Come ottenere un dottorato all’università di Leeds, Inghilterra

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Oggi intervistiamo Francesco Giorgio-Serchi, studente con tre anni di studio che stanno per culminare in  un dottorato all’University of Leeds in Inghilterra.

Mi sono laureato a Pisa in Scienze e Tecnologie Marine, con una tesi su modelli di previsioni atmosferiche presso il CNR di Firenze.

Circa sei mesi prima della laurea cominciai a dare un’occhiata alle possibilità di impiego all’estero. Non miravo necessariamente a una posizione in ambito accademico, piuttosto cercavo qualcosa che mi desse da vivere in maniera dignitosa e che fosse connesso al mio settore di studi. La gamma di opzioni quindi spaziava da un PhD (l’equivalente di un dottorato italiano) a una qualsiasi posizione all’interno di qualche compagnia, purchè orientata su tematiche ambientali.

Mi resi conto in breve tempo che, valicato il confine italico, le possibilità di scelta si moltiplicavano.

Inoltrai domande alle Università di Bath, di Leeds, di Loughborough, di Dublino, di Uppsala, di Tolouse, di Plymouth, di Southampton e ad un paio di centri di ricerca e compagnie di ingegneria offshore in Olanda.

Premetto che la mia esperienza nello scrivere una applicazione o anche semplicemente una email di presentazione erano zero assoluto, quindi all’inizio passai da un fallimento all’altro. Incoraggiato dal fatto che, se non altro, tutti mi rispondevano gentilmente, andai avanti fino a ricevere la prime offerte concrete di colloquio. Un colloquio di lavoro per una università straniera è, in genere, una esperienza piuttosto divertente per un neo-laureato italiano. Vieni invitato ad andare sul posto totalmente a spese loro (di solito), ti chiedono di presentare il tuo lavoro e ti fanno domande di varia natura. Ti portano a giro per il campus e a quel punto, se avevi qualche perplessità sull’espatriare o meno puoi star sicuro che qualsiasi dubbio viene dissipato.

Alla fine, nonostante il mio non-brillante curriculum, ricevetti proposte di PhD da Dublino, Loughborough, Uppsala e Leeds. La scelta cadde su Leeds, certo non per il fascino del posto, ma piuttosto perchè il progetto di ricerca era interessante (sviluppo di modelli numerici per lo studio di una tipologia particolare di correnti marine ) e la borsa di studio (Marie Curie) molto cospicua e prestigiosa.

Da lì è iniziata una vera avventura piena di soddisfazioni e delusioni cocenti. Certo quello che posso dire è che dallo staff dell’università sono stato letteralmente “coccolato”: ogni piccolo lavoretto fatto per i prof. veniva retribuito (correggere i compiti degli studenti, fare da vigilante agli esami, portare gli studenti nei vari “fieldtrips”), ero seguito sistematicamente e soprattutto c’era una segreteria che si occupava di svolgere tutte (ma proprio tutte) le pratiche burocratiche, il che per me è stato un sollievo indicibile dopo 5 anni di file agli sportelli dell’università di Pisa.

Il ruolo di uno studente PhD è visto con estrema serietà e l’università fa il possibile per ridurre al minimo gli stress non derivanti dalla ricerca. Con alti e bassi i tre anni di dottorato prestabiliti dal contratto sono passati bene e rifarei tutto il percorso senza esitazione. Al momento sono tornato in Italia principalmente per motivi familiari mentre finisco di scrivere la tesi di dottorato; il futuro rimane più o meno incerto. Certo è che dopo tre anni all’estero, la voglia di ripartire di nuovo è forte e prevedo già una possibile fuga downunder.

Come mai hai pensato di andare all’estero?

Diciamo che il sistema universitario italiano non fa molto per stimolare i giovani virgulti. Da parte mia, poi, c’è sempre stata una passione smodata per il viaggio. Inoltre la città dove vivevo, Livorno, per quanto piacevole cominciava a starmi un pò stretta. Ma la ragione principale è che, finita l’università, volevo assolutamente emanciparmi economicamente dalla mia famiglia, cosa che escludeva automaticamente la possibilità di rimanere in Italia.

Com’era la tua conoscenza della lingua Inglese prima di partire?

Parlavo inglese abbastanza bene, a un livello sufficiente per sostenere un colloquio di lavoro. Ero già stato in Inghilterra in tenera età e avevo preso lezioni alla British School per qualche anno. C’è da sottolineare che l’application per un posto di PhD in Inghilterra, cosi come in tutti i paesi anglofoni, pretende la presentazione di un certificato TOEFL o IELTS a garanzia che il candidato detenga una padronanza della lingua tale da svolgere in maniera disinvolta il proprio lavoro di ricerca e networking. Al tempo della mia application avevo solo dei certificati di base, quindi ho dovuto prendere il TOEFL. L’esame è tosto, certo non adatto a un neofita! D’altronde ho incontrato tanti dottorandi con livelli di inglese molto bassi che in qualche modo erano riusciti a farsi strada.

Che titolo di studio sei andato a prendere?

Il titolo di studio a completamento dei tre anni (in alcuni casi quattro) è il PhD. Questo titolo è formalmente equivalente al dottorato di ricerca italiano, ma all’atto pratico ha una valenza infinitamente superiore, al di là della frontiera italiana. Un PhD, cosi come un Master, ti introduce a una fascia di salario più alta, consente, molto spesso, di poter accedere a mansioni più prestigiose e promette una scalata di carriera più veloce. In poche parole un PhD rappresenta una significativa nota di merito sul CV. Personalmente, oltre al valore intrinseco del titolo di studio, il grande beneficio consiste nel fatto che si viene introdotti a un mondo del lavoro e a delle fonti di conoscenza un pò esclusivi che, se sfruttati bene possono aprire una infinità di possibilità.

Da non escludere è anche il fatto che il PhD da la possibilità a noi universitari italiani di fare la vita dello studente inglese che, se da una parte è faticosa, dall’altra è costellata di attività “ludiche” che a molti possono risultare gradite.

Come sei finito a Leeds?

La scelta di Leeds è stata dettata dal fatto che il dipartimento di Ingegneria aveva a diaposizione dei fondi europei (le borse Marie Curie) per finanziare una serie di progetti di ricerca nell’ambito della meccanica dei fluidi. Io sono finito a Leeds per seguire il progetto di ricerca.

Ci fai un confronto tra l’università italiana e quella inglese?

Questa è una domanda complessa se si vogliono evitare luoghi comuni.

Senza dubbio l’impressione dominante che si ha è che il mondo della ricerca, in particolare, e tutto il sistema universitario, in generale, è visto e vissuto come un business. I PhD, per quanto giovani, sono una risorsa preziosa e vengono valutati di conseguenza.

Un’altra cosa che salta all’occhio è l’età del corpo docenti e di amministrazione. Non è un caso raro trovare a capo di un dipartimento un giovincello (in rapporto ai canoni italiani) di 40 anni scarsi. I professori inglesi sono abbastanza stacanovisti e questo pù essere un pregio o un difetto.

Un tipico professore inglese deve fare lezione agli undergraduates (e viene valutato anche in base a questo, quindi le lezioni e i temi trattati devono essere aggiornate coi tempi), promuovere la propria ricerca scrivendo proposte per i finanziamenti, fare attivamente ricerca (il che si traduce in scrivere articoli, libri, andare a giro per il mondo per tenersi sempre aggiornato sulle evoluzioni del settore e sviluppare nuove idee) e fare da supervisore a un numero non precisato di PhD che portano avanti il lavoro pratico della sua attività.

Infine, sembra scontato ma non lo è, un professore deve trovare il tempo di rispondere a tutte le email che riceve da studenti e non (a me è capitato spesso di discutere di lavoro via email col mio supervisore alle 2 di notte). L’impegno dei professori in un sistema universitario di questo tipo è estenuante. Un aspetto a mio avviso di estrema importanza è il criterio di valutazione degli aspiranti ricercatori: nel sistema anglosassone sembrano spesso più interessati alle capacità intrinseche del soggetto che alla sua preparazione tecnica. Per esempio, in Inghilterra puoi ambire a fare il lavoro di un ingegnere anche se non hai una laurea in ingegneria, se dimostri di essere in grado di farlo e di avere la voglia di provarci (questo ovviamente nei limiti: certo non ti metteranno a progettare centrali nucleari con una laurea in filosofia). La preparazione di base non è un elemento discriminante come mi sembra di ricordare che fosse in Italia.

Per quello che ho avuto modo di vedere della vita universitaria degli undergraduate (l’equivalente delle laurea di primo livello italiana), posso dire che il sistema è strutturato in maniera simile a quella delle nostre scuole superiori. Gli studenti devono necessariamente seguire un certo numero di corsi ogni semestre. La valutazione viene fatta sulla base di compiti per casa, esperienze pratiche e un esame scritto finale. La bocciatura determina la ripetizione dell’anno. Non esistono esami orali. In generale la modalità di organizzazione dei corsi è molto orientata all’applicazione pratica dei temi trattati.

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Ogni anno il career day è una occasione in cui le compagnie si propongono agli studenti e, per quei giovani che vogliono iniziare a lavorare, il processo di assunzione inizia da qui. A 22 anni un laureato in ingegneria, matematica, fisica o chimica difficilmente può rimanere senza lavoro.

Che consigli daresti a chi vuole seguire le tue orme?

Voglio ribadire con chiarezza che il mio non è mai stato un curriculum particolarmente brillante. Non sono mai stato uno studente modello, ma piuttosto uno dei tanti che si è barcamenato attraverso i tormenti dell’università con immani sofferenze e con risultati talvolta deprimenti. Ciononostante il sistema universitario non-italiano mi ha veramente dato la possibilità di cambiare le carte in tavola.

A chi è intenzionato a seguire lo stesso percorso consiglio:

  • di non preoccuparsi di trovare esattamente qualcosa che corrisponda a ciò che ha studiato (a meno che questa non sia la vostra ambizione). All’estero sono piuttosto elastici su questo e sono spesso più interessati a vedere se hai spirito di iniziativa piuttosto che se hai esattamente le conoscenze di base necessarie.
  • non temere di essere troppo vecchi per provarci. In Inghilterra la gente cambia completamente lavoro a 40 anni, si prende una laurea e cerca lavoro a 45 oppure molla tutto e si da a fare l’idraulico. L’età non necessariamente rappresenta un ostacolo.
  • essere perseveranti.
  • essere convinti delle propria scelta: partire per un paese straniero titubanti non è l’approccio migliore, soprattutto quando ci si imbarca in un percorso di studi di qualche anno.
  • una volta lasciata l’italia, mescolarsi con gli stranieri. Se non vi piacciono i nativi, cercate oltre…il bello dei paesi come l’Inghilterra è che ci sono centinaia di etnie e culture diverse. Fare amicizia in un paese pieno di “fuggitivi” è estremamente facile. Preso nel verso giusto questo è un aspetto entusiasmante della fuga all’estero che merita di essere vissuto appieno.
  • molte persone sono convinte che per fare il passo all’estero servano un sacco di soldi. Questo può essere vero se uno decide di partire senza alcuna base di appoggio, d’altronde è possibile ormai trovare lavoro all’estero dal proprio laptop in italia e dopo partire. Ovviamente la conoscenza dell’inglese in questo caso non è opzionale. In tal caso gli unici soldi che servono sono quelli del viaggio e del primo mese di affitto (che a sua volta può essere comodamente preso dall’italia).

Infine invito chi cerca un PhD a consultare Find a PhD; per coloro interessati a lavori nell’industria in materie scientifiche provate Earthworks Jobs.

Aggiungo anche un link per ingegneri e fisici nell’ambito della meccanica dei fluidi e simulazione numerica CFD Online.

Un ultimo consiglio strettamente rivolto a chi vuole fare un PhD in Gran Bretagna. Spesso le proposte di dottorato vengono postate direttamente sui siti dei vari dipartimenti. Supponiamo io sia un laureato in biologia, la cosa migliore è visitare il sito dei dipartimenti di biologia di tutta l’inghilterra e vedere se vengono proposte borse di studio. Se poi si è particolarmente intraprendenti si può anche cercare quali professori lavorano nel settore specifico di nostro interesse e scrivergli direttamente presentandoci e chiedendo se sono interessati a assumerci. Può sembrare strano ma funziona veramente.

Con questo concludo e saluto gli aspiranti PhD e tutti i lettori di italiansinfuga.

Grazie Francesco ed in bocca al lupo!

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