aver alcuna volontà di debellare sul loro territorio una parte consistente della povertà. In ogni caso, come fa notare Giulio, in Svizzera la disoccupazione è bassa e non è perché tutti lavorano nelle banche. L’industria elvetica è, in buona parte, innovativa e il suo modus operandi è orientato alla qualità. Questi sono elementi che, in un’economia come quella attuale, confrontata con tecnologie rapidamente obsolete, sono decisivi per il progredire di una nazione.
Anche il mercato del lavoro può sembrare, agli occhi di un italiano, un po’ brutale. Ma non dimentichiamo che qua l’assicurazione disoccupazione copre almeno 400 giorni di indennità al 70% (80% per chi ha figli) del salario perso. E, in cantoni più deboli, fino a 520 giorni. Senza contare le misure attive messe in atto dall’assicurazione per la ricerca d’impiego e il tasso tra i più elevati al mondo di formazione continua tra gli adulti. Inoltre, se poi arriva l’italiano che dimostra di voler fare, che apporta contenuti creativi con una mentalità capace d’improvvisare e di reagire alle emergenze, con una comunicabilità calda e appassionata, sono molti coloro che sanno di dover approfittare: ma anche questa, nell’economia, è una qualità che, alla lunga, rende per tutti e alza la qualità globale del lavoro.
Per ciò che riguarda il fisco, Giulio, avendo un permesso di dimora, non è tenuto a versare direttamente le imposte ma gliele sono trattenute alla fonte dunque, del sistema, ne avrà una conoscenza parziale. Non conosco l’aliquota che gli viene applicata (che varia da cantone a cantone) e non saprei giudicare nemmeno quale sia, a livello internazionale, il peso fiscale effettivo svizzero sul reddito da lavoro. Resta tuttavia il fatto che, seppure anche in Svizzera è molto diffusa la tassazione d’ufficio sui redditi presunti degli indipendenti (o i forfait fiscali per i ricchi al fine d’attirarne sempre più a venir a vivere in Svizzera), in Svizzera esiste la tassazione sulla propria sostanza (ovvero, si paga l’imposta sul patrimonio). A questo s’aggiunga che, qualora qualcuno ostentasse un tenore di vita sproporzionato al reddito e alla sostanza dichiarate, subito intervengono gli accertamenti. In fondo, anche questa è democrazia perché la democrazia vive solo se esiste un’effettiva ripartizione della ricchezza tra i vari ceti sociali.
Ci sarebbero tantissime altre cose da raccontare o da descrivere ma non voglio abusare della vostra ospitalità. Per chiudere, posso dire solo una cosa: per ora, non riesco a immaginarmi un’altra vita con la stessa qualità di vita media fuori da Berna. Io, qui, mi sento proprio bene.