Vivere in Polonia per sette anni, la mia esperienza

World Nomads Assicurazione Viaggi

Monica ha vissuto sette anni in Polonia e ci racconta la sua storia.

Mi colpì il cielo. Ed è credibile la cosa, quando si passa dall’inverno romano azzurro-verde (piogge torrenziali escluse e neve che fa capolino ogni quarto di secolo) a una pista fatta di bianco e grigio.

Già l’avvicinamento mi diceva che il passo più grande era stato fatto.

Ero in Polonia, in quella megalopoli che per i suoi orgogliosi cittadini, guai a riderne, è Varsavia. Difatti mi sono presa, per quanto potessi, subito sul serio. Perché per me l’importante era partire, o meglio fuggire a dirla tutta.

Una laurea in tasca fresca di stretta di mano e lode, una sorta di cornucopia di progetti per il domani che si dipanavano quando il carrello dell’aereo toccava terra. Mi chiedevo se il cappotto che portavo addosso sarebbe bastato a coprirmi e la suola delle scarpe mi avrebbe permesso di non scivolare. Perché è una delle prime cose che si fa, s’impara a camminare. Ed è molto più che una metafora scritta.

Rotto il ghiaccio, è il caso di dirlo. Da quel momento in poi il sottozero sarebbe stato la norma, ma anche primavere impazzite, come in un attacco di gioia in maggio, con la birra fresca da sorseggiare sul lungo Vistola e gli sternuti da antistaminico senza effetto. Così descriverei la mia storia varsaviana.

Di tanti curricula inviati, l’unico che non mi degnò di risposta scritta fu proprio l’Istituto di Cultura della più grande città polacca. E pensare che in fondo non fu di cattivo auspicio, visto che gli altri contenevano solo dei no grandi come una casa. Portavo in dote solo la mia laurea in lettere e nessuna specializzazione o esperienza decennale alle spalle. Ma tant’è.

Però riesco a fissare un colloquio con la direzione di Italianistica, proprio con la vice preside della facoltà, in via Obozna. Superate le procedure iniziali dopo qualche tempo mi si comunica che il posto di lettorato è mio e posso cominciare con due gruppi, uno del IV e uno del II anno. E’ emozionante perché siamo quasi coetanei. E’ bello poter parlare col pretesto della didattica quasi di tutto, scegliere come a sorteggiarlo un articolo di giornale, soffermarsi sul lessico e parlare di tutto, anche di se, più o meno sotto mentite spoglie, fra i serio e il faceto.

E non posso dire di sentirmi fuori casa. A parte la lingua….. difficilissima a cominciare dalla fonetica, all’inizio mi costringe a un mutismo non sarà esagerato se lo chiamo totale. Questo durerà oltre un anno e non mi permetterà di interagire con la cittadinanza locale al di fuori degli studenti e dei colleghi.

Solidarnosc e Woityla. La Polonia noi italiani la vediamo solo così ma è chiaramente molto di più e di difficile interpretazione, si arriva a captarne l’anima solo dopo averla lasciata o dopo moltissimo tempo. E non senza fatica. Senza compromesso alcuno. C’è orgoglio e identità nazionale, tradizione e innovazione.

Mi ha subito colpito la voglia di nuovo, la curiosità e l’interesse per il mondo che gli rotea attorno e gli invia tanti input che lei è in grado di traslare, assorbire e tradurre.

L’interesse per la lingua italiana è spiccato, nella maggior parte delle città polacche c’è un dipartimento, una cattedra, una sezione di italianistica, con o senza Master. In base agli accordi intergovernativi i lettori del Ministero degli Affari Esteri italiano sono poi presenti in sette sedi universitarie sul territorio della Polonia. In due città, Varsavia e Cracovia, è anche attivo un Istituto Italiano di Cultura.

Ed inizio a lavorare anche qui, all’Istituto. Ora sono proprio fra gli italiani.

Difficile dire quanti siano gli italiani in Polonia, soprattutto concentrati nel cuore pulsante del Paese, Varsavia. Noi italiani siamo bizzarri e in comunità ci muoviamo come in osmosi. Non siamo legati in maniera affine ad altre popolazioni all’estero. Niente affatto, ciò che ci tiene insieme è una casualità fatta di particolari differenze nel cammino che ci conduce in quel posto determinato. E questo comune nodo è l’unico aspetto che ci assimila, il resto è fatto di peculiarità biografica.

Non sapevo che interagire con un’altra cultura fosse così bello e così bello sarebbe stato mettere la mia esperienza in Polonia in uno scrigno da portare sempre con me, anche ora che sono tornata in Italia. E’ patrimonio inestimabile fatto di istantanee dell’anima, ineludibili e incancellabili.

E’ un Paese la Polonia che non conosciamo e ho sempre avuto idea che debba essere maggiormente promosso dagli enti del turismo e questo è anche un suo piccolo neo. A ben pensarci credo sia anche per la sottile ma palpabile gelosia che i polacchi provano per il loro Paese, di difficile comprensione per chi non c’è stato mai. E’ la cultura mitteleuropea che si respira forte, la prepotente speranza di ricominciare a vivere con la ricostruzione di una città rasa al suolo come per azzerarla nel secondo conflitto bellico. Non dimenticherò mai la cultura del sociale, l’attenzione a certa ritualità come l’appuntamento a teatro o a un caffè, i valori come l’amicizia e la famiglia, messi a dura prova da un rampantismo accettato e applicato quasi alla lettera dalle generazioni più giovani.

Eppoi l’educazione, il savoir-faire e la galanteria dei signori di mezza età, sempre pronti a cedere il passo a una donna e il rigore quasi teutonico coniugato al rispetto dell’altro in ambiti più formali, pubblici e lavorativi. In Polonia ho imparato che non è necessario gridare per farsi ascoltare e tornando a casa, molto spesso, ho incontrato non poche difficoltà a farmi ascoltare seppur gridassi.

I ragazzi e le ragazze polacchi sono pieni di vitalità e di voglia di conoscere, questa è un’energia che raramente ho incontrato altrove, non di certo in Italia. Eppoi la natura, gli spazi e gli alberi nei boschi, i bisonti selvatici, il mare del Nord e i grandi velieri, la storia di Cracovia, le cicogne coi loro nidi sui comignoli, la zuppa di rape rosse e i monti Tatra, le aquile, le chiese rupestri, Pan Tadeusz e i pierogi ruskie (ravioli in pasta di farina ed acqua senza aggiunta di uova con ripieno di patate, formaggio bianco ed altri ingredienti) … potrei continuare per ore.

Ho avuto dei bravissimi colleghi che mi hanno appoggiata nei momenti di difficoltà, dalla didattica alla gestione della nostalgia da distanza e devo dire che loro sono l’aspetto che più mi maca di quella esperienza, anche se siamo rimasti in contatto.

L’unico fattore negativo, questo va detto per dovere etico prima ancora che di cronaca è il profilo contrattuale, con un contratto da rinnovare di anno in anno, ma purtroppo la condizione degli Istituti Italiani di Cultura si assesta su questa tendenza a istituzionalizzare il precariato attraverso varie forme, fra cui il perenne turn-over di stagisti nelle mansioni d’ufficio.

Viaggiare per lavoro e viverci per un po’ in quel Paese che il destino o la scelta ci hanno assegnato è la migliore condizione di vita, con tutte le difficoltà del caso, a capitalizzare emozioni ed esperienze senza il timore che ti venga un giorno presentato il conto, anzi, umanamente è implementazione di sé ed evoluzione a rilascio costante.

Per farla breve, un biglietto di sola andata e bagaglio leggero…

Grazie Monica!

Risparmia quando trasferisci soldi all'estero

come risparmiare con il cambio valuta