Come sopravvivere l’emigrazione quando non va a gonfie vele

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Spesso e volentieri l’emigrazione all’estero comporta periodi di assestamento e mette alla prova le proprie convinzioni.

Giulio Portioli ha recentemente scritto a Italians brevemente raccontando la propria esperienza di emigrazione in Inghilterra.

Ingegnere aerospaziale con un annetto di esperienza è partito per l’Inghilterra senza però trovare un lavoro ‘serio’ per un anno e mezzo, facendo quindi il cassiere in un supermercato.

Giulio ha gentilmente risposto ad alcune domande per il beneficio dei lettori di italiansinfuga.com. 

 

- Quale è stata l’esperienza più dura della tua permanenza oltremanica?

Direi che è stata il non riuscire a trovare il lavoro che avevo in mente (settore informatica) nei primi sei mesi di permanenza in UK, nonostante una laurea abbastanza rilevante (ingegneria) e una breve esperienza nel settore, in Italia. Ne seguì la decisione di iniziare comunque un qualche lavoretto e poco dopo mi ritrovai dietro a un registratore di cassa, al supermercato sotto casa. La cosa a me faceva un certo effetto (vagamente deprimente), ma in Inghilterra il fatto non era considerato per nulla straordinario; semplicemente, questi alti e bassi càpitano, nella vita lavorativa di ognuno (e non perché fossi straniero; sarebbe stata la stessa cosa con un inglese).

- Che cosa ti aiutato di più nel superare i tempi difficili?

La chiave di volta di tutta la mia esperienza è stata senza dubbio la decisione di iscrivermi a un Master (in Information Technology, nel mio caso). Un titolo di studio inglese, di un’università anche solo decente, ti spalanca le porte della tua professione (o almeno è stato così per me). Le università italiane sono completamente sconosciute, o quasi, in Inghilterra, con quei “bizzarri” voti in centesimi, mentre un titolo di studio inglese, sul curriculum, suona molto più rassicurante, a chi lo legge.

- Che consigli daresti a chi volesse seguire le tue orme?

~ Esercitare l’inglese il più possibile, *prima* di trasferirsi in Inghilterra (specie l’ascolto; guardare i film in lingua originale, con i sottotitoli *in inglese*, è un ottimo esercizio).
~ Non spaventarsi se non si riesce subito a trovare il lavoro ideale e si finisce a servire ai tavoli di un ristorante. Il mercato del lavoro, in Inghilterra, è di una dinamicità e flessibilità inconcepibili, in Italia. Qualche esempio: un mio collega ingegnere (laurea triennale) che per due anni ha lavorato sull’elettronica di bordo dell’Airbus A380, decide di andare a vivere dalla morosa, lontano, e deve trovarsi un nuovo lavoro: “Sto pensando di riqualificarmi come avvocato”, mi dice (e infatti basta un anno di studi post-laurea per cominciare già a praticare in uno studio legale). Altro esempio: tra i miei compagni di corso al Master in IT non mancava chi aveva passato la quarantina e chi aveva una laurea in restauro di opere d’arte. E ancora: il mio coinquilino inglese, sulla cinquantina e dopo una vita passata a lavorare in alberghi e ristoranti, trova lavoro come inserviente al parlamento di Westminster (dipendente pubblico a tutti gli effetti), semplicemente rispondendo a un annuncio sul giornale e facendo un colloquio.
~ Considerare seriamente l’ipotesi di proseguire gli studi in Inghilterra.

Grazie Giulio per la disponibilità!

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